Ventiquattro ore

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.”

Cesare Pavese

(Nella foto, Caravaggio, La Crocifissione di San Pietro)

Rimasto solo, guardò l’ora. Mezzanotte e un quarto. Il tutto era durato appena un quarto d’ora. Si sentiva in perfetta forma fisica ora, in grado di poter fare tutto quello che avesse desiderato fare fino alla mezzanotte del giorno dopo. Un giorno intero, ventiquattro ore, questo gli era stato concesso. Ma gli ultimi quindici minuti erano sembrati durare un’eternità. Solo tre ore prima era stato seduto al tavolo di un ristorante con altri due amici e tre ragazze, abbastanza più giovani di loro uomini, due quasi fidanzate dei suoi amici e una amica delle altre due, coinvolta nella cena per completare le tre coppie, dato che lui non aveva nessuna da portare. Serata bella, buona cena, un giretto e un pub per dopocena, poi saluti calorosi ai suoi due amici e alle loro compagne, cortese passaggio a casa alla nuova conoscenza, bacetto sulle guance e promessa di rivedersi. Qualche minuto prima di mezzanotte era già nel soggiorno del suo appartamento, sul divano a rilassarsi con un dito di vodka ghiacciata. La fitta al braccio sinistro era arrivata all’improvviso, prima come un leggero fastidio, quindi più dolorosa, poi un forte dolore al petto, da togliere il respiro, seguito da un altro spasmo ancora più forte. È la fine, si era detto. Fu allora che l’aveva vista. Era seduta su una delle due poltrone che arredavano il soggiorno, quella alla sua sinistra. Lo guardava pensierosa. Solo un flash, il dolore era terribile, sembrava una signora vestita anni venti/trenta, una bella donna, elegante, vestito grigio con gonna lunga di plissé, un bracciale e capelli tirati su. Ma era lei, non c’erano dubbi, seppure diversa da come se l’era mai immaginata, ma forse era solo una delle sue tante rappresentazioni. Sei la morte? Le aveva chiesto. Certo, aveva risposto, è stata una lunga giornata per me oggi, tu sei l’ultimo. Aveva una voce calma e gradevole. Ho capito, lui aveva detto, parlando a fatica, non me l’aspettavo così presto, ma suppongo sia normale così, nessuno in fondo conosce l’ora esatta in cui arriverai. Che dire, eccomi qui, almeno non sentirò più questo dolore tremendo che mi ha avvinghiato. Sai, lei aveva aggiunto, stavo pensando che per oggi potrei anche fermarmi qui, fare un’eccezione, saranno decenni che non mi concedo una variante. Ovviamente neanche io posso sfuggire alle leggi, per cui che tu debba venire con me è ormai cosa inevitabile, decisa, non si può eludere, ma posso e voglio farti un regalo, un giorno intero ulteriore di vita, ventiquattro ore, da utilizzare come preferisci. Ci rivedremo qui, alla stessa ora, domani sera.

Non gli era stata lasciata possibilità di replica, all’improvviso il dolore era cessato, il respiro era ridiventato regolare, si era ritrovato di nuovo solo nel soggiorno di casa. Gli venne il dubbio di avere immaginato tutto e stava quasi per convincersene, quando vide un foglietto posto sulla poltrona alla sua sinistra. Una scritta in rosso, calligrafia accurata, ventiquattro ore. Il regalo ricevuto. Si recò in bagno e fece una doccia fredda, mentre nella sua mente i pensieri si accavallavano. Tornò nel soggiorno. Che fare? Come utilizzare il tempo concesso? Non era un credente. O meglio, non era un cattolico praticante, la religione nella quale era stato battezzato ed era cresciuto, la religione della sua comunità, la religione sociale nella quale era vissuto e con la quale si era anche sposato, quindici anni prima, nella quale aveva anche battezzato sua figlia e suo figlio. Riguardo a Dio, la sua ragione gli aveva da tempo portato a concludere la non necessità della sua esistenza, cosa che non gli aveva impedito di rispettare la Chiesa, la religione, il credo degli altri, di esprimere spesso un pensiero per i suoi genitori defunti in termini di eterno riposo dona loro Signore, di visitare chiese e conventi, di vivere in conformità a leggi morali molte delle quali ispirate o coincidenti con precetti e indicazioni di ispirazione religiosa. Posizioni incoerenti? Superficialità? Atteggiamenti di comodo? Adattabilità camaleontica al contesto sociale? Forse anche questo, non è che avesse del tutto mai approfondito la questione, ma probabilmente il motivo di fondo era che riteneva non essenziale, probabilmente marginale e superfluo, dibattere e fare battaglie ideologiche e filosofiche sull’argomento, impegnarsi sia sul contrastare, combattere e demolire le tesi dei credenti che sul sostenere, difendere e propugnare le proprie, assegnando comunque al credere e alla religione una utilità individuale e sociale, certamente non esente però da pericoli e derive oscurantiste, delle quali decisamente riteneva opportuno affermare la netta condanna. Però lo entusiasmava ragionare sulla religione, la storia della Chiesta, l’etica cristiana e i rapporti con la società, i principi laici, la politica, la filosofia e la storia, il lato intellettuale e culturale della faccenda. E con queste premesse, poteva forse pensare ad una radicale conversione in extremis, pensare a cautelarsi nel caso che la sua anima avesse bisogno di un deciso sostegno ai fini della salvezza eterna? Escluso. Non rimaneva che pensare a come impiegare il poco tempo a disposizione.

Recarsi dalla moglie, dalla quale si era separato sette anni prima, per quindi divorziarne tre anni dopo per agevolare il suo secondo matrimonio, non era proprio il caso, anche se l’idea di passare il resto della sua vita con i suoi figli, con lei conviventi, che amava e con i quale aveva rapporti buoni e costanti, poteva essere bella, ma aveva come controindicazione la tristezza della cosa, l’imbarazzo, il non sapere cosa dirsi, i pianti, il dolore comune. Escluso anche questo. Decise di cambiarsi e uscire di casa, aveva bisogno di aria e di muoversi. Si mise in macchina e si avviò, senza meta. Magari con più tempo a disposizione avrebbe potuto realizzare qualche suo sogno, qualche desiderio. Conoscere qualche paese dove ancora non era stato, incontrare le persone che più ammirava o magari una nuova compagna di vita, visitare i musei che non aveva ancora visitato, imparare cose nuove, iscriversi di nuovo all’università, fare un lavoro diverso, leggere i libri che non aveva ancora letto. Tutte cose per le quali mancava il tempo. Il tempo, il tempo, l’ossessione del tempo. Il tempo era un concetto che l’aveva sempre affascinato, sia dal punto di vista strettamente fisico, data la sua formazione scientifica, che da quello epistemologico e filosofico, ma anche sociale, storico e culturale. Il tempo del lavoro, dell’impegno, delle scadenze e della corsa contro il tempo. E anche il tempo vacanziero, il tempo dell’ozio e del divertimento, delle chiacchierate inutili con gli amici e delle attività da poco conto. Non c’era più tempo. Cosa si può fare che richieda poco tempo? Che valga la pena fare o che non si è mai fatto? Era sempre stato un uomo rispettoso delle leggi, con una morale di buon livello, nel senso che il suo orientamento al bene e al prossimo era stato sempre superiore al desiderio di fare cose cattive, disoneste, squallide, brutte, pur non mancando di piccole elasticità quando necessario o il caso lo richiedesse, ma mai per cose fondamentali. Forse concedersi una debolezza, qualche vizio, violare qualche norma poteva essere un modo di utilizzare le ore rimaste. Gli vennero in mente possibili violazioni ricordando le norme basilari per eccellenza, i dieci comandamenti. Li recitò a memoria. Tralasciando quelli con più diretto riferimento a Dio e alla santificazione delle feste, nonché il precetto di onorare il padre e la madre, sempre seguito finché i suoi genitori erano stati in vita e anche dopo la loro morte, si arrivava al quinto, non uccidere. Gli venne da ridere. Pensare di fare una cosa di carattere eccezionale, in senso negativo, prima di morire poteva avere del senso, dello straordinario, ma uccidere qualcuno e a sangue freddo, con premeditazione, per il brivido della violazione della norma come atto finale e supremo era al di sopra di ogni possibile sua immaginazione, al di là della trasgressione. Per assurdo, se di ulteriore assurdo era lecito parlare nell’assurdità della sua situazione, poteva arrivare a concepire meglio l’omicidio più specifico per eccellenza, il proprio, commettere suicidio, visto che forse col passare delle ore la spasmodica attesa della fine o il desiderio di una morte indolore avrebbe potuto avere il sopravvento. Sul non commettere atti impuri, forse si poteva ragionare. Riteneva ovviamente il piacere sessuale una componente intrinseca della vita, ma certamente aveva sempre cercato l’amore, l’affetto, la complicità, il consenso, il piacere condiviso associato ad altri piaceri non esclusivamente carnali. La sessualità non era mai stata per lui una schiavitù da assoggettare alla ragione, come d’altronde nessun altro appetito dei sensi. Poteva pensare di approfittare di qualcuna, bellissima, desiderabile e indifesa contro la sua volontà? Violentare qualcuna per violare il sesto comandamento? Escluso. Anche volendo, e sicuramente non lo desiderava, non ne sarebbe mai stato capace. Forse trasgredire in questo campo però si poteva. Non l’aveva mai fatto, ma forse poteva essere una violazione ammissibile e fattibile intrattenersi con una squillo. Erano circa le tre di notte, si rese conto di trovarsi quasi in prossimità del centro città, si girò verso la media periferia, in una zona dove passando aveva più volte visto dei giri di ragazze squillo. Cominciò a notarne qualcuna dopo una mezz’ora, ma si accorse di avere qualche difficoltà. Timore, vergogna, remore morali e igieniche si affollavano alla sua mente, anche esitazioni dettate dal buon gusto, alla vista di spettacoli segnati da eccessi di ostentazione carnale, per così dire. Poi vide una bella donna davvero, sola, invitante ma contenuta nella sua offerta. Si fermò, vincendo la sua timidezza e le sue remore. Facendosi indicare la strada, arrivarono dopo un quarto d’ora circa al suo palazzo e salirono al suo appartamento. In macchina erano restati silenziosi. In casa lei gli disse di mettersi comodo e gli propose di bere qualcosa mentre lei si preparava, ma lui declinò l’invito. Dopo qualche minuto lei tornò, nuda dalla vita in su, davvero giovane, bella, disponibile, sorridente. Gli piaceva molto, ma proprio non poteva pensare di avere dei rapporti con lei, non ci sarebbe mai riuscito, non era il momento giusto, l’ambiente giusto, la cosa giusta da fare. Glielo disse. Pensava che lei si sarebbe arrabbiata, l’avrebbe ingiuriato e buttato fuori, ma invece lei si rimise la giacca, si accese una sigaretta, versò del liquore in due bicchieri, ne prese uno e si sedette su un divano, invitandolo a fare altrettanto. Restarono così seduti per un paio d’ore. Di cosa parlarono? Lui non accennò alla sua vicenda contingente, parlarono della vita, di viaggi, di istruzione fatta e mancata, soprattutto di lei, dei suoi sogni, delle sue necessità, delle sue scelte, di cose belle e brutte, di disagio e opportunità, di obblighi, vincoli e desideri, del futuro. Risero anche, insieme. La lasciò con un bacio sulla guancia e cinquecento euro sul tavolo, non perché fosse al corrente di tariffe e regali in circostanze simili, ma perché era tutto quello che aveva di contante. Apprezzò che lei non li contasse neanche. In macchina gli venne da ridere, non era stato capace di fare neanche quello, bell’anticonformista che era, trasgredire era proprio il mestiere adatto a lui, vi era portato naturalmente. Ma non gli era dispiaciuto passare del tempo con lei, doveva riconoscerlo.

Era l’alba. Si diresse di nuovo verso il centro e si fermò ad un bancomat presso una filiale della sua banca. Ritirò cinquemila euro, il massimo che gli era permesso. Vide un bar aperto, con operai e impiegati che già facevano colazione. Gli venne voglia di caffè e cornetto. Archiviato il sesto comandamento, nell’ordine veniva il non rubare. A sua memoria non aveva mai né avuto la necessità di rubare per soddisfare i suoi bisogni né di farlo per piacere o per professione. Ma come poteva trasgredire in questo caso? Rubare in un supermercato? Le elemosine in chiesa? Le monete ad un mendicante? Minacciare un passante ben vestito per rubargli il portafogli? Entrare in banca e farsi dare i soldi della cassa e magari essere ferito a morte dal vigilantes, così che tutto finiva prima, platealmente e in modalità altamente tragica? Forse ormai la teatralità e il senso surreale della situazione avevano preso il sopravvento sul dramma che stava vivendo, fatto sta che trovava comico ogni tentativo di trasgressione. Per la falsa testimonianza mancava l’occasione e il tempo, oltre che la predisposizione, ma sul nono comandamento si concentrò, perché sapeva di averlo in passato violato. In tutta sincerità sapeva di non aver mai tradito sua moglie durante la durata del loro matrimonio e neppure a dire il vero nei primi tempi della separazione, l’aveva amata e voluta, poi aveva naturalmente avuto qualche relazione occasionale e un paio di relazioni più impegnative, naufragate per motivi vari e probabilmente banali, ma due anni prima una donna d’altri l’aveva desiderata eccome. L’aveva desiderata, ma non solo fisicamente, appena l’aveva conosciuta, durante una festa tra colleghi alla quale erano presenti anche mogli e compagne. Il collega in questione lo conosceva solo per il fatto di essere nella stessa azienda, ma aveva fama di essere un emerito cretino, oltre che arrogante, saccente e pieno di sé. Bello lo era, di quella bellezza esibita e sbandierata, che aveva conquistato più di una collega. Aveva casualmente incrociato la moglie che, incredibilmente alla luce della fama del marito, era non solo molto bella, di una bellezza non ostentata e naturale, ma anche dolce, semplice, preparata, interessante, di piacevole e arguta conversazione. Certo che l’aveva desiderata, chiedendosi come fosse possibile che una donna così era stata meritata da un uomo così e come lei potesse vivere con lui. Ovviamente si era sentito, ma riteneva certamente di esserlo, migliore di lui, ma era consapevole che purtroppo nella vita non basta essere migliore di un altro per avere più successo, più ricchezza, più fortuna o solamente una moglie più deliziosa. E poi, non sempre si è corrisposti. Non l’aveva più vista, ma il suo ricordo era tuttora presente. Della roba d’altri non gli era mai importato nulla. Era soddisfatto delle cose che aveva e che si era conquistato col suo lavoro, non aveva mai provato questo tipo di invidie e non poteva certo ora desiderare le ricchezze e i beni di qualcun altro. Si trattenne nel bar per un po’, osservando l’andirivieni, la vitalità, la corsa verso i propri impegni che tutti avevano, la corsa contro il tempo ma nella consapevolezza del tempo disponibile, almeno nella ignoranza della sua durata, cosa che per lui era ormai preclusa, il suo tempo era a questo punto una questione di ore. Provò un senso di panico, di paura, inaspettato. Lo ricacciò in gola, nello stomaco, nel cuore.

Si alzò e si mise a camminare. Si ritrovò a due passi da Piazza del Popolo e vi si indirizzò speditamente. L’ammirò per qualche minuto, già attraversata da lavoratori e turisti, poi entrò nella basilica e si diresse in fondo, sulla sinistra. La bellezza era davanti ai suoi occhi. L’Assunzione della Vergine dominava la scena, di fronte a lui, proiettando verso l’alto, verso il cielo, tutta la cappella Cerasi. Si soffermò sui volti degli apostoli, sulle mani e sui colori delle vesti. La luce si spense, ma subito ritornò, grazie alle monete provvidenzialmente inserite nel meccanismo a tempo da qualcuno dei turisti che già si erano raggruppati. Diresse lo sguardo a sinistra e incontrò le luci e le ombre della Crocifissione di San Pietro, le vesti, i muscoli tesi, i piedi inchiodati, la dinamica dello sforzo del sollevare la croce e il santo. La luce si spense ancora, a marcare il passare del tempo, poi ritornò, per segnalargli di dirigere il suo sguardo verso l’altro Caravaggio sulla destra, la Conversione di San Paolo. Contemplò l’imponenza del cavallo, la luce sulle mani tese, sul corpo e sul volto del santo, l’oscurità dello sfondo e la testa del vecchio. Come era stato possibile generare questa bellezza e tante altre bellezze nella vita di un uomo, nella vita di tanti altri geni pittori, scultori, architetti? E le bellezze della scienza? Della fisica, della matematica, della genetica e dei tanti altri settori scientifici? E le bellezze della letteratura, della filosofia, della storia, della poesia e delle tante altre discipline umanistiche? E lui cosa aveva prodotto di bello? Naturalmente non tutti sono geni, si disse. Ho vissuto con dignità almeno, pensò. E ho generato due magnifiche vite. Uscì dalla basilica e si avviò lungo la salita del Pincio, senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo, gli era venuta voglia di vedere ancora una volta Roma dall’alto. Restò a lungo a osservare la sterminata città che entrava nella sua visuale, dalla cupola di San Pietro a Monte Mario, il Gianicolo, i grattacieli dell’Eur, i mille tetti, le tante chiese, le vie e i monumenti. Sentì arrivare la malinconia, la tristezza del distacco. L’allontanò con forza. Ridiscese nella piazza. Non aveva mai fumato. Pensò che questa trasgressione dovesse farla almeno una volta nella vita. Entrò nell’elegante tabaccheria proprio lì sulla piazza e acquistò un pacchetto di sigari e uno di cerini. A fatica ne accese uno, aspirando, trattenendo il fumo e poi soffiandolo fuori, come una volta gli era stato detto, mai inalarlo. Camminava fumando e soffiando, con qualche colpo di tosse ogni tanto. Infranto il vizio del fumo, forse il peccato di gola era doveroso. Spense e buttò in un cestino il sigaro a metà, tutto il pacchetto restante e i cerini. Si diresse all’hotel Hassler, dove sapeva esserci il famoso ristorante gourmet e stellato michelin con veduta su una delle panoramiche più belle del mondo, pur non essendoci mai stato. Se peccato deve essere, che lo sia con gusto ed eleganza, si disse. Nell’incertezza, scelse il menu degustazione. Dovette ammettere la delizia del palato e dei profumi. E la vista era magnifica. Conciliava col mondo e con la vita. Si sorprese a pensare con distacco alle ore che scorrevano inesorabili, alla vita che sfuggiva.

Gli venne voglia di vedere il mare. Pagò e tornò in strada, ritornando verso la macchina parcheggiata. Attraversò la città diretto verso il mare, tra il traffico e i pedoni, le file, le strisce pedonali, i semafori, le buche e le radici sporgenti. Alla fine sbucò sul mare e parcheggiò. La giornata era assolata e fresca. Il mare era un po’ agitato per il vento. Bello e immenso. Prese il cellulare e chiamò la figlia. Dopo qualche squillo ne sentì la voce, bella e familiare, allegra, sorpresa. Papà, disse, che bello, che fai, dove sei? La solita, mille domande incalzanti. Niente, rispose, sono al lavoro, avevo voglia di sentirti, c’è anche tuo fratello? Sì, riprese lei, siamo tornati da poco a casa tutti e due, appena il tempo di mangiare, te lo passo, io devo scappare da una mia amica per i compiti, ciao, ciao, baci, baci. Papà, fece il ragazzo, come stai? Tutto bene? Sì, sì, rispose, volevo sentirvi, tutto bene a scuola? Certo, rispose, quando vieni a prenderci? Per il prossimo weekend? Certo, confermò, ci vediamo sabato mattina, un bacione. E chiuse la comunicazione, mentre le lacrime scendevano, ma non per la sua morte, dichiarò, per loro, che rimanevano senza di lui. Gli si stringeva il cuore. Continuò per un po’ a guardare il mare senza vederlo per davvero. Gli ci voleva qualcosa di forte e si incamminò sul lungomare. Presso uno stabilimento c’era un locale aperto, un bar. Entrò e prese un whiskey. Si era calmato e vedeva di nuovo il mare. In fondo al locale c’era una tenda oltre la quale si distinguevano dei tavoli da gioco e delle persone intente a giocare. Si avvicinò alla tenda, ma un addetto del locale lo fermò chiedendogli cosa desiderasse. Niente, rispose, volevo vedere giocare. Dentro non si guarda per guardare, rispose quello, si guarda per giocare. Hai grana? Chiese. Entrò e si mise a guardare a uno dei tavoli, giocavano in quattro a poker. In fondo il vizio del gioco gli mancava, pur essendo un occasionale giocatore tra amici. Dopo una mezz’ora uno dei quattro decise di smettere e andò via. Salutò, si propose e fu ben accetto. Alla sua sinistra c’era un signore anziano e grassoccio, alquanto sudaticcio, di fronte un giovanotto sui trent’anni che si muoveva continuamente, come in preda ad un tremito nervoso, alla sua destra un quasi colosso pelato di età indefinibile che fumava di continuo. Giocavano abbastanza forte, per quanto lui potesse giudicare, ma per fortuna sua, se di fortuna era il caso di parlare, per lui era ormai indifferente vincere o perdere. E vinceva. Si ritrovò con una vincita di oltre tremila euro, che sommati ai suoi portavano il capitale a circa ottomila euro. Ad un certo momento, diedero le carte, ci furono puntate, chiamate, scarti, rilanci e nuove carte. Aveva poker di Re. Il gioco della sorte. Solo il giovanotto di fronte a lui era rimasto. Indifferente, mise tutti i suoi soldi sul piatto. Il giovanotto tremava, doveva avere un bel punto, ma aveva quasi zero contante. Improvvisamente scattò, pose delle chiavi sul tavolo dicendo che la sua moto nuova parcheggiata fuori valeva oltre diecimila euro e lo guardò. Lui acconsentì alla giocata. Il giovanotto scoprì un full di Donne, eccitato e incerto. Aveva tutta la vita davanti, i soldi potevano essergli utili, lui chiuse le carte, si alzò e salutò. Il mare odorava di pesce, sabbia e olio. Ritornò alla macchina e si diresse verso casa, era ormai sera. Si sentiva sporco di fumo, sudore e sabbia.

Fece una lunga doccia e indossò un bel vestito, in fondo aspettava una signora. Bevve un succo di frutta fresco e si diresse verso una delle librerie. Prese due dei suoi libri preferiti, letteratura e matematica, umanesimo e scienza, niente di meglio per chiudere in bellezza e ingannare l’attesa. Finally, no discussion of the historical context of Riemann’s paper would be complete without a mention of the Riemann hypothesis. In the course of the paper, Riemann says that he considers it “very likely” that the complex zeros of ζ(s) all have real part equal to ½, but that he has been unable to prove that this is true. This statement, that the zeros have real part ½, is now known as the “Riemann hypothesis”. All’annuncio del verdetto, generale era stato il giubilo tra i discepoli del Profeta: lo avevano creduto per perduto. Ora, egli tornava a loro con la sua innocenza proclamata dal rappresentante di Cesare in persona. Era il trionfo quasi miracoloso dell’equità. Una volta tanto, il potere prendeva le parti del giusto e del perseguitato. Di lì a poco però, il gesto di Pilato nocque al Rabbi. Continuò a rileggere pezzi dell’uno e dell’altro libro, sereno. Era assorto quando si accorse della sua presenza, seduta alla stessa poltrona della sera prima. Sorrideva. Fu allora che arrivò la fitta al braccio sinistro.

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