E insieme ci incamminammo

Un tentativo di catechesi. (Nella foto, olio su tavola di Piero del Pollaiolo)

Dimmi, gli chiesi, come posso fare a credere in Dio, in quello che ci ha rivelato e che la Chiesa ci indica di ritenere vero? Mi parve di vedere un sorriso sul suo volto. Ovviamente non posso esserne sicuro, la distinzione tra ciò che è vero e quello che è solo immaginato è sottile, dipende da una infinità di cose e ha una infinità di sfumature. Per esempio, potrebbe aver solo pensato di sorridere e aver illuminato i suoi occhi con un sorriso, ma non essere riuscito o non aver voluto segnalare ai muscoli della bocca e del viso in generale di predisporsi per atteggiare un sorriso, un processo composito che coinvolge innumerevoli atti e processi elementari, un numero imprecisato di impulsi nervosi, di reazioni elettrochimiche e di muscoli. Oppure potrebbe aver attuato il comando, ordinato il sorriso, ma i muscoli della bocca e del viso essersi rifiutati di eseguire l’ordine, addirittura essere stati nell’impossibilità di portare a termine il compito. O magari potrebbe aver non sorriso affatto e quindi aver io immaginato di vedere un sorriso, sia perché la mia mente voleva a tutti i costi vedere un sorriso, sia perché i miei occhi mi hanno ingannato e hanno rilevato come un sorriso una assenza di sorriso o forse anche una severa espressione di biasimo. Domanda complessa, mi rispose. Articolata in un insieme di domande più interne, alla stregua di una matrioska russa, tra loro interconnesse, ognuna delle quali ha in sé la capacità di generare una sterminata serie di riflessioni, di meditazioni e di risposte per esprimere compiutamente le quali non basterebbero tutto il tempo dell’esistenza umana e tutti i libri che potrebbero essere scritti da tutti i saggi dell’umanità in tutta la storia dell’umanità stessa. Proprio il fatto che tu l’abbia così articolata suggerisce varie ipotesi, dalla tua non consapevolezza della complessità della domanda al desidero inconscio di accorpare insieme questioni che tu sai bene essere complesse al fine di generare una crescita esponenziale della complessità della domanda formulata, col fine di mettermi volontariamente in difficoltà o forse solamente per desiderio di avere una risposta unica e onnicomprensiva che risolva in una unica soluzione un insieme di temi tali da turbare il tuo animo tanto da farti desiderare di porre fine all’angoscia in una modalità totale e definitiva. Alla base della domanda c’è intanto da chiarire una questione preliminare, mi sottolineò, tu avverti l’esigenza che ci sia un Dio? E per facilitarmi la risposta mi chiarì meglio i termini della domanda. Perché se nella tua esistenza, nel tuo rapporto con la vita, con te stesso, con gli altri uomini, con gli animali, con la natura e l’universo intero non percepisci la necessità che ad articolare il tutto, l’armonia dell’universo ma anche le discordanze, le ingiustizie e le sofferenze, ci sia un Dio, la tua domanda è priva di significato, evidenzia che hai già a monte valutato la non necessità dell’esistenza di una causa prima, un motore primo, per legittimare il mondo, oppure che assegni puramente alla casualità la sua esistenza, le sue manifestazioni, le sue dinamiche, le sue leggi, le sue gioie e i suoi dolori. In tal caso potremmo probabilmente chiudere qui la questione, a meno di non dirottarla su altri binari concettuali e dialettici. Se al contrario avverti l’esigenza che ci sia un Dio, siamo su un versante nel quale la tua domanda è legittima e correttamente posta, sebbene complessa. Devo confessare che alla base della mia domanda, che non voleva assolutamente essere provocatoria né mettere in difficoltà l’interlocutore, non avevo ben chiara una premessa di questo genere, né me l’ero posta esplicitamente in essere, forse ritenevo implicitamente che il concetto rientrasse nella domanda formulata, ma trovai legittima la sua osservazione, benché di non banale risposta. La verità, risposi, è che se io adopero la razionalità di cui sono provvisto sono incline ad assegnare esclusivamente al caso l’esistenza dell’universo, dell’umanità e delle sue piccole e grandi manifestazioni di bellezza e di orrore, non mancando peraltro di individuare nell’umanità stessa, nell’esplicarsi della sua storia e della sua genialità, l’origine di molta bellezza e di tanto orrore. Ma se metto da parte la razionalità, cosa non agevole a farsi, mi sforzo di anteporre ad essa la non-ragione, il sentimento, il cuore, l’amore, l’affetto, l’istinto, l’irrazionale e l’oltre-ragione, trovo quasi utile, appropriato, giustificabile, necessario, confortante e rasserenante ipotizzare l’opportunità che ci sia un Dio, che comunque insieme a tanti meriti ed elogi raccoglierebbe anche qualche rimprovero o almeno qualche richiamo ad una maggiore attenzione. Ancora una volta, ma ovviamente vale quanto ho già osservato, mi sembrò di cogliere un sorriso. Commentò la mia risposta notando che se l’aspettava, come fosse un classico, seppure con una miriade di sfumature, operare una distinzione tra ragione e non-ragione, riconoscendo tuttavia come fosse legittima e adeguatamente posta, non un mero tentativo di dribblare la sua domanda. Dopo questa premessa, aggiunse, possiamo meglio affrontare la tua domanda, procedendo con ordine e in maniera ridotta all’essenziale. La prima parte della domanda riguarda come credere in Dio, disse, ma a questo hai già fondamentalmente dato tu la risposta, la quale non può non essere che mettendo da parte la ragione, non c’è altra strada, altra possibilità. Anche la tua giustificazione in termini sostanzialmente utilitaristici, continuò, il tuo riferimento a meriti, elogi, rimproveri e richiami, sui quali forse è opportuno sorvolare, non è altro che espressione dell’esercizio della tua ragione, quindi come tale non applicabile. La ragione, cardine e motore di tanto umano agire, non trova applicazione in questo contesto specifico, non porta alla soluzione. La seconda parte della domanda è come credere in quello che Dio ha rivelato. Conosci intanto, volle precisare, tutto quello che Dio ha rivelato? Ripercorsi mentalmente e rapidamente quelle che erano le mie conoscenze nel ramo e dovetti ammettere, prima a me stesso e poi a lui, che in fondo le mie conoscenze erano piuttosto superficiali e lacunose, ma pur tuttavia, asserii, abbastanza sostanziali. Sembrò dubitare della seconda parte della mia affermazione, ma evidentemente non volle approfondire la cosa, perché entrò direttamente nel merito della domanda. Gli attributi di Dio sono molteplici, disse, anzi, sostenne, Dio è un tutt’uno con i suoi attributi e credere in Dio significa credere nei suoi attributi. Tra questi infiniti attributi c’è la verità. Dio è verità. Dunque, quello che Dio ha rivelato è verità per definizione. Diversa è però la questione, continuò, della codifica e del registro linguistico della sua rivelazione, dei canali di trasmissione utilizzati, dei canali di ricezione disponibili e dei riceventi stessi, i destinatari della rivelazione. Qui entriamo in un terreno spinoso e delicato, dovette ammettere, che ha implicazioni tecniche, sociali, psicologiche, comportamentali, geografiche e storiche, derivate ovviamente dalla necessità di conciliare la trascendenza di Dio con l’immanenza dell’umanità. Non essendo certo praticabile elevare l’immanenza umana al livello della trascendenza divina, Dio ha ritenuto opportuno adattare la sua rivelazione al livello umano, scegliendo di volta in volta, nelle varie epoche storiche dell’umanità e nei confronti dei diversi popoli che la costituiscono, ognuno con i suoi contesti sociali e comportamentali, organizzazioni e conoscenze, tecnologie e spiritualità, le modalità più adeguate affinché la rivelazione risultasse percorribile, adeguata, percepibile e comprensibile. Si è avvalso della comunicazione orale e di quella scritta, dell’esempio e della parola, delle parabole e dei profeti, dei santi e dei martiri, dello stupore e dei miracoli, dei dotti e dei semplici, delle pressioni e delle persuasioni, degli apostoli e di suo Figlio, dei monaci e della Chiesa, degli eremiti e dei sobillatori di folle. Ha cercato di raggiungere tutte le genti e tutti gli angoli della terra, ogni regione, ogni città e ogni individuo, donne e uomini, vecchi e bambini. Ma gli ostacoli e gli inconvenienti sono stati e sono tanti, innumerevoli e diversi, per cui la rivelazione è risultata spesso disuniforme, incompleta, poco comprensibile e addirittura ambigua, inoltre la sua stessa interpretazione da parte degli uomini e delle società ha comportato spesso errori, manipolazioni, dogmatismi e superficialità, discussioni e conflitti, guerre e morte, concili e scismi, per non parlare poi di coloro i quali non hanno nemmeno accettato la rivelazione, ritenendola falsa, inutile, poco allettante, limitante, non conveniente rispetto ai propri interessi o rispetto ad altre rivelazioni, altre prospettive, altre promesse. Durante questo discorso, mi parve mostrare grande fatica e sofferenza, quasi come se l’argomento lo addolorasse e lo coinvolgesse particolarmente. Ma forse fu solo la mia percezione ingannevole e fugace. Dopo un istante di pausa, affrontò la parte finale della mia domanda, come credere a quello che la Chiesa ci indica di ritenere vero. La Chiesa, disse, è stata voluta da Dio come emanazione di lui stesso, Dio è un tutt’uno con la sua Chiesa e credere in Dio significa credere nella Chiesa. È tra le principali modalità da lui scelte per la trasmissione della sua rivelazione, per la condivisione della rivelazione, per la vita in accordo con la rivelazione. Ad un tempo concetto e organizzazione, calata nel mondo e vivente nel mondo, nelle sue epoche e nelle sue società, si è evoluta, adattata, organizzata, strutturata, modificata, estesa, ramificata e diffusa. Credere a quello che la Chiesa ci indica di ritenere vero è credere in Dio stesso e nella sua rivelazione. Ma la Chiesa è comunque costituita, nella sua proiezione nell’immanenza, da uomini, da individui con le loro grandezze e le loro debolezze, le loro meschinità e le loro ambizioni, la loro santità e la loro empietà, il loro bene e il loro male, la loro capacità o meno di comprendere essi stessi la rivelazione, di interpretarla, di viverla e trasmetterla, di costituire esempio per gli altri uomini o di disonorare, distorcere, annullare e ostacolare la rivelazione, il disegno di Dio. Si interruppe. La risposta complessiva, nella sua articolazione e nei suoi snodi, mi piacque e mi appagò. Mi sentii più sereno. Tuttavia, andando con la mia mente indietro nel tempo, esaminando la mia vita fino a quel momento, dovetti ammettere di aver quasi sempre dato priorità alla ragione e solo in momenti di particolare felicità o di grande sofferenza e sconforto aver ceduto ai sentimenti, di non aver sempre concordato con i dettagli della rivelazione di Dio e neppure con la voce della Chiesa. Intanto notai che intorno a me tutto era diventato leggermene più scuro, almeno così appariva, ma probabilmente era solo la mia stanchezza o forse i miei occhi fallaci. Espressi il desiderio di conoscere come sintetizzare il credere in Dio, nella rivelazione e nelle verità della Chiesa, come predispormi, come poter riuscire, visto che non era possibile avvalermi della ragione.

Con la Fede, rispose. Dimmi, gli chiesi ancora, come posso fare a ritenere obiettivi della mia vita terrena e della mia felicità il regno dei cieli e la vita eterna? Non mi parve turbato dalla mia insistenza nel porgli domande, quasi come un bambino che rivolga incessanti domande ai suoi genitori sui perché delle cose, oppure se lo era non lo diede a vedere, forse per sua naturale inclinazione alla pazienza o perché magnanimo nei miei confronti. Intanto, rispose, la tua domanda contempla il credere all’esistenza di una vita eterna dopo la fine dell’esistenza terrena, inoltre che tale vita eterna sia possibile trascorrerla nel regno dei cieli, insieme a Dio e a quanti hanno creduto e perseguito tali obiettivi, anziché altrove, in altri regni e insieme a chi si è posto diversi obiettivi. Quindi rimanda necessariamente alla tua domanda precedente e alla mia relativa risposta, richiede il presupposto di credere in Dio, nella sua rivelazione e nelle verità della Chiesa. Ciò detto, la rivelazione di Dio, sorprendente e sublime nel suo insieme, ha in sé stessa un elemento pregnante e rivoluzionario, la possibilità cioè che ogni uomo, pur consapevole della rivelazione, possa liberamente scegliere se orientare verso di essa il suo agire, i suoi fini, le sue soddisfazioni, i suoi piaceri, la sua felicità e il suo pensiero, oppure perseguire altre strade e altri piaceri. Il libero arbitrio dell’uomo gli concede un potere immenso, di difficile gestione ed alta responsabilità individuale, da adoperare con grande cautela e con attenta ponderazione. Anche perché la concorrenza posta alla rivelazione di Dio, ovviamente di per sé stessa incommensurabilmente banale ed effimera, è ricca e agguerrita. La vita terrena offre all’uomo la possibilità di perseguire una molteplicità di obiettivi per realizzare la sua felicità e la sua soddisfazione, senza minimamente preoccuparsi della vita eterna, anzi negandola e sconfessandola: la ricchezza, il potere, la conoscenza fine a se stessa, l’avidità, l’egoismo, la lussuria, la gola, la pigrizia, l’odio e l’intolleranza, per non citarne che solamente alcuni. Obiettivi grandi e piccoli, diversificati, adattabili ad ogni singolo uomo e ad ogni specifica debolezza, subdoli, fluidi, malleabili, pervasivi. Ma anche la vita eterna, per coloro i quali decidono di perseguirla, ha altre alternative rispetto alla rivelazione di Dio, che si riflettono peraltro in specifici obiettivi della vita terrena, configurandosi in manifestazioni a volte più concrete e meno spirituali che la contemplazione di Dio e dei beati nel regno dei cieli. Perciò, continuò, grande forza e grande volontà è richiesta all’uomo per orientare il suo arbitrio verso la rivelazione di Dio e verso la sua promessa del regno dei cieli nella vita eterna, grande perseveranza e grande fiducia. Le sue parole mi facevano sentire ancora più inadeguato, piccolo e impotente, anche se nello stesso tempo assolvevano in parte la mia vita passata. Come avrei potuto e come ancora potevo io, nella limitatezza delle mie capacità e della mia volontà, avere la forza di esercitare al meglio il mio libero arbitro, indirizzarlo verso la rivelazione di Dio, pormi come obiettivi perseguibili la vita eterna e il regno dei cieli, respingendo le lusinghe della ricchezza, del potere, della conoscenza e di tutto ciò che sembra essere allettante per condurre una vita terrena piena, completa e soddisfacente? Nello sgomento di queste mie riflessioni, devo aver manifestato i miei interrogativi interiori in maniera evidente, seppur non verbalmente. Quindi, mentre intorno a me l’oscurità aumentava sensibilmente, in maniera tale da non poterne più attribuire la causa alla mia stanchezza o ai miei occhi, men che meno al calare della notte, aggiunse che naturalmente era possibile sempre grazie alla Fede, ma insieme con la forza della Speranza.

Dimmi un’ultima cosa, gli dissi, al fine di poter perseguire tali elevati obiettivi, come posso riuscire ad amare Dio sopra ogni cosa e il mio prossimo come me stesso per amore di Dio? Questa volta non riuscii a percepire alcuna sua reazione esteriore alle mie parole, forse per la sua stessa assenza o per l’oscurità che calava. L’amore di Dio, rispose, è talmente pieno, completo e gratificante che ogni altro amore, indirizzato verso ogni altra persona o cosa al mondo, vivente o non vivente, terrena o ultraterrena, è infinitamente inferiore, piccolo, insignificante, effimero. L’amore di Dio riempie l’animo, il cuore, la mente, rende onnipotenti, incorruttibili, invincibili, annulla il timore della morte e della sofferenza, banalizza ogni altra gratificazione possibile e immaginabile. Amare Dio non si esaurisce però nell’indirizzare esclusivamente verso di lui le nostre attenzioni, il nostro amore, perché Dio coincide con l’universo intero, con la natura del creato, con la vita del creato, con l’umanità intera. Quindi amare Dio implica amare sé stessi ed il resto dell’universo, amare soprattutto l’umanità nella sua globalità, il proprio prossimo come sé stessi e come Dio stesso, per conto e per amore di Dio. Mi sembra giusto, pensai. E ancora una volta mi rimproverai per la vita che avevo trascorso fino ad allora. Sentivo tuttavia una grande pace dentro di me. Ma intorno a me la notte era ormai calata. Ritenni importante farmi chiarire più esplicitamente la via per riuscire compiutamente ad amare il mio prossimo come me stesso per amore di Dio. Alla potenza delle Fede e alla forza della Speranza, rispose, va unita la tenacia della Carità. Ora tutto mi appariva chiaro e lampante. La Fede, la Speranza e la Carità. Indubbiamente, la riflessione su quanto nella mia vita avessi agito in conformità a tutto il discorso generale che mi era stato fatto mi portava a constatare che le basi c’erano, ma delle ampie pecche era possibile rintracciarle. Mi rammaricai che ci fossero. Mi ripromisi di agire per il futuro in modo tale da colmare queste lacune. Ormai tutto era buio, ma sentivo dentro di me una grande calma, una luce calda. Innegabilmente mi erano state fornite delle risposte esaustive, il mio interlocutore aveva mostrato grande competenza, grande autorità e infinita pazienza. Cercai di capire chi fosse, ma senza successo. Né osavo chiederlo. Ma ebbi infine un’intuizione. Certo, questo spiegava tutto. Tu sei Dio, dissi. Questa volta sono sicuro che sorridesse, anche se non mi era possibile vederlo. Sì, rispose, sono Dio, ti sono vicino. Mi mise una mano su una spalla e mi accostò a lui. E insieme ci incamminammo.

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