La leggerezza

Una escursione nella mente. (Nella foto Studio di volti, frammento di Leonardo da Vinci per la Battaglia di Anghiari)

Era un martedì mattina. Un giorno assolutamente uguale a tanti altri, tanto che se non avessi segnato sul calendario la solita X sul giorno del mese a seguire della lista delle X che già era stata tracciata nei giorni precedenti, con grande accuratezza del segno, del medesimo colore e con la solita penna posta sul ripiano del mobiletto proprio sotto il calendario, in un portacenere di vetro mai usato di forma ovale collocato su un centrino ricamato a mano di colore bianco avorio, non avrei potuto altrimenti dedurre che si trattasse effettivamente di un martedì. Che fosse mattina era d’altra parte chiaro dalla luce del giorno che filtrava dalle finestre con le imposte accostate, ma tuttavia sufficientemente dischiuse in maniera da non impedire alla luce di diffondersi nell’ambiente. L’ora era un po’ incerta, ma mi fu facile conoscerla accendendo il televisore, sintonizzato come sempre sullo stesso canale e privo naturalmente di audio, essendo per me più gradevole guardare i programmi senza ascoltare le voci e i rumori del sonoro, peraltro spesso inutili e confusi rispetto alla esplicita chiarezza e purezza delle immagini e dei video trasmessi, dove era in corso il telegiornale e nell’angolo in basso a destra chiaramente visibile l’orario, esattamente le 09:32:41. Mi recai in bagno dove feci una doccia accurata, che però non mi occupò più di una decina di minuti, dopo di che tornai in camera da letto per vestirmi. Scelsi un pantalone di cotone blu scuro, calze dello stesso colore e tonalità, una polo bianca con l’orlo del colletto anch’esso di colore blu scuro, dato che eravamo ormai a giugno inoltrato, come mi aveva confermato il calendario, con una gradevole temperatura che si protraeva da diversi giorni, anche se non avrei saputo con certezza dire da quanti esattamente. In cucina presi del latte freddo dal frigorifero, un plumcake da una confezione acquistata tempo addietro al supermercato, sempre il solito situato lungo lo stesso isolato a non più di una cinquantina di metri, ben fornito, luminoso e ben organizzato, oltre alla pillola che quotidianamente dovevo ingerire per dei disturbi che in quel momento mi sfuggivano ma che il dottore presso il quale mi ero recato alcuni giorni prima, forse un mese prima o addirittura qualche mese prima, mi aveva prescritto, raccomandandomi di ingerirla quotidianamente dopo colazione. Seduto al tavolo di cucina mangiai con calma il plumcake, bevvi con grande piacere da una tazza da the il latte freddo e inghiottii la pillola, seguita da un ultimo sorso del latte freddo ancora rimasto nella tazza. Soddisfatto, tornai nel soggiorno e mi sedetti alla mia solita sedia collocata di fronte al televisore, a circa tre metri di distanza, da me di gran lunga preferita rispetto al divano sia per la minore distanza che per la comodità di una corretta postura. Era in corso l’edizione regionale del telegiornale. Le immagini riportavano un assembramento di lavoratori presso i cancelli di una azienda locale, con grande agitazione tutt’intorno, molti poliziotti e carabinieri, un’intervista ad alcuni lavoratori da parte di un giornalista, quindi il ritorno in studio per un paio di minuti, ancora immagini di un boschetto che riconobbi essere a pochi chilometri da casa mia, con panoramica su un percorso da jogging e una serie di dettagli su quello che evidentemente doveva essere il corpo di qualcuno, coperto da un telo giallo, situato in un anfratto erboso a qualche metro dal percorso, seguite ancora da alcuni minuti di esposizione del giornalista in studio, dopo di che seguivano immagini di una partita di calcio tra due squadre, una in completo bianco e l’altra con maglietta arancione e pantaloncini blu, delle quali non seppi riconoscere né il nome né la provenienza, cosa abbastanza naturale visto che non amo particolarmente lo sport e quindi non sono addentro ai dettagli delle sue manifestazioni competitive. Spensi il televisore. Non avendo niente di meglio da fare, presi una decisione e mi accinsi ad uscire di casa. Mi avviai verso la porta dell’appartamento, l’aprii, me la tirai semplicemente alle spalle, camminai fino all’ascensore che era già al piano, un quarto piano, scesi nell’ingresso del palazzo, mi diressi verso il portone di uscita e mi ritrovai sul marciapiede della strada. Era davvero una bella giornata. Avrei potuto fare una passeggiata, dirigermi verso la piazza centrale, andare al supermercato, recarmi presso il più vicino centro commerciale oppure sedermi su una qualsiasi panchina ad osservare i passanti, ma ormai avevo preso una diversa decisione e mi avviai con passo deciso lungo la strada, verso destra rispetto al portone del palazzo. Dopo un centinaio di metri svoltai a destra e proseguii verso il primo incrocio, per poi girare a sinistra e continuare verso la piazzetta, la superai e percorsi alcuni isolati di strada prima di fermarmi davanti al grande portone sulla destra. Appena qualche secondo, non certo di indecisione o per riflettere meglio sul da farsi oppure per raccogliere le idee, ma per calmare il respiro dopo la camminata, quindi entrai determinato nella caserma dei carabinieri. Al carabiniere di guardia dissi semplicemente che ero entrato per assumermi le mie responsabilità e confessare il delitto che avevo commesso, aspettando pertanto con grande serenità il castigo che mi sarebbe stato attribuito. Forse non aveva un udito perfetto o qualcosa nella mia dichiarazione doveva essergli sfuggito, perché assunse una espressione perplessa e mi chiese di ripetere. A scanso di equivoci, ripetei esattamente la frase che avevo un istante prima formulato, ma con un tono di voce più elevato e con maggiore lentezza. Questa volta dovette aver compreso il tutto, perché continuando a guardarmi prese dalla cintura una radio trasmittente e chiese del suo superiore, per poi pregarlo di venire nell’ingresso perché c’era un’emergenza. Usò esattamente questa parola, cosa che mi sorprese, in quanto non mi sembrava ci fosse alcuna emergenza in corso né io gli avevo messo alcuna fretta, evidentemente però la parola fu appropriatamente usata perché quasi immediatamente vidi arrivare un altro carabiniere, sicuramente il superiore del primo, che si presentò e cortesemente mi chiese cosa desiderassi. Ancora una volta ripetei la frase che già avevo formulato due volte, provocando in lui una espressione allarmata, a mio parere del tutto ingiustificata, dopo di che mi chiese di seguirlo, coinvolgendo nel gruppo anche il carabiniere di guardia, quindi tutti insieme ci avviammo verso un corridoio che si apriva sulla sinistra dell’ingresso, fino ad entrare in una stanza dove mi invitò a sedere su una delle sedie poste intorno ad un tavolo centrale che costituiva l’unico mobilio della stanza. Si sedette anche lui e ordinò al suo sottoposto di andare a prendere un computer per verbalizzare la mia deposizione, provvedendo inoltre alla sua sostituzione a guardia dell’ingresso alla caserma, iniziativa che ritenni opportuna, mentre intanto prendeva un taccuino  e una penna da una tasca. Quando tutto fu pronto mi fissò e mi chiese di nuovo di ripetere quanto gli avevo già detto. Pazientemente, non avendo peraltro fretta alcuna, gli ripetei la solita frase, usando questa volta dei cambiamenti nelle pause e nella cadenza per inserire almeno una variante. Mi chiese se mi riferissi al cadavere della donna rinvenuta nel bosco il pomeriggio prima. Naturalmente assentii. La sua seconda domanda fu la richiesta di conferma che per arma del delitto avessi usato il robusto ramo rinvenuto vicino al cadavere. Ovviamente confermai la cosa. Mi invitò allora a fornire una descrizione accurata delle modalità con le quali era avvenuto il delitto. Non mi sembrò una domanda particolarmente difficile, pertanto spiegai che stavo facendo una passeggiata nel boschetto, chiarendo che il termine era più adeguato di bosco data la sua limitata estensione, seguendo il percorso da jogging. Avevo raccolto il ramo da lui citato proprio accanto al viottolo e lo stavo usando come bastone, non perché mi servisse effettivamente un sostegno, ma mi era parso che la cosa desse un carattere di maggiore solennità alla mia passeggiata, quando mi aveva raggiunto la donna procedendo di corsa a ritmo sostenuto. Altri sportivi mi avevano in precedenza raggiunto e sorpassato, curvandomi intorno, non particolarmente infastiditi dal fatto che io camminassi lungo il percorso da jogging. La donna invece si era fermata di fronte a me, impedendomi di proseguire, continuando però a saltellare sui piedi, evidentemente per non perdere il ritmo, investendomi con una serie interminabile di parole delle quali all’inizio non avevo percepito tanto il senso quanto piuttosto l’asprezza, ma che poi a fatica avevo realizzato essere un severo rimprovero riguardo alla circostanza che io procedessi camminando lungo il percorso da jogging anziché di lato, in maniera da non ostacolare coloro i quali andassero di corsa, utenti specifici del percorso. Non appena compreso il senso del suo inveire avevo cercato di scusarmi per aver intralciato la sua corsa, incontrando però difficoltà nell’inserirmi nel fiume incessante di parole di cui sembrava che il suo discorso avesse bisogno, mentre avevo notato come il suo viso e i suoi occhi denotassero sentimenti di ira, fastidio e disprezzo che francamente mi erano apparsi se non fuori luogo almeno eccessivi. Il suo ininterrotto saltellare aveva d’altra parte l’effetto di provocare una sorta di martellamento nel mio cervello che, associato al flusso verbale, avevano creato come una bolla intorno al mio e al suo corpo, suscitandomi un senso di isolamento e di vuoto dal quale desideravo uscire al più presto. Avevo tentato più volte inutilmente di intrufolare le mie scuse nel suo inarrestabile soliloquio, col risultato evidentemente di apparire agli occhi della donna ostinatamente indifferente ai suoi rimproveri, perché lei aveva accentuato il tono e iniziato anche a roteare le braccia e le mani per rafforzare le sue tesi. Il fastidio alle orecchie, il martellamento al cervello, la vista dei movimenti convulsi davanti ai miei occhi, tradotti nella mia mente come immagini psichedeliche, il senso di oppressione e di asfissia, mi avevano indotto a desiderare che l’orrore terminasse al più presto e senza ormai speranza alcuna nell’efficacia dei mie tentativi di scusa mi ero deciso infine a colpirla alla testa col bastone. Era stata come una liberazione, una boccata d’aria salutare, un recupero delle funzioni vitali. Improvvisamente tutto era tornato normale e silenzioso, la mia vista e il mio udito erano ridiventati regolari e la bolla era esplosa. Il corpo della donna si era per un attimo congelato in una posizione innaturale, con gli occhi spalancati ancora pieni di biasimo e assolutamente privi di dolcezza, per poi crollare pesantemente a terra. Finalmente in pace, mi era sembrato opportuno spostare il corpo in un anfratto erboso a qualche metro dal percorso, dopo di che avevo ripreso la mia passeggiata. E questa era la ricostruzione esatta dell’accaduto. Il sottufficiale parve soddisfatto del mio racconto, durante il quale non mi aveva mai interrotto e aveva preso solo qualche rapido appunto, dopo di che mi chiese ancora di chiarirgli se fossi stato io a prendere alla donna un braccialetto, regalo di suo marito, dal quale pareva non si separasse mai, realizzato in oro bianco con una serie alternata di sferette d’oro bianche e gialle, provvisto di un ciondolo in oro bianco a forma di ragnatela stilizzata.  Risposi naturalmente di no. A questo punto il sottufficiale ordinò all’altro carabiniere di andare a chiamare il capitano. Nell’attesa continuò a guardarmi senza parlare, tamburellando con la mano destra sul tavolo. Da parte mia, non avevo difficoltà alcuna a sostenere il suo sguardo, anzi notai che un suo occhio era leggermente più chiuso dell’altro e di una tonalità lievemente più chiara. Arrivò il capitano, almeno dedussi il suo grado dall’ordine che era stato impartito, si sedette al posto lasciato libero dal carabiniere che era andato a chiamarlo, che restò invece rispettosamente in piedi, quindi mi fu chiesto di ripetere quanto avevo finora dichiarato. Devo dire che me l’aspettavo, ritenni la cosa del tutto normale e necessaria, quindi impassibile e senza esitazione alcuna iniziai a ripetere per filo e per segno tutto il racconto, per fortuna ho una buona memoria, mentre nel frattempo guardavo il capitano e cercavo di capire in che modo operasse e quanta cura dovesse costargli il tenere la sua barba così perfetta. Durante il resoconto il capitano non fece nessun commento, salvo diventare progressivamente più serio e profondo man mano che io parlavo. Terminato il racconto, il capitano, il suo sottufficiale e il carabiniere semplice parvero soddisfatti e non mi rivolsero nessuna ulteriore domanda. Il sottufficiale ordinò al carabiniere di andare a stampare la deposizione in duplice copia e di tornare con le stampe. L’attesa fu breve, nel più assoluto silenzio, che ingannai riflettendo su cosa potesse accumunare una barba perfettamente curata e un occhio leggermente chiuso e più chiaro dell’altro, perché qualche nesso doveva pur esserci, dato che entrambi i soggetti provvisti di tali particolarità erano carabinieri, ma per quanto mi sforzassi non riuscii a trovarlo, con un certo rammarico. Il sottufficiale mi porse una delle copie stampate, invitandomi a leggerla attentamente, per poi firmarle entrambe se il contenuto corrispondesse esattamente a quanto da me dichiarato. Mi parve del tutto naturale e corretta una simile procedura, quindi mi accinsi con grande responsabilità a leggere il verbale. Constatai quanta cura fosse stata posta nel redigerlo e nel riportare fedelmente le mie parole, le domande e le risposte, non potendo fare a meno di ammirare l’abilità del carabiniere nel verbalizzare al computer. Arrivato in fondo, non potei tuttavia esimermi dal far notare come tra la fine di una frase e l’inizio della successiva, con la prima parola che correttamente iniziava con una lettera maiuscola, mancasse un punto. Dietro mia indicazione il capitano e il sottufficiale rintracciarono le frasi incriminate, si consultarono e convennero che effettivamente il punto fosse necessario, indirizzarono uno sguardo di rimprovero all’altro carabiniere che, costernato, provvide immediatamente a colmare la lacuna su entrambi i verbali con la penna ad inchiostro nero che mi era stata consegnata per la firma. Rientrato in possesso della penna, firmai diligentemente, apponendo prima il nome e poi il cognome, come mi è sempre stato consigliato di fare, non perché sia sbagliato il contrario, ma per inserire nell’atto un tratto di informalità che costituisca un bilanciamento all’ufficialità sempre insita nella esigenza di aggiungere una firma su un documento. A questo punto consultai l’orologio su una delle pareti della stanza e vidi che mancavano circa dieci minuti alle due del pomeriggio, ritenni quindi che la mattinata fosse stata adeguatamente impiegata, mi alzai e chiesi il permesso di andarmene, sottolineando che ormai era già ora di pranzo da un pezzo. La mia richiesta sorprese evidentemente i tre carabinieri, i quali prima fecero una faccia stupita e poi si guardarono tra di loro, senza proferire parola, conclusi perciò che ormai la questione fosse chiusa e mi diressi verso la porta, trovandola però prontamente sbarrata dal carabiniere rimasto in piedi. Il sottufficiale mi ordinò di sedermi di nuovo, la qual cosa mi irritò molto, non tanto per la semantica della frase, che pur contrastava con la mia decisione, ma per il tono, che giudicai irrispettoso visto che io non ero certamente un suo sottoposto. Per evitare ulteriori discussioni in merito, tornai comunque al mio posto e mi sedetti di nuovo, chiedendo spiegazioni. Il sottufficiale, con voce visibilmente alterata e niente affatto conciliante mi chiese se mi rendessi conto della situazione, del fatto che avevo appena confessato un brutale omicidio assumendomene la piena responsabilità con una dettagliata deposizione debitamente controfirmata. A mia volta sorpreso, convenni con lui in riferimento alla confessione, alle responsabilità che mi ero assunto, alla modalità dettagliata della deposizione e alla firma apposta, ma negai fermamente di aver commesso alcun crimine, dato che le azioni da me compiute non potevano certo configurarsi come crimine, ben altri erano i crimini, al massimo mi si poteva accusare di leggerezza, questa forse poteva essere il massimo della contestazione da muovermi e sulla quale potevo convenire. Si alzò in piedi, si curvò verso di me con la faccia stravolta, accentuata dalla differenza nella chiusura degli occhi, e mi urlò in faccia che io avevo commesso un omicidio. Io ribadii con calma, niente affatto intimorito dal suo tono e dalla sua gestualità, avendo ben chiari i limiti delle mie responsabilità, che in verità non avevo commesso nessun omicidio. Questa volta parve sospeso un attimo tra l’aggressione fisica verso di me e la perdita di equilibrio, cosa sulla quale stavo accingendomi a formulare una scommessa ma, prima che potessi farlo, ricadde sulla sedia costernato. Il capitano intervenne, chiedendomi di spiegarmi meglio. Mi parve un intervento degno del suo grado. Spiegai che quella mattina, come tutte le mattine e tutti i giorni, non avevo degli impegni precisi e per occupare la mattinata avevo preso la decisione, a questo punto rivelatisi una leggerezza, di recarmi presso la caserma per assumermi la responsabilità di un delitto del quale avevo visto le immagini al telegiornale regionale del mattino, precisando che erano appunto solo le immagini visto che non amavo ascoltare le voci. Il capitano rimase quasi scioccato nell’ascoltare le mie parole e praticamente balbettante fece rilevare che io ero praticamente al corrente di tanti dettagli da confermare come fossi il responsabile dell’omicidio e da rendere non credibile la mia recente presa di posizione. Negai decisamente la cosa, ribadendo che tutto quello che avevo dichiarato, leggerezza della quale ora soltanto avvertivo la piena gravità e della quale chiedevo umilmente scusa, parzialmente giustificabile solo alla luce della mia totale assenza di impegni nella mattinata, era frutto delle immagini viste al telegiornale regionale del mattino, dei ragguagli da loro stessi fornitomi e della mia fantasia, sufficientemente fervida da avermi permesso di amalgamare il tutto in una storia la cui credibilità non potevo certamente negare e della quale comunque un pizzico orgoglioso lo ero. L’accenno ai ragguagli da loro fornitomi parve colpirlo in maniera più accentuata di quanto avrebbe potuto fare un colpo di pistola, perché rimase a bocca aperta e non riusciva ad articolare alcuna parola. Intervenne il sottufficiale, che aveva nel frattempo ripreso la padronanza di sé ed era rimasto perplesso alle mie ultime parole, chiedendomi insistentemente di quali ragguagli stessi parlando. Con grande tranquillità, misurando accuratamente le parole, dissi che all’uscita di casa non sapevo assolutamente che l’omicidio fosse stato commesso il pomeriggio prima, né che si trattasse di una donna, visto che le immagini trasmesse al telegiornale riportavano solo le fasi del rinvenimento del cadavere, peraltro coperto da un telo giallo e del tutto invisibile, permettendo solo di distinguere il boschetto, la pista da jogging e il luogo esatto del rinvenimento. Riguardo poi all’arma del delitto, non ne avevo la minima idea prima che loro stessi mi riferissero che si trattava di un robusto ramo rinvenuto vicino al cadavere. In merito al braccialetto di proprietà della donna e non rinvenuto al suo braccio, era evidentemente un dettaglio per me impossibile da conoscere, appreso appunto da loro durante l’interrogatorio. Le mie parole dovettero probabilmente risultare sconcertanti, perché dopo qualche attimo di esitazione il capitano e il sottufficiale si misero a leggere attentamente il verbale, una copia ciascuno, mentre io ingannavo il tempo riguardandomi il pantalone, la polo e le calze, insieme di cui ero pienamente soddisfatto dell’accoppiamento, sebbene lo stesso non potessi dire delle scarpe, in quanto la scelta delle scarpe sportive di colore rosso che avevo fatto in mattinata continuava a non convincermi del tutto e costituiva per me motivo di estremo disappunto, a maggior ragione rispetto all’elegante e perfetto accoppiamento delle divise dei carabinieri. Terminata la lettura, dopo avermi entrambi severamente guardato, il capitano rivolse un cenno di intesa al sottufficiale e, dopo aver ordinato al carabiniere in piedi di sorvegliarmi attentamente, cosa che trovai comprensibile ma eccessiva poiché non ritenevo certo di costituire un pericolo, si alzarono e uscirono entrambi dalla stanza. Rimasero fuori circa mezz’ora, un tempo che mi sembrò francamente eccessivo e che impiegai in parte riflettendo ancora sulle possibilità che c’erano sul fatto che l’abbinamento delle scarpe con il resto dell’abbigliamento potesse reggere, in parte fissando il carabiniere rimasto, cercando di cogliere in lui qualcosa che, associato alle caratteristiche degli occhi del sottufficiale e alla barba curata del capitano, ne giustificasse la comune appartenenza all’arma dei carabinieri. Al loro rientro, rimasero in piedi. Il capitano mi chiese di alzarmi a mia volta e con gesto plateale strappò in più parti le due copie del verbale che era stato redatto e consegnò i frammenti al carabiniere semplice, quindi mi disse che dall’accurato esame del verbale ormai carta straccia e da una specifica riunione che avevano fatto insieme al comandante della caserma erano giunti alla conclusione che ero del tutto estraneo all’omicidio commesso, avevo compiuto comunque un gesto deplorevole oltre che suscettibile di infrazione amministrativa e penale. Ritenevano però che data la situazione, la mia evidente incapacità di valutare pienamente la gravità del mio atto e la mia palese inclinazione ad avere comportamenti al di fuori della normalità, era da parte loro doveroso chiudere un occhio quindi fare come se niente fosse successo, come se non fossi neanche arrivato in caserma. Mi invitavano tuttavia a consultare un medico affinché esaminasse la mia condizione fisica e mentale, prescrivendo le cure più idonee al mio stato. Rimasi stupito dalle sue parole, non certo per la conclusione di riconoscere la mia innocenza, cosa della quale non dubitavo affatto, o per la decisione di fare come se niente fosse successo, a mio parere assolutamente condivisibile, né per il consiglio di consultare un medico, visto che già l’avevo fatto e mi era stata prescritta una specifica pillola, ma per l’accenno alla mia condizione fisica, cosa che mai avrei immaginato visto che ho sempre avuto cura del mio fisico e ritengo senza falsa modestia di essere in adeguata forma. Non mi fu però possibile replicare perché, senza aggiungere altro, il capitano e il sottufficiale si diressero verso la porta e uscirono dalla stanza, mentre il carabiniere semplice mi invitò bruscamente a seguirlo e mi accompagnò all’uscita della caserma, ordinandomi di ritornare a casa. Dopo una lieve esitazione, indeciso com’ero sull’opportunità di dare una dimostrazione della mia forma fisica, magari iniziando a saltellare su un piede solo o facendo delle flessioni, ritenni fosse ormai ora di mangiare qualcosa, mi girai e mi avviai a passo svelto verso casa, rifacendo il percorso esattamente inverso a quello fatto in mattinata. L’ascensore non era al piano terra, decisi quindi di salire le scale a piedi, anche per confermare a me stesso, visto che ormai non avevo spettatori, la qualità delle prestazioni del mio fisico. Entrai in casa, notando che non avevo assolutamente appetito, mentre iniziavo a sentire una certa spossatezza. Mi diressi in camera da letto, pensando a quanto era successo in mattinata. Sorrisi. Mi avvicinai al cassettone e mi chinai presso il piede anteriore sulla destra, lo spinsi leggermente verso sinistra e, dopo che sentii lo scatto familiare, lo girai in senso antiorario, rivelando la cavità all’interno. Presi il braccialetto d’oro bianco, ne ammirai la serie perfetta di sferette d’oro bianche e gialle, accarezzai la ragnatela del ciondolo, quindi me lo allacciai al braccio sinistro. Mi distesi dritto sul letto e rimasi a lungo a guardare il soffitto.

 

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