Il guardiano

Il racconto è un intreccio surreale di suggestioni platoniche, gotiche e kafkiane.  (Foto della scultura di Anna Chromy denominata la Pietà)

Se pensate che io sia finito lì davanti per caso siete assolutamente in errore. Certo, non era mia intenzione arrivarci, essendo ben diverso il fine della mia uscita mattutina, dettata più da ragioni pratiche e immediate che da desiderio di avventura. D’altra parte la linea di confine tra l’immanenza, la concretezza della realtà, e la trascendenza, l’immaterialità dell’avventura, non è certamente netta, spaziando dalle varie gradazioni del reale, dal più netto e consistente al più sfumato e ambiguo, alle molteplici sfumature dell’avventura, dalle timide trasgressioni più infantili ai confini estremi delle più rischiose sfide alla natura e all’intelletto. Esiste quindi in ogni atto di immanenza una percentuale di trascendenza e viceversa e le transizioni da una parte all’altra non seguono regole deterministiche, lineari, continue, ma manifestano un comportamento caotico, instabile, discontinuo, caratterizzato da una estrema sensibilità ad impercettibili variazioni delle condizioni iniziali. Succede quindi che in ogni azione, in ogni impresa ed iniziativa, pur in presenza di una elevatissima componente di immanenza a fronte di una percentuale irrisoria di trascendenza, un nucleo infinitesimo di immaterialità manifestatosi in maniera del tutto naturale, seppure imprevista, nell’ambito del nocciolo duro di concretezza venga amplificato dall’instabilità intrinseca nel processo fino a determinare una transizione repentina ad uno stato, ad una azione, in cui la componente di trascendenza diventa predominante ed infinitamente più significativa della componente di immanenza. È su questa base che trovo una spiegazione non certamente scientifica e rigorosamente provata, ma almeno plausibile, tale da rendere intellegibile il mutamento, la svolta radicale, intervenuta nell’obiettivo della mia uscita mattutina, passata in maniera brusca e del tutto imprevedibile da una esigenza contingente ad una circostanza che definire avventurosa è senz’altro limitativo, sconfinando appieno nei meandri fumosi, sottili ed ambigui della trascendenza. Non che con questo voglia negare l’idea stessa di casualità, lungi da me l’intenzione di mettere in discussione la percezione di casualità che in generale viene attribuita al verificarsi di eventi specifici, sarebbe come infrangere un idolo, un totem, una divinità al quale l’umanità intera è assuefatta da tempo immemorabile, non intendo quindi né tentare l’impresa, palesemente senza speranza, né insinuare semplicemente il dubbio, ma almeno mi sia lasciata la libertà di esprimere la mia personale spiegazione, non scientifica e non provata, della circostanza peculiare che mi ha visto come protagonista. Dunque, sono finito lì davanti per una transizione di stato del tipo caotico dall’iniziale intenzione della mia uscita all’esito finale che invece ha avuto. Direi a questo punto che sia del tutto irrilevante soffermarmi sullo specifico del proponimento iniziale che aveva motivato la mia uscita, anche se al momento mi sembrava assolutamente imbellente e rilevante, ma alla luce dello sviluppo successivo che la vicenda ha avuto assume i contorni di una banalità assoluta, tale da non meritare nemmeno un cenno di riferimento. Né avrebbe senso cercare di rintracciare il particolare evento, il nucleo infinitesimo di immaterialità, che ha dato inizio alla svolta, né tantomeno l’istante preciso del suo verificarsi, sia per la difficoltà  stessa dell’impresa sia per la sua irrisoria manifestazione in confronto all’estrema complessità e rilevanza delle sue conseguenze. Preferisco quindi concentrarmi sul luogo esatto nel quale mi sono alla fine trovato.

La grotta che avevo davanti si presentava come un buco nella parete rocciosa, verso il quale la parete stessa gradatamente confluiva. E dai miei piedi all’ingresso tutto un groviglio di massi e pietrisco di varie dimensioni, con una abbondante dose di muschio disseminato tra le superfici e rade macchie di erba e arbusti in alcuni anfratti tra le rocce. L’apertura presentava una forma che, seppure irregolare, ricordava una specie di stella, con la base orizzontale di un metro circa, la parete sinistra quasi verticale di lunghezza leggermente maggiore, sul metro e trenta circa, il lato superiore ancora di circa un metro, ma lievemente rialzato andando verso destra, la parete destra si apriva a formare un triangolo che si incuneava ancora verso destra per circa mezzo metro. L’insieme dava l’impressione di essere sì naturale, ma che magari un intervento umano ci fosse stato millenni o forse decine di millenni prima per rendere l’ingresso un po’ più percorribile e aperto. Almeno questa era la sensazione che avevo. Devo confessare che le grotte, le caverne, pur esercitando su di me un indubbio fascino, dovuto probabilmente al retaggio della mia formazione neoplatonica che assegna ad esse una funzione altamente simbolica, seppur in termini negativi perché associate alla realtà del mondo dei sensi e quindi alla fonte dell’ignoranza, si prospettano alla mia mente come un ambiente fonte di oscurità, inganni e minacce,  direttamente proiettato verso i meandri più profondi della terra, fino a costituire l’anello di congiunzione col mondo dell’oltretomba. Ragion per cui, dopo l’iniziale sorpresa nel constatare la presenza della grotta, ero fortemente tentato ad allontanarmi rapidamente e recuperare l’obiettivo vero della mia uscita. Eppure, era come se la grotta irradiasse un campo attrattivo tale da bilanciare il mio intento di fuga e sfuggire al quale fosse impresa al di fuori delle mie possibilità, rimanevo quindi immobile a fissarne l’entrata. Era palesemente una situazione che richiamava alla mia memoria l’apologo dell’asino di Buridano, che poi non si sa con certezza se fosse o meno di Buridano, cosa che comunque al momento mi appariva irrilevante, il quale asino posto di fronte a due mucchi di fieno perfettamente uguali, una situazione pertanto assolutamente simmetrica, morì di fame non riuscendo a scegliere verso quale mucchio dirigersi. Volendo evitare di rimanere lì davanti per l’eternità e quindi fare la fine dell’asino, forzai la mia mente e il mio corpo a muovere i primi passi verso la grotta, accorgendomi immediatamente quanto non facile fosse il percorso, seppur di lunghezza limitata, a causa del pietrisco e dei massi disseminati tutt’intorno all’ingresso e agli strati di muschio scivoloso che ne ricoprivano parte delle superfici. Non avendo comunque fretta di raggiungere l’ingresso, la cosa non mi turbava certo più di tanto. Ho voluto sottolinearla per condividere pienamente la vicenda. Le dimensioni dell’apertura e l’oscurità totale della grotta, accentuata dal contrasto col bianco della roccia illuminata dal sole, confermavano la correttezza della mia ancestrale ritrosia alle grotte, ma ormai ero in ballo e curvandomi quanto necessario oltrepassai la soglia tra l’esterno e l’interno, tra la luce e il buio, tra il noto e l’ignoto.

Dopo qualche passo incerto, sforzandomi di abituare i miei occhi all’oscurità, mi accorsi gradualmente di quanto il buio non fosse in realtà totale, ma piuttosto una penombra accentuata che permetteva di distinguere parti dell’ambiente nel quale mi trovavo. Intanto, non c’era necessità di stare curvi in quanto la volta si era quasi immediatamente rialzata e anzi ormai non ne percepivo esattamente l’altezza. Era inoltre evidente quanto l’ambiente fosse ampio e di forma approssimativamente semicircolare, benché con superfici irregolari, con la parte lineare contigua all’ingresso, quindi ormai alle mie spalle, e la parte circolare ai lati e frontalmente, con un raggio di difficile calcolo esatto, ma che non era certamente inferiore a una decina di metri. Dopo aver mosso ancora qualche passo in avanti, tra i ciottoli che ne riempivano il pavimento, mi fu possibile intravedere la presenza ai lati della parte centrale del semicerchio, più o meno simmetricamente poste e a una distanza di non più di quattro metri circa tra loro, di due specie di nicchie, alte almeno un paio di metri, nettamente emergenti come macchie nere sulla parete, quasi come due enormi occhi. Dopo l’iniziale comprensibile perplessità e incertezza, mi indirizzai verso la nicchia di sinistra, devo ammettere senza un motivo particolare per la scelta, raggiungendone la soglia, larga più o meno un metro. Forzando gli occhi intravidi la parete finale, a circa due metri di distanza, notando inoltre la presenza alla base di qualcosa che sembrava a tutti gli effetti un buco nel terreno, un pozzo. Echi profondi delle mie letture di romanzi gotici assalirono la mia mente, richiamando altri pozzi, altri abissi, altri gorghi, altre tombe. Fui percorso da un tremito che mi gelò l’animo, ma riuscii a recuperare l’autocontrollo notando in un lampo di lucidità che il fatto stesso che ci fosse una sufficiente visibilità per averlo potuto individuare era indice di assenza di inganno e di un qualche deliberato tranello, tuttavia prudentemente mi chinai sulle ginocchia e mi misi a strisciare verso l’orlo del pozzo, per evitare di inciampare, perlustrando con le mani il percorso davanti a me prima di muovermi. Se vi state chiedendo il perché non mi sia immediatamente allontanato dal pozzo sono obbligato a confessare l’assenza di una valida risposta, se non ricordarvi quanto l’attrazione per l’ignoto sia una molla che ha fatto il successo e la perdizione di tanti nostri simili. Raggiunto l’orlo, ne constatai facilmente la forma approssimativamente circolare del diametro di circa settanta centimetri, all’apparenza non opera artificiale ma quasi un budello verticale tra le formazioni rocciose che ne costituivano le pareti, di una oscurità assoluta. Naturalmente presi una pietra tra le tante disseminate tutt’intorno e la lasciai cadere nel vuoto, ma per quanto mi sforzassi di ascoltare con attenzione e in assenza di qualsiasi altro rumore non mi fu possibile percepire l’eco di nessun urto. Perplesso e forse insoddisfatto, strisciando all’indietro riguadagnai la soglia della nicchia e mi sollevai in piedi, dirigendomi quindi cautamente verso la nicchia di destra. Non fu difficile constatare come fosse in effetti un corridoio di circa tre metri che immetteva in un ambiente successivo, naturalmente impossibile da decifrare. Mi inoltrai comunque lentamente nel corridoio semibuio tastando le pareti man mano che procedevo, di pura roccia fredda e liscia, raggiungendone la soglia di uscita prima di fermarmi. I miei occhi si erano ormai ragionevolmente abituati alla oscurità, seppure leggermente attenuata, che avevo attraversato, non mi fu quindi difficile individuare la forma del nuovo ambiente, palesemente una specie di stanza cubica di sei/sette metri di spigolo, ma mi si bloccarono subito il cuore e il respiro nel distinguere sulla parete alla mia destra una porta al lato della quale risaltava una sagoma confusa. Come pietrificato, percepii distintamente una pur flebile voce maschile che originando dalla sagoma mi invitava ad avvicinarmi. Ovviamente non potevo far altro che accogliere l’invito e mi diressi a fatica verso la sagoma, che a poco a poco si rivelò essere una persona seduta, vestita di una specie di tunica con le braccia raccolte in grembo e la testa coperta da un cappuccio che non lasciava distinguere quasi nulla del viso. Mi fermai a meno di un metro, quindi mi fu rivolto un cortese benvenuto. Riuscendo a fatica ad articolare le parole, salutai a mia volta e, non sapendo cosa altro dire, cominciai a scusarmi per essermi inoltrato nella grotta, arrivando addirittura a penetrare nella parte cubica e a disturbare il mio interlocutore. Con grande calma, lui mi lasciò parlare senza interrompermi, per poi chiedermi semplicemente cosa ne pensassi dell’ambiente nel quale ero penetrato. Parlai della transizione caotica di stato che mi aveva portato davanti alla grotta, della strana attrazione che mi aveva indotto ad entrare, della decisione con la quale avevo intrapreso l’esplorazione, della sorpresa alla vista delle nicchie, dell’angoscia al rinvenimento del pozzo, dello stupore alla scoperta della stanza cubica e dello choc ricevuto nell’osservare la sua sagoma indistinta nei pressi della porta. Lui parve annuire e mi domandò se avessi qualche curiosità da soddisfare. Sufficientemente rasserenato, la prima domanda che proruppe dalle mie labbra fu chiaramente chi fosse. Mi rispose semplicemente che lui era il Guardiano. Stranamente mi parve una risposta sufficiente. Siccome lui rimaneva silenzioso, formulai una seconda domanda anzi, per meglio dire, una serie di due domande, precisamente riguardo a dove ci trovassimo e cosa ci facesse là. Anche in questo caso le risposte furono nette e all’apparenza esaustive: eravamo alla Fine e all’Inizio, mentre lui stava naturalmente a guardia della porta. Una seconda coppia di domande mi parve opportuna, relativamente alla funzione del pozzo e della porta. Niente di più semplice a suo parere, perché rispose sinteticamente che il pozzo era l’Uscita e la porta l’Entrata. Ancora una volta le risposte mi apparvero esaurienti. Rimanemmo entrambi in silenzio per un po’, finché dovetti mio malgrado confessare che seppure le singole risposte fossero state chiare, fosse l’insieme delle parti ad essermi ancora oscuro. Mi parve sorridere. E allora riprese a parlare in maniera meno laconica seppur sintetica. La grotta, che poi appariva come tale solo a chi ci arrivava, essendo in effetti solamente una proiezione percettiva umana di una essenza eterea, era la Fine e l’Inizio dell’esistenza umana. Tutti erano destinati ad arrivare alla grotta per quindi inoltrarsi nel pozzo, la via di Uscita, naturalmente sempre una semplice proiezione percettiva,  ed arrivare quindi nell’aldilà, dove altri erano delegati ad operare per formulare giudizi di merito sul valore delle singole esistenze ed attribuire i relativi destini. La porta, ancora una proiezione dei sensi, costituiva il varco di Entrata per l’accesso al mondo, per alimentare l’esistenza umana, alla cui guardia era appunto incaricato lui, il Guardiano. Era ovvio come non tutti potessero accedere liberamente al mondo, quindi lui aveva la funzione di valutare se concedere o meno l’accesso a coloro,  in quella fase ancora entità incorporee, che metaforicamente bussassero alla porta, vagliandoli in termini di apporto al Bene o al Male, quindi nel primo caso lui apriva la porta, nel secondo la teneva chiusa.  Il suo metro di giudizio, inappellabile, era la quantità di Amore posseduta. Chiaramente in ogni entità in arrivo la dose di Amore era variabile in maniera continua e non esisteva una misura massima, da cui la difficoltà del suo incarico e la inevitabile presenza di errori, suo perpetuo cruccio, in conseguenza dei quali a volte decideva di aprire la porta a entità la cui umana esistenza sarebbe stata orientata al Male. Terminò quindi di parlare e il silenzio cadde nuovamente tra noi. Ormai tutto mi era relativamente chiaro. Mi rimaneva da capire cosa ci facessi io in quel luogo e in quel momento. Formulai la coppia di domande. Il Guardiano mi parve sorridesse ancora. Poi rispose che mi aspettava, erano alcuni secoli che era in attesa che gli mandassero il cambio. Fu un duro colpo, devo ammetterlo, ma durò solo un attimo. Tutto mi apparve a quel punto chiaro, ovvio e naturale, giusto ed inevitabile, anzi necessario. Il Guardiano si alzò, si calò indietro il cappuccio rivelando un volto comune e sereno, si tolse la tunica e me la passò. La indossai, sistemai il cappuccio sulla mia testa e con calma mi sedetti al suo posto, assumendo la sua stessa posizione iniziale. Mi fece un cenno di saluto e lo vidi dirigersi lentamente verso il pozzo. Chinai la testa. Io sono il Guardiano.

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