L’esca

Una catechesi sulla ragione. (Nella foto, particolare delle decorazioni di Pietro Perugino)

Veniva verso di me con passo deciso, come se mi avesse mirato da lontano e quindi avesse speditamente intrapreso la via in linea retta per arrivare fino a toccarmi. Ma forse mi sbagliavo ed ero io ad essere inavvertitamente sulla sua strada, trasparente ostacolo verso la sua meta, invisibile ed irrilevante rispetto alla sua destinazione e all’obiettivo del suo cammino. D’altra parte, lui stesso era per me anonimo e insignificante rispetto alla mia occupazione contingente. Distolsi lo sguardo e tornai a concentrarmi sulla mia lettura, essa sì rilevante e avvincente. In quel momento io ero il guardiano e l’uomo di campagna, entrambi vicini alla porta aperta, così prossimi e così infinitamente distanti dalla legge, ero una volta l’uomo di campagna che chiedeva insaziabile di entrare e un’altra volta il guardiano che gli ribadiva che non gli poteva concedere il permesso, ero il guardiano che interrogava disinteressato e l’uomo di campagna che rispondeva per accontentarlo, con la speranza di ottenere il permesso, ero ora l’uno ora l’altro, ero entrambi, ero dentro la lettura e la storia, attore e spettatore. Ma la voce mi arrivò alle orecchie, prima ovattata, distante, come il mormorio di un temporale lontano, poi sempre più nitida si intromise tra me e il guardiano, tra me e l’uomo di campagna, tra il guardiano e l’uomo di campagna, così che ad un tratto fu una babele di domande, risposte e richiami. Mi girai verso la voce, verso il giovane di fronte a me, in piedi e altissimo rispetto a me seduto e chino sul mio libro. Rinnovò ancora il suo saluto, salve, buongiorno, a voce più alta per richiamare ancora la mia attenzione e farsi finalmente intendere. Scusa il disturbo, mi disse, capisco di avere interrotto la tua lettura, ma mi capita così raramente di vedere qualcuno che legga e quindi sia istruito, a cui possa pertanto formulare finalmente delle domande, per chiarire i miei dubbi, aprirmi la mente e trovare la strada. Erano anni che da queste parti non passava una persona istruita, voglio dire qualcuno che non sia un prete o un monaco, non viva in un convento o non diriga una chiesa, qui siamo tutti gente semplice e lavoratori instancabili, ma non riusciamo anche a seguire una regolare istruzione, avvicinarci alla conoscenza, esercitare l’intelletto, arricchire la mente, alimentare i sogni e trovare le risposte. E mentre diceva queste cose si accovacciò a terra con le gambe incrociate, come se fosse a suo completo agio e pronto alla sua azione. La sua irruenza e la sua risoluzione mi colpirono, chiusi il libro e lo poggiai su un sasso, ma dovetti ovviamente confessare che la mia istruzione era sì buona, ma proprio per questo ero a maggior ragione di quanto lo fosse lui assillato da infiniti dubbi, alla ricerca di mille risposte, ossessionato dalla rincorsa affannosa della conoscenza, dal desiderio di sondare i limiti della ragione. E la mia età matura, pur segno di esperienze di vita, non era di per sé stessa garanzia di pace interiore, di serenità, di assenza di turbamento e di conflitto. Non ritenevo quindi, dissi, di potergli essere d’aiuto, altri magari potevano essere più efficaci di me nel portargli aiuto. Non parve preoccuparsi di queste mie parole o forse le interpretò solo come pretesto e scappatoia per sfuggire alle responsabilità che ormai mi aveva assegnato. Riprese quindi deciso il suo discorso. Vedi, tutti noi che viviamo qui crediamo fermamente in Dio, in quello che ci ha rivelato e nella Chiesa, aspiriamo alla vita eterna e al regno dei cieli, amiamo Dio sopra ogni cosa e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio. Abbiamo Fede, viviamo nella Speranza e operiamo con Carità. Ci è sempre stato insegnato questo, è dentro di noi e onoriamo Dio per averci infuso la sua grazia per poter vivere in Dio, con Dio e per Dio. E io medesimo vivo in Dio, con Dio e per Dio. Ma mi dico, io ho anche la ragione! Sono consapevole dell’impossibilità di avvicinarmi a Dio avvalendomi della ragione, della necessità della Fede. Io ho Fede. Allora la mia ragione a cosa serve? Perché Dio mi ha provvisto della ragione? Dio coincide con l’universo intero, con la natura del creato, con la vita del creato, con l’umanità intera e quindi la Fede e la tenacia della Carità mi sorreggono e mi indirizzano anche nel rapporto col mondo, con l’umanità e col prossimo. Dove si esplica pertanto la ragione? Qual è il suo ruolo?

Si era infervorato. Le sue parole si accavallavano, i suoi pensieri e i suoi dubbi si incrociavano, il suo ritmo accelerava, il suo tono aumentava e il suo volto tendeva al vermiglio, mentre un fremito aveva cominciato a scuoterlo e l’agitazione delle braccia e delle mani era irrefrenabile. Ero sorpreso. Il suo desiderio di trovare posto alla ragione confinava con la mia ricerca dei limiti della ragione, lambiva le mie stesse ossessioni e i miei medesimi dubbi. L’idea di Dio, risposi, è certamente al di sopra della ragione, appunto per questo Dio ci ha donato la Fede per porci in relazione con lui e col creato, per dare senso a ciò che la ragione umana non può comprendere, per fare di essa la fonte di conoscenza più elevata. Tuttavia Dio ci ha donato la ragione come ancella della fede, per supportare la fede, essere ad essa complementare, per ragionare umanamente, teologicamente, filosoficamente, scientificamente e logicamente su Dio, sulla sua rivelazione e sul creato, per comprendere la verità e per difendere la fede, nell’ambito delle potenzialità della ragione e dei suoi limiti. Questo è quello che fa parte della rivelazione di Dio, dell’interpretazione dei dottori della Chiesa e della dottrina dei grandi pensatori. E questo è quello che io ti dico e ti riporto. Il giovane dovette percepire l’incongruenza nelle mie parole, colse la mia enfasi sul fatto che io riportassi in qualche modo le tesi ufficiali più che esprimere il mio pensiero. Senza giri di parole, mi chiese se questo fosse anche il mio pensiero. Sorrisi. Hai ragione, risposi. C’è stato un tempo in cui ho creduto fermamente in quello che ti ho detto. Ma ho vissuto un altro tempo, durante il quale ho accolto le idee di quelli, anche essi grandi pensatori, che hanno ritenuto la ragione autonoma dalla fede, unico strumento sul quale costruire la conoscenza, arrivando alcuni a sostenere l’essere la ragione non solo viatico per la comprensione del creato, ma anche strumento di valutazione della religione, di Dio stesso e della sua rivelazione. Ho accolto queste idee, le ho fatte mie e le ho propugnate. Sono stato anche incline a vedere nella ragione medesima la fonte della creazione, identificarla con l’Essere Assoluto, il Dio creatore, in grado di stabilire l’esistenza o la non esistenza. Ma la mia ragione mi ha dato essa stessa il privilegio e l’ossessione del dubbio, pertanto io ora vivo il tempo dell’indecisione, della ricerca continua, del conflitto. Parve capire la mia angoscia, eppure, disse, proprio questo mio conflitto giustificava l’essere io la persona giusta per rispondere alle sue domande, perché ero stato e sarei stato non dogmatico ma aperto e critico nelle mie risposte. Ritenne proficuo, e trovai condivisibile questo suo approccio, evitare di entrare nei termini del rapporto tra fede e ragione, per discutere invece del rapporto tra la nostra ragione e i nostri comportamenti, le nostre azioni, le nostre passioni verso il creato e il nostro prossimo, per orientare al bene e all’amore. Era più calmo adesso, più a suo agio, più rasserenato, meno agitato. Evidentemente il mio discorso aveva avuto esiti positivi, oppure semplicemente la mia voce aveva un effetto terapeutico.

Dimmi, mi chiese, come posso efficacemente distinguere il bene dal male, il vero dal falso, quindi convergere verso ciò che è giusto invece che verso ciò che è errato? Proverò con le mie limitate capacità a soddisfare questa tua difficile domanda, risposi, articolando la risposta della ragione coniugata alla fede e quella della ragione nella sua autonomia. L’essere umano, dissi, è dotato di una coscienza morale, che si erge a baluardo della dignità della persona e del creato tutto. Essa nasce, si forma e si alimenta nel corso di tutta una vita, nutrendosi della fede in Dio, della rivelazione di Dio e della parola della sua Chiesa, ma anche, ritengo, dell’educazione, dell’esempio, della conoscenza, della cultura e della ragione, della consapevolezza e conoscenza dei terribili errori, delle tremende ingiustizie e delle gravi colpe di cui l’umanità si è macchiata nella sua storia, quando ha anteposto interessi ed egoismi alla dignità e al bene delle persone. La coscienza morale diventa quindi il banco di prova delle proprie scelte e delle proprie azioni, il metro di paragone, il giudice che sentenzia, che premia e punisce. E la ragione analizza le scelte e le azioni che ci si predispone a compiere o che magari sono state compiute in momenti di vuoto della ragione, ponendole al vaglio della coscienza morale che si possiede, per quindi portare a distinguere il bene dal male, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto. E allora consigliami, mi interruppe e riprese in maniera entusiasta, quale attributo della ragione, quale sua qualità devo esercitare per rendere efficace questa analisi? La Prudenza, suggerii. E la Prudenza non è incertezza, non è imbarazzo o esitazione, è l’esercizio del controllo, dell’ascolto e della riflessione, nell’umiltà e nella pazienza. Mi parve che le mie risposte l’avessero colpito, ne fui contento e insieme gioii per avere in questo modo ripetuto e meglio chiarito anche a me stesso i miei pensieri. Potenza del confronto, pensai.

Dimmi, mi chiese ancora, dopo aver distinto il bene dal male, in che modo posso impegnarmi ad attuare il bene verso il mio prossimo e verso Dio? Naturalmente sei a conoscenza, risposi, che nella rivelazione di Dio è detto che amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, quindi il bene verso Dio si esplicita in questo impegno. Ma ogni atto di bontà verso il prossimo che la ragione ci porta ad individuare e a compiere è anche un atto di bontà verso Dio, di amore verso Dio, come dice l’invito che la rivelazione di Dio ci riporta, come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Il bene verso il prossimo si esplica in infinite forme, ma alla base vi è posto il riconoscimento e il rispetto dei diritti del nostro prossimo, secondo quanto suggerito dalla ragione e imposto dalle leggi umane, quando sono leggi rette. Il rispetto dei diritti altrui impedisce che verso il prossimo si esercitino la prepotenza, la violenza, i soprusi, le vessazioni, l’illegalità, la discriminazione, i favoritismi, le indifferenze, gli odi, le parzialità, i settarismi e potrei citare mille altre specifiche violazioni. Anche il bene verso Dio coincide con l’astenersi da tali deviazioni dal bene verso il prossimo, ma ci sono anche atti di bontà direttamente indirizzati a Dio, come esplicita deferenza e riconoscimento del suo primato. Alcuni di questi sono le preghiere, le adorazioni, le offerte, i voti, le promesse, l’osservanza dei momenti di culto privati e collettivi che Dio per mezzo della sua Chiesa ci offre. Ecco, conclusi, questa è una panoramica di ciò che mi sento di proporti. Ero stato seduto a lungo, sentivo il bisogno di muovermi, di sgranchire le gambe, ma anche di rompere quella composizione plastica che vedeva lui accovacciato a terra e me seduto, assegnando a me implicitamente un ruolo di maestro che non avevo e che non sentivo di potere attribuirmi. Gli proposi quindi di continuare la conversazione camminando, secondo l’insegnamento peripatetico che tanto efficace si era storicamente dimostrato, cosa che accettò ben volentieri e, alzatosi agilmente, come la sua giovinezza gli consentiva facilmente, cominciammo a passeggiare lungo la strada che portava dalla casa dell’amico che mi ospitava fino al centro del paese, non senza prima aver ripreso nelle mie mani il libro che stavo leggendo. Era comunque rimasto concentrato e meditabondo alle mie parole, quindi dopo solo qualche passo ricominciò il suo interrogatorio. E quale qualità della ragione, chiese, è più efficace per favorire la mia azione verso il bene del mio prossimo e di Dio? La Giustizia, risposi, è il motore del bene.

Dimmi ancora, mi chiese instancabile, come posso superare i miei limiti umani, le mie incapacità e le mie debolezze per riuscire ad operare per il bene? Io non sono certamente un intrepido, un santo o un martire, soggiunse. Ma questa tua condizione, risposi prontamente, è comune alla maggior parte dell’umanità, è la mia stessa condizione, è la condizione umana per definizione. Gli ostacoli e le difficoltà che si frappongono fra noi e il bene, verso Dio e verso il nostro prossimo, sono tanti e spesso enormi, sembrano invalicabili e invincibili, mostruosi e spaventevoli. Ci sono le tentazioni della vita, gli allettamenti del denaro o della gloria, della fama e della notorietà, del lusso e delle avventure, del gioco e della lussuria, della gola e della ignavia. Ci sono le privazioni della vita e le povertà, dai bisogni più elementari alla mancanza di lavoro, di diritti e di libertà. Ci sono le constatazioni dei comportamenti illeciti e ingiusti da parte di altri, comportamenti che invitano all’imitazione e all’assuefazione nei confronti dell’illecito e dell’ingiustizia. Ci sono gli egoismi della vita, le malattie, le crisi economiche, le crisi della società e dell’anima. Ci sono le paure, le guerre, le intimidazioni, le persecuzioni, le solitudini e le derisioni. E ci sono le nostre fragilità morali e spirituali stesse, le crepe nelle nostre certezze, nella fede e nella ragione. Vincere le nostre debolezze, le tue debolezze e le mie debolezze, superare gli ostacoli e le tentazioni, rende necessario ricorrere ad un’altra qualità che la ragione può potenziare, naturalmente meglio se supportata dalla fede in Dio, sto parlando della Fortezza. La Fortezza della ragione e dell’animo ci dà il coraggio, l’energia e il vigore per riuscire ad operare per il bene, contro tutto, contro tutti e anche contro noi stessi. La Fortezza ci permette inoltre di riuscire a rimanere puri, gioiosi e ancora con la voglia di vivere pur nelle sconfitte della vita, nelle delusioni e nelle difficoltà. E la Fortezza propria si alimenta della Fortezza degli altri, delle comunità, del prossimo, si amplifica se non si è soli, se si condivide. Mi ascoltava con attenzione e passione, trasmettendo nel contempo a me stesso rinnovata passione e nuovo entusiasmo, come se le cose che andavo dicendo a lui, frutto del mio sforzo di richiamare alla mia mente le mie conoscenze e di rielaborarle e semplificarle per meglio farmi comprendere, avessero un effetto benefico sui miei stessi dubbi, sui miei turbamenti e sui miei conflitti.

Dimmi un’ultima cosa, mi disse, sempre camminando, tra gli ostacoli al bene che hai citato ce ne sono molti che non mi spaventano, che mi sento sufficientemente forte da affrontare, sui quali la mia ragione è efficace, ma devo confessare le mie difficoltà nel dominio dei sensi e degli istinti, come posso quindi riuscire a superare le seduzioni dei miei sensi e gli appetiti dei miei istinti? Il potere che i sensi e gli istinti, la parte cioè più irrazionale e direi animalesca che è in noi, hanno sugli esseri umani è immenso. E non sei quindi certamente tu una eccezione, come non è una specificità della gioventù e della immaturità, perché non ne sono affatto immune l’età avanzata e la maturità della persona, essendo molto ampio lo spettro dei sensi e degli istinti, tale da offrire i suoi allettamenti a tutte le età e a ogni latitudine. Non sono d’altra parte i sensi e gli istinti una componente negativa della vita umana, ma sono essi un dono di Dio come la ragione, essendo la loro funzione fondamentale nella vita, nella sopravvivenza della specie umana. È l’istinto che spesso ci aiuta a decidere nell’incertezza più che la ragione, è il piacere stesso del cibo che ci aiuta ad alimentarci, è la vista e insieme l’effetto dionisiaco dei recettori olfattivi che spesso suscitano le passioni carnali che inducono alla procreazione nelle specie viventi, solo per fare qualche esempio. Tuttavia tali doni esercitati smodatamente, freneticamente e incontrollatamente portano alla schiavitù dalle passioni e allontanano dall’amore e dal bene verso Dio e verso il prossimo. È indispensabile il governo, la vigilanza, la disciplina e la volontà della ragione, per mezzo dell’attributo della Temperanza per esercitare l’equilibrio dei sensi e degli istinti. I suoi occhi erano illuminati dalle mie parole, dai miei richiami alle qualità e agli attributi della ragione, alla potenza della ragione per contribuire al bene, al percorso di avvicinamento all’umanità, a Dio e alla sua rivelazione. La ragione ancella della fede, la Prudenza, la Giustizia, la Fortezza e la Temperanza quali attributi della ragione nell’esplicazione dei suoi doveri di servizio verso la fede e verso Dio. La luce dei suoi occhi mi dava luce all’animo e al cuore.

Eravamo intanto arrivati al centro del paese e sostavamo davanti ad un ingresso chiuso da un tendaggio. Grazie, mi disse, queste riflessioni mi hanno arricchito e ispirato, ma il mio compito è finito e devo andare. Come, osservai, non torni indietro con me? E perché parli di compito? Il mio compito era parlare con te e condurti davanti a questo ingresso, rispose, sei atteso oltre questa tenda. Non capisco, ribattei, sono stato io stesso a proporti di fare una passeggiata! Se non lo avessi proposto tu lo avrei fatto io, rispose. Fece un leggero inchino, mi rivolse un sorriso e, dopo essersi girato, si allontanò verso una stradina laterale. Rimasi perplesso e interdetto, poi conclusi che a questo punto non mi rimaneva che raccogliere la sua indicazione e oltrepassare la soglia dell’ingresso. Scostai la tenda ed entrai nella casa, ritrovandomi in un ambiente non perfettamente definibile, una stanza ampia e del tutto vuota fatta eccezione per due sedie poste nel centro. Da una comoda apertura ad arco entrò un signore distinto che mi salutò cortesemente con gli occhi e con un cenno della testa, mi augurò il benvenuto e mi invitò a sedermi, accomodandosi a sua volta sull’altra sedia. Ti aspettavo da tanto, mi disse. Ero sorpreso, come da tanto, mi dissi, la discussione col giovane non sarà durata più di mezz’ora! Sembrò avesse letto nel mio pensiero, perché rivelò che invece erano anni che mi osservava e mi aspettava, da quando mi ero perso dietro l’angoscia dei dubbi, delle mancate risposte, delle ossessioni della conoscenza e della ragione. Vedi, mi disse, ci sono gli uomini semplici e puri, che dalla loro stessa semplicità e purezza ricavano la forza della fede verso Dio, poi ci sono gli uomini in cui proprio l’esercizio della ragione indirizza verso la conferma della fede verso Dio, poi ci sono gli uomini la cui forza della ragione anziché facilitare la fede verso Dio li condanna all’allontanamento da Dio o, per bene che vada, ad un percorso accidentato e sofferto verso Dio. Tu appartieni a questa ultima categoria, quella più difficile, quella che più mi impegna. Le strategie che utilizzo per il recupero, per indirizzare ogni singolo uomo, ogni singola anima, perché ogni uomo è espressione dell’umanità, coincide con l’umanità intera e la perdita di una sola anima è una perdita dell’umanità intera, sono diverse e specifiche, mirate, individualizzate, personalizzate. Nel tuo caso era chiaro che la strategia più adeguata era far leva sulla tua stessa ragione, costringerti ancora una volta a riflettere su Dio, sull’umanità, sul prossimo, sul bene e sul male. Non capisco, obiettai perplesso, intendi dire che il giovane che mi ha avvicinato era un’esca, una trappola, un allettamento? Rise di cuore, un sorriso generoso e luminoso. Che paroloni, disse, ho semplicemente utilizzato una tecnica maieutica, socratica, per dirla con una denominazione specificamente umana, dialogica, per sfruttare l’esercizio della ragione al fine di sollecitare la tua ricerca autonoma della verità, per far emergere la verità che è in te sollecitando la tua stessa capacità razionale. Le cose che ti sforzavi di dire al giovane che ti ho inviato erano un tuo potente esercizio della tua stessa ragione per ribadire a te stesso la verità, la potenza di Dio, la realtà di Dio. Ero combattuto tra l’irritazione e il riconoscimento della correttezza delle affermazioni del mio interlocutore, ma poi prevalse la consapevolezza della nuova luce che sentivo nel mio cuore e nella mia mente, una luce che si impossessava di me in maniera esplosiva e mi confermava che la mia ragione mi aveva riavvicinato alla fede, a Dio e alla sua rivelazione. Con cuore colmo di gioia e di gratitudine espressi con devozione la mia deferenza. Grazie Dio mio, dissi. E mi ritrovai seduto sulla mia sedia, presso la casa dell’amico che mi ospitava, a leggere del guardiano che rivelava all’uomo di campagna morente che nessun altro durante tutti quegli anni era arrivato chiedendo di entrare attraverso la porta che presiedeva perché quell’ingresso era destinato soltanto a lui.

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