Il cercatore d’oro e il mugnaio

Il racconto è un gioco di specchi. E un divertimento narrativo.

(Nella foto, l’opera Galleria di Stampe di M. C. Escher)

Alcuni anni fa un mio vecchio amico mi raccontò una storia narratagli molti anni prima da suo padre, che a sua volta ne era venuto a conoscenza quando era bambino da sua nonna, che l’aveva letta da ragazza su un suo libro di scuola elementare. Un percorso in assoluto lungo, evidentemente, alquanto irto di ostacoli e pericoloso, per ogni possibile storia. Sia per la storia in sé stessa, la cui struttura originale potrebbe subire cambiamenti, volontari o meno, nei vari passaggi, sia per le indicazioni, insegnamenti e morali che ogni attraversamento potrebbe accompagnare nel trasferimento dal narratore all’ascoltatore. Prima di tutto, occorre osservare che la storia scritta nel libro potrebbe essere originale, quindi frutto dell’abilità narrativa dell’autore del libro, oppure essa stessa derivata da altre molteplici fonti delle quali l’autore si sia servito. Senza poi considerare l’eventualità che la storia non sia vera, bensì del tutto inventata dall’autore oppure da qualcuna delle fonti. Ma, al di là della veridicità stessa della storia, cosa ovviamente importante per chi sia interessato ad uno studio strettamente storico dell’autenticità e affidabilità di un testo, ma del tutto irrilevante ai fini di un suo uso didattico ed etico finalizzato ad offrire un insegnamento morale al lettore, quale in generale è l’intento dell’autore di un libro, più o meno esplicitamente dichiarato, al di là di questo, dicevo, nei vari passaggi ognuno potrebbe interpretare a suo modo la storia, deformando o travisando l’intento  originale del narratore. Non solo, nell’intervallo di tempo occorso dal momento dell’apprendimento della storia da parte di qualcuno dei soggetti interessati al momento della sua narrazione ad un altro ascoltatore, tempo che può essere significativo, le interpretazioni stesse potrebbero subire dei cambiamenti, più o meno radicali, frutto della successiva maturazione e delle esperienze di vita personali di ognuno. Andando nel concreto della storia specifica raccontatami dal mio vecchio amico, l’intento morale originale dell’autore del libro è stato non condiviso dalla nonna-ragazza, successivamente integrato dalla nonna-adulta con le sue esperienze vissute, per quindi essere trasmesso al padre-bambino in una versione modificata. Questi a sua volta, da padre-bambino ha valutato a suo modo la morale della storia, non condividendo del tutto quella della nonna-adulta, per poi trasmetterla da padre-adulto integrata dalle sue esperienze di vita al mio amico-bambino. Naturalmente lui, da amico-bambino ha rivisto a suo modo l’interpretazione della storia, in disaccordo con quella del padre-adulto, per poi trasmetterla a me da amico-adulto arricchita dalle sue proprie esperienze vissute. E io, quando alcuni anni fa il mio vecchio amico mi raccontò la storia, l’ho valutata in un modo diverso da quello che era la convinzione del mio amico, dovendo inoltre confessare che ora, passati alcuni anni, le mie vicende personali più recenti mi portano ad una nuova interpretazione e conclusione. Ma forse è il caso di procedere con ordine, partendo dalla storia stessa, così come me la raccontò alcuni anni fa il mio vecchio amico. Che poi vecchio amico non nel senso che sia vecchio d’età, avendo lui sessant’anni come me e guai a chi definisce vecchio una persona a sessant’anni, soprattutto se la persona in questione sono io, ma perché siamo amici dall’infanzia. Dunque, la storia ha come protagonisti un ragazzo e suo padre, un cercatore d’oro e un mugnaio.

Un ragazzo, in un paese lontano ed in un tempo lontano, entrando un giorno in cucina per la colazione disse al padre che durante la notte aveva fatto un sogno strano. Raccontamelo, disse il padre. Mi trovavo sul greto di un torrente, cominciò il ragazzo, sparso di massi, rocce, ciottoli e ghiaia, proprio come presso il fiume che scorre qui vicino, ma quello era più un torrente. L’acqua era poca, bassa, ci si poteva camminare dentro, bagnandosi al massimo fino alla mia cintola verso il centro del letto, ma la corrente era abbastanza veloce. La mia visuale comprendeva, stando sul lato destro del greto, sia la riva dal mio lato che l’altra riva, distante dieci o forse quindici metri, potendo osservare il torrente per circa un centinaio di metri del suo corso, lungo un tratto in lieve declino che partiva di fronte a me ma spostato sulla destra, tra arbusti che gradualmente si infittivano formando un bosco, per compiere quindi una ampia curva irregolare disseminata ad entrambi i lati da arbusti, alberi e rocce, fino ad arrivare alla mia posizione, allontanandosi poi verso sinistra per una ventina di metri prima di scomparire dietro una collinetta. La luce si rifletteva sulle rocce bianche e splendenti, sull’acqua che scorreva tra i riflessi e sulla vegetazione dei cespugli e degli alberi, creando netti contrasti tra le parti illuminate e le parti in ombra. Sulla mia stessa riva, a non più di una decina di metri da me, c’era un vecchio, ma robusto, entrato nell’acqua di poco dalla riva, con gli stivali immersi per una ventina di centimetri, chino con un piccolo setaccio in mano a raccogliere fanghiglia del torrente, per poi risciacquarla con l’acqua corrente e controllare i residui rimasti nel setaccio, un misto sostanzialmente di terriccio, sabbia e ghiaia. Un cercatore d’oro sicuramente, disse il padre intervenendo. Dopo aver ripetuto più volte l’operazione, riprese il ragazzo, il vecchio si è accorto evidentemente di me che lo osservavo. Sempre restando chinato, ha sollevato il viso e mi ha guardato. Aveva un viso rugoso seccato dal sole, capelli bianchi lunghi tirati indietro e una folta barba bianca che si univa con folti baffi anch’essi bianchi. Indossava una camicia da lavoro comoda, con le maniche arrotolate fin quasi ai gomiti. È rimasto a guardarmi fisso per qualche secondo, col setaccio in mano che grondava acqua e fango, poi lo ha rigirato di poco verso di me, quasi a mostrarmi il contenuto, ad invitarmi a guardarlo. Alla luce del sole, tra abbondante terriccio e ghiaia, gialle pagliuzze e piccole pepite d’oro irradiavano lampi brillanti. Il vecchio mi ha quindi fatto un accenno di sorriso. A quel punto mi sono svegliato. Che significato può mai avere il mio sogno, padre? Figliolo, l’oro è una trappola del demonio, rispose il padre, fervente cristiano, che viveva nella fede in Dio e del suo duro lavoro nella fattoria che aveva acquistato con tanti sacrifici, sostenendo una famiglia composta da moglie e quattro figli maschi, tutti devoti quanto lui. Sicuramente il cercatore d’oro era le sembianze che il diavolo aveva acquisito per tentarti. Il ragazzo dopo due giorni, entrando di nuovo in cucina per la colazione, rivelò al padre che nel corso della notte aveva fatto un nuovo sogno. Raccontamelo, disse il padre. Mi trovavo davanti ad un mulino, una costruzione come una grande casa irregolare ad un lato della quale era perfettamente visibile una enorme ruota a pale, che girava sotto la spinta dell’acqua di un torrente che scorreva veloce lungo una trincea nel terreno, nel quale pescavano le pale. L’acqua grondava da tutte le parti lungo la struttura di sostegno in legno della ruota e lungo le pale stesse, anch’esse di legno, con un rumore fragoroso che copriva il rumore dell’acqua che scorreva. Incuriosito, mi sono avvicinato all’ampia porta d’ingresso, spalancata, ritrovandomi in un ambiente la cui caratteristica predominante era il colore bianco della farina, sparsa da tutte le parti, a ricoprire con una spessa patina ogni cosa, dal pavimento, alle pareti, al soffitto, ad alcune casse stipate in un angolo, ai tanti sacchi stracolmi disposti a mucchi lungo le pareti, ad una grande bilancia a stadera per grossi pesi sistemata a terra sulla sinistra. Sulla destra era impegnato nel suo lavoro il mugnaio. Sotto la coltre bianca di farina che lo avvolgeva si intravedeva un uomo muscoloso, di mezz’età, capelli corti che ornavano una calvizie avanzata, di colore sicuramente scuro al di sotto della farina, viso paffutello, in canottiera e con ampi pantaloni che ricadevano abbondantemente sulle solide, logorate e bianche scarpe. Scuoteva orizzontalmente un grande setaccio circolare del diametro di almeno una ottantina di centimetri, con un orlo bello alto in legno, sostenuto ad un’altezza comoda, tale da evitare al mugnaio di stare curvo, da corde infilate in tre fori dell’orlo, a distanza uguale lungo la circonferenza. Le corde confluivano ad annodarsi saldamente ad un anello di ferro centrale ad un’altezza di un mezzo metro sopra il livello del setaccio, collegato a sua volta tramite una fune ben tesa ad un anello di ferro fissato nel soffitto. Sul setaccio c’era un mucchio di farina grezza che, filtrata dal setaccio abilmente mosso dal mugnaio, produceva un monticello crescente di farina bianca e fine sul pavimento, in un diffondersi di polvere bianca che emanava un odore molto gradevole. L’insieme era una vista magnifica che mi ha lasciato pietrificato. Il mugnaio si è accorto di me e, girato il viso dalla mia parte, mi ha guardato sorridendo, invitandomi con un cenno del capo ad avvicinarmi, cosa che mi accingevo a fare volentieri quando improvvisamente mi sono svegliato. Padre, che significato può avere questo mio nuovo sogno? Ed è connesso all’altro di due giorni fa? Figliolo, rispose il padre, la farina è un dono di Dio. Sicuramente il mugnaio era le sembianze che Dio aveva acquisito per avvicinarti a lui. I due sogni sono sicuramente connessi, stanno ad indicarti la via, ti ricordano di operare per il bene, tenere lontano le tentazioni del demonio e seguire Dio e la sua rivelazione. Ti ricordano anche che Dio ti è vicino e ti protegge.

Questa è la storia, come mi fu raccontata. Il mio amico affermava che la storia era fedele parola per parola a quanto gli era stato riportato dal padre-adulto e che era propenso a credere fosse sostanzialmente, parola in più o in meno, aggettivo in più o in meno, particolare in più o in meno, quanto aveva ascoltato il padre-bambino dalla nonna-adulta e quanto aveva letto nel libro di scuola la nonna-ragazza. I problemi sorgono riguardo alla interpretazione della morale della storia da parte dei vari soggetti. È chiaro che la storia, così come originariamente scritta sul libro di scuola, è abbastanza esplicita nell’intento morale, invita al bene, a seguire Dio e a rifiutare le tentazioni del demonio. Quale può essere stata l’interpretazione della nonna-ragazza leggendo tale storia, circa centocinquanta anni fa? Il mio vecchio amico mi raccontò che suo padre-adulto, nel riportargli la storia quando era bambino, gli aveva mostrato anche una pagina di diario trovata tra le carte della nonna dopo la sua morte. Tra le altre cose, la nonna-adulta scriveva della sua infanzia povera, della famiglia numerosa, delle difficoltà nel reperire perfino da mangiare giorno dopo giorno che i suoi genitori avevano, dei frequenti traslochi e trasferimenti, dovuti sia al rincorrere di suo padre e sua madre delle occasioni di lavoro sia alla difficoltà di riuscire a pagare gli affitti delle case dove vivevano, di come avesse dovuto lasciare la scuola per mettersi prima ad accudire fratelli e sorelle, poi a lavorare per incrementare il magro bilancio familiare. Riferendosi direttamente all’episodio della lettura della storia, che doveva evidentemente averla molto colpita, scriveva che la sua reazione era stata determinata, seppure tenuta strettamente per sé stessa. Il cercatore d’oro era l’invito a perseguire la ricchezza, mentre il mugnaio rappresentava l’invito a perseguire il bene. L’intento della storia di indirizzare al bene e a seguire Dio era lodevole e giusto, ma la povertà era brutta assai, per cui lei nonna-bambina si era ripromessa, aveva giurato, di fare di tutto pur di diventare ricca e se scegliere la ricchezza significava scegliere il demonio, ebbene, demonio sarebbe stato. La nonna-adulta rivelava quindi nello scritto che tutta la sua vita era stata indirizzata ad assicurarsi la ricchezza e il benessere, avidamente, senza scrupoli, per cancellare il marchio di indigenza e povertà della sua infanzia. Poco più che adolescente era scappata di casa con un uomo che aveva conosciuto e che le aveva promesso mare e monti, per poi lasciarla dopo qualche mese, aveva quindi fatto mille mestieri, era stata con mille uomini per denaro, aveva rubato e complottato, era stata più volte in prigione, si era sposata due volte con uomini molto facoltosi, entrambi morti, ma al momento in cui scriveva, nonna-adulta, era ricca e rispettata, con una figlia stupenda che amava e coccolava, concedendole tutto ciò che lei da piccola non aveva avuto e anche molto di più. Il padre-adulto del mio vecchio amico, insieme alla storia del libro e alla pagina del diario, gli aveva però anche riferito, a lui amico-bambino, che quando sua nonna, evidentemente anni dopo aver scritto nel suo diario, aveva raccontato la storia a lui padre-bambino, allora inconsapevole della confessione della nonna, l’interpretazione della storia e la morale offerta era stata ben diversa. La nonna-adulta aveva spiegato al padre-bambino, con dolcezza e lacrime, tenerezza e dolore, che tutto quello che la storia diceva era vero, l’oro era davvero una trappola del demonio e la farina del mugnaio rappresentava il bene, nella vita era necessario, fondamentale, giusto, operare per il bene, tenere lontano le tentazioni del demonio e seguire Dio, anche se la cosa non escludeva impegnarsi per migliorare la propria esistenza, quella dei propri cari e del prossimo, purché il tutto avvenisse con giudizio e sempre nel solco della rivelazione di Dio. E il padre-adulto aveva raccontato al mio amico-bambino che lui, da padre-bambino, allora recente orfano di entrambi i genitori, morti in un terribile incidente stradale, confermava di aver capito l’insegnamento, piangeva insieme alla nonna-adulta la morte del suo papà e della sua mamma, amata figlia della nonna-adulta, ma in quel momento non gli importava davvero niente del cercatore d’oro e del mugnaio, dell’oro e della farina, del diavolo e di Dio. Inoltre ora, da padre-adulto, con una infanzia agiata e maledetta alle spalle, confessando di aver dilapidato le ricchezze accumulate dalla nonna per disinteresse, noncuranza, indifferenza, solitudine e forse incapacità, attratto da avventure e ideologie senza speranze, era del parere che la vera morale della storia, dei sogni della storia, era che nella vita ci sono i cercatori d’oro, cioè i sognatori, quelli che rincorrono le vane promesse delle illusioni, e i mugnai, quelli concreti, realisti, con i piedi per terra. E invitava il figlio a seguire l’esempio del mugnaio, piuttosto che quello del cercatore d’oro. Il mio vecchio amico mi confidò che da amico-bambino, ascoltando suo padre-adulto, consapevole delle condizioni modeste nelle quali allora vivevano, privo del trauma del padre orfano, era stato più propenso a valutare la cosa da un diverso punto di vista. Senza essere troppo convinto dalla morale in termini di concreti e sognatori, era poco allettato dal lavorare nell’acqua fino alle ginocchia, sotto il sole o le intemperie, nella fanghiglia, curvo, con l’incertezza se l’oro ci fosse o meno nel fiume, mentre le sensazioni che il bianco onnipresente della farina e l’odore di buono che impregnava l’aria del mulino suggerivano alla sua mente erano quelle del mugnaio come sinonimo di pace, tranquillità, felicità e benessere. Ma la vita aveva segnato anche il mio vecchio amico che, al momento del suo racconto, alcuni anni fa, da amico-adulto, aveva tribolato non poco, assillato dai mali del nostro tempo, la difficoltà di trovare lavoro, le retribuzioni in nero, i contributi pensionistici non pagati regolarmente, lo stress da lavoro flessibile, i licenziamenti, il mutuo, le spese per la casa, gli studi dei figli, le vacanze e le bollette. Mi aveva pertanto confidato che da amico-adulto era giunto alla conclusione che non fosse nella vita importante fare il cercatore d’oro o il mugnaio, purché il lavoro ci fosse e garantisse una vita tranquilla e dignitosa. E come avevo io al momento della chiacchierata col mio amico-adulto decifrato la storia narrata? L’interpretazione del mio amico-adulto mi era sembrata molto dimessa e fatalista, non certo per il riferimento alla dignità del lavoro, qualunque lavoro esso sia, ma per l’atteggiamento rinunciatario, il pessimismo, la sconfitta. Devo ammettere che io, al momento della chiacchierata, ero un affermato professionista, dipendente ben retribuito di una grande azienda di costruzioni, con un incarico manageriale di notevoli soddisfazioni, dalla laurea in poi era stato tutto un susseguirsi di lavori presso diverse aziende sempre volontariamente lasciate e ricercate, in uno sviluppo crescente della carriera. Certo, non erano mancate difficoltà, problemi, dolori e sconfitte, ma il bilancio era a favore dei successi, delle soddisfazioni e delle vittorie, con un benessere ormai consolidato, una bella famiglia e buone prospettive per il futuro. Chiaramente era un percorso che invitava all’ottimismo, ma devo confessare comunque un carattere di base sostanzialmente portato per sua natura all’ottimismo, a vedere soprattutto la parte buona delle cose piuttosto che la cattiva, il bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto. Con queste premesse, è abbastanza facile intuire che la morale che io traevo dalla storia, lasciando da parte Dio e il demonio, fosse profondamente diversa da quella del mio amico-adulto. Io vedevo nel cercatore d’oro la metafora dell’ottimismo nella vita, di chi si avventura a perseguire i suoi sogni, siano di ricchezza o di altra natura, professionali, ideologici, artistici o magari alla ricerca di sé stessi nei viaggi e negli incontri con altre persone e culture, nonostante le difficoltà, le incertezze e i rischi che l’avventura comporta. Al contrario, identificavo col mugnaio la metafora del pessimismo nella vita, di chi teme il futuro, le incertezze e i rischi che nasconde, evita di osare, rischiare e lanciare il cuore oltre l’ostacolo, vive nella ricerca della tranquillità e della stabilità. Non che in senso specifico attribuissi giudizi categorici sull’uno o sull’altro carattere umano, identificando l’ottimista col buono e il pessimista col cattivo, premiando l’ottimista e condannando il pessimista, la mia era solo una classificazione comportamentale, per così dire. Naturalmente da parte mia propendevo per un atteggiamento da cercatore d’oro.

La chiacchierata col mio amico-adulto è avvenuta alcuni anni fa, cinque forse sei anni fa. Non ci vediamo spessissimo, devo confessare, lui è rimasto lo stesso, salvo che adesso è ossessionato dalla pensione. Non fa altro che cercare di capire quanti anni di contribuzione lavorativa ha e quando potrà smettere di lavorare e finalmente ricevere la sua sudata e meritata pensione, ponendo forse fine alla sua vita di incertezza lavorativa e di ansia economica. Ha attraversato con grandi conflitti, frustrazioni e affanni, per non parlare delle imprecazioni, delle maledizioni e degli strali per fortuna solo figurati che ha lanciato in tutte le direzioni, le varie riforme pensionistiche che hanno progressivamente allontanato la data della sua agognata pensione. Ha alternativamente abbandonato partiti e ideologie politiche, abbracciato nuovi ideali e nuove bandiere, studiato programmi e proclami di indirizzo, assistito a infiniti dibattiti televisivi, approvato e maledetto tanti politici, tanti giornalisti e tanti commentatori televisivi. Spera nelle promesse degli attuali occupanti delle poltrone parlamentari e di governo di individuare algoritmi pensionistici alternativi alle attuali regole, idonei a permettere di accedere anticipatamente alla bramata pensione. Riguardo a me, nonostante recenti mutamenti lavorativi e delle relative abitudini di vita, le diverse condizioni economiche rispetto al mio amico, le ancora buone condizioni fisiche, il costante entusiasmo nei confronti della vita, del lavoro e dei piaceri intellettuali, l’innato ottimismo e la serenità familiare mi fanno considerare il momento del pensionamento ancora un traguardo da rinviare piuttosto che ambire, soprattutto continuano a farmi classificare i caratteri umani in ottimisti e pessimisti, ma con una diversa impostazione. Riconosco che quando ho maturato questo differente schema mentale ho sorriso dentro di me, riflettendo su quanto mutevoli riescano ad essere i nostri paradigmi interpretativi, quante sfumature possano assumere le nostre classificazioni morali, quanto la vita stessa rifugga le nostre catalogazioni. Io adesso, forse più maturo o semplicemente più vicino alla fine della mia vita, non so dire esattamente, considero la vita un grande dono, bella, magnifica e complessa, mi piace assimilarla ad un flusso continuo di eventi, sensazioni ed emozioni, flusso nel quale sono immersi infiniti grani di bene e di male. E ognuno di noi, ogni essere umano filtra il flusso della propria vita con un setaccio, proprio come fanno il cercatore d’oro e il mugnaio. Ma il cercatore d’oro vede la vita come essenzialmente costituita da grani di male, che devono attraversare il setaccio come l’acqua del fiume, affannandosi alla ricerca ostinata di quei pochi grani di bene che il setaccio individua e trattiene, cogliendoli avidamente con chirurgica attenzione, come gioielli rari nell’infinito sudiciume, per godersi almeno quelli. Il mugnaio considera invece la vita come principalmente composta da grani di bene, che passano indenni attraverso la griglia del setaccio, accumulandosi e riempendo di bianco e di luce l’esistenza, mentre quei pochi grani di male, ineluttabili, sono trattenuti, inevitabilmente vissuti e poi messi da parte, superati. Io ora ritrovo quindi nel cercatore d’oro la metafora del pessimismo verso la vita, fondamentalmente male, mentre individuo nel mugnaio la metafora dell’ottimismo verso la vita, fondamentalmente bene. E io ora mi considero un mugnaio.

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