Una sera al bar

“Il vecchio pagò con monete metalliche, contando una per una le monete necessarie a raggiungere la somma dovuta, senza necessità di chiedere a quanto ammontasse, per antica pratica da consumatore.”

(Nella foto, M. Lo Savio, Amici all’osteria, 2011)

Cinque volte, quella notte lo facemmo cinque volte. Il vecchio, mentre proferiva queste parole, aveva le cinque dita della mano destra aperte, con il braccio proteso in direzione degli altri avventori, in successione, spostandosi a semicerchio, quasi a voler meglio imprimere nella loro mente il significato profondo della sua eroica impresa. Parlava e si muoveva a scatti, seduto rigido sulla sedia, con la schiena ritta distaccata dalla spalliera. La mano sinistra era appoggiata al bastone che reggeva perfettamente in verticale tra le sue gambe, tenendo tra l’indice e il medio una sigaretta senza filtro accesa, consumata più dal tempo trascorso che dalle tirate. Sarà stata una sorta di paresi, allora, sarà stata. Commentò con ironia e un accenno di balbuzie il suo dirimpettaio, sui cinquant’anni, verso il quale in quel momento si stava indirizzando la cinquina pienamente spalancata. Era alto e di una certa prestanza, con i capelli lisci tirati all’indietro, in camicia e con le estremità delle maniche arrotolate lungo gli avambracci. Teneva le gambe accavallate e la schiena leggermente curvata, ma anche così sovrastava di quasi tutta la testa il vecchio, minuto e impettito, vestito invece con giacca e cravatta. Gli altri risero. Era però un riso solo accennato, rispettoso, senza niente di sguaiato. Ridete, ridete, disse serio il vecchio, ma è solo la sacrosanta verità. Che poi non c’è da meravigliarsi tanto, continuò quasi sbuffando dopo una pausa, forse per raccogliere i pensieri. A quell’epoca non è che da fidanzati si restasse soli insieme spesso, comunque al massimo per qualche minuto. Cosicché appena sposati non si era mai sazi. Anche le energie erano tante, da giovani. Va bene, sicuramente, ma a parte la facile ironia sulla resistenza fisica, il fatto è che dopo un po’ oltre che stanchi ci si sente appagati, si ha voglia di godersi quella sensazione di benessere che si è conquistati, sempre che non si arrivi proprio alla noia. Era stato uno degli altri avventori a parlare. Era sulla quarantina, vestito sportivamente, con una coppola in testa a nascondere la calvizie incipiente, che invece sulla parte posteriore della testa non era ancora arrivata, tanto che di là fuoriusciva abbondanza di capelli. Era seduto con le gambe larghe, con i gomiti poggiati sulle ginocchia, tenendo nella mano destra un bicchiere di vino bianco pieno a metà. Conoscevo una ragazza, quando lavoravo all’estero, che dopo che lo avevamo fatto una volta era del tutto incapace di farlo ancora. Diceva che le piaceva godersi il piacere di stare bene, rilassata, che addirittura alcune parti del corpo le diventavano così sensibili che le risultava irritante se le si toccassero ancora. Desiderava parlare e ascoltare, a lungo, finché non era l’ora di lasciarsi col compagno di turno. Questa mi sembra però una esagerazione in senso opposto, osservò la donna, con una nota divertita nella voce. Era una signora sui quarantacinque anni, molto abbronzata e ancora ben messa. Sedeva composta. Indossava i pantaloni e una canotta che evidenziava molto del suo seno generoso. La voce popolare la indicava come una ex prostituta, qualcuno sosteneva anche che non fosse ancora del tutto una ex. Lì però, in quel consesso di avventori abituali e variegati, in qualche modo alla luce del sole nonostante fossero passate le ventidue e la luce fosse quella artificiale delle lampade, era solo uno dei clienti intenti a chiacchierare e a bere. E certo, immagino che tu non abbia mai avuto di questi cedimenti. Ancora un sottinteso ironico, ancora col sottofondo di leggera balbuzie. La donna non rispose, limitandosi a indirizzare all’uomo un sorrisetto furbo, con la testa leggermente reclinata, come a confermare che, all’occorrenza, sapeva come comportarsi. Il vecchio colse l’occasione per ordinare ancora un giro di bevuta, con un cenno secco e serio al cameriere, quasi che l’ordinazione necessitasse di un cerimoniale adeguato all’importanza del consesso in corso, un gruppo di amici che si rilassavano giocosamente ma meritatamente. Il cameriere portò dei nuovi bicchieri colmi di vino. Vino bianco per tutti, tranne un rosso scuro per il cinquantenne, il cui vecchio bicchiere era già vuoto da un pezzo. Il vecchio pagò con monete metalliche, contando una per una le monete necessarie a raggiungere la somma dovuta, senza necessità di chiedere a quanto ammontasse, per antica pratica da consumatore. Terminò subito dopo di svuotare il suo precedente bicchiere, in cui c’era ancora un residuo di vino alto un dito circa, in orizzontale. Dovette però non trovarlo gradevole, forse si era un po’ riscaldato, per cui, dopo aver fatto una smorfia di disapprovazione, diede subito un sorso dal nuovo bicchiere, recuperando un senso di piena soddisfazione, reso evidente da un adeguato movimento delle labbra. Anche gli altri si dedicarono alla nuova bevanda, interrompendo la conversazione in corso. Mi sa che da quelle parti le donne devono essere un po’ diverse dalle nostre, più fredde. Ha parlato l’esperto, ha parlato, commentò ancora il cinquantenne. Il suo tono canzonatorio, reso più marcato dal sottofondo di balbuzie, era indirizzato al giovane che era intervenuto nel discorso, sui vent’anni, magro e alto, in tuta da operaio metalmeccanico. Dove hai maturato questa tua esperienza sulle donne delle nostre parti? Tutti risero, anche la donna. Ridacchiate pure, replicò il giovane, leggermente rosso in faccia, io so quello che dico. E lo credo, suggellò il vecchio, sbattendo un paio di volte la punta del bastone sul pavimento, come a rafforzare le sue parole. Oggigiorno è tutto più facile, noi invece dovevamo sposarci per poter fare le nostre esperienze, altrimenti ce le sognavamo solo. Io ho visto un po’ di nudità femminili per la prima volta solo la prima notte di nozze, quelle di mia moglie, ma neanche poi tante, perché le donne allora avevano pudore. Va be’, ma stiamo parlando di cent’anni fa, disse l’uomo con la coppola, accentuando volutamente il riferimento temporale. Già ai miei tempi le cose erano diverse. Noi si faceva la prima vera esperienza, a parte i sogni sui giornalini un po’ spinti, quando si andava a fare la visita di leva. E quella sì che era una vera avventura. Davvero? Chiese la donna. Allora avanti, racconta. Il clima non era certo di quelli da avere reticenze, sia per buona conoscenza reciproca, sia per il tono piccante ormai avviato, sia per l’effetto del vino bello fresco. Dunque, iniziò allora l’uomo con la coppola, noi partimmo da qui la sera, verso le dieci c’era il treno. Alla stazione arrivammo alla spicciolata, accompagnati in macchina da parenti o amici. Eravamo una quindicina, ci conoscevamo tutti, con molti eravamo stati compagni di scuola fin dalle elementari. C’era un’eccitazione palpabile, data dalla consapevolezza di partecipare ad un evento importante, di confine tra l’adolescenza e l’età adulta, tra il prima e il dopo, tra l’innocenza e l’esperienza. Un evento ricorrente, che si rinnovava due volte l’anno, raccogliendo i nati del primo semestre e quelli del secondo. C’erano quelli che non avevano ancora mai preso il treno in vita loro e quelli che l’avevano già almeno sperimentato. C’erano quelli più smaliziati e quelli più timidi, ma si era tutti solidali come un sol uomo di fronte alla prospettiva dell’ignoto. Addirittura fino a questo punto, disse il vecchio sghignazzando, mica stavate andando in guerra. Io la visita di leva l’ho fatta già quasi al fronte. Prima ti spedivano dove serviva e poi vedevano se eri abile e arruolato, cosa che succedeva quasi sempre, non si andava tanto per il sottile a quei tempi. In guerra no per fortuna, riprese l’altro, ma verso l’ignoto sicuramente. Intanto, anche quelli tra noi che avevano già preso il treno, io non ero comunque tra questi, l’avevano preso andando verso sinistra, verso il nostro capoluogo di regione. Invece in quella circostanza si era diretti verso destra, fuori regione. Io invece la visita di leva la feci proprio andando verso sinistra, nel capoluogo, si inserì la voce incerta del cinquantenne, ma le nostre emozioni erano le stesse, io era appena la seconda volta che ci andavo. Sul treno c’eravamo praticamente solo noi, continuò il quarantenne dopo un nuovo sorso al suo vino, rumorosi ed eccitati come in gita scolastica. Un paio addentarono anche uno dei panini che si erano portati da casa, stipati negli zaini, affinché l’ignoto almeno non li trovasse affamati, a stomaco pieno lo si affronta meglio. Qualcuno tirò fuori le carte, per ingannare il tempo, quasi che il viaggio dovesse durare un’eternità. Ma la maggior parte di noi chiacchierava, di calcio e di ragazze, di vecchi episodi di scuola e del probabile programma dei prossimi giorni. Le fermate alle stazioni intermedie furono molte, ma in un’ora circa arrivammo alla prima destinazione. Un’altra regione, un’altra città o almeno la sua stazione ferroviaria. Ci eravamo spostati meno di trenta chilometri. Tutti risero alla precisazione, la donna in maniera quasi irrefrenabile. Una vera odissea, commentò tra le risate, l’ignoto praticamente sull’uscio di casa. Tutto vero, anche per me e quelli del mio anno fu la stessa cosa, due anni fa, ci sembrava di andare in America, confermò il giovane. Diede poi anche lui un sorso al suo vino, rischiando gli andasse di traverso a causa della risata. Cercava di non restare ai margini della chiacchierata, di essere partecipe, brillante ed interessante, per stimolare l’attenzione della donna, la quale non gli era indifferente. Lei anzi gli piaceva proprio, nonostante la differenza di età, sia per il fisico notevole che per il misto di esperienza e irriverenza che emanava. E gli altri lo sapevano, accettavano in un certo senso la cosa, tifavano anzi per lui, perché lei gli mostrasse attenzione. A lei quelle manovre non sfuggivano di certo, ne era anzi contenta, una conferma che era ancora capace di suscitare l’attenzione di un uomo giovane. In quella stazione dovevamo stare quattro ore, continuò l’uomo con la coppola, per aspettare la coincidenza col treno che ci avrebbe portato alla destinazione finale. Quattro ore da ingannare in qualche modo. Qualcuno si sistemò in una poltrona della sala d’attesa e provò a dormicchiare. Qualche altro, che non ne aveva approfittato sul treno, si attaccò al suo panino. Alcuni presero a fumare, da soli in un angolo o a gruppi, per sentirsi grandi ed esperti di vita e viaggi. Pochi erano però quelli che chiacchieravano di cose alternative alle circostanze attinenti al motivo del viaggio, che riuscivano a pensare ad altro, ad andare oltre l’immagine dell’ignoto. Da parte mia, avevo parlato con chi aveva già fatto la visita di leva, quindi un po’ ne sapevo, stavo quindi vivendo una specie di graduale concretizzazione di un percorso già in parte noto. Quattro ore sono tante, coincidenze ferroviarie da terzo mondo. In macchina l’intero percorso si fa in due ore, ora come allora è più o meno lo stesso, ma in treno da queste parti eravamo e siamo ben lontano dalle meraviglie delle velocità sulle lunghe distanze. Le ore comunque passarono e arrivò l’altro treno. Era già affollato quando salimmo, sia di giovani che probabilmente avevano la nostra stessa destinazione, sia di lavoratori pendolari. I più sonnecchiavano, molti giocavano a carte, altri discutevano animatamente. Il treno avanzava lento nella notte, ma le circostanze e l’oscurità suggerivano velocità folli verso direzioni lontane. Anche alcuni di noi si misero a giocare a carte, chi non lo faceva osservava gli altri farlo e commentava le giocate. Giocai anche io, a soldi, per quel poco che potevo e potevamo permetterci, solo qualche spicciolo. Arrivammo a destinazione dopo diverse fermate e circa due ore, un tempo che ci sembrò interminabile. Era ancora notte, le cinque di mattina. La stazione era però già tutta in fermento, tra addetti alle pulizie, personale ferroviario, pendolari, operai, barboni e nullafacenti. Andammo tutti al bar, l’intero gruppo come un sol uomo, un branco di ragazzi inesperti della vita con facce da immigrati che si facevano coraggio l’un l’altro. Il racconto teneva banco, tra chi annuiva e chi ridacchiava divertito. Anche il barista si era avvicinato per sentire, insieme a qualche altro avventore. Il vecchio chiese una pausa per andare al bagno. Io ho una certa età, disse, la prostata non è più quella di una volta. Si alzò a fatica, ma poi procedette spedito verso la sua destinazione, quasi che non avesse bisogno del bastone. Ognuno ne approfittò per dedicarsi al suo bicchiere, la donna al pari degli altri. Le si avvicinò poi il giovane. Le sussurrò qualcosa all’orecchio. Lei sorrise. Il giovane parve interpretarlo come un buon auspicio e se ne tornò a sedere soddisfatto. Io farei fare il militare anche alle donne, ritenne opportuno dire il cinquantenne, sempre con le gambe accavallate, come una missiva indirizzata all’unica donna del gruppo. Quella non si tirò indietro e replicò con decisione. Guarda che ora le donne già lo fanno. Io stessa l’avrei volentieri fatto quand’ero giovane, mi sarebbe piaciuto indossare la divisa e avrei anche saputo portarla. Magari lo avessi fatto al posto mio, commentò il narratore, mi sarei risparmiato di perdere un anno senza far niente di serio, sarei andato a lavorare un anno prima. Riprese poi il suo racconto, avendo intanto il vecchio riguadagnato il suo posto e la sua postura, in pace col suo corpo e col resto del mondo. Facemmo colazione con cornetti e cappuccini, ma qualcuno avrebbe voluto già un panino e una birra. Cercammo informazioni su come raggiungere il distretto militare, cosa che tutti noi ignoravamo. Ci spiegarono in maniera dettagliata l’autobus da prendere, dove cambiare e il numero del nuovo autobus che ci avrebbe portato fino a destinazione, in periferia e dal lato opposto alla stazione. Ci imbarcammo, insieme ad altri giovani che erano scesi come noi dal treno. Riempimmo quasi l’autobus, sia coi nostri corpi che con la nostra esuberanza, accentuata dall’eccitazione e dalle incognite su quello che ci attendeva. L’autista era vecchio del mestiere, sapeva benissimo dove quella massa di viaggiatori era diretta e, senza che nessuno lo chiedesse, alla fermata del cambio avvisò a gran voce che quelli della visita di leva dovevano scendere. Sul successivo autobus c’erano già gruppi di altri giovani come noi, arrivati da altre direzioni e con altri mezzi, tutti convenuti per lo stesso motivo. Eravamo stipati come sardine, ma ogni gruppo se ne stava per conto proprio, coeso al suo interno e sospettoso verso gli altri. Entrammo nel distretto militare e ci parve immediatamente di trovarci in un altro mondo, fatto di ordine, divise, file, disposizioni. Ci incanalarono subito verso gli uffici medici, compilammo vari moduli e poi a gruppi di una decina per volta venimmo indirizzati verso uno stanzone dove ci fu detto di spogliarci. Lì, senza privacy alcuna e senza poter disporre di armadietti o appendiabiti, ci spogliammo restando solo in mutande, lasciando gli indumenti a terra, insieme agli zaini. Fummo poi introdotti in un enorme studio medico dove, tutti in fila, ricevemmo la prima vera visita medica della nostra vita. Un dottore, seguito da un assistente che compilava le schede sulla base delle osservazioni via via fatte, ci diede uno sguardo globale di fronte e di spalle, ci fece aprire la bocca per controllare la dentatura, come per i cavalli, poi ci ordinò di calare le mutande e tastò i nostri gioielli, per valutare la presenza di eventuali ernie inguinali. Bello non era, lì davanti a tutti, ma consentiva di scoprire problemi più o meno banali che non erano e non sarebbero stati altrimenti mai diagnosticati, se non quando fossero diventati seri e fosse stato magari troppo tardi per curarli. Vennero poi effettuate ad ognuno misure di altezza, circonferenza toracica e peso. Misteriosi calcoli consentivano di valutare se si era idonei fisicamente al servizio militare, già scartati o definiti rivedibili, cioè rinviati all’anno successivo per una verifica suppletiva dell’idoneità o meno. Ai mie tempi si diceva che se non si era idonei per il re non lo si era neanche per la regina. Fu il cinquantenne che, sempre col suo tono stentoreo, lanciò questo commento, a suo parere certamente sagace. Risero tutti di nuovo, anche la donna. È cosa antica, intervenne il vecchio, già quando io ero giovane si diceva così, ma già allora era una vecchia battuta. Un avventore di mezza età seduto ad un tavolo accanto a bere il suo vino seguiva anche lui il racconto, volle esprimere il suo parere. Era robusto e con una pancia abbondante. Io alla visita di leva risultai non idoneo, insieme a diversi altri, ero magro come un chiodo, in casa non è che il mangiare abbondasse e la carne era cosa rara, da occasioni speciali, una o due volte l’anno. Poi con gli anni le cose sono migliorate e ho messo su peso e anche pancia. Ho avuto cinque figli, quattro maschi e una femmina, tutti identici spiccicati a me e alla mia famiglia, giusto per la precisione. E se mi fossi trovato davanti la regina oltre a mia moglie, ancora adesso per la verità, avrei fatto la mia porca figura. Scattò una ovazione spontanea da parte di tutti i presenti. Calmatosi gli animi, l’uomo con la coppola riprese il suo racconto. Arrivammo all’ora di pranzo e un po’ alla volta il nostro gruppo si ricompose, ci dirigemmo quindi verso la mensa. Uno spazio enorme e rumoroso, con tintinnio di posate da ogni direzione, movimenti di tavoli e sedie, vassoi urtati, poggiati e sbattuti, chiacchiericcio a voce alta. Quasi tutti i tavoli erano già occupati e la fila per ricevere le pietanze era lunga. Quando fu il nostro turno le posate ormai scarseggiavano, trovammo praticamente solo cucchiai. Ci sparpagliammo per i posti liberi, a piccoli gruppi. C’erano spaghetti al sugo come primo e fettine di carne in padella con contorno di purè di patate come secondo, più la frutta. Io mangiai qualcosa, avevo fame, mi arrangiai come potei col mio cucchiaio, usandolo come forchetta con la pasta e come coltello per la carne. Alcuni non riuscirono a mangiare niente, troppo diversa era la qualità del cibo e la sua cottura rispetto alle abitudini in famiglia. Il primo pomeriggio passò compilando dei lunghi test psicologici-attitudinali, questa era la dicitura della cartelletta che ognuno di noi ricevette. La maggior parte di noi li compilò a caso, tanto sembravano astrusi e cervellotici, almeno così apparivano a noi che in quanto a preparazione scolastica non eravamo certo delle cime. Alle quattro del pomeriggio avevamo finito. Un rapido consulto portò alla decisione unanime di non rimanere al distretto militare né per cena né per la notte, visto che nessuno aveva voglia né di ripetere l’esperienza del pranzo né di dormire in grandi camerate militari, alle quali non si era avvezzi e che venivano storicamente indicate come luogo di scherzi notturni da parte dei nonni in servizio militare. Sciamammo fuori dal distretto, nel caldo afoso della città, alla ricerca prima di un bar dove rinfrescarci e rilassarci con della buona birra fresca, poi di qualcuno che ci indicasse dove dormire a basso prezzo. Fummo facilmente informati delle pensioni disponibili in zona, normalmente usate da quelli nelle nostre stesse condizioni, e in una di esse trovammo la disponibilità di tre stanze grandi con letti sufficienti per tutti noi. Lasciammo là i nostri zaini e riuscimmo a vivere la città. Erano circa le cinque e mezza del pomeriggio. E qui arrivo al punto del discorso sulla prima vera esperienza con le donne. Il quarantenne si fermò un attimo, sia per dare un lungo sorso al suo vino che per creare una atmosfera di suspense. Tutti si fecero più attenti, in religioso silenzio, anche chi, come il giovane del gruppo, aveva già sperimentato la situazione. La tradizione e l’esperienza di chi aveva fatto la visita di leva prima di noi voleva che quella fosse l’occasione giusta per andare a donne, sì insomma, a puttane, con tutto il rispetto per le orecchie più sensibili dei presenti. Un certo imbarazzo fu palpabile tra il gruppo degli ascoltatori, per la presenza della donna, in quanto tale e per la sua nomea di trascorsi da prostituta. Nessuno ebbe però il coraggio di guardarla. Lei d’altra parte restò impassibile, come se la cosa non la toccasse minimamente, né come rozzo termine verbale né come possibile allusione personale. L’uomo continuò. Riprendemmo gli autobus diretti alla stazione ferroviaria, nei cui dintorni ci era stato detto fosse facile trovare le ragazze. Solo tre di noi si dimostrarono indisponibili a partecipare all’azione, difficile dire se per timidezza, principi morali, impegni sentimentali in corso o cos’altro. Li prendemmo un po’ per i fondelli, orgogliosamente convinti della bontà della nostra intenzione e di quanto di maschia virilità essa esprimesse, ma senza tuttavia insistere nel cooptarli contro voglia. Loro dissero che preferivano andare in giro per la città o al cinema. L’appuntamento per ritrovarci a cena fu fissato tra le venti e trenta, sotto un palazzo proprio di fronte all’ingresso della stazione. Ci sparpagliammo in gruppi di tre o quattro. Io ero insieme ad altri due ragazzi. In un angolo di un incrocio laterale scorgemmo una donna che passeggiava sola, avanti e indietro, in abbigliamento succinto, minigonna vertiginosa e maglietta aderente. A neanche cinquanta metri da lei ce n’era un’altra, più o meno vestita allo stesso modo. Entrambe non erano giovanissime, ma la prima ci parve più giovane e prestante, quindi ci dirigemmo verso di lei. Ci accolse gentilmente, con grandi sorrisi e complimenti, certamente intuendo immediatamente che eravamo giovani in visita di leva, che stavamo cercando di nascondere la nostra inesperienza e l’insicurezza dietro la nostra spavalderia. Ci propose un prezzo da comitiva, che ritenemmo ragionevole e sostenibile pur con le nostre ridotte disponibilità economiche. La seguimmo nei vicoli per cinque minuti, fino ad un portone aperto che immetteva in un cortiletto con due scale. Salimmo al quarto piano, a piedi, e entrammo in un appartamentino che consisteva di una sala con cucina e un piccolo corridoio dal quale si accedeva al bagno e ad una camera da letto. A turno ci ricevette in camera, mentre gli altri due aspettavano seduti sul divano nella sala. Io fui l’ultimo dei tre. Il mio imbarazzo era grande, ma il desiderio era ormai più imbellente. Lei però fu dolce e comprensiva. Quella non fu comunque una delle mie migliori prestazioni, troppo era la tensione e la situazione certamente non delle migliori. E questo è tutto. Il quarantenne terminò il suo racconto e si dedicò al suo vino. Come, chiese la voce balbuziente, non ci racconti i dettagli dell’incontro? E agli altri come andò? Non mi sembra l’aspetto fondamentale, rispose l’altro. L’intera storia era solo per ricordare come per molti della mia generazione e di queste parti è iniziata l’avventura con le donne. E poi credo sia fuori luogo entrare in dettagli superflui. Giusto, fece la donna, che sinceramente parve apprezzare la sensibilità manifestata. Però puoi raccontarci almeno come proseguì la serata e la visita di leva, sai raccontare bene e non puoi lasciarci con la storia in sospeso. Il vecchio rumoreggiò con la punta del suo bastone sul pavimento, come a manifestare il suo pieno accordo con quello che aveva appena detto la donna. Poi, chissà perché, chiese di sapere cosa avessero fatto i tre che non avevano voluto andare a donne. Il giovane intervenne per ordinare al barista un altro giro di vino, compreso per l’uomo che era intervenuto a proposito della regina. Il racconto allora riprese. Ci ritrovammo nel posto e all’orario convenuti. Tutti quelli di noi che avevano avuto la loro iniziazione verso l’altro sesso erano spavaldi e chiacchieroni, come se avessimo ormai superato un fossato sulla strada della nostra vita. I tre che avevano fatto una scelta diversa erano da parte loro rilassati e divertiti. Per nulla invidiosi, manifestavano anzi una certa sufficienza verso le debolezze e la licenziosità del resto del gruppo. Loro erano andati al cinema. Ricordo che dissero che avevano visto un film di Totò dal titolo “Totò contro Maciste” e che si erano fatte un sacco di risate. Iniziarono a raccontare anche alcune delle scene più divertenti, su richiesta di altri del gruppo. A pensarci adesso, credo che alla fin fine Totò abbia battuto nettamente gli incontri carnali. Tutti risero, la donna più di tutti, forse consapevole pienamente della vacuità di molti degli incontri carnali. Chiedemmo poi in giro per una buona pizzeria e ci recammo a cena. Fu una cena lunga e rumorosa, a base di fritti come antipasti e ottime pizze, per non parlare della birra che bevemmo, davvero in maniera esagerata. Eravamo rimasti solo noi quando finalmente uscimmo, con sollievo dei camerieri e del gestore. Vi siete fatti riconoscere anche là, vi siete, fu il commento a voce stentorea. Riprendemmo i due autobus soliti, che ormai non avevano più segreti per noi, e ritornammo in zona distretto militare, alla pensione dove avevamo lasciato le nostre cose. Io finii in camera insieme ad altri cinque del gruppo, quasi una camerata, ma almeno eravamo solo tra noi. Ricordo che uno dei miei due vicini di letto voleva tenere accesa la lampada a muro interposta tra noi, perché diceva che era abituato a dormire con una lucetta accesa. Figurarsi, io se non è tutto buio non riesco quasi a dormire, così mi scambiai di posto con un altro del gruppo. Il giorno dopo ritornammo al distretto. Furono ancora un giorno e mezzo di visite e di test, con l’ormai consolidato andamento. Ripetemmo i pranzi, la cena ancora in pizzeria, le birre, la notte alla pensione. Di andare a donne non se ne parlò più, in compenso andammo tutti al cinema. Una parte di noi andò a vedere il film di Totò che c’eravamo persi, altri un film con Bud Spencer e Terence Hill. Nel pomeriggio del terzo giorno riprendemmo la via di casa. Il racconto terminò questa volta in un generale silenzio, fatto di serenità, complicità e soddisfazione. Parole e vino sono sempre una bella accoppiata, travalicano i confini generazionali e le differenze di genere. I bicchieri erano quasi vuoti. Il vecchio fu il primo a rompere il silenzio. Voleva fare un nuovo giro di bevuta, ma la donna e il quarantenne dissero che per loro era abbastanza. Il barista confermò che le bevute erano già state molte, meglio tornare a casa, poi per lui era ora di chiudere. Si levò un mormorio di disapprovazione ma, lentamente, tutti si predisposero ad abbandonare il presidio, ad uscire dal bar. Il cinquantenne fu il primo, seguito dal cliente che era intervenuto a proposito di re e regine, seguì poi la donna e il giovane, chiusero la fila il vecchio e il relatore della storia, che gli cedette il passo. L’aria della sera era ancora afosa. Fecero ancora capannello, per scambiarsi ancora qualche parola, protrarre la convivialità, ritardare il ritorno a casa. Infine si salutarono. Chi si diresse verso destra, chi verso sinistra. Il cinquantenne e il vecchio erano diretti nella stessa direzione, il primo teneva il passo del secondo, malfermo sulle gambe e sul bastone. Parlottavano tra loro. Il giovane e la donna svoltarono insieme dietro l’angolo del bar, entrambi sorridendo.

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