Gli occhi dell’innocenza

“Erano gli occhi dell’innocenza, di chi non mente, di chi è convinta delle sue ragioni e non ha bisogno della menzogna.”

(Nella foto, Sandro Botticelli, La nascita di Venere – 1485)

Santina Giacalone era seduta vicino al camino, su una bassa sedia di legno e paglia, intenta a ravvivare la fiamma delle braci con un attizzatoio. Si girò a guardarlo, quando lui entrò nella cucina. Guardandola a sua volta, Salvatore Capuano avvertì che c’era qualcosa che stonava e, da contadino letterato e amante della poesia qual era, gli risuonò nella mente il sonetto del sublime poeta. Erano i capei d’oro a l’aura sparsi / che ’n mille dolci nodi gli avolgea, / e ’l vago lume oltra misura ardea / di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi. Era bionda. I capelli mossi ricadevano sulle spalle, incorniciando il viso dalla forma e dai lineamenti perfetti, di un incarnato chiaro sul quale risaltavano la bocca e gli occhi. Occhi di una miscela di verde e azzurro, la cui luce ardeva davvero oltre misura, come dovettero apparire al poeta quelli di Laura in occasione del loro primo incontro, senza ancora che il passare degli anni ne attenuasse il lume. Il semplice pullover e i jeans indossati niente toglievano all’armonia della sua figura, anzi ne esaltavano l’avvenenza. Subito dopo il sonetto, andò con la memoria a nomi e cognomi che ben più e meglio di Santina Giacalone avrebbero dovuto corrispondere alla bellissima ragazza che aveva davanti, che sapeva aver compiuto da poco i diciannove anni, nomi nordici come Greta Lovisa Gustafsson o Ingrid Bergman. Quando aveva conosciuto Micu Giacalone, all’anagrafe proprio Mimmo e non Domenico, insieme a sua moglie Agatina Borrello e al loro primo figlio Vito, niente gli aveva fatto supporre che la figlia fosse bionda e di carnagione chiara. Magari anche carina, visto che genitori e fratello erano fisicamente ben messi e curati, ma certamente non a quel livello di bellezza e, soprattutto, bionda con gli occhi chiari. I tre erano tutti scuri di capelli, colorito e occhi. A meno che, e non gli risultava affatto, Santina Giacalone fosse stata adottata, l’unica spiegazione possibile era che fosse un omozigote recessivo di seconda generazione filiale proveniente da un omozigote recessivo della generazione parentale, come Mendel e la coltivazione dei piselli insegnano. Il cognome Borrello poteva essere indice che il padre di Agatina fosse un esemplare di discendenza normanna, biondo e con gli occhi chiari. Naturalmente, nulla di men che innocente contemplazione della pura bellezza c’era negli occhi e nella mente di Salvatore Capuano. Non tanto per l’età, avendo lui ormai quasi settant’anni, ma perché nella sua vita non c’era mai stato altro interesse per l’altro sesso se non nei confronti di sua moglie, con la quale era cresciuto insieme, era sposato da più o meno cinquant’anni e condivideva gioie e dolori, rispetto e amore. Zio Salvatore è qui per aiutarci, disse Roberto Cosentino, in risposta allo sguardo interrogativo di Santina Giacalone.

Dieci giorni prima Salvatore Capuano era stato a casa di don Alfredo Caronia, nel pomeriggio, dopo aver ricevuto in mattinata un suo invito tramite uno dei suoi collaboratori più diretti. Gli inviti di don Alfredo Caronia non erano inviti che potevano essere declinati, vantando scappatoie più o meno veritiere. Sebbene esposti solitamente con grande cortesia, con abbondante uso di forme condizionali e postulanti, del tipo “potrebbe gentilmente” o “sarebbe così cortese” e “don Alfredo Caronia gradirebbe”, tali da far apparire l’invitato di rango superiore all’invitante, erano nella sostanza ordini di comparizione. Anzi, già essere oggetto di invito era segno di grande attenzione, perché la prassi normale riservata a coloro i quali erano convocati al suo cospetto consisteva nel ricevere la visita di due o più dei suoi uomini che prelevavano senza tanti complimenti il soggetto e seduta stante, lì per lì, come si trovava, lo accompagnavano a destinazione. L’invitato aveva invece il privilegio di avere il tempo di prepararsi, sistemarsi adeguatamente e recarsi autonomamente, se lo desiderava, a casa dell’ospite, ma che comunque non era salutare far aspettare più di tanto. Don Alfredo Caronia aveva dalla sua ricchezza, potere, amicizie potenti, rispetto, spregiudicatezza nelle azioni lecite e soprattutto illecite, uomini fidati e sgherri capaci di ogni cosa. Salvatore Capuano non godeva del beneficio di rientrare tra coloro ai quali era riservato il trattamento da invitato grazie a ricchezze o potere, né era al servizio di alcuno che potesse vantare tali attributi. Era un semplice contadino, proprietario di un po’ di buona terra e di qualche animale, la cui occupazione principale era curare quotidianamente con grande capacità la sua terra e quanto di buono era stato capace di impiantavi, seminare e farvi crescere. Però non erano quelle del contadino le abilità per le quali era noto ed era richiesto. Potrebbe essere argomento di riflessione individuare le ragioni per le quali certe qualità di gran pregio alberghino in qualcuno e non in altri, addirittura spesso emergano da contesti all’apparenza forse meno fecondi di altri per il loro sviluppo. Non sono mancate nella storia, in ogni campo, persone di umili origini che si sono rivelate eccelse in qualità per le quali avevano in potenza molte più possibilità di primeggiare altre persone, grazie alla loro florida condizione familiare e a favorevoli condizioni al contorno. Come pure, qualità notevoli in senso positivo possono essere presenti in qualcuno accanto a qualità spregevoli e vizi innominabili. Forse che al Salieri di Forman non appare inconcepibile che un uomo a suo giudizio volgare e lascivo come Mozart sia dotato della divina qualità della più alta ispirazione musicale? Questo per dire che Salvatore Capuano, pur ottimo contadino, senza per questo minimamente voler vilipendere il mestiere del contadino, eccelleva in una qualità che solitamente trova terreno più fertile in consolidate tradizioni familiari nell’ambito della giurisprudenza, della politica o della diplomazia. Eccelleva nell’arte della mediazione. Si era guadagnato sul campo, gradualmente e in campi diversissimi, notorietà, apprezzamento e rispetto nel fungere da raccordo tra parti in contrapposizione al fine di risolvere controversie con reciproca soddisfazione. Altre volte, quando non di controversie si trattava, ma di opportunità, affari o passioni che fossero, si adoperava invece per individuare le parti che potevano essere interessate ad entrare in gioco. Una volta, rispondendo alla domanda sul perché ritenesse opportuno coinvolgere Salvatore Capuano in un suo problema di affari, un imprenditore aveva affermato letteralmente, dopo una breve riflessione per trovare le parole adatte, che lui “aveva la capacità innata di saper capire e interpretare i desideri espressi dalle controparti, ma anche quelli più reconditi e inespressi, soppesarli, evidenziarli, limarli ed esplicitarli nella maniera più adeguata, facendoli reciprocamente convergere, incastrare ed amalgamarsi, in modo tale da renderli di mutua soddisfazione.” Don Alfredo Caronia l’aveva ricevuto in giardino, sotto la frescura dei rami di un albero di noce, seduto su una poltrona in vimini di stile coloniale. Non era solo. Seduto accanto a lui, su una più semplice sedia da esterno, c’era un giovane vestito in maniera sportiva, di un’eleganza ricercata. Su un grande tavolo di legno c’era una brocca di terracotta con vino rosso, bicchieri, pane e un tagliere con salumi e formaggi. Era invecchiato don Alfredo Caronia, più di quanto l’anno e mezzo circa che era passato da quando si erano visti l’ultima volta potesse giustificare. Salvatore Capuano conosceva benissimo il motivo, la morte violenta del secondogenito Giuseppe in circostanze che erano rimaste oscure, in merito alle quali a dire il vero lui stesso sapeva più di quanto potesse apertamente confessare. La morte di un figlio segna più di altre morti, perché risulta contro natura, inverte la gerarchia dei normali processi intergenerazionali, colpisce il cuore del processo riproduttivo di una specie. Gli occhi erano però sempre quelli, anche se con un velo di tristezza, occhi acuti, indagatori, freddi, di chi della morte conosce molte e variegate sfumature, di chi della sofferenza e della morte degli estranei al suo mondo non si è in fondo mai preoccupato troppo. Grazie per essere venuto Salvatore, aveva detto don Alfredo Caronia. Dovere, aveva risposto Salvatore Capuano, dovere e piacere di rivedervi in buona salute. Ti presento mio figlio Gerardo, aveva aggiunto don Alfredo Caronia, indicando il giovane accanto a lui, il mio primogenito. Gerardo Caronia aveva sorriso, facendo un cenno con la testa, ma i suoi occhi non sorridevano, erano esattamente uguali a quelli del padre. Aveva poi riempito tre bicchieri di vino e tutti e tre avevano bevuto, accompagnando il vino con un assaggio del tagliere. Vino fresco, giovane, leggermente aspro, da uve locali di alta collina, fatto in casa. I due vecchi avevano quindi parlato di vino, uve, terra, formaggi e maiali, da chi è esperto nel settore, vi è nato e cresciuto, ne condivide sapori e odori, tradizioni e cultura. Non avevano parlato della famiglia, come altre volte, non era opportuno, per reciproca intesa. Poi si era arrivati al dunque, al motivo dell’invito. Era stato Gerardo Caronia a parlare, ad entrare nel merito, il che era una novità assoluta, indice di un inizio di delega all’interno della famiglia, una sorta di addestramento sul campo. Salvatore, mio padre ritiene che tu possa esserci d’aiuto in una questione d’affari che sta avendo un intoppo. Salvatore Capuano aveva colto l’uso del tu invece del voi, col quale un giovane come Gerardo si sarebbe invece normalmente rivolto a lui, anche se figlio di don Alfredo Caronia, come d’altra parte aveva fatto suo fratello Giuseppe in una analoga circostanza, non molto prima che succedesse quello che era successo. Anche questo era segno evidente del nuovo ruolo del giovane. Tuo padre mi onora della sua stima e della sua fiducia, aveva riposto. Non era riuscito o non aveva voluto passare al voi, non con un giovane come quello, anche se figlio di suo padre, anche se stava assaporando il potere. La nostra famiglia sta facendo un investimento consistente in un affare, in società con altri due nostri amici, aveva continuato il giovane. Le cose sono già ad un punto avanzato, direi irreversibile, a meno di grosse perdite finanziarie. L’intoppo che è venuto fuori, del tutto inaspettato, è un contrasto tra i due nostri amici e soci, un dissapore di natura tale che uno è pronto addirittura a fare la guerra all’altro, non solo metaforicamente. Il nostro comune affare sarebbe la prima vittima di questa guerra, ma altri affari potrebbero in seguito risentirne. Salvatore Capuano aveva ascoltato con attenzione, attento a cogliere il detto e il non detto, le sfumature e le ombre. Una cosa gli era stata subito chiara, non si trattava di contrasti di natura economica. Quelli sarebbero stati risolti in qualche modo, i tre soci si sarebbero messi intorno ad un tavolo e avrebbero trovato la quadra. Doveva essere qualcosa di più forte, più personale, più intimo. Il problema lo hanno creato i rispettivi figli, aveva precisato Gerardo Caronia, la figlia di uno e il figlio dell’altro. Lei ha diciannove anni e lui ha solo qualche anno in più di lei, si sono conosciuti circa quattro anni fa e si sono piaciuti, tre anni fa si sono fidanzati in casa, con la benedizione delle loro famiglie. Tutto tranquillo finché domenica scorsa, sono passati ormai quattro giorni, sono usciti insieme la mattina e non sono più rientrati alle rispettive case. Hanno telefonato il giorno dopo per tranquillizzare che stavano bene, poi più nulla, non si sa che fine abbiano fatto e dove si trovino. La famiglia di lui è tranquilla. È la famiglia di lei che ha dato di matto. Fuoco e fiamme. Dicono che è tutta colpa del ragazzo, che l’ha rapita per costringerla ad un matrimonio veloce, che è stata una offesa personale, che la deve pagare e così via. Non c’è modo di farli ragionare, rottura su tutti i fronti. Devi rimettere le cose a posto Salvatore, aveva detto don Alfredo Caronia, intervenendo a suggello di tutto il discorso. A certi incarichi, da parte di certe persone, Salvatore Capuano sapeva che non era possibile sottrarsi, né era salutare ripresentarsi con un insuccesso, motivato o meno che fosse. Don Alfredo, aveva detto, Gerardo, sapete che il mio impegno sarà massimo. Avvisate i vostri amici che andrò domani stesso a trovarli, per sentire le loro ragioni. Don Alfredo, aveva aggiunto dopo una pausa, le due famiglie potranno anche non sapere dove i due giovani siano andati a nascondersi, ma voi avete occhi e orecchie più raffinati, non vi sarà difficile rintracciarli, anzi credo che già sappiate dove si trovino. Avrò bisogno di parlare anche con loro. Don Alfredo Caronia era rimasto impassibile. Era stato Gerardo Caronia a replicare, ma come se non avesse neanche sentito le ultime parole. Avvertirò Micu Giacalone e Ignazio Cosentino che riceveranno una tua visita nella giornata di domani.

Micu Giacalone evidentemente di parlare con Salvatore Capuano non aveva nessuna voglia, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Ma neanche lui, per quanto a ricchezza non avesse molto da invidiare ad alcuno e nella sua città facesse il bello e il cattivo tempo, poteva a cuor leggero disattendere un intervento riappacificatore portato avanti da don Alfredo Caronia. Accolse quindi con freddezza il visitatore, rispettando comunque le regole della buona creanza nel presentargli appena arrivato moglie e figlio, prima di ritirarsi con lui nel suo studio. Era uomo di città Micu Giacalone, di campagne, terra e animali non sapeva niente né gli interessava saperne. Lui costruiva palazzi, per abitarci, per uffici, negozi e qualunque altra destinazione d’uso potesse inventarsi, dovunque poteva e soprattutto dove non avrebbe potuto. E poi strade, acquedotti, ponti e fognature, servissero o non servissero. Fin da piccolo aveva visto mescolare sabbia, cemento e acqua per formare calcestruzzo e alzare pilastri di cemento armato e muri di mattoni, seguendo il padre nei piccoli cantieri con la sua modesta impresa di costruzioni edili. Poi l’impresa era cresciuta, ne erano nate altre, le commesse via via più grosse, gli affari sempre più consistenti, le amicizie sempre più potenti e strette. Poteva avere sui cinquant’anni ed era palesemente incazzato nero. Sinceramente, aveva esordito, ho accettato di incontrarla solo per rispetto per don Alfredo Caronia. Ha insistito affinché la ricevessi e le parlassi riguardo a quanto accaduto pochi giorni fa. Il fatto è che però si tratta di una questione molto personale, di famiglia, nella quale credo che estranei non debbano entrare, non hanno il diritto di entrare. È una cosa che intendo risolvere personalmente e a modo mio. Salvatore Capuano aveva capito di avere di fronte un muro, col quale sarebbe stato difficile confrontarsi. Occorreva procedere gradualmente, scalfire il muro dalla superficie, indebolirlo e capire se al suo interno fosse di pietra granitica o di tufo. La famiglia è la cosa più importante, aveva esordito, da assistere e proteggere, nel bene e nel male. La qualità di un uomo si misura anche da quanto persegue il benessere e le aspirazione della sua famiglia, di sua moglie e dei suoi figli, siano essi maschi o femmine. Il lei non faceva per Salvatore Capuano. Io mi occupo di terra e animali, sono un contadino e un allevatore, voi vi occupate di costruzioni e di grandi affari, ma l’attenzione che riserviamo alla famiglia è la stessa, la vediamo nello stesso modo. Penso però che ognuno, nella gestione della propria famiglia, pur nella sua autonomia, possa trarre vantaggio dal confronto con le esperienze di altri, dai consigli di esperti, da valutazioni esterne che hanno il pregio di osservare le cose senza un diretto coinvolgimento, da più lontano, con una visione più globale. All’interno della famiglia stessa si ha la tendenza ad analizzare ogni accadimento sotto una luce focalizzata, con una lente di ingrandimento, che se da una parte permette di scandagliarne ogni più piccolo dettaglio fa perdere di vista l’insieme, le relazioni con altri fatti, con altre persone e con altri punti di vista. Ecco, io sono qui per contribuire a osservare e valutare le cose anche sotto un diverso punto di vista. Salvatore Capuano aveva una parlata lenta e musicale, sapeva toccare corde inesplorate, intrecciava sensazioni e colori, modulava sentimenti e stregava, quasi alla stregua di un poeta con la sua innamorata, un po’ come fanno gli incantatori di serpenti con i loro strumenti musicali. Micu Giacalone aveva pensato fosse meglio provare a svicolare da tali ammalianti discorsi e restare sui fatti nudi e crudi. Quando Roberto Cosentino si è presentato in casa mia per chiedere il permesso di frequentarsi con mia figlia Santina gli avrei volentieri rotto la testa a furia di botte e l’avrei buttato fuori a calci, tanto il cuore mi si era gelato e la testa mi pulsava. Ma come, mia figlia ha appena quindici anni e tu mi entri in casa per portatela via? È ancora una ragazzina, se vede un film di terrore la notte vuole ancora venire a dormire con me e mia moglie in camera matrimoniale, e tu la vedi già come una donna? Ma Santina mi ha guardato dritto negli occhi, con i suoi occhi luminosi e sempre dolci. L’espressione era serena, pareva mi dicesse papà stai tranquillo, figurati se lui mi porta via da te, ne deve passare di acqua sotto i ponti prima che vada via da questa casa, poi non andrò mai molto lontano da te, sarò sempre nei paraggi tuoi e di mamma. Non era una mia invenzione, ne sono sicuro, era lei che mi rassicurava, che mi confermava con lo sguardo ancora una volta quello che mi diceva sempre a parole, che voleva studiare, diplomarsi, laurearsi, realizzarsi prima di tutto con un proprio lavoro, solo dopo sposarsi e avere dei figli, ma vicino a noi, così da poterci vedere tutti i giorni. Intanto Roberto Cosentino a lei piaceva e sarebbe stata felice di avere il mio consenso per frequentarsi. Mi ha detto tutto questo col suo sguardo, mi ha detto papà ti voglio bene, fidati. Allora la testa ha lentamente smesso di pulsare e il cuore ha ripreso a vivere. Ho risposto al ragazzo che se mia figlia era d’accordo potevano frequentarsi, avevano il mio permesso, ma inutile dire che doveva comportarsi molto ma molto bene, con rispetto verso di noi e verso di lei. Avrei voluto aggiungere che se le avesse torto solo un capello l’avrei ammazzato, ma mi sono trattenuto. Lei ha figli, signor Capuano? Salvatore Capuano aveva ascoltato attentamente. Sapeva ascoltare, con le orecchie, la mente e il cuore, sapeva pesare le pause e i toni, cogliere gli umori e i pensieri, gli sfoghi e i desideri. Si era aspettato una domanda del genere. Lui non aveva avuto figli, così aveva voluto il Signore, era l’unico cruccio suo e di sua moglie. Quando si parla di figli, aveva risposto, tutti sono portati a credere che solo chi ha figli e figlie possa capire un genitore, possa provare le medesime emozioni, possa offrire partecipazione e consigli. No, non ho figli. Ma un medico che cura un male ha avuto necessità di aver sperimentato quel male su sé stesso? Un parroco che celebra con un matrimonio la nascita di una nuova famiglia e ne gioisce deve aver provato direttamente la dolcezza di una unione matrimoniale e la grazia dei figli? La comprensione delle emozioni e delle persone, dei fatti e dei pensieri, si persegue con la mente e con il cuore, con lo studio, l’esperienza e la sensibilità. Il Signore non ha voluto darmi la gioia di avere figli, ma so che avrei provato a renderli felici. Ed è quello che desidero anche io, aveva replicato Micu Giacalone, pensoso. Ho saputo poi che lui è il figlio di Ignazio Cosentino, il deputato regionale. Come lei saprà, signor Capuano, negli affari il confine tra quello che è lecito, quello che non è lecito e quello che può essere reso lecito con i soldi è molto labile. Io negli affari ci sguazzo, conosco come e dove mettere le mani, ma quelli che pago per rendere leciti alcuni affari non leciti li schifo e, in tutta sincerità io a Ignazio Cosentino lo schifo. Ho cercato di farlo capire a mia figlia, ma lei ha detto che Roberto Cosentino non è come suo padre, è uno che sogna un mondo migliore, un idealista. I sognatori sono pericolosi, ne sono sempre stato convinto, ma avevo dato il mio permesso, avevo promesso di fidarmi di lei e ho chinato la testa. Col padre ho fatto buon viso e cattivo gioco, né lui mi sembra abbia fatto problemi. Il ragazzo andava alla stessa scuola di mia figlia, lei secondo liceo e lui quinto. Dopo un anno si sono voluti fidanzare ufficialmente, abbiamo dato il nostro assenso. Il ragazzo dopo il diploma si era preso un anno sabbatico, così dicono quelli che ancora non sanno cosa fare nel futuro, non hanno urgenza di scoprirlo oppure sono solo sognatori. Dopo l’anno sabbatico ha deciso che non voleva fare l’università ma cominciare a impegnarsi nel sociale. Così ha sostenuto, nel sociale, per gli altri. Io non sono laureato, signor Capuano, ma sono convinto che al mondo d’oggi una laurea è importante, e non solo per lavorare, soprattutto per essere uomini e donne più di cultura di quanto abbia potuto esserlo la mia generazione, più consapevoli della complessità del mondo moderno. Che potevo fare? Volevo anche assumerlo in uno dei miei cantieri, ma alla fine il padre gli ha trovato il modo di entrare in società in una onlus che assiste i minori non accompagnati che entrano illegalmente in Italia, si prende cura di loro, si preoccupa che studino e li avvia poi ad un futuro migliore della realtà dalla quale sono partiti. Tutto bello, cosa dire. Poi si è messo in testa che si dovevano sposare, appena mia figlia si diplomava. Lei lo ama, lo segue in tutto e per tutto nelle sue pensate, ma con sollievo da parte mia ha ribadito che vuole prima andare all’università e laurearsi in economia. E con questo siamo arrivati a domenica scorsa, anzi a lunedì scorso, l’ultima volta che ho sentito mia figlia. Roberto Cosentino la sta manipolando, l’ha rapita per convincerla, per mettere tutti davanti al fatto compiuto e forzare il matrimonio. Ha offeso lei e la mia famiglia, il suo e nostro onore. Salvatore Capuano l’aveva lasciato sfogare, senza interromperlo. L’onore è una brutta bestia, dalle molte facce, baluardo a difesa di valori molteplici e cangianti, il cui giudizio di merito varia talmente tanto da situazione a situazione, da caso a caso, da rendere ogni sua manifestazione unica nel suo genere. Capisco, aveva commentato, le offese al proprio onore sono una cosa pesante, assai pesante. Aiutatemi però a capire una cosa, aveva continuato, voi avete parlato di onore di sua figlia e vostro come famiglia, di offesa verso di lei e verso la vostra famiglia. Perché vi siete espresso in questo modo? Micu Giacalone aveva dato l’impressione di non aver capito la domanda, come se non avesse colto il dettaglio che veniva sollevato, oppure al contrario gli fosse parso una inutile pedanteria a fronte della massa di pesante sostanza fino ad allora da lui esternata. Aveva infine risposto, quasi con indulgenza, che era stato solo un modo di dire, un rafforzativo, a voler addebitare una colpa in un certo senso ancora maggiore al ragazzo. Certo, aveva asserito Salvatore Capuano, pensoso. Voi però vedete una qualche differenza tra l’offesa fatta a vostra figlia e quella fatta a voi? Un’offesa a mia figlia è un’offesa fatta a me, era stata la pronta risposta. Sicuro, ma quello che voi potete considerare un’offesa potrebbe non essere la stessa cosa per vostra figlia, potrebbe avere un significato diverso, magari solo più veniale. Avete detto che il ragazzo l’ha rapita, ve l’ha detto lei quando vi siete sentiti? No, ha solo detto che stava bene, stavano insieme e non dovevamo preoccuparci. Allora perché voi parlate di rapimento? Perché rapimento è nella sostanza, costretta o manipolata che mia figlia sia stata, per arrivare ad un matrimonio veloce, ma se l’ha anche solo sfiorata io l’ammazzo, era stato il concetto ribadito, con energia. Dovete perdonarmi, io continuo però a non vedere il nesso tra l’allontanamento per qualche giorno dei due ragazzi, sempre che costrizione non ci sia stata, e la forzatura del matrimonio. Salvatore Capuano naturalmente capiva bene il nesso nella mente del suo interlocutore, lo aveva visto lampante ed esplicito, ma voleva che fosse lui a confessarlo. Micu Giacalone aveva sbottato, rosso in viso. Il nesso è che il ragazzo pensa sicuramente che all’offesa del rapimento lui metterebbe volentieri riparo col matrimonio immediato. Questo è il nesso. Per tutti l’unica soluzione sarebbe questa. E per voi, aveva chiesto ancora Salvatore Capuano?

Ignazio Cosentino aveva qualche anno in più di Micu Giacalone, di certo meno prestante, con una forte stempiatura dei suoi capelli lisci e neri sulla fronte e un accenno sottile di baffi sul labbro superiore. Avvocato alla terza generazione e il primo ad essersi dato alla politica in famiglia. Aveva scelto di incontrare Salvatore Capuano di pomeriggio nel suo studio privato di avvocato, andandogli incontro appena introdotto da una delle segretarie, con le braccia larghe e modi più che cordiali. Carissimo, aveva esordito poggiandogli le mani ad altezza di omero e poi indicandogli una poltroncina in pelle in cui sedersi, don Alfredo Caronia mi ha pregato di riceverla, sicuro che lei possa intervenire per aiutare a ricucire una mia delicata situazione di famiglia. Accetta un caffè? E senza aspettare risposta aveva pigiato un tasto del telefono sulla scrivania e chiesto di portare subito due caffè, quindi era andato a sedersi su una seconda poltroncina accanto all’ospite. Chissà se riservava quella calorosa e amichevole accoglienza a tutti o soltanto a quelli mandati da don Alfredo Caronia, si era domandato Salvatore Capuano. Ma poi aveva concluso che certo, la referenza che l’accompagnava apriva molte porte e rendeva più malleabili, ma i comportamenti di fondo permangono sempre. Avvocato e politico quello lo era di natura, comportamenti ostentatamente cordiali e amichevoli dovevano essere il suo stile abituale, finalizzato alla fluidità delle aule dei palazzi di giustizia e della politica, nonché alla scaltrezza atta alla conversione di affari non leciti in leciti, per dirla con Micu Giacalone. Anche l’accenno alla delicata situazione di famiglia non era sembrato segno di riservatezza e protezione, come in Micu Giacalone, ma quasi un riferimento ad un generico campo d’azione, alla stregua degli altri settori di interesse, in cui si è liberamente ammessi se si può essere utili a qualcosa, se la cosa può essere funzionale a rimettere in moto la macchina dei soldi per oliare gli affari, per produrre altri soldi. Erano arrivati i caffè, li avevano l’uno gustato, l’altro buttato giù velocemente in un sorso solo, come se fosse acqua fresca, abituato a berne quantità rilevanti ogni giorno, in ogni circostanza. Allora, mi dica, aveva esordito infine Ignazio Cosentino, cosa posso fare per metterla in grado di operare al meglio? Qualche informazione me l’ha data don Alfredo Caronia, che mi onora della sua fiducia, aveva cominciato Salvatore Capuano, e stamattina ho avuto una lunga chiacchierata con Micu Giacalone. Vorrei capire come vedete voi la cosa, dal vostro punto di vista. Io ad essere sincero, aveva detto quello, non vedo una ragione vera alla radice della situazione che si è creata. Saprà che mio figlio Roberto, ha ventitré anni ed è il mio secondo figlio, già tre anni fa si è voluto fidanzare con la figlia di Micu Giacalone, Santina. Lei è una cara ragazza, giovanissima e assennata. Conoscevo già suo padre, un mio cliente, come non conoscerlo per chi opera da queste parti. Noi avvocati siamo in fondo come una terra di mezzo tra la legge e la gente comune, gli operatori economici. Si fa una spola continua per armonizzare le due parti, traghettare instancabilmente i secondi sulla sponda della legalità e veicolare loro costantemente le norme e i principi delle leggi da rispettare. E in realtà, come politico al servizio di una comunità, continuo e amplio questo mio lavoro di traghettatore tra i bisogni della comunità e le risposte della politica. Ignazio Cosentino, il traghettatore, aveva pensato Salvatore Capuano, sul libro paga di Micu Giacalone e di chissà quanta altra gente, in affari con don Alfredo Caronia e chissà chi altri. Che poi essere in affari con don Alfredo Caronia significa sempre che gli affari sono soprattutto a suo vantaggio, che gli altri sono in un certo senso associati per convenienza, opportunità, omertà, ma hanno operatività limitata, autonomia ridotta e vita sul filo di una lama. Non aveva detto queste cose, naturalmente, si era limitato ad assentire con un cenno della testa, come a far capire che aveva compreso perché uno come lui, avvocato e politico, avesse a che fare con Micu Giacalone, quindi un invito a continuare il racconto. Non ho potuto non dare il mio consenso, d’altra parte sono giovani, innamorati e romantici. Mio figlio nel frattempo, contrariamente alle mie aspettative, si è un po’ perso nelle sue ambizioni sul suo futuro. È un sognatore, un idealista, poco concreto vorrei aggiungere. Ci ho parlato, ci ho discusso e litigato, ma che posso farci. Pure la mamma lo appoggia. Mi consolo col fatto che l’altro figlio, il primo, è molto più assennato e con la testa sulle spalle. È già avvocato e ha cominciato a seguirmi nella mia stessa professione, lavora con me nello studio. Il figlio eletto, aveva ragionato Salvatore Capuano, quello di razza. L’altro poteva permettersi di giocare e fare il sognatore alternativo. Da un po’ si è messo in testa che si devono sposare. Santina Giacalone vuole farlo ragionare, suo padre non sente addirittura ragioni. Lui deve essere uscito di testa e ha forzato le cose, con questo allontanamento improvviso e inaspettato. Ma io sono tranquillo, noi siamo tranquilli, ritorneranno a casa presto e la situazione sicuramente si rasserenerà. È Micu Giacalone che ha scatenato l’inferno, parla di offese, di matrimonio forzato e di onore. Ma se minaccia mio figlio io non posso restare a guardare indifferente, allora anche io posso diventare meno comprensivo. Parla di onore, carissimo amico, alla stregua di un vecchio di cent’anni fa, ed è anche più giovane di me. I giovani d’oggi vivono più liberamente, convivono, prendono autonomamente le proprie decisioni, fanno le loro scelte, hanno idee e le inseguono. E a ragione, dico io, sono il futuro e guardano avanti, oltre la miopia della nostra generazione. Che poi sull’onore di Micu Giacalone si potrebbe anche dissertare. Come le ho detto, il mio lavoro e la mia attività di politico mi portano ad operare in una terra di mezzo, a lavorare mio malgrado con chi spesso vede nelle leggi e nel rispetto dei doveri civici dei legacci alla sua fantasia imprenditoriale. Accetto Micu Giacalone per quello che è, per quello che altrimenti non può essere, ma in tutta franchezza direi che l’onore di Micu Giacalone è di quelli eccepibili ed elastici. Salvatore Capuano dentro di sé aveva represso una risata sonora e amara nello stesso tempo, sia alla luce dell’evidente reciproca alta considerazione che i due quasi consuoceri nutrivano l’uno per l’altro, sia per la assoluta mancanza di pudore che manifestava Ignazio Cosentino nel mentire, forse a sé stesso prima che agli altri, sull’onorabilità e sull’etica dei suoi comportamenti. Allora, per ricucire le cose, come vi siete espresso, occorre fare in modo di salvaguardare il concetto di onore di Micu Giacalone con la vostra visione più illuminata del futuro e della società.

La mattina dopo, di buon’ora, Salvatore Capuano aveva avviato dei lavoretti di routine in un capanno. Non se ne stava mai fermo in casa e nella sua terra, sia per necessità che per piacere. Ma sapeva che non sarebbe rimasto a lungo in attesa. Non erano neppure le nove quando era arrivata la grossa auto, con due uomini a bordo. Conosceva di vista quello che scese, dal posto vicino a quello di guida. Era uno degli uomini di don Alfredo Caronia, l’aveva notato altre volte in giro nella sua casa di campagna. Buongiorno Salvatore, aveva detto, vengo da parte di Gerardo Caronia, per accompagnarvi dove sapete. L’aveva fatto salire sul sedile posteriore ed erano ripartiti, in silenzio. Erano usciti sulla strada principale e poi verso la statale, dopo un’ora e mezza circa erano arrivati a destinazione. Era una specie di dependance di un casolare di campagna più grande che si trovava poco distante, ristrutturato. In giro cartelli col nome di una onlus. Doveva essere una casa di accoglienza della onlus per la quale lavorava Roberto Cosentino. C’era poca gente in giro. Erano scesi dalla macchina. L’uomo vicino all’autista si era diretto verso la porta della casa e aveva bussato, deciso, ma con discrezione. Doveva essere sicuramente Roberto Cosentino quello che era uscito, perché l’età corrispondeva, come il resto dell’aspetto, almeno sulla base di quello che Salvatore Capuano s’era prefigurato, belloccio, magro, scuro di carnagione e di capelli. L’uomo gli aveva parlato per qualche minuto, poi era ritornato verso la macchina. Lui e l’autista avevano cominciato a fumare, facendo intendere chiaramente che avevano svolto la loro parte. Salvatore Capuano si era avvicinato al giovane, gli aveva stretto la mano e si era presentato. Mi hanno chiesto di provare a ricucire le cose, aveva detto.

Si sedettero intorno al tavolo, i due giovani vicini e tenendosi per mano. Ma voi chi siete, esattamente, zio Salvatore? Chiese Santina Giacalone. Una domanda semplice e diretta, innocente anche, ma era più che ragionevole. Stava a certificare l’evidenza che lui era in fondo uno sconosciuto, un intruso che veniva a inserirsi in una vicenda molto personale, tra due giovani che si amavano e che si stavano trovando in una situazione complessa dalla quale non vedevano come uscire fuori. Come vi era entrato? Il ragazzo aveva detto che era lì per aiutarli, ma perché lo faceva? Chi gli aveva chiesto di intervenire? Da che parte stava, soprattutto? Salvatore Capuano guardò ancora i capelli dorati della ragazza, poi si soffermò sugli occhi che lo fissavano interrogativi, lucenti. Nella Bibbia, rispose infine, san Paolo dice ai Corinzi queste esatte parole: “Se dunque siete in lite per cose di questo mondo, voi prendete a giudici gente che non ha autorità nella Chiesa? Lo dico per vostra vergogna! Sicché non vi sarebbe nessuna persona saggia tra voi, che possa fare da arbitro tra fratello e fratello?”. Ecco, senza lontanamente volermi accreditare come giudice, né avendo autorità alcuna nella Chiesa e fuori di essa, penso di potermi definire una persona saggia che prova a fare da arbitro tra fratello e fratello, tra parti in contrasto fra loro. Come tale, essendo peraltro del tutto senza importanza precisare chi mi ha coinvolto nella vicenda, io non sono qui per esprimere giudizi né per sostenere le ragioni di una parte o dell’altra, ma solo per riavvicinarle, superando le incomprensioni e gli istinti, richiamarle alla ragionevolezza e all’armonia. Almeno, ci provo. Ieri, continuò, ho parlato con i vostri genitori. Vorrei ora capire da voi come sono andate le cose e le vostre ragioni. Roberto, è vero, come ritiene il padre di Santina, che si è trattato di un vero e proprio rapimento da parte tua, per far precipitare le cose e forzare il matrimonio? Santina Giacalone intervenne immediatamente e con energia, mentre le lacrime le solcavano le guance. Non c’è stato nessun rapimento, io ho fatto tutto di mia volontà, non sono stata costretta a fare nulla. Roberto Cosentino la guardò, con uno sguardo adorante, e ce n’era ben motivo, ma che esprimeva anche insieme follia e disperazione. L’ho rapita sì, sbottò, per meglio dire l’ho trascinata nella mia iniziativa, nonostante lei fosse contraria. Io voglio sposarla e vivere insieme a lei. Ne abbiamo parlato tante volte e mi ha sempre detto che è quello che desidera anche lei, ma che vuole prima terminare gli studi e realizzarsi professionalmente. È quello che si augura anche la sua famiglia, suo padre mi dice sempre di dare tempo al tempo. Io capisco tutto, ma non penso che le cose siano incompatibili, ne soffro. Domenica scorsa sono crollato. Quando siamo usciti le ho detto basta, adesso costringo tutti ad accettare subito il matrimonio. Simulo il tuo rapimento e vedrai che saranno tutti gli altri a chiederci di sposarci subito. Per salvare l’onore. Lei ha cercato di dissuadermi, di convincermi ad ascoltarla, ma mi è rimasta accanto. Già il giorno dopo, a mente fredda, ragionando con calma, mi ha fatto capire che stavo sbagliando, che non era giusto nei suoi confronti e nei confronti delle persone che ci vogliono bene. Suo padre lunedì scorso le ha detto al telefono addirittura che vuole ammazzarmi. Ormai la frittata era fatta, non sapevamo e non sappiamo come uscirne, intanto è passata quasi una settimana, un’eternità. Fu come un torrente in piena, poi chinò la testa e si zittì. Salvatore Capuano aveva ascoltato con attenzione. Rimase a lungo pensieroso, poi fece una richiesta. Santina, vorrei parlare con te da sola, se sei d’accordo. I due giovani furono sorpresi. Ma non ci sono segreti fra di noi, replicò il ragazzo. Lei guardò il vecchio, quasi a cercare di leggergli nel pensiero, poi rivolse al ragazzo uno sguardo che stava a significare vai pure, tranquillo, so cavarmela. Lui con fare non proprio convinto, lasciò la mano di lei, si alzò in piedi e si avviò fuori della casa. Non è facile per me chiederti quello che sto per dirti, disse Salvatore Capuano, come non lo sarebbe se dovessi parlare a una mia figlia. Tu naturalmente puoi anche ritenere giusto o semplicemente opportuno non rispondermi, ma dalla tua risposta dipende la scelta della strategia più adeguata a risolvere il nostro problema. La cautela e l’imbarazzo erano certamente in parte autentiche, perché ai suoi occhi Santina Giacalone era una bambina, ancorché sotto le sembianze di una ormai splendida donna, ma in parte erano anche tattica. Erano funzionali a responsabilizzare, caricare il contenuto della domanda di un significato dirimente, allontanare la più remota eventualità che potesse essere intesa come irritante curiosità. Sei stata, come dire, in intimità con Roberto? La ragazza, gli venne in aiuto. Zio Salvatore, volete sapere se sono stata a letto con Roberto? Sì, ci ho dormito insieme, abbracciati stretti, perché ci vogliamo bene. Ma tra noi non c’è stato nessun rapporto di tipo sessuale. E questo non perché io e lui non lo desiderassimo, ma perché siamo entrambi convinti che la cosa debba avvenire dopo il matrimonio, dopo che il prete ci abbia consacrato nella nostra unione. Potrà sembrare fuori tempo, cosa antica, ma siamo entrambi profondamente credenti e in prospettiva cristiana, è stato detto, “la sessualità si colloca nella luce della verità quando l’unione dei corpi simboleggia e compie l’unione delle esistenze e, quindi, esprime una relazione di totale coinvolgimento, di reciproca conoscenza, di corresponsabilità, di condivisione.” Salvatore Capuano non si sentiva né giudice né prete. Con sua moglie, cinquant’anni prima, il problema non si era posto, perché praticamente non erano stati mai da soli prima del matrimonio per più di pochi minuti. Non aveva inoltre avuto figli ai quali consigliare questa o quell’altra opinione. La cosa gli era pertanto estranea, più che indifferente o rilevante. In questo caso specifico aveva però la sua importanza, era forse la chiave di tutto, alla luce dei discorsi fatti sull’offesa e sull’onore da parte di Micu Giacalone. Il vecchio guardò nel profondo dei lucenti occhi in cui il verde e l’azzurro si mescolavano in maniera perfetta, vi vide la verità.

L’auto era una grossa berlina, sui sedili di dietro c’era posto a sufficienza per tre persone, ma i due giovani stavano stretti da una parte e il vecchio dall’altra, per cui ci sarebbe stato tranquillamente posto per una sesta persona. Tutto il viaggio si svolse praticamente in silenzio. Arrivarono alla villa di Micu Giacalone verso l’ora di pranzo. Salvatore Capuano chiese a tutti di aspettare fuori, lui doveva prima parlare col padrone di casa. Stavano per mettersi a tavola, padre, madre e figlio maschio. Rimasero sorpresi di vederlo comparire così all’improvviso, appena il giorno dopo la prima visita, senza che nessuno avesse avvisato. Il padrone di casa fece comunque buon viso e cattivo gioco. Vuole sedersi a mangiare con noi? Chiese. Alla risposta negativa, fece strada verso lo studio. Si sedettero su un divano, l’uno accanto all’altro. Vostra figlia e il ragazzo sono qua fuori, annunciò subito Salvatore Capuano. Ma appena l’altro fece per alzarsi, istintivamente, probabilmente incerto se andando fuori casa sarebbe prima corso ad abbracciare sua figlia o ad assalire il suo fidanzato, gli poggiò una mano sulla spalla e lo fermò, rimettendolo a sedere. Dobbiamo prima parlare, disse, è meglio. Fece una pausa, tattica. I due giovani sono spaventati. Roberto Cosentino ha ammesso che ha fatto una grossa sciocchezza, ha agito in preda ad un attacco di pura follia e vostra figlia l’ha seguito volontariamente per amore e per farlo riflettere con calma. Lui è consapevole di aver arrecato offesa a voi e alla vostra famiglia e vuole chiedervi perdono, d’ora in poi starà buono e tranquillo, fino a quando Santina lo riterrà necessario. E crede di poter sistemare tutto così semplicemente, come con un colpo di spugna? Disse Micu Giacalone, con tono amareggiato, più come riflessione propria che come domanda. Aveva la testa china e gli occhi fissi verso terra. Ormai l’onore di mia figlia e quello mio sono compromessi, per tutti si è trattato di un rapimento e l’unico modo per porvi rimedio è il matrimonio. Non è necessario, replicò Salvatore Capuano, Santina per il momento non lo vuole, proprio come voi. E c’è un’altra cosa. Roberto Cosentino non l’ha neppure sfiorata, come voi vi siete espresso, né per costringerla a seguirla né facendo l’amore con lei. Non si è approfittato di lei. Insomma, i ragazzi non sono stati a letto insieme. Micu Giacalone sollevò la testa e lo guardò. Come faccio ad esserne sicuro, chiese? Me l’ha detto Santina, rispose il vecchio, mentre la scrutavo negli occhi. Erano gli occhi dell’innocenza, di chi non mente, di chi è convinta delle sue ragioni e non ha bisogno della menzogna. Sono sicuro che se voi le chiedeste la stessa cosa ve ne rendereste conto immediatamente, anche se io non vi consiglio di farlo, perché per lei sarebbe doloroso ascoltare la domanda, e anche per voi formularla. Ma gli altri? Per tutti gli altri loro l’hanno fatto, sono stati a letto insieme e non posso impedire che lo pensino, per quanto io possa negarlo. Gli altri, ripeté Salvatore Capuano, come se parlasse tra sé, ci si preoccupa sempre più degli altri che di noi stessi, delle persone alle quali vogliamo bene, della loro felicità. Comunque, se voi non potete farlo, lo posso fare io. Micu Giacalone lo guardò interrogativamente. Voi non mi conoscete ancora bene, probabilmente ancora non avete avuto modo di raccogliere informazioni su di me. La mia parola vale come l’oro. Io godo del rispetto e della fiducia della gente. Si rivolgono a me perché tutti sanno che sono credibile, che quello che dico è garanzia di verità e affidabilità. Negli affari come nelle cose di natura più delicata. Se sono io a far sapere in giro che è stata solo una ragazzata, che niente è successo tra loro, tutti sapranno che è la verità, nessuno potrà dubitarlo, si riterrà in diritto di metterlo in dubbio. Lei dice davvero? I suoi occhi si illuminarono. Lei può fare questo? Sì, rispose Salvatore Capuano, io posso farlo. Uscirono insieme dalla casa, seguiti dalla moglie e dal figlio. Santina Giacalone era lì fuori, ansiosa di sapere com’era andata, accanto a Roberto Cosentino che le teneva la mano, mesto e a capo chino. I due accompagnatori si tenevano a distanza. Micu Giacalone abbracciò stretta sua figlia, la sua bambina, la baciò sui capelli biondi. Roberto Cosentino ebbe appena il tempo di balbettare una richiesta di perdono che un ceffone lo raggiunse al viso. E ci stava. Poi tutti e tre si diressero verso l’ingresso della casa. Ma prima Santina Giacalone si avvicinò a Salvatore Capuano, gli diede un bacio su una guancia. Grazie zio Salvatore, disse. Il vecchio andò verso la macchina e i due uomini che lo aspettavano. Riferite a don Alfredo Caronia che è tutto a posto, ma prima riportatemi a casa.

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