Un uomo fortunato

“Osservo i fogli svolazzare, confondersi, ondeggiare, volare sulle teste e sulle scrivanie, una moltitudine di committenti e collaboratori uniti nel mio stesso destino.”

(Nella foto, immagine dal Web)

Oggi come ieri. Come domani. Come domani l’altro e ancora così a seguire. Pensare che devo ritenermi fortunato, mi è stato detto e continuano ogni tanto a ripetermi. Tra il sig./sig.ra D’Arcangelo Saverio Maria nato/a a Milano sigla prov. MI il 21/11/52 in qualità di Legale Rappresentante/ Amministratore/ Presidente/ Ditta/ Associazione/ Ente D’Arcangelo e figli S.r.l. con sede legale a Milano sigla prov. MI indirizzo via E. Fermi 56 partita IVA/ Codice Fiscale DRGSVR52S21I615B di seguito denominato “Committente”. Committente committente, viva viva il committente. Committente D’Arcangelo e figli S.r.l. suona proprio importante, colui che commissiona, ordina, dispone, impone di eseguire un lavoro, un ordine. Il committente ordinò l’omicidio di Tizio e Caio. Cosa vuoi fare da grande, giovane pivello? Il committente. Da grande voglio fare il committente, commissionare, ordinare, disporre chi fa questa cosa e chi fa l’altra, della vita e della morte dei signori e dei cafoni. Io sono un committente! Committente committente, viva viva il committente. Com-mit-ten-te. Committente D’Arcangelo e figli S.r.l. commissionami questa minchia. E il sig./sig.ra Coviello Pasqualina nato/a a Potenza sigla prov. PZ il 4/4/97 residente a Carugate sigla prov. MI indirizzo via F. Rimmo 18a Codice Fiscale CVLPSL97C04R261C di seguito denominato “Collaboratore”, Si conviene e si stipula quanto segue: a) a partire dal 1/3/21 e fino al 31/3/21, b) il Committente ai sensi del comma 3 dell’articolo 41 del D.lgs. n.125/2004 in applicazione della Legge 25/2004 e successive integrazioni e dell’articolo 12 comma 1 lettera c) del DPR n.421/87 conferisce incarico al Collaboratore il quale accetta di prestare la propria attività di collaborazione autonoma occasionale avente ad oggetto la seguente attività servizio di pulizia interni immobili. Col-la-bo-ra-to-re. Il collaboratore occasionale Coviello Pasqualina svolge la sua attività di collaboratore al femminile inerente il servizio di pulizia interni immobili per conto del committente D’Arcangelo e figli S.r.l. Il committente maschile e il collaboratore femminile. Padrone e schiavo. Chi ordina e chi ubbidisce. Volete voi onorevoli giurati fare i committenti o i collaboratori? A voi la scelta. Collaboratore di giustizia, collaborare con la giustizia, che bello, che buono, che giusto! Committente uguale padrone. Collaboratore uguale schiavo. Vuoi tu forse da grande fare il collaboratore, giovane sbarbatello? Giammai! Meglio la morte. Da grande non voglio certo fare il collaboratore, collaborare, contribuire, aiutare, eseguire e lavorare per conto del committente, che diamine. Ho io forse la faccia del collaboratore? Collaboratore, mio collaboratore, collabora con questa minchia. Confronto quanto riportato sul modulo “Mod.12-41bis Contratto Di Collaborazione Occasionale” che ho davanti e quanto ho scritto al computer nei relativi campi dell’applicazione di informatizzazione alla quale sono assegnato, la cui gestione costituisce il mio lavoro di impiegato. Nessun errore. Schiaccio il tasto Invio.

Normalmente la mia reazione di persona fortunata è un sorriso stirato ed un cenno vago, sfuggente, raramente controbatto o argomento. Tre settimane fa ho invece avuto una reazione meno apatica. È stato in birreria. Ero con tre amici. Si parlava della vita. Esaurito l’argomento calcio e quello donne, quello alla mia sinistra, ormai un po’ brillo, aveva laconicamente riflettuto, dicendo più a sé stesso che agli altri, per la verità, che la vita è uno schifo. La vita è come la scala del pollaio, corta e piena di merda, aveva integrato l’amico di fronte a me citando De Filippo. Il mio amico intellettuale, filosofo di strada. Io avevo annuito, flemmatico anche a causa delle mie birre. Poi avevo aggiunto che lo schifo deriva soprattutto dalla necessità di lavorare per vivere. Potendo vivere senza lavorare, avevo detto, la vita forse farebbe meno schifo. L’amico alla mia destra si era girato a guardarmi, anche lui sazio di birra. Il tuo ragionamento non fa una grinza, aveva affermato, ma è detto da te che mi sorprende. Loro due, aveva indicato gli altri due amici, si sbattono da mattina alla sera tra gli scaffali, le casse e i magazzini di un supermercato, dopo aver sgobbato una vita tra cantieri e lavoro nei campi. Io ho sempre fatto l’operaio nei cantieri, tra malta e ponteggi. Ma tu al nostro confronto fai un lavoro da signori, ammettilo, tra computer e scartoffie. E non che tu abbia tanti più meriti di noi. Abbiamo fatto le scuole superiori insieme, io e te, e non ricordo altro che un comune cazzeggio e la continua ricerca di scuse e trucchetti vari per cavarcela alla meno peggio per svicolare studio e interrogazioni, per sopravvivere col minimo sforzo. Poi per vent’anni hai vissuto con i soldi dei genitori e i sussidi di disoccupazione, prima di questi ultimi fantastici quattro anni scarsi di impiego in ufficio, finalmente al sicuro, appagato e satollo grazie alla raccomandazione di quel santo di tuo zio. Proprio tu ci vieni a parlare dello schifo della vita a causa dello schifo del lavoro? Dovresti ritenerti fortunato, più che fortunato. Lo avevo guardato fisso mentre parlava. Poi gli ho sbattuto proprio sulla bocca il bicchiere di birra mezzo pieno che tenevo nella mano sinistra, rompendolo e tagliuzzandogli bene il viso. Mi sono ferito anch’io alla mano. Me ne sono andato sanguinando, tra i lamenti, le urla e le bestemmie dell’ex-amico.  Ma come ti permetti di prenderti tanta confidenza, dare questi giudizi e fare queste insinuazioni, stronzo, stronzo di uno sfregiato. Un lavoro raccomandato, sicuro e da signori. Una merda di lavoro, questo è quello che faccio, quello che mi hanno dato, quello che mi è toccato. Fortunato un cazzo. Sto in prigione, una prigione senza sbarre, a registrare un modulo del cazzo dopo l’altro, da quattro lunghissimi anni. Committente e collaboratore, committente e collaboratore, prima i dati del maledetto committente e poi quelli dello stramaledetto collaboratore. Migliaia di fottute registrazioni già fatte e chissà quante migliaia da fare nei prossimi anni. Magari, se sarò davvero fortunato, fra una decina d’anni potrei passare dal registrare committente e collaboratore a riportare i dati di qualche altro tipo di modulo, di puttane e clienti, di guardie e ladri, di vittime e carnefici o di chissà quale altro infernale intreccio di connivenza. Questo sarebbe il lavoro fortunato? Sicuro che sia migliore di riordinare scaffali e gestire magazzini, lavorare nei campi e nei cantieri? Fortunato un cazzo. Sono forse diverso dall’operaio Charlot che stringe eternamente bulloni nella catena di montaggio? Anche io sto probabilmente impazzendo come lui. Un committente e un bullone, un collaboratore e un bullone, committente e collaboratore, bullone e bullone. Committente committente, viva viva il committente. Sei un bullone a forma di committente, una testa di cazzo di bullone. Certo che abbiamo fatto le scuole superiori insieme, ex-amico sfregiato, noi due e parecchi dei compagni abbiamo cazzeggiato e lottato per studiare il meno possibile e cavarcela per il rotto della cuffia. E che c’è di male? Avresti forse voluto fare lo studente perfettino, secchione e occhialuto, strisciante e sfigato? Sicuro che ti sarebbe andato meglio, che ci sarebbe andato meglio? Guardo di sottecchi i miei quattro compagni d’ufficio, due uomini e due donne. Lavorano su moduli poco differenti dai miei. Mi somigliano un po’, come cani e padroni che passino tanto tempo insieme abbiamo finito per assumere gli stessi connotati, le stesse espressioni tristi, lo stesso sguardo vitreo e gli stessi gesti, lenti e misurati, pesanti e faticosi, moduli come pietre di una cava nella quale siamo tutti condannati ai lavori forzati. So per certo che due di loro sono laureati, saranno stati studenti brillanti e impegnati. Ma hanno guadagnato la mia stessa sorte, siamo nello stesso girone infernale. Non comunichiamo quasi più ormai tra di noi, modulo dopo modulo, servirebbe solo ad aggiungere comune e reciproca compassione alla personale compassione, allo schifo, che già ognuno di noi prova per sé stesso. Schifo, pena e ribrezzo per ogni committente, per ogni collaboratore e per me stesso. Fanculo a tutti i committenti e collaboratori di questo schifo di mondo, fanculo a me stesso e ai miei colleghi di pena. Fanculo ai maledetti e fottuti moduli 12-41bis. Con la mano sinistra lancio via con rabbia dalla mia scrivania la pila di moduli ancora da registrare al computer. A seguire, con la destra assegno la medesima sorte alla pila dei moduli già registrati disposta sulla destra del computer. Non emetto alcun suono, la mia rabbia è muta e muto resto, a guardare i fogli disseminati sul pavimento dell’ufficio. Nessun rimprovero da parte dei miei colleghi, nessuna riprovazione o condanna, ma neanche solidarietà, né grida di giubilo e neppure emulazione. Appena uno sguardo distratto e indifferente. Niente ormai li scuote, morti che meccanicamente fingono di vivere. Hanno evidentemente già superato anche la fase della coscienza del proprio stato, fase nella quale io sono adesso ancora immerso, ultimo baluardo che mi resta prima del destino finale dell’insensibilità assoluta. Fossero almeno a colori i fogli sparsi sul pavimento, potrebbe sembrare un tappeto autunnale di foglie disseminate dal vento, vivaci seppur cadute, segno di fine stagione ma simboli di periodica rinascita e rinnovamento, auspicio tangibile di sicura resurrezione. Ma la mia e nostra resurrezione non esiste. I fogli sono bianchi sul retro e bianchi a scritte stampate nere sul davanti, con brandelli di grafia nera o blu nei tratti compilati a mano. Li guardo a lungo, poi finalmente mi decido. Mi alzo e pazientemente, senza fretta ma metodicamente mi chino e li raccolgo, uno a uno, sovrapponendoli ordinatamente per il verso giusto, con le scritte sulla parte superiore. Impiego un po’ di tempo, ma è tempo ben speso, un diversivo, un breve intervallo dalla monotonia. Mi risiedo e contemplo la torre che ho innalzato. Diligentemente esamino un foglio alla volta e ricostruisco alla destra della scrivania la pila di moduli già registrati, fortunatamente riconoscibili dalla sigla delle iniziali del mio nome che ho scarabocchiato nell’angolino superiore destro, come da procedura, e alla sinistra la pila di moduli ancora da registrare, il cui ordine non è più recuperabile. Compatto le due pile di fogli e le sistemo ordinate, maniacalmente allineate ed equidistanti dai bordi laterali della scrivania. Ammiro infine il frutto del mio operoso svago. Reprimo a fatica la voglia di spazzare tutto via di nuovo. Prendo un nuovo modulo 12-41bis dalla sommità della pila di sinistra. Tra il sig./sig.ra Marchetti Rossana nato/a a Napoli sigla prov. NA il 15/2/60 in qualità di Legale Rappresentante/ Amministratore/ Presidente/ Ditta/ Associazione/ Ente SA.MA. Arredamenti con sede legale a Milano sigla prov. MI indirizzo via G. Deledda 11 partita IVA/ Codice Fiscale MRTRSN60L15A254C di seguito denominato “Committente”. Mi viene quasi da ululare, come i lupi della steppa alla luna. Chino la testa con la fronte sull’orlo della scrivania e assesto qualche leggero colpetto ripetuto, come a flagellarmi e punirmi.

La raccomandazione è cosa bella e giusta, perché mai mio zio non avrebbe dovuto raccomandarmi? Siamo tutti raccomandati, caro il mio ex-amico. Io mi sono fatto raccomandare da mio zio e tu ogni giorno probabilmente ti raccomandi a Dio sui ponteggi dei cantieri. Che differenza c’è? Stronzo pure mio zio, a raccomandarmi per questo lavoro del cazzo. Avrebbe dovuto raccomandarmi per fare il committente, per commissionare, ordinare, disporre della vita e della morte del collaboratore. Satollo, sono satollo grazie al mio lavoro sicuro e appagante. Sono al sicuro, inattaccabile e inamovibile fino alla più che meritata pensione, sindacalmente protetto, tutelato, legato a doppio filo allo Stato che mi alimenta la pila di moduli da registrare, fornisce massi alla mia cava. Sono anche rimpinzato grazie ai miei milleduecento euro al mese, tutti i mesi, cascasse il mondo. A conti fatti saranno circa due euro e mezzo a modulo. Che faccio, ci sputo sopra? Satollo, rimpinzato, mangio ogni giorno caviale e bevo champagne, ho una appartamento da dieci stanze con otto bagni, un viaggio al mese per distrarmi, weekend al mare durante la bella stagione e sulle dolomiti a sciare d’inverno, vado pure a puttane ogni tanto. Sono un condannato satollo e dissoluto. Committente committente, viva viva il committente. Rialzo la testa. E il sig./sig.ra Musiello Carmine nato/a a Ceccano sigla prov. FR il 2/6/01 residente a Mediglia sigla prov. MI indirizzo via O.M. Corbino 7 Codice Fiscale MSLCRM01R02B327A di seguito denominato “Collaboratore”. Guardo il collega d’ufficio proprio di fronte a me. È calvo, tranne che per due persistenti ciuffetti proprio sopra le orecchie. Sembra che ricambi il mio sguardo, ma non sono del tutto sicuro che mi veda. Faccio un ghigno che non vuole essere un sorriso, solo un segnale per testare qualche sua reazione. Bau, gli faccio, bau bau. Scuote solo la testa, poi torna a fissare il suo computer. Lascio cadere svogliatamente il modulo 12-41bis che ho in mano, si posa ai miei piedi. Prendo tra le mani la pila sulla sinistra, quella dei moduli ancora da registrare, e la lancio in aria compiendo contemporaneamente una torsione col tronco e con le mani. Osservo i fogli svolazzare, confondersi, ondeggiare, volare sulle teste e sulle scrivanie, una moltitudine di committenti e collaboratori uniti nel mio stesso destino.

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