Il contratto

“Suvvia, non se la prenda, disse lei, in fondo era solo la premessa, la prova che so dei suoi problemi. Ora vengo più direttamente al perché potrei risolverli e alla mia proposta.”

(Nella foto, William Hogarth, Il contratto – 1744)

Venne da me un pomeriggio di oltre venti anni fa, saranno state le cinque, suppergiù, le diciassette. Non ci conoscevamo. Io non sapevo niente di lei, ma lei sapeva evidentemente molto di me, tanto da accennare a situazioni, fatti e persone che solo chi mi conosceva bene poteva sapere. Era accompagnata da un uomo distinto, in giacca e cravatta, che presentò come suo avvocato. Mi aveva chiamato quella mattina stessa, presentandosi come una persona che aveva una proposta interessante da farmi, che avrebbe potuto risolvere molti miei problemi. I problemi in verità li avevo davvero, seri, problemi pericolosi. Accettai di vederla. Era una bella donna, sui quarant’anni, elegante, curata, di classe. Mi chiesi ancora una volta cosa potesse volere una donna del genere, chiaramente di un altro strato sociale, da uno come me, magari non l’ultimo dei miserabili ma di tutt’altra razza. Ci sedemmo nel soggiorno e offrii un caffè. Carina questa casetta, ben tenuta, mi disse come prima cosa. Mi risulta di proprietà dei suoi genitori, ma gravata da ipoteca. Non potei che annuire, trattenendomi dal replicare non proprio gentilmente che erano cazzi miei, in fondo, e solo perché c’era stata la premessa telefonica riguardo la possibile soluzione dei miei problemi. Voglio venire subito al dunque, dichiarò. Sono qui per farle una proposta, che ritengo possa essere per lei molto vantaggiosa. Tentai una estrema difesa. Non capisco a che dovrei tanta generosità, ammesso e non concesso che ne abbia bisogno. Sorrise, coi suoi denti perfetti e bianchissimi belli in mostra. So perfettamente che ne ha bisogno. Ognuno di noi ha le sue debolezze, non c’è vergogna ad averne, finché moralmente non riprovevoli, forse c’è solo pudore a mostrarle. La sua passione per il gioco e la sua sfortuna sono ben noti, in certi ambienti. Frequenta anche lei gli stessi ambienti? Provai a svicolare con una battuta. Sorrise ancora. Le mie debolezze sono altre, rispose. Guardai il suo avvocato. Se ne stava zitto, inespressivo, come estraneo al gioco delle parti che era in corso tra me e la sua cliente. Fu ancora lei a parlare. Mi risulta che già nel passato, quando era ancora un atleta di un certo livello, si è giocato a poker più di quanto lei guadagnasse e di quanto i suoi genitori avessero. Un paio di volte è stato anche gentilmente invitato, se così possiamo esprimerci, a saldare certi suoi ritardi di pagamento, tanto gentilmente da finire in ospedale. Negli ultimi anni, da quando un piccolo incidente alla gamba ha posto termine alla sua carriera e si è dato all’insegnamento nei licei, scienze motorie e sportive mi pare si dica, la passione non si è attenuata e la fortuna non è lievitata, con conseguente accumulo di molti debiti con parenti, amici e persone poco raccomandabili, con relativi guai. Accennai un applauso sarcastico, ma dentro di me la mandai al diavolo, cosa che riuscii solo con grande sforzo a non fare a voce alta, sempre per il motivo suddetto. Complimenti, feci, davvero complimenti. Se voleva umiliarmi c’è riuscita perfettamente, forse quindi è meglio che finiate il vostro caffè e ve ne andiate. Mi alzai anche, ma in maniera evidentemente poco credibile. Suvvia, non se la prenda, disse lei, in fondo era solo la premessa, la prova che so dei suoi problemi. Ora vengo più direttamente al perché potrei risolverli e alla mia proposta. Mi sedetti di nuovo, capii che poteva convenirmi. A occhio e croce centomila euro dovrebbero essere sufficienti a pagare i suoi debiti. Ne aggiungerei altri ventimila per darle un po’ di sollievo, più le spese per un centro specializzato nel risolvere le patologie da dipendenza dal gioco d’azzardo. Sta scherzando? Non potei trattenermi dal dire. Niente affatto, sono appunto accompagnata dal mio avvocato, che ha già preparato un regolare contratto, replicò lei. Mi dica dove devo firmare, allora. Ancora non ha sentito cosa voglio in cambio però, aggiunse lei serafica. Certo, dissi, la mia era solo una battuta, l’anima di tanti è stata venduta per molto meno, mi dica quante persone vuole che faccia fuori in cambio e facciamola finita! Lei non è sposato, né fidanzato, né al momento impegnato in alcuna fuggevole relazione, questo è già un presupposto positivo, aggiunse lei. Voglio raccontarle qualcosa di me. Ho una decina d’anni più di lei, sono stata sposata per un periodo della mia vita, provengo da una famiglia che definirei ricca, sovrintendo e dirigo le attività di famiglia. Ancora complimenti, feci io. Ma la completa felicità non è di questo mondo, continuò. All’inizio ho pensato solo a prepararmi per essere in grado di prendere in mano le redini dell’azienda, ho studiato e lavorato sodo, senza distrazioni, poi mi sono sposata, ma sono iniziati presto i problemi con mio marito, interessato solo ai miei soldi, fino a separarci e successivamente a divorziare. Non ho figli. Subito dopo il matrimonio volevo aspettare, ma quando li avrei voluti ho cominciato a disprezzare mio marito e l’ho mandato via, dopo ho disprezzato anche gli altri uomini. Fra poco non potrò più averne di figli. Interessante, dissi, ma io cosa c’entro in tutto questo? Semplice, a questo punto, lei deve darmi un figlio mio. Rimasi di stucco. Questa era la contropartita per la sua generosità, il mio impegno da firmare nel contratto?

E tu firmasti il contratto? È così che sono nato io, da un contratto? Mio figlio mi somiglia molto, ma è più bello, avrà preso dalla madre. Ultimamente non ricordavo neanche più di avere un figlio, fino a questo pomeriggio, fino a quando ha suonato alla mia porta. Non è così semplice, replico. Certo che firmai, ero praticamente alla camera a gas, firmai sorvolando tranquillamente sul fatto che avrei dovuto generare un figlio senza però poter vantare alcun diritto, alcuna patria potestà, neanche poterlo vedere nascere e conoscerlo. Ma perché mia madre non volle ricorrere alla fecondazione assistita, mi chiede? Per l’impossibilità di controllare il donatore, naturalmente, di sceglierlo, di ponderarlo, così come ogni altra cosa sulla quale metteva gli occhi, che suscitava il suo interesse o di cui aveva bisogno. Io fui in sostanza il frutto di una specifica e personale selezione che lei aveva accuratamente operato. Scelse bene o forse poteva fare di meglio? Sta a te a questo punto dirlo. A guardarti ora mi sa che la scelta non è stata delle più felici, mi dice con un leggero sorriso. A guardare te ora mi sa che la scelta non sia stata poi tanto male, gli rispondo. Lei non cercava un superuomo come donatore, ma solo una persona sana, sportiva, di discreta presenza, probabilmente equilibrata mentalmente, non un genio ma discretamente istruito. Ma soprattutto sufficientemente in difficoltà da accettare le sue condizioni. Ovviamente avrebbe potuto ottenere quello che voleva con una cifra molto inferiore e da chiunque altro a cui lo avesse chiesto, anche da uno sconosciuto trovato in strada. Ma per lei non era una questione di soldi, si trattava di non scendere tanto in basso da disprezzarsi e di non correre rischi per il futuro. E dalla firma al mio concepimento il passo sarà stato breve, immagino, mi fa. Ti ho detto che semplifichi e banalizzi più del necessario. Io non ero e non sono un gigolò, lei non era una donna che si concedeva a sconosciuti. Se prese la decisione che prese, lo fece per una sorta di disperazione, personale, come donna che vedeva volgere al termine la sua fertilità, come aspirante madre che sentiva di avere molto amore da dare, come imprenditrice che voleva un erede per le ricchezze di famiglia. Certamente dopo la separazione aveva avuto qualche avventura, ci sta, ma per arrivare a stare con qualcuno, lei come me, se permetti, doveva esserci un po’ di feeling, di frequentazione, di conoscenza reciproca. Dopo l’accordo organizzò un viaggio, noi due soli, come una vera coppia. Lei sapeva tutto di me e io niente di lei, né il nome, né la città di residenza, né in che settore operasse. Ma pensò a tutto, visitavamo bellissimi posti, andavamo in giro a piedi, mangiavamo, parlavamo, ridevamo, non mi mise mai fretta né mai creò imbarazzo. Finimmo per farlo in maniera molto naturale, semplicemente, come tra qualsiasi uomo e qualsiasi donna in circostanze simili. E fu bello, un piacere reciproco, non per contratto. Tant’è che ci frequentammo per un po’, saltuariamente, anche dopo che ebbe la conferma che era rimasta incinta. Poi arrivò il momento inevitabile, mi disse che era finita, dovevamo salutarci, definitivamente. Sembrava addolorata. Anche a me dispiacque. Troppo comodo però, mi dice, ti sei lavato la coscienza, hai concepito un figlio, hai intascato i soldi e chi s’è visto s’è visto. Senza alcun problema e alcuna complicazione, una favola. Ma che ne sai tu? Sbotto. Che ne sai delle volte che ho pensato a lei e a te? Delle volte che ti ho immaginato, di quante volte ti ho parlato nei miei sogni, dei rimpianti, del nulla assoluto su di te e su di lei. Poi all’improvviso arrivi, ti presenti e giudichi. Giochi ancora d’azzardo a poker, chiede? Ne sono venuto fuori, proprio grazie a lei, alle cure che mi ha pagato. Non gioco più da allora. Mi interrompo, mi fermo a pensare. Un figlio di vent’anni, qui davanti a me, materializzato dopo vent’anni di immagine solamente virtuale. Lo guardo, cerco somiglianze, con me e i miei genitori, con i ricordi che ho di lei. Mi sorprendo a pensare che allora, in fondo, qualcosa di buono l’ho fatto anche io nella vita, anche io ho dato il mio contributo alla fitness della specie umana, della mia specie. Ti sei mai sposato, hai avuto altri figli, mi fa? No, non ho mai incontrato qualcuna che mi convincesse della opportunità del matrimonio, men che meno della bellezza di diventare padre. Qualcuna che ti pagasse altrettanto bene, vuoi dire? Mi chiede sprezzante. Ragazzo, minaccio, vuoi che ti dia tutte insieme le sberle che non ti ho dato finora? Le cose nella vita vanno come capita, forse sarebbe meglio dire come è destino che vadano, si sbaglia più di quanto si faccia giusto, si procede a tentoni, ma si va avanti, si deve andare avanti, sbandando, come ubriachi, ma si vive, si soffre e si gioisce. Ho sbagliato anche io, certo, più volte, sono cascato e ho cercato di rialzarmi. Se adesso vuoi accusarmi e rimproverarmi fallo pure, va bene, ma di disprezzarmi non te lo permetto, neanche a te. Scusami, dice. Come devo chiamarti, papà? Chiede ironicamente. Sai, rispondo, mi sembra strano sentirmi chiamare così, ma se devo essere sincero mi piace, poi decidi tu. Parlami un po’ di lei, se non ti dispiace. Cosa ti ha detto riguardo a tuo padre? È stata ed è una brava mamma, dice come tra sé. Sono sempre stato coccolato da lei e dai nonni, per quanto mi ricordi, ma le regole c’erano e andavano seguite. Quando non poteva stare con me c’erano le baby-sitter, ma quanti ricordi di momenti passati insieme noi due soli. Le migliori scuole, sport, viaggi, amici e soldi, ma guai a deluderla. Quando ero piccolo, se chiedevo di mio padre diceva che non tutti i bambini hanno un padre e una madre, alcuni hanno solo il padre e altri solo la mamma, a me era toccata solo la mamma. Quando poi ho capito che non era vero e le ho detto che volevo sapere la verità, mi ha risposto che non aveva voluto dirmi che mio padre era morto in un incidente d’auto, all’estero. Nel tempo mi ha anche precisato che si era trattato di una conoscenza superficiale durante un viaggio di lavoro, lui non aveva neanche fatto in tempo a sapere che ero nato io. Per me sei sempre stato morto.

E quando hai saputo di me, allora? Gli chiedo. A mio parere, se le cose fossero andate diversamente non lo avrei mai saputo. I miei nonni sono morti circa quattro anni fa, a poca distanza l’uno dall’altra. È stato un duro colpo per me, ma soprattutto per mia madre, figlia unica, con pochi altri parenti e molto alla lontana. Siamo rimasti praticamente soli, io e lei, ognuno che poteva contare solo sull’altro. Ci siamo legati ancora di più, se possibile. Un mese fa c’è però stato un brutto episodio. Era in una riunione di lavoro quando, all’improvviso, ha avuto un malore, un accenno di infarto, come hanno diagnosticato. È rimasta in ospedale per una settimana e hanno dovuto metterle uno stent e un bypass coronarico. È una donna forte, straordinariamente attiva, sempre impegnata, ma evidentemente lo stress comporta i suoi rischi. Mi dispiace, intervengo, spero si sia rimessa completamente. Certo, continua lui, si sta curando, ha rallentato i suoi ritmi, è più attenta all’alimentazione e ha anche ripreso a fare dello sport. Ma evidentemente ha cominciato a riflettere su di noi, sul nostro legame e sul fatto che qualora uno dei due venisse a mancare l’altro resterebbe solo. Del suo ex marito neanche a parlarne. Praticamente ha avuto il terrore che io rischi di restare solo al mondo. Io sto facendo l’università, qualche ragazza ogni tanto, ma non è certo imminente che metta su famiglia. La conclusione a cui deve essere giunta è stata quella di ricordare che in fondo un padre io ce l’avrei. Una sera, dieci giorni fa, ero in camera mia a studiare, mi ha chiamato dal salone e mi ha chiesto di sedermi accanto a lei sul divano. Non era insolito che accadesse, ma quella sera lei era particolarmente seria. Devo dirti una cosa, ha esordito, una cosa molto importante. Sei adulto ormai, credo anche maturo, quindi penso che puoi capire quello che sto per dirti, comprendere. Tuo padre non è morto, come ti ho sempre detto, un padre ce l’hai, nel senso che l’uomo col quale ti ho generato è vivo. Sono rimasto senza parole. Non so se puoi immaginare cosa significhi apprendere a vent’anni che anche tu hai un padre, reale e vivo, come gli altri. È una cosa sconvolgente, più che piacevole, perché si porta naturalmente dietro mille domande, rancore e accuse, prime fra tutte il perché mi sia stato nascosto per tanti anni e il perché lui mi abbia abbandonato. Non mi è mai passato per la mente che il colpevole del mio essere prematuro orfano non fosse altri se non mio padre. Difficile darti singole risposte, mi ha fatto lei, senza conoscere tutta la storia. Vorrei però fermarmi qui, per il momento, per darti il tempo di assimilare la notizia, invitandoti a non dare giudizi affrettati. Mi piacerebbe che tu decidessi prima se vuoi o no conoscere tuo padre e, nel caso tu lo voglia, che tu sentissi prima la sua versione della storia. Me lo concedi? Difficile non concedere qualcosa a mia madre, come ormai so che anche tu sai. E quindi tu hai meditato per dieci giorni, prima di convincerti di venirmi a conoscere, gli dico. Più o meno, mi fa, ti sorprendi? All’inizio ero determinato a dirle che non mi interessava affatto conoscere quello stronzo di mio padre, chiunque fosse e ovunque vivesse. Perché mai avrei dovuto conoscerlo? Si era evidentemente approfittato di mia madre, aveva fatto il suo porco comodo e chi s’è visto s’è visto. Nessun neonato che non lo facesse dormire la notte, nessun bambino da crescere e portare a scuola, nessuno col quale essere obbligato a giocare e nessuno da portare in palestra o al campetto da calcio, nessun adolescente da comprendere, consigliare e sopportare, nessuno studente da aiutare e indirizzare, nessun giovane da rimproverare, soccorrere e col quale litigare. Poi ho pensato che forse sarebbe stato meglio sapere almeno chi fosse, quale grand’uomo mi avesse generato e quanto valesse la sua vita da non poter essere corrotta dalla mia presenza. Successivamente mi sono detto che dovevo prendermi almeno lo sfizio di dirgli in faccia quello che pensavo di lui. Ho spiegato quindi a mia madre che volevo sapere chi fosse mio padre, incontrarlo per dirgli a brutto muso che lo disprezzavo, sentire la sua versione della storia per farla contenta e quindi lasciarlo al suo destino, di conoscerlo davvero non mi interessava affatto. E perché quando sono venuto ad aprirti la porta sei rimasto praticamente muto, mi hai detto solo parlami di mia madre? Non hai avuto il coraggio di insultarmi? Cerco di darmi un tono, ma temo le sue risposte e i suoi giudizi. Non lo so neanche io, mi dice, avevo in mente di esordire dicendoti che sono tuo figlio e partire subito con gli insulti. Poi vedendoti, per la prima volta, mi sono bloccato, sono riuscito solo a chiederti la tua versione della storia con mia madre. Chissà, potrebbe essersi trattato di un inconscio atteggiamento di remissività verso la figura patriarcale, geneticamente inculcato dai meccanismi evolutivi, come potrebbe forse spiegare uno psicologo evoluzionista. Ma potrebbe essere anche stata la reazione scaturita dalla improvvisa presa di coscienza del provare in fondo solo indifferenza, dal vederti finalmente piccolo piccolo e non meritevole di infierire ulteriormente. Ecco, probabilmente è quest’ultima la vera motivazione. Picchia duro il ragazzo, mi dico, non senza una punta di amarezza. Bene, allora, gli faccio, mi hai visto, hai sentito la mia versione della storia, quindi? Quindi niente, risponde. Continua a guardarmi severamente. Prendo il coraggio a quattro mani, decido di correre il rischio, gli do un tocco col pugno chiuso sul petto, all’altezza del cuore. Poi lo abbraccio stretto. Avverto che si irrigidisce, indurisce i muscoli. È un attimo, temo che si divincoli e scappi via, magari dandomi prima un cazzotto, stringo più forte, faccia quello che vuole, mi dico, ma io adesso me lo tengo stretto mio figlio, dopo vent’anni mica lo faccio scappare così. Così mi stritoli, mi dice, dopo avermi prima soffocato, allenta la presa, papà. Stringo ancora più forte, tra le lacrime, mentre percepisco che i suoi muscoli si rilassano. Mi sento felice, ho mio figlio tra le mie braccia. Tu un padre ce l’hai, certo che ce l’hai.

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