La pace

“La Dea canto ch’è vaga di strepiti, Artemide, pura / vergine (…) ne treman le cime / dei monti eccelse, tutta risuona la cupa foresta, / all’urlo delle fiere, con rombi tremendi, la terra / inorridisce e il mare pescoso.”

Ad Artemide (Inni omerici minori)

(Nella foto, Artemide, Museo del Louvre)

Quello fu il giorno più bello nella vita di Antonangela Spadaro. Ovviamente, si potrebbe dire, visto che quello fu il giorno del suo matrimonio. Ad organizzare non la cerimonia matrimoniale, non era certamente suo compito, ma a predisporre le premesse per le nozze, era stato Salvatore Capuano. Tra i suoi delicati affari di intermediazione, sempre efficacemente trattati, rientravano quelli matrimoniali, dei quali era considerato un maestro indiscusso. Nel corso della cerimonia, peraltro sfarzosa ed opulenta, com’era costume di tutte le cose attinenti la famiglia dello sposo, organizzata direttamente dal neoconsorte Peppino Caronia, avvezzo a feste e festini, questi aveva anche recitato in omaggio alla sua sposa una splendida e classica poesia, consigliata la settimana prima proprio da Salvatore Capuano.  Voglio in vero lodare la mia donna / e paragonarle la rosa e il giglio / è più luminosa della stella che sorge all’alba, / e ciò che in cielo è bello a lei assomiglio. / Le paragono una verde campagna e l’aria, tutti i colori dei fiori, il giallo e il rosso, / l’oro e l’azzurro e i ricchi gioielli che si donano: / perfino Amore grazie a lei diviene più puro. / Passa per la via così bella e nobile / che abbassa l’orgoglio a chi dona il suo saluto / e lo converte se non è credente: / Nessuno che sia vile le si può avvicinare / anzi vi dirò che ha un potere ancora più grande / nessuno può mal pensare finché la vede. Purtroppo la poesia, che nella bocca di Salvatore Capuano, con doti di fine dicitore oltre che di poeta, avrebbe deliziato gli ospiti, nella bocca di Peppino Caronia, bel giovane raffinato ma con una voce dal tono cavernoso, pur recitata con enfasi perse la meraviglia delle sue immagini poetiche e la valenza salvifica delle virtù della donna amata. In particolare, nel finale, assunse come un senso di velata minaccia verso coloro i quali avrebbero potuto essere ammessi al diletto della sua visione. Nessuno può mal pensare finché la vede! E bella donna lo era davvero Antonangela Spadaro, che di anni ne aveva ventuno. Non di quella bellezza leggiadra ed eterea al quale il sonetto avrebbe potuto far pensare, ma di una bellezza forte e decisa, dominante, con una carica di femminilità prorompente. Potrebbe allora sembrare strano che da parte di Salvatore Capuano, uomo più vicino ai settanta che ai sessanta, sufficientemente istruito, di antica sapienza contadina, buon conoscitore della mente e dell’animo umano, fosse stata consigliata quella particolare composizione poetica, esplicitamente riferita ad una raffigurazione femminile quasi angelica, espressa da chi in vita fu preda di inquieta passionalità e solo grazie alla propria arte e al pentimento in punto di morte meritò il purgatorio dantesco. Ma erano agli occhi di Antonangela Spadaro che Salvatore Capuano aveva voluto indirizzare il sonetto, che avrebbe voluto peraltro essere lui a recitare, ma non c’era stato modo di convincere lo sposo. I suoi occhi verdi, in stridente contrasto col resto del fisico erano velati di malinconia, raramente illuminati anche nei momenti di gioia, inevitabili fortunatamente, ma rari. A tutti era naturalmente nota la ragione. Alla dolcezza di quegli occhi Salvatore Capuano aveva voluto dedicare le metafore della rosa e del giglio, del sole e del cielo, della verde campagna e dei colori, della purezza dell’amore e del pensiero, del potere della redenzione. Rosalia Spadaro era morta a quindi anni, nella vasca da bagno di casa sua, tagliandosi le vene delle braccia col rasoio da barba di suo padre, il dentista Liborio Spadaro. A trovarla nel bagno di sangue era stata Antonangela, di solo un anno più grande, che era rimasta inginocchiata vicino alla vasca per oltre un’ora a piangere in silenzio prima che Saverio, il primogenito, desse l’allarme urlando alla vista della scena. Salvatore Capuano aveva preso parte alla processione di persone che aveva voluto sfilare davanti alla salma per rendere omaggio a lei e alla famiglia, devastata dalla perdita della ragazza, la cui decisione di togliersi la vita era rimasta immotivata ed inspiegabile. L’incarico di concretizzare il matrimonio tra Antonangela Spadaro e Peppino Caronia era stato dato a Salvatore Capuano cinque mesi prima dal padre del giovane, don Alfredo Caronia, la persona più ricca della zona, padrone di fatto del paese e di gran parte della regione, con interessi in ogni affare lecito e illecito, amico di uomini importanti. Erano circa due anni che don Alfredo Caronia e Salvatore Capuano non si vedevano, dopo un precedente delicato incarico commissionato, andato a termine con piena soddisfazione del primo e gravoso coinvolgimento del secondo. Senza nessun accenno a tali trascorsi e dopo i doverosi scambi di aggiornamenti sulla salute, gli affari e la famiglia,  proprio sulla famiglia si era soffermato don Alfredo Caronia. Come sai bene, Salvatore, la famiglia è la prima cosa di cui un uomo si deve occupare, prima ancora degli affari e della propria salute. Dei miei tre figli maschi, non mi è stato concesso il piacere di avere anche una figlia femmina, il primo mi affianca già negli affari, Gerardo, capace ed assennato, il terzo mi dà grandi soddisfazioni negli studi, Vittorio, prossimo avvocato, ma il secondo, Peppino, Giuseppe per la precisione, qualche preoccupazione la procura, a me e alla mamma. Intendiamoci, non è cattivo ed è affezionato, soprattutto alla mamma, ci vuole un gran bene, è un bel giovane al quale piace l’eleganza e godere del benessere al quale il mio lavoro di una vita l’ha abituato, ma deve ancora responsabilizzarsi e capire che la vita non è fatta solo di divertimento, macchine e oggetti di lusso, amici, gioco, feste, buon cibo, buone bevute e belle donne. Ci abbiamo ragionato sopra, io e la mamma, penso che la soluzione sia solo una, il matrimonio. Avere una famiglia propria della quale prendersi cura è la strada più efficace per mettere la testa a posto. E penso che la cosa debba avvenire anche in fretta. Salvatore Capuano aveva annuito, vigile e interessato, attento ad ogni parola, ad ogni sfumatura della voce e ad ogni movimento del corpo, sapendo bene quanto importante siano i dettagli, il non detto, la postura, lo sguardo e le espressioni in una conversazione, soprattutto  trattandosi di don Alfredo Caronia, uomo di cervello fino e azioni pericolose. Era inoltre al corrente di voci sul carattere irruente e godereccio del rampollo, con all’attivo qualche inciampo di poco conto con le forze dell’ordine, per quel che era dato conoscere. Probabilmente c’era anche altro di intervenuto recentemente, ignoto ai più, per indurre don Alfredo Caronia a cercare una soluzione veloce, essendo la concezione morale di don Alfredo Caronia di natura estremamente elastica nel trattare gli affari, ma rigorosa sui comportamenti individuali all’interno della famiglia. Ho affrontato direttamente la questione con lui e gli ho chiesto di esprimere un suo interessamento, aveva continuato, per non metterlo di fronte al fatto compiuto. Dopo due giorni in cui ci ha ragionato su, mi ha espresso la sua preferenza, Antonangela Spadaro, che pare abbia bellezza da vendere e serietà cristallina. Quindi, Salvatore, metto nelle tue mani la serenità mia e della mia famiglia, insieme al recupero delle intemperanze di mio figlio.  Don Alfredo, mi concedete un grande onore e mi date una grande responsabilità, aveva detto Salvatore Capuano, consapevole sia di non potersi tirare indietro che della pericolosità di un insuccesso. Cercherò di assolvere al meglio delle mie modeste capacità alla fiducia che riponete in me, aveva aggiunto.

Antonangela Spadaro aveva fatto sapere di volerlo incontrare nella casa di campagna della famiglia, un villino rustico ben ristrutturato, immerso tra piante di ulivi e di limoni. Naturalmente, il primo passo di Salvatore Capuano era stato fatto verso Liborio Spadaro, che lo aveva ricevuto non nel suo studio medico ma nel suo appartamento in centro, in un bel palazzo. Per farsi ricevere non come paziente ma come interlocutore di faccende delicate, era stato necessario riferire esplicitamente che chiedeva un incontro su incarico di don Alfredo Caronia. Il nome apriva molte porte, ma nello stesso tempo metteva sull’avviso le persone e le predisponeva, a seconda dei casi, all’ossequio o alla diffidenza, essendo un nome rispettato pubblicamente perché ricco e potente, ma temuto e detestato privatamente. Liborio Spadaro si era posizionato sul fronte della diffidenza, forte della sua estraneità ad affari men che leciti e del prestigio della sua attività professionale. Lo aveva accolto con cortesia ma con freddezza e lo aveva condotto nel suo studio. Salvatore Capuano, sempre orgoglioso della sua origine contadina e dignitoso nei suoi modi e nella sua persona, si era presentato con la naturale cordialità che lo caratterizzava, desideroso di trasmettere che non era certo scagnozzo di don Alfredo Caronia, ma impegnato in una professione nella quale eccelleva. Era stato fatto accomodare e gli era stato offerto un cordiale. Noi non ci conosciamo direttamente, dottor Spadaro, aveva esordito Salvatore Capuano, ma io sono stato in questa casa cinque anni fa insieme a tanti altri, per stringervi la mano e manifestare la mia partecipazione al vostro grande dolore. Oggi come allora desidero prima di tutto esprimere nuovamente le mie più sincere condoglianze. L’altro aveva fatto un cenno di assenso, apprezzando le parole, limando molta della sua freddezza e diffidenza, mentre il volto aveva manifestato il rinnovato dolore del ricordo. Voglio poi sottolineare che, pur presentandomi qui su richiesta di don Alfredo Caronia, io non lavoro per lui direttamente, ma è in un certo senso solo un mio cliente, un cliente particolare, naturalmente, ma rimane un cliente che si avvale dei miei servizi. Diciamo che il mio lavoro si basa sulla stima e sulla credibilità, godo della fiducia e del rispetto di molte persone, quindi mi adopero per mediare i desideri di alcuni con quelli di altri. Spesso basta solo la mia parola come garanzia della giusta soddisfazione e dell’osservanza dei reciproci interessi. Liborio Spadaro, dentista, era uomo più pratico e meno avvezzo alle sottigliezze dialettiche delle conversazioni di quanto lo fosse Salvatore Capuano, per natura sua propria e non per istruzione, quindi aveva fatto fatica a mettere a fuoco il significato delle parole che stava ascoltando, manifestando chiaramente nella sua mimica facciale le sue difficoltà di comprensione. La parlata di Salvatore Capuano era poi lenta e ammaliante, fatta di lunghe pause e ampi gesti, come di chi abbia a disposizione tutto il tempo del mondo, senza alcuna fretta di concludere i suoi discorsi e arrivare al nocciolo delle questioni. Molti credono che le transazioni di affari siano gli accordi più complessi con cui ci si possa confrontare, aveva continuato Salvatore Capuano, ma io le considero meno impegnative di altre, perché si basano su valori monetari e con i soldi la quadra si trova sempre. Basta spostarne un po’ di più da una parte o dall’altra, individuare la giusta misura delle cose, sviscerare bene i reali desideri delle parti ed essere un pizzico creativi. È quando entrano in gioco valori immateriali, le passioni, gli ideali e i sentimenti che le cose si fanno più difficili. Questi valori non hanno un prezzo di mercato, sfuggono a criteri quantitativi, possono avere un significato enorme per alcuni e irrilevante per altri. Le questioni di cuore, per esempio, sono tra i casi più spinosi da trattare, meno lineari e più tormentati, eppure sono alla base della nostra vita, della famiglia e delle relazioni sociali. Concordo con lei, signor Capuano, ma mi sfugge ancora il motivo della sua visita, aveva infine trovato il coraggio di esprimere Liborio Spadaro. E vengo subito alla ragione, dottor Spadaro, aveva concesso Salvatore Capuano con un sorriso. Peppino Caronia, il secondogenito di don Alfredo Caronia, ha rivelato al padre di essere stato colpito dalla bellezza e dalla serietà di vostra figlia Antonangela, chiedendo la sua approvazione ed esprimendo il desiderio che si facesse portavoce verso la vostra famiglia della serietà delle sue intenzioni, per ricevere il permesso di conoscerla e di frequentarla. Tutto secondo regola, insomma, era l’immagine di correttezza e rispetto da parte del giovane che Salvatore Capuano aveva tenuto ad accreditare. Liborio Spadaro era parso da una parte sollevato dall’assenza di coinvolgimento in qualcosa di illecito da parte di don Alfredo Caronia, ma dall’altra preoccupato perché la richiesta coinvolgeva la persona che a lui era più cara al mondo, sua figlia Antonangela. Preoccupazione duplice, in quanto attinente sia la felicità diretta della ragazza, sia la relazione con una famiglia potente e dalla reputazione non proprio cristallina. Occorreva prudenza. Liborio Spadaro l’aveva espressa dichiarandosi onorato della richiesta, sottolineando che la figlia sembrava al momento non interessata a relazioni di tipo sentimentali, ancora pesantemente provata dalla tragedia vissuta dalla famiglia ed in prima persona, manifestando però l’esigenza di conoscere meglio il giovane prima di prendere una decisione. Salvatore Capuano aveva convenuto che un incontro preliminare fosse opportuno e si era impegnato a ritornare dopo qualche giorno col giovane, per presentarlo. Si erano salutati con una stretta di mano.

Quando Antonangela Spadaro lo aveva accolto, fuori del villino, all’ombra degli ulivi e dei limoni, col suo portamento altero e determinato che le conferiva una maturità superiore a quella dei suoi ventun anni, in un semplice ed elegante vestito nero a tubino che metteva pienamente in risalto la sua bellezza, il pensiero di Salvatore Capuano era andato ad Artemide, la dea cacciatrice, indipendente e guerriera. La Dea canto ch’è vaga di strepiti, Artemide, pura / vergine, ch’ama i cervi colpire, dall’aureo strale, / vaga di frecce, sorella d’Apollo dall’aurea spada, / che sovra i monti ombrosi, sui picchi battuti dal vento, / l’arco suo, tutto d’oro, lanciandosi a caccia, protende, / e le saette avventa dogliose: ne treman le cime / dei monti eccelse, tutta risuona la cupa foresta, / all’urlo delle fiere, con rombi tremendi, la terra / inorridisce e il mare pescoso. Sapeva apprezzare la bellezza, naturalmente, ma solo per lodarla, dall’alto della sua età e della devozione per sua moglie. La ricordava vagamente bambina accanto alla mamma, durante la visita per le condoglianze, ma ora era donna. Arrivatole vicino aveva notato per la prima volta gli occhi verdi e malinconici, ricavandone la sensazione come di una immersione nel mare di notte. Le aveva fatto solo un piccolo cenno con la testa, come di assenso, come un inchino. Salvatore Capuano aveva chiesto a don Alfredo Caronia di poter parlare con suo figlio Peppino, magari faccia a faccia, prima di presentarsi insieme da Liborio Spadaro. Vedete don Alfredo, aveva detto nel suo secondo colloquio, vorrei intanto farmi un’idea diretta del ragazzo, in aggiunta a quello che voi mi avete già detto, per poterne meglio capire il carattere. Penso poi sia conveniente che io sia presente all’incontro con Liborio Spadaro, per poter indirizzare nel modo più favorevole l’incontro, valorizzando i pregi del ragazzo e smussandone gli aspetti meno virtuosi, di cui magari il dottore possa aver sentito dire, cercando di cogliere più che le parole le impressioni che il dottore ne riceverà. Don Alfredo ci aveva riflettuto solo un attimo, aveva poi convenuto sulla strategia e aveva fatto chiamare suo figlio, opportunamente richiesto di essere a disposizione per ogni eventualità. Peppino, aveva detto presentandolo, questo è il mio amico Salvatore Capuano, al quale ho assegnato la questione della quale abbiamo parlato. Affidati completamente a lui, gode della mia piena fiducia. Gli aveva quindi ceduto la sua sedia ed era uscito dal salone. Un bel giovane Peppino Caronia, non c’era nulla da dire in merito, alto, robusto, sportivo ed elegante, si presentava bene. Don Alfredo è troppo buono nei miei confronti, aveva detto Salvatore Capuano. Il giovane aveva sorriso. Mio padre sceglie sempre al meglio le persone delle quali affiancarsi, sa capire e trattare con le persone nel modo migliore, ho molto da imparare da lui. Bene, aveva commentato Salvatore Capuano, notando il tono profondo della voce, che lo faceva più uomo di quando non fosse. Dunque, tu hai deciso di sposarti e ti piace Antonangela Spadaro. Per la precisione, questa è una mezza verità, aveva replicato l’altro. Mezza, perché è vero che mi piace Antonangela Spadaro, ma io di sposarmi non avrei al momento nessuna intenzione. È mio padre che lo desidera e, come certo voi sapete, non è semplice dire di no a mio padre, neanche per un figlio. Secondo te perché Don Alfredo insiste affinché tu ti sposi? Dice che devo mettere la testa a posto, secondo lui sono poco responsabile e prendere moglie, mettere al mondo dei figli e prendersi cura di loro è il modo migliore per farlo. Peppino Caronia si era alzato e aveva preso una mela da un vassoio sopra un tavolinetto lì accanto, dopo averne offerta una anche a Salvatore Capuano, che aveva declinato l’offerta. Aveva addentato la mela e si era riseduto. Don Alfredo è sempre molto saggio nei suoi consigli. Tu sei d’accordo nel ritenerti poco responsabile? Dipende. Se essere responsabile significa assumersi le responsabilità delle proprie azioni, credo di essere sufficientemente responsabile, perché ogni cosa che faccio la faccio con convinzione, non cerco alibi, me ne faccio personalmente carico e non tento di addossarne ad altri il peso. Se essere responsabile significa invece evitare di divertirsi, evitare di spendere in cose belle i soldi che si hanno, liberarsi degli amici e non desiderare le belle donne, probabilmente non lo sono. Userei quindi una terminologia differente, mi definirei responsabile e libertino, forse. Non suona troppo negativo detto così, mi sembra. Magari no, ma ci sono comunque dei limiti, non credi? Chissà, i contorni della morale sono sempre sfilacciati, sono sicuro di poter dire che mio padre ne sia un esempio. Don Alfredo Caronia ha una certa fretta che tu prenda moglie, più di quanta possa averne di impegnarti nel lavoro e negli affari, come se il lato libertino che ti rimprovera sia soprattutto sul versante donne, c’è qualcosa che devo sapere di più a questo riguardo? Peppino Caronia si era fatto più serio, poi quasi a sdrammatizzare, ma con un accenno di sfida, niente di più di quanto vi avrà riferito mio padre, aveva detto, ma se siete curioso potete sempre chiederlo direttamente a lui. Salvatore Capuano sapeva molto bene a chi poter rivolgere domande di un tipo e a chi di un altro, e quando era più opportuno tenersi le curiosità per sé. Aveva annuito, ma ne aveva tratto la certezza di aver intuito giusto. Come hai conosciuto Antonangela Spadaro? Non la conosco affatto, l’ho solo vista da lontano qualche volta, sempre mentre stavo in compagnia di amici, non credo mi abbia nemmeno notato, né me né altri. È di una bellezza fuori dal comune, fiera, risoluta, cammina dritta e non guarda in faccia nessuno, non dà confidenza, così diversa dalle donne che normalmente incontro e che frequento. Indispettisce, in un certo senso. Preferisco compagnie femminili più ordinarie, più disponibili. Ma per una moglie è diverso e, se proprio devo sposarmi, è il tipo di donna adatta. Il discorso non faceva una grinza, aveva pensato Salvatore Capuano. Bene, aveva detto, veniamo ora all’incontro con Liborio Spadaro. È legatissimo alla figlia e desidera solo la sua felicità, anche se pensa che lei per il momento non abbia interesse per relazioni sentimentali. Conosce ovviamente la tua famiglia e comprende che un legame parentale sarebbe per lui importante da una parte e impegnativo dall’altra. Sicuramente avrà raccolto voci sui tuoi comportamenti libertini, come dici tu. Ti presenti bene e questo è importante, ma lui deve ricevere di te una impressione globale positiva, quindi devi esprimergli la convinzione che sei tu a volerti seriamente impegnare sentimentalmente, che ritieni di essere maturo per pensare al matrimonio, anche perché ormai annoiato da quelle leggerezze della giovane età che pur stai compiendo, che vuoi costruire un tuo futuro su basi solide, coinvolgendoti negli affari di famiglia. Niente che non sia vero, quindi, solo che deve risultare un tuo desiderio, non l’impegno che hai preso con don Alfredo, che poi è veramente la cosa giusta da fare. E poi devi ovviamente fargli capire che ti piace la figlia, pur non avendola mai incontrata, ti piace lei e apprezzi la sua serietà, pensi che potrebbe essere la persona giusta con la quale condividere la tua vita. Alla fine, superato il suo esame, credo che comunque lascerà alla figlia la decisione finale, e qui dovrai essere tu ad esercitare il tuo indiscusso fascino e convincerla dei tuoi buoni propositi. Peppino Caronia se l’era cavata con l’ironia, ho capito tutto maestro, aveva detto, non vi farò fare brutte figure. Poi Antonangela Spadaro mi piace davvero e, inoltre, sono convinto che il matrimonio in fondo non sia una prigione, le cose belle si possono apprezzare insieme e qualche distrazione con gli amici sia compatibile, non trovate anche voi? Liborio Spadaro li aveva ricevuti sempre nel suo studio, con cortesia e disponibilità, ma con malcelato malumore. Come ho già detto al signor Capuano, aveva cominciato, sono onorato della richiesta e ne apprezzo anche la forma. Vedo che lei, signor Caronia è un bel giovane con alle spalle una famiglia importante, ma non posso non rilevare che ho ricevuto voci sul suo conto che lo rappresentano come un giovane, se mi è permesso dirlo, un po’ avventato nei suoi comportamenti, con qualche eccesso di leggerezza, mi dicono anche, un vero dongiovanni. Peppino Caronia aveva saputo ben interpretare la sua parte e mettere a frutto la lezione ricevuta. Era stato convincente nel non rinnegare le sue leggerezze di giovane e aitante rampollo di famiglia ricca, ma desideroso di cercare nel matrimonio, nel crearsi una propria famiglia e nell’impegno negli affari, il consolidamento di una maturità che sentiva ormai incombente. E gli era venuto chiaramente naturale tessere le lodi di Antonangela Spadaro, bella, ben educata e seria. Salvatore Capuano aveva lasciato parlare soprattutto i due, limitandosi a pochi interventi per sottolineare, precisare, raccordare, smussare, mitigare, enfatizzare, appianare. Un successo pieno, quindi, sostanzialmente il via libera da parte del padre alla decisione finale della figlia. Liborio Spadaro aveva concluso il colloquio concedendo esplicitamente il permesso al giovane di incontrare la figlia, conoscerla e frequentarla, ma sottolineando ancora che lei aveva ribadito di non essere interessata al momento a relazioni sentimentali. Desiderava peraltro, e si era rivolto a Salvatore Capuano, conoscerla perché incuriosita dal suo ruolo di intermediario.

Antonangela Spadaro lo aveva fatto accomodare presso un tavolino da giardino in pesante ferro battuto, di antica foggia. Aveva offerto del vino bianco freddo, che avevano bevuto in silenzio, gustandolo. Vi posso chiamare zio Salvatore, aveva chiesto? Naturalmente, era stata la risposta, la nostra differenza di età concede a me di darti del tu e a te di chiamarmi zio, come minimo. Zio Salvatore, mi ha detto mio padre, aveva continuato lei, che il vostro lavoro consiste nel mediare i desideri di alcune persone con quelle di altre, ha usato proprio queste parole. Sui desideri di Peppino Caronia e di suo padre ho le idee abbastanza chiare, a questo punto, ma sia mio padre che io non abbiamo manifestato né ad altri né a voi alcun desiderio, in particolare non gli stessi desideri della famiglia Caronia, quindi non capisco bene in cosa il vostro lavoro si differenzi da quello di un semplice portavoce, un messaggero. Salvatore Capuano, continuando a nuotare nel mare oscuro dei suoi occhi verdi, aveva bevuto un altro sorso di vino e si era grattato la guancia destra, interessato dalla domanda. Vedi Antonangela, io sono un contadino, coltivo la mia terra e allevo un po’ di animali, questo è il mio lavoro, quello che hanno fatto i miei genitori, che so fare bene e mi piace fare. Nel tempo mi è stato sempre più spesso richiesto di intervenire nel far incontrare al meglio delle mie capacità i desideri e gli interessi tra parti diverse, vengo quindi a volte coinvolto in esigenze di questo tipo. Qual è la differenza con un messaggero? Io posso ricevere una richiesta da una parte o più richieste da svariate parti, ma io non sono al servizio di alcuna parte. E chi assicura questa imparzialità, aveva chiesto ancora lei? La credibilità, la stima e il rispetto di cui beneficio, la mia parola, solo questo, sono in un certo senso io stesso garante. Riguardo ai desideri tuoi e di tuo padre hai ragione, in questo caso la richiesta di intervento io l’ho ricevuta da una parte sola, ma devi riflettere su una cosa. Non sempre i desideri sono espliciti, men che meno resi pubblici, più spesso sono nascosti, latenti, inespressi, addirittura inconsci, parte del mio impegno è quindi anche quello di farli emergere, renderli evidenti, portarli alla luce. Veniamo al caso di tuo padre. Ha sofferto molto, sa che sei forte ma che anche tu hai sofferto molto, ti vorrebbe felice, libera dal tuo dolore e dai tuoi incubi, che tu riuscissi a convivere col tuo dolore, proiettata verso il futuro e non verso il passato, innamorata e serena con un marito e con dei figli. Questi sono alcuni dei suoi desideri. E veniamo a te. È evidente che soffri ancora molto, che indossi una corazza fatta di durezza e determinazione per compensare e nascondere le tue fragilità, le tue paure e i tuoi ricordi, i tuo occhi hanno perso la luce e riflettono solo la malinconia del tuo cuore. Vorresti trovare la pace. Vedi quindi che ci sono desideri da far convergere, se possibile, naturalmente. Avevano conversato anche di altro, del bene e del male, di Dio e degli uomini, del mare e del cielo, della gioventù e della vecchiaia. Antonangela Spadaro aveva concluso che ci avrebbe riflettuto sopra, avrebbe incontrato e frequentato Peppino Caronia per conoscerlo e capire i suoi sentimenti. Aveva salutato Salvatore Capuano con un abbraccio e un bacio su una guancia. Peppino Caronia era stato invitato a pranzo a casa Spadaro qualche giorno dopo, da solo, per conoscere ufficialmente Antonangela. Evidentemente il fascino di lui non era irrilevante, la corazza di lei almeno in parte scalfibile, le note intemperanze di lui non così irrimediabili, le certezze di lei non del tutto impenetrabili, la sua bellezza e la sua compostezza quasi irresistibili, perché dopo poco erano ufficialmente fidanzati. Don Alfredo Caronia era al settimo cielo, pur nella sua solita compostezza e riservatezza. La famiglia Spadaro e la famiglia Caronia si erano incontrate formalmente a casa Caronia, dove i due capifamiglia avevano avuto modo di conoscersi, parlare privatamente e definire i dettagli del matrimonio, da tenersi in tempi brevi.

La mattina dopo il matrimonio, molto presto, la notizia si diffuse rapidamente. Peppino Caronia era stato trovato morto nudo nel suo letto, nella nuova caso degli sposi, una villa appena fuori città. Era stato evirato e scannato come un animale, con un profondo taglio al collo. Una telefonata anonima era arrivata ai carabinieri verso le tre di notte. Avevano rinvenuto il suo cadavere sul letto e Antonangela Spadaro distesa a terra presso la finestra, anch’essa nuda, imbavagliata con del nastro adesivo da pacchi, gli occhi bendati e legata strettamente al termosifone, con un ematoma alla testa ed in stato di shock. La morte pare risalisse intorno alle ventitré del giorno prima, dopo che un po’ prima delle ventidue molti degli invitati erano già andati via e gli sposi avevano lasciato la festa e si erano diretti verso casa loro. Erano evidenti i segni di effrazione su un ingresso secondario da parte di qualcuno che doveva essere entrato in casa, aspettato nascosto i due sposi, li aveva aggrediti mentre erano impegnati nella loro prima notte di nozze e commesso l’omicidio. Antonangela Spadaro era stata portata all’ospedale, in attesa di poter essere sentita per raccontare cosa fosse esattamente successo, mentre a casa Caronia era arrivata la disperazione e il dolore. Don Alfredo Caronia era distrutto, continuava a ripetere che questo era quello che aveva voluto evitare organizzando il matrimonio, che il figlio commettesse insieme agli amici ancora qualche sciocchezza e ne facesse le spese. La madre si sentì male e dovettero chiamare il medico, gli altri due figli erano increduli e annientati. Le conferme arrivarono nelle ore e nei giorni immediatamente successivi. Antonangela Spadaro raccontò che dopo essere arrivati a casa erano corsi in camera da letto, lei aveva chiesto e ottenuto dal futuro sposo di dormire insieme solo dopo il matrimonio, si erano velocemente spogliati e messi sul letto. L’ultima cosa che ricordava era che lei era inginocchiata sul letto e baciava suo marito, poi aveva sentito un forte colpo alla testa. Si era risvegliata dolorante, legata, imbavagliata e bendata. Le indagini dei carabinieri si indirizzarono verso una vendetta da parte di qualcuno, nei confronti del giovane direttamente o del padre, ma non avevano niente di specifico su cui lavorare. I funerali si tennero la settimana successiva, dopo l’autopsia, che non poté che confermare quello che già era evidente. Furono funerali con grande partecipazione e grande dolore, da parte della giovane moglie e di tutta la famiglia. Molti furono quelli che sfilarono davanti alla bara e a don Alfredo Caronia, amici, conoscenti, compagni d’affari, collaboratori, gregari e nemici, per porgere le loro condoglianze. Anche Salvatore Capuano, naturalmente.

Due giorni prima delle nozze, nel pomeriggio, Salvatore Capuano aveva ricevuto la visita del suo amico Niccolò Marotta, più giovane di lui di quasi venticinque anni. I due si erano conosciuti circa tre anni prima, in occasione del matrimonio della figlia Concettina Marotta, ed avevano legato molto. Si erano messi a parlare nel fienile, seduti intorno ad una balla di fieno, con vino, pane e formaggio, erano entrambi di misurate parole e lunghe pause. Come era abitudine, avevano parlato senza fretta di terra e animali, di famiglia e di conoscenti, di vivi e di morti, poi Niccolò Marotta era entrato nel merito del motivo della sua visita. Aveva parlato scusandosi di quello che diceva, perché lo diceva ora e non lo aveva detto prima, perché lo diceva a Salvatore Capuano e non ad altri. Aveva parlato dicendo che si sentiva un vigliacco e che portava il peso del rimorso nel suo cuore. Salvatore Capuano ascoltando il suo racconto aveva avvertito crescere in lui lo schifo e una rabbia sorda, si era sentito in colpa. Si erano stretti forte la mano, prima di lasciarsi. Salvatore Capuano si era recato a casa Spadaro a metà mattina del giorno prima delle nozze, chiedendo di parlare con Antonangela, come riteneva sempre suo dovere fare il giorno prima delle nozze per le quali si era adoperato, aveva detto. Era stato fatto accomodare nello studio e lì era stato raggiunto dalla giovane. Buongiorno zio Salvatore, aveva dello lei abbracciandolo, gli occhi verdi sempre velati di malinconia. Sei felice, aveva chiesto Salvatore Capuano? Sto cercando la mia pace, aveva risposto Antonangela Spadaro. Ho riflettuto molto sull’opportunità di venirti a trovare oggi, aveva continuato Salvatore Capuano, sono stato tentato di non farlo, di tenere per me quello che voglio dirti, ma alla fine ho ritenuto fosse giusto parlarti, sarai tu a giudicare. Ieri pomeriggio è venuto da me un mio caro amico, anche lui dopo lungo pensare. Mi ha riferito di un pomeriggio nel quale stava riposando stanco per il lavoro, in una sua casetta in campagna, poco più che un deposito di attrezzi agricoli, disteso tra la paglia su un tavolato ad un piano rialzato. Ha sentito arrivare una macchina e sono entrati tre giovani, sghignazzando e trascinandosi dietro una ragazza con una benda sugli occhi e un fazzoletto sulla bocca. Ha avuto paura, erano in tre e aveva riconosciuto uno di essi, non ha avuto il coraggio di intervenire, colpa che si porta nel cuore. Hanno spogliato la ragazza e l’hanno violentata a turno, poi l’hanno rivestita, ripulita, sistemata e se ne sono andati, con lei che barcollava. Ha sentito che la minacciavano, dicendo che se avesse parlato dell’accaduto con qualcuno ne avrebbero fatto le spese lei stessa, la sorella e la sua famiglia. Il giorno dopo ha riconosciuto la ragazza dalla foto sui giornali, si era suicidata. È stato cinque anni fa, la ragazza era tua sorella, uno dei giovani aveva la voce inconfondibile, era Peppino Caronia. Le aveva preso le mani Salvatore Capuano, mentre raccontava, lentamente, a fatica, tenendole più forte quando gli occhi di Antonangela Spadaro avevano cominciato a lacrimare e il suo corpo a sussultare. Non aveva gridato, non aveva inveito, non aveva chiamato il resto della famiglia. Era rimasta silenziosa a lungo. Dovevo riferirtelo, aveva detto infine Salvatore Capuano, ed era andato via lasciandola sola nello studio. La mattina dopo Salvatore Capuano era stato tra gli invitati, incerto riguardo alla reazione di Antonangela Spadaro e se le nozze stesse ci sarebbero state o meno, invece la cerimonia in chiesa si era svolta regolarmente. Salvatore Capuano aveva creduto e sperato nella forza del perdono. Durante il ricevimento, ad un certo punto Antonangela Spadaro gli si era avvicinata e gli aveva sussurrato in un orecchio, zio Salvatore, vi aspetto stasera a mezzanotte nella nostra nuova casa, troverete l’ingresso secondario aperto. Lui l’aveva guardata negli occhi, il mare era buio, anche la luna era stata oscurata. A mezzanotte, Salvatore Capuano si era avvicinato al retro della villa e aveva trovato l’ingresso secondario socchiuso, era entrato nel silenzio e nell’oscurità, senza sapere cosa fare, poi si era sentito chiamare dal piano di sopra, era salito per le scale e aveva seguito la voce, fino alla soglia della camera da letto, debolmente illuminata. Antonangela Spadaro lo aspettava in piedi accanto al letto, nuda e sporca di sangue, con un rasoio ancora in mano, mentre sul letto giaceva tra il suo sangue Peppino Caronia, mutilato e sgozzato. Zio Salvatore, dovevo farlo, dovevo trovare la mia pace, dovevo vendicare mia sorella, era una ragazzina dolce e tranquilla, si fidava di tutti, l’avranno attirata in un tranello con qualche scusa, si sarà sentita tradita, umiliata e profanata, responsabile per me e per la nostra famiglia, ha preferito la morte. E questo sporco figlio di puttana ha scelto me, ancora per infierire, in maniera quasi sacrilega. Quando mi sono inginocchiata sul letto e ho cominciato a baciarlo, dalla bocca al collo al torace, sempre più in basso, gemeva soddisfatto dal piacere. Quando ho usato il rasoio la prima volta ha urlato di dolore come un maiale, ha sollevato la schiena dal letto portandosi le mani all’inguine e ha strabuzzato gli occhi dalla sorpresa, ho dato il secondo colpo al collo e l’ho respinto giù, il bastardo. Zio Salvatore, avete detto che voi stesso siete il garante degli interessi delle parti, del successo o meno della vostra opera, mi dovete aiutare. Salvatore Capuano l’aveva guardata, Artemide guerriera, e si era chiesto se davvero lui avesse qualche responsabilità, ma non aveva saputo rispondersi. Aveva dovuto scegliere tra il cadavere di Peppino Caronia disteso lì sul letto e quello di Rosalia Spadaro, morta a quindi anni, distesa nella vasca da bagno. Aveva scelto la seconda tragedia. Era entrato nella villa con dei guanti per prudenza, per non lasciare tracce, portando con sé alcuni attrezzi da lavoro che aveva in macchina, nell’eventualità che avesse trovato la porta chiusa. Era ridisceso al piano terra della casa, aveva recuperato degli stracci da cucina, del nastro adesivo da pacchi e si era sistemato alla meglio ai piedi e addosso dei sacchetti di plastica da spazzatura, per non sporcarsi di sangue. Era ritornato in camera da letto e insieme, lui e lei, avevano allestito la messinscena, facendo ben attenzione che fosse credibile, soprattutto rispetto alle modalità delle azioni e alle tracce di sangue presenti. Aveva accuratamente ripulito dal rasoio le impronte della mano di lei, l’aveva strettamente legata al termosifone, affinché non fosse possibile pensare che lo avesse fatto da sola dopo aver ucciso il marito, l’aveva imbavagliata e bendata. Auguriamoci una buona sorte, le aveva detto mentre le faceva una carezza sul viso, prima di darle un forte colpo sulla nuca con un soprammobile. Dopo un’ultima occhiata alla scena, si era tolto da dosso i sacchetti, aveva messo tutto in uno di essi, era entrato e riuscito in una delle altre stanze, per suggerire che lì si fosse nascosto il colpevole in attesa degli sposi, quindi era sceso al piano terra. Aveva chiuso a chiave dall’interno la porta dell’ingresso secondario ed era uscito di casa dalla porta principale, semplicemente tirandosela dietro, tanto sarebbe stato plausibile non fosse chiusa a chiave, avendo i due giovani appena entrati fretta di recarsi in camera da letto. Dall’esterno aveva poi forzato la porta dell’ingresso secondario, aprendola e lasciandola accostata, quindi si era tolto i guanti, mettendoli nel sacchetto e si era incamminato verso la sua macchina, nascosta poco lontano. Durante il percorso di ritorno verso casa si era fermato per liberarsi del sacchetto, interrandolo, poi aveva fatto la telefonata anonima ai carabinieri da una cabina telefonica, dissimulando la voce. Quello del suo matrimonio fu il giorno più bello nella vita di Antonangela Spadaro, perché trovò la sua pace.

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