Il divano in pelle

“13 luglio 1793. Marie Anne Charlotte Corday al cittadino Marat. Basta che io sia tanto infelice per aver diritto alla vostra benevolenza.”

(Nella foto, Jacques-Louis David, La morte di Marat, 1793)

Probabilmente il caldo eccessivo è una delle situazioni concepite per fornire agli uomini un assaggio delle pene infernali, non può essere altrimenti. Come d’altra parte il freddo eccessivo, ovviamente, ma essendo l’inferno il luogo del fuoco eterno per antonomasia, l’associazione riesce più immediata nel primo caso che nel secondo. L’aria condizionata, di conseguenza, diventa un peccato di negazionismo del maligno, forse. Sono qui in penombra disteso sul divano in pelle, traspirante, trasversalmente sulla penisola, come gesto estremo contro il negazionismo ma tuttavia alla ricerca di un momentaneo refrigerio, che si configuri però come veniale in termini di trasgressione. Niente cuscino, allungato fino alle ginocchia, con le gambe ciondolanti sull’orlo. Aumentare la superficie di contatto per un maggior sollievo impone il braccio destro proteso in alto, disteso lungo il cuscino della penisola, e il braccio sinistro penzoloni lungo il fianco, aderente alla pelle. Come il braccio di Marat, quello di David non quello di Munch, con la differenza marginale che quello è il braccio destro mentre il mio è quello sinistro e la differenza sostanziale che Marat è morto mentre io sono vivo, credo. Il soffitto è bianco. Chiudo gli occhi, associo bianco e il desiderio di fresco, neve bianca, sinestesie al lavoro. I maiali muoiono con la neve e il freddo, così che insaccati e prosciutti si secchino bene, nel fumo e nel gelo. E che hai visto, Clarice? Che hai visto? Gli agnelli. Stavano urlando. Stavano macellando gli agnellini? Urlavano come pazzi. E sei corsa via? No. Prima ho tentato di liberarli. Il silenzio degli agnelli è più assordante di quello dei maiali? Gli agnelli urlano più dei maiali? Ho visto uccidere i maiali, più volte. Non mi piace, è terribile. Urlano come pazzi. Urla quello che viene preso, trascinato, pugnalato come Marat, dissanguato. Urlano gli altri, quelli che sentono le urla e la paura del primo, maiali o agnelli che siano, cominciando a morire per la paura anche loro, prima che muoia l’altro e prima che muoiano loro. Ho solo visto e non voglio assolutamente vedere più, ormai da anni. Non ho mai avuto né mai avrei il coraggio di partecipare, di uccidere, né la forza e la capacità per afferrare, prendere, trascinare. Non è solo questione di uccidere, bisogna saper toccare, afferrare nei punti e nel modo giusto, altrimenti il maiale scappa, con le forze decuplicate dalla paura e dalla sofferenza, anche col coltello in gola. Non riesco a pensare alla repulsione di toccarlo, prima ancora che ucciderlo. L’ipocrisia deve avere una funzione vantaggiosa per la sopravvivenza della specie, atavicamente, geneticamente trasmessa, perché poi la carne di maiale è buona, essiccata e cotta. E la mia ipocrisia mi fa condannare l’assassinio degli agnelli e dei maiali e mi fa gustare la loro carne, naturalmente. Il mio invito alla cerimonia dell’uccisione è stata sempre e solo funzionale alla cerimonia della cena. Non uccido ma mangio, gusto, tra la disapprovazione e il pentimento. Grande invenzione la corsa alla sopravvivenza. Ipocrisia e salvezza. Mors tua vita mea. Anche quando non è più in gioco la vita, ma solo il cibo, la lussuria, le papille gustative. A cena, allegria e cibo e vino. Uomini da una parte e donne dall’altra. Io che con mia moglie presente ho sempre mangiato con lei allo stesso tavolo, ci mancherebbe, impensabile sia per lei che per me. Eppure siamo seduti a tavoli diversi, perché gli uomini mangiano da uomini, parlano da uomini, gesticolano da uomini e vanno lasciati fra loro, a fare gli uomini. Mica l’ha imposto il padrone di casa, maschilista e prepotente, assolutamente no, è così, è normale, è atavico, è il rispetto per l’ospite, hanno deciso le donne, hanno apparecchiato le donne, la padrona di casa e le altre donne, anche mia moglie. Mia figlia ha poco più di un anno, è dai nonni, i miei genitori. Si mangia il maiale assassinato e si beve vino rosso, senza esitazioni e pentimenti. Si parla da uomini. Fuori freddo, poca neve bianca e ghiaccio. Dentro fuoco nel camino, fiamme e caldo. Mettiamo un po’ di pepe alla cena, oltre al peperoncino sulla carne e sulla pasta, prendi le carte, giochiamo al padrone. Che dici, diamo un bicchiere di vino a Tizio? Tizio è tuo cugino, quasi un fratello, avete ammazzato insieme il maiale. Ammazzare e tagliare il maiale è una cosa, giocare a carte al padrone è un’altra cosa, io proporrei invece di far bere a zio Caio, mi risponde. Zio Caio è una persona di famiglia, replico, è zio a mia moglie, mio zio acquisito, ammazza maiali da una vita, anno dopo anno, è un esperto di taglio e di essiccazione, una persona per la quale nutro grande rispetto, ma avevo proposto prima io tuo cugino Tizio, che è anche cugino di mia moglie, quindi mio cugino acquisito. Cominciamo a far bere prima lui, che mi pare abbia sete. Se non beve prima zio Caio non beve nessuno degli altri, mi ribatti sornione. Allora facciamo così, propongo, facciamo bere insieme zio Caio e il cugino Tizio. Riempio quindi due bicchieri di vino rosso, bicchieri da tavola, di quelli normalmente usati per l’acqua, da cinque sei al litro. Con la luce del lampadario e il riflesso del fuoco, il vino ha un colore rosso rubino, sembra innocuo, incute meno timore. Osservi i due bicchieri, quasi ammaliato dal rosso rubino, poi assumi una faccia costernata e dici che bisogna pensarci su con calma, è una questione delicata, così messa, quindi sposti uno dei due bicchieri appena riempiti verso di me e prendi l’altro, dicendo che intanto beviamo noi due questo vino, per schiarirci le idee. Alla salute, mi dici. Alla tua, rispondo. Il maiale è morto, ne stiamo anche mangiando una parte, bevendo del vino di colore rosso rubino. Alla salute del maiale, dunque. Il vino porta consiglio, evidentemente. Guarda mio fratello, mi fai, mi sembra invidioso del fatto che tu ed io stiamo bevendo e lui no, direi di fargli gustare un po’ di questo vino di colore rosso rubino, che ne dici? Tuo fratello è anche lui ovviamente cugino a mia moglie, mio cugino acquisito, afferra i maiali con mano ferma e decisa, è una garanzia averlo accanto durante l’uccisione del maiale, per lui nutro grande affetto. Ma vedo che anche il nostro amico Sempronio, nostro vicino, è assetato. Che dici, facciamo bere insieme tuo fratello e l’amico Sempronio? E zio Caio, mi ribatti, non facciamo partecipare anche lui alla bevuta? Io riempio pensoso tre bicchieri di vino rosso rubino, sono quelli destinati a tuo fratello, all’amico Sempronio e a zio Caio. Il riflesso del fuoco caldo disegna saette sui bicchieri e aiuta a concentrarsi. Tutti e tre meritano certamente di bere, hanno sudato e sono bravi a lavorare il maiale con il coltello, ma così posta la questione si complica, dico con faccia afflitta, bisogna riflettere bene sul da farsi, senza essere precipitosi. Sposto uno dei bicchieri verso di te e ne prendo uno io, proporrei di berci su per trarre consiglio, che ne pensi? Anche la tua faccia è afflitta ora, consapevole dell’ineluttabilità del destino infame. Alla salute, mi dici. Alla tua, rispondo. Con il terzo bicchiere rimasto rabbocco ancora i nostri due bicchieri, in egual misura. È un addestramento alla dialettica il gioco del padrone, un esercizio di diplomazia e di gestione delle emozioni, un gioco scenico e un’arte della dissimulazione. Chi non beve assume comunque una postura afflitta, pur avendo già mangiato e bevuto, d’altra parte formalmente siamo lì per bere e mangiare a volontà, a sazietà, liberamente, ci siamo solo momentaneamente sottoposti al rigore e al piacere del gioco, alle sue regole, alla serietà della sceneggiata. La cosa più antipatica, che saltava agli occhi alla prima occhiata in tutta quella marmaglia di giocatori di roulette, era l’ostentato rispetto per l’occupazione a cui si dedicavano, l’aspetto serio e perfino rispettabile che assumevano tutti coloro che circondavano i tavoli. Sono nel pieno delle mie facoltà e domino perfettamente la situazione, come se il vino rosso rubino sia acqua fresca di fonte solo colorata dal riflesso del fuoco. Continuiamo la commedia per un poco, poi si mettono via le carte e si ritorna alla libertà del bere senza autorizzazione, alla postura rilassata e ilare. Meglio andare adesso, è tardi. Il soffitto è bianco e immobile, ora e qui disteso sul divano in pelle, immobile come la neve e il ghiaccio. Ci alziamo dal tavolo ridendo. Il soffitto e l’intera sala da pranzo cominciano a girare. La prospettiva dalla quale si guardano le cose, le sensazioni, le priorità e le dinamiche cambiano molto tra lo stare seduti oppure alzati. Agnelli e maiali sono lontani e il piacere della dialettica è un po’ venuto meno.  La prima regola è mantenere uno spirito sereno. Il secondo è guardare le cose in faccia e accettarle per quello che sono. Stoicamente stringo i pugni e mi concentro al massimo. Il soffitto e la sala da pranzo sembrano fermarsi. Ci salutiamo tutti, fraternamente. Sorrido a mia moglie, tranquillo e concentrato, mentre saliamo in macchina. Il freddo e il gelo della notte hanno un effetto benefico. Le stelle del cielo limpido sono luminose e fisse da milioni di anni, almeno così ci appaiono, sicuramente contribuiscono a stabilizzare anche la mia testa. Rassicuro mia moglie, tranquilla, sono padrone di me stesso, pienamente. Stringo forte il manubrio mentre ci avviamo piano, siamo in discesa, finestrino aperto al gelo. Lo scricchiolio della neve gelida sotto gli pneumatici è una musica di sottofondo. All’incrocio prendere la destra è semplice, poi la strada principale è in salita. Una dolce curva a sinistra e subito una infinita curva a U a destra rimettono in moto la testa, la curva non finisce mai, una giostra con i cavallini che gira in tondo in un moto perpetuo grazie ad una infinita disponibilità di gettoni, tenere la destra è una impresa troppo al di sopra delle mie capacità del momento, ma la sinistra va bene lo stesso, la visibilità è piena, le stelle fisse, la luna e la neve bianca, siamo solo noi. La curva finisce e riguadagno la destra. Mia figlia è bellissima e nostra, mica possiamo lasciarla a dormire dai nonni, con mia sorella, ci aspetta sicuramente. Adesso papà arriva e ti prende in braccio e ti riporta a casa, nel nostro letto. Ancora un centinaio di metri di strada dritta in salita, passiamo davanti casa nostra, la destra è semplice da tenere, anche con la testa che gira. Guardo mia moglie cercando di infonderle sicurezza, lei invece mi guarda preoccupata. C’è da svoltare a sinistra, quasi ad angolo retto, impresa abbordabile, per poi affrontare la stretta curva a U, in dislivello di quattro cinque metri. Le catene. Una volta in mezzo alla neve alta, di mattina, tornando per le feste di Natale, mi sono fermato proprio lì, non c’è stato verso di ripartire. Nevica forte. Un freddo gelido. Mettere le catene è facile, le catene moderne poi, una passeggiata. Le ho provate in un parcheggio la prima volta, tutto in piano, vestiti leggeri e sportivi, bella giornata, un gioco da ragazzi, pochi minuti per ogni ruota. Sotto la neve che cade abbondante, neve alta a terra, vestiti pesanti eleganti e giaccone, i guanti sono di impaccio allora meglio toglierli, le mani nella neve gelida, è tutta un’altra cosa. Merito quasi un premio, è dura ma ce la faccio, porto a destinazione e in salvo la famiglia. Memore della difficoltà, la testa che gira, intorpidita dal vino rosso color rubino, scalo la marcia e  aggredisco la salita a U a destra, la forza centrifuga della strada verso sinistra è irrilevante a questa velocità, ma quella nella mia testa è molto superiore, mi spinge ineluttabilmente verso sinistra. Stringo forte il volante, sono sulla giostra con i cavallini, il tempo si dilata non solo a velocità relativistiche ma anche a basse velocità, se c’è il vino rosso rubino nella pancia e nella testa, quello che toccava già a te e quello che hai tolto a Tizio, Caio e Sempronio, a cugini, zii e amici. Faccio sulla sinistra tutta la U, trionfalmente perché comunque ce l’ho fatta, non si è spento neanche il motore, sono pronto ad affrontare tranquillamente anche la immediata curva a sinistra, ad U allargata e con solo un piccolo dislivello, una passeggiata perché la forza centrifuga della strada e nella mia testa mi aiuta a stare sulla destra. Neanche cento metri dritti e sono arrivato, parcheggio a destra soddisfatto. Scendo e attraverso la strada, entro e c’è mia sorella che ci aspetta, i miei genitori e mio fratello sono già a letto, mia figlia dorme beata in culla, al caldo, è caldo ovunque, con la stufa a legna al massimo, sorrido felice, saluto mia sorella  e bacio mia figlia che dorme. Mia moglie è arrabbiata però, la guardo sorpreso. È un incosciente dice a mia sorella, non è assolutamente in grado di guidare la macchina, ci siamo fatti la strada quasi tutta sulla sinistra, si sono messi a giocare al padrone e ha bevuto troppo, non è neanche abituato, incosciente, meglio che resti qui a smaltire la sbornia, io ammetto tutto, tranne di essere incosciente, naturalmente, ma lei è irremovibile, prende mia figlia aiutata da mia sorella, la imbacuccano senza che si svegli ed esce di casa, entra in macchina, fa inversione e ritorna indietro verso casa nostra, sicura, abile, non ha vino rosso rubino nella testa, lei. Sorrido a mia sorella, colpevole e inebetito, lei mi guarda severa, con rimprovero, ma solo un attimo, mi sorride anche lei, comprensiva. Mi aiuta a sistemarmi sul divano, sono orizzontale, peggio, gira tutto in maniera inarrestabile adesso, mi metto a sedere, meglio, gira, ma meno vorticosamente, è tollerabile. Ha ragione tua moglie, mi dice, sei incosciente, mica dovevi guidare in queste condizioni, avete rischiato di brutto, non potevi riportare indietro tua figlia in questo stato, ha fatto bene a tornarsene a casa da sola con la bimba, tu adesso dormi e rimettiti in sesto, ti faccio un caffè robusto. Non ho sonno, dico, non posso stare allungato poi, altrimenti gira tutto, resto così, così sto bene e non ho sonno, mica ho bevuto tanto comunque, sono perfettamente lucido. Lo so bene, ne ho visto tanti di gente che ha bevuto, c’è la sbornia che ti abbatte come un tronco trasportandoti beatamente nel mondo dei sogni e c’è la sbornia loquace, in cui non hai sonno e parli, parli di continuo. E io parlo, mentre mia sorella mi prepara e mi porta il caffè, si sistema in poltrona accanto a me, protettiva. Racconto degli agnelli e dei maiali. No. Prima ho tentato di liberarli. Ho aperto il cancello del loro recinto, ma non scappavano, rimanevano lì… confusi, e non scappavano. Ma tu potevi e l’hai fatto, non è vero? Sì. Ne presi uno e corsi via il più velocemente possibile. Dove volevi andare, Clarice? Non lo so, non avevo cibo, non avevo acqua, e faceva molto freddo, molto freddo. Pensavo… che potevo salvarne almeno uno, ma… era pesante. Pesante. Riuscii a fare solo qualche miglio, lo sceriffo mi trovò subito. Il proprietario era così in collera che mi mandò a vivere all’orfanotrofio Luterano a Bozeman. Non vidi mai più il ranch. Che ne è stato del tuo agnello, Clarice? Lo uccisero. Guarda che non è vero che sono ubriaco, la testa gira se mi allungo, ma così sto perfettamente bene, sono lucidissimo, te ne do una prova: il limite per ics che tende a ics con zero della funzione effe di ics è il numero reale elle quando, comunque si scelga un numero reale positivo epsilon piccolo a piacere, esiste in corrispondenza di esso un intorno completo I di ics con zero tale che, per ogni ics appartenente ad I, escluso al più ics con zero stesso, si ha che il valore assoluto di effe di ics meno elle è minore di epsilon. Mia sorella annuisce per farmi contento, non sa nulla di analisi matematica. Senti, ti dico la formula di Planck per l’emissione specifica di un corpo nero: rho di ni ti è uguale a otto pi greco acca ni al cubo fratto ci al cubo, per uno fratto e elevato ad acca ni fratto kappa ti, meno uno. Snocciolo formule per dimostrare che non sono ubriaco, ma lucido e cogitante. L’equazione di Schrödinger la vuoi sentire? Meno acca tagliata al quadrato fratto due emme, che moltiplica nabla quadro più vu di erre ti, tutto tra parentesi quadre, per psi di erre ti, uguale ad i acca de psi di erre ti fratto de ti. Mia sorella annuisce ancora, non sa nulla di fisica, insegna alla scuola elementare. Partecipa solo quando, come dimostrazione di lucidità scelgo la poesia, la poesia che ci ha sempre recitato nostra madre da piccoli. Viveva con sua madre in Cornovaglia: / un dì trasecolò nella boscaglia. / Nella boscaglia un dì, tra cerro e cerro / vide passare un uomo tutto ferro. / Morvàn pensò che fosse San Michele: / s’inginocchiò: “Signore San Michele, / non mi far male, per l’amor di Dio!”. / “Né mal fo io, né San Michel son io. / No: San Michele non poss’io chiamarmi: / cavalier, si: son cavaliere d’armi”. / “Un Cavaliere? Ma che cosa è mai / guardami o figlio e che cos’è saprai”. Io parlo, la famiglia è la cosa più importante, le dico, la famiglia di origine e la nuova famiglia, si fondono, si integrano, si allargano, nella famiglia si condividono gioie e dolori, la famiglia è affetto e solidarietà, la famiglia è memoria, faccio il filosofo dopo aver fatto il matematico, il fisico e il poeta. Parlo gran parte della notte, con mia sorella che un po’ annuisce e un po’ trattiene a fatica il sonno, fraterna e comprensiva. È giorno ma ancora presto, forse ho dormito qualche minuto, alla fine. Sono non solo lucido, ho dimostrato che lo ero già prima, ormai il vino rosso rubino è svaporato dallo stomaco e dal cervello, sono addirittura in forma, mi alzo e la testa non gira più, forse solo un poco indolenzita, mia sorella prepara un altro caffè, lo bevo bollente, la saluto e esco nella neve e nel freddo, che contribuiscono a riattivare le facoltà fisiche e mentali. La neve scricchiola sotto le mie scarpe, mentre vado giù verso casa, perfettamente sulla destra, entro, salgo su e vado in camera, mi spoglio e mi metto nel letto, in silenzio, accanto a mia figlia che dorme vicino alla mamma, è bellissima mia figlia, la bacio e la guardo, mentre mia moglie si gira dall’altra parte e fa finta di dormire, è ancora arrabbiata con me. Ma sarà pur permesso ad un uomo cedere, almeno una volta nella vita, che diamine, mi assolvo pienamente. Mi sto quasi addormentando, refrigerato dal divano in pelle, quasi non avvertendo le parti del mio corpo rilassato e disteso, cosa resta del corpo se non lo avverti, esiste ancora, mi chiedo, naturalmente, mi rispondo, grazie agli umori circolanti e agli automatismi e al pensiero che esprime, mente, umori e ritmi. Umori corporali. Vomito, naturalmente, a casa con mia sorella che mi assiste, appena riprovo la seconda volta ad allungarmi sul divano, effetto della centrifuga nella testa e del vino rosso rubino nello stomaco, non ho più provato ad allungarmi, meglio seduto, bocca amara come il fiele. Sgradevole parlare del vomito, degli umori corporali, forse, ma non sono gli umori corporali parte integrante del corpo, il corpo parte integrante dell’uomo, della vita e della storia? La storia tradizionale era effettivamente disincarnata. Si trattava in prevalenza di fornire l’immagine dei potenti, re e santi, guerrieri e signori, e altre grandi figure di mondi perduti che occorreva ritrovare, magnificare e in alcuni casi persino mitizzare, secondo le motivazioni e necessità del momento. Ridotti alla loro parte emersa, erano creature spossessate della loro carne. Alla sua morte non fu forse il corpo di san Luigi bollito e disossato, gli umori corporali sono parte anch’essa nobile, concludo, parte della storia, dell’arte, della letteratura. Sapessi almeno lontanamente scrivere anch’io di umori corporali. Mr Leopold Bloom mangiava con soddisfazione gli organi interni di bestie e volatili da cortile. Amava la densa zuppa di frattaglie, ventrigli speziati, un cuore arrosto ripieno, fegato a fette impanato e fritto, uova di merluzzo fritte. Più di tutto amava i rognoni di montone ai ferri, che regalavano al suo palato un fine sentore di urina lievemente odorosa. E ancora. Le traiettorie del loro, prima seguente, poi simultaneo urinare erano differenti: quello di Bloom più lungo, meno irruento, nella forma incompleta della penultima lettera dell’alfabeto biforcata, lui che nell’ultimo anno della scuola superiore (1880) era stato capace di raggiungere il punto di massima altezza contro il potere convergente dell’intera istituzione, 210 studenti; quello di Stephen, più alto, più sibilante, lui che nelle ultime ore del giorno precedente aveva aumentato tramite consumazione diuretica una persistente pressione vescicale. Ancora, instancabile.  Aprì con un calcio la porta sgangherata del cesso. Devo stare attento a non insudiciare questi pantaloni per il funerale. Entrò, chinando la testa sotto l’architrave basso. Lasciando la porta socchiusa, nel tanfo di calce muffosa e vecchie ragnatele slacciò le bretelle. (…) Lesse in silenzio, trattenendosi, la prima colonna e poi, cedendo ma ancora resistendo, attaccò la seconda. A metà, al cedere dell’ultima resistenza, lasciò che i visceri si rilassassero quietamente mentre leggeva, continuando a leggere pazientemente, totalmente superata la lieve stitichezza del giorno prima. Questo è Joyce, ragazzi, giù il cappello! Nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes, nell’accezione umilissima, naturalmente, ci mancherebbe altro. Sono ancora una volta disteso, in macchina, sul sedile reclinato, in un’area di sosta a nord di Boston, a più di seimila chilometri da casa, per lavoro e per piacere, certo, perché no. Neve nei prati e cielo nitido, il resto buio e desolato. Mi viene da ridere, mentre mi sistemo meglio il giaccone e mi accingo a passare la notte in macchina, nella Ford Escort rossa il cui cambio automatico sono riuscito da poco a dominare. Metti in mano ad un ragazzo un oggetto nuovo e lui lo tocca, lo gira, lo accende, lo prova in un verso, nell’altro, di sopra, di sotto, sbaglia, riprova, ma poi è lì che ha capito tutto del suo funzionamento e quello non ha più segreti. La mia mente è purtroppo più analitica, forgiata da libri, formule e teoremi, istintivamente e inevitabilmente portata a consultare il libretto di istruzioni. Entro in macchina, all’aeroporto, ho la sorpresa del cambio manuale, libretto di istruzioni in mano mi aggiorno sul fantastico oggetto mai usato, passo all’azione, sgrano, sobbalzo, parto, sobbalzo, sgrano e vado. Niente navigatore, ancora non inventato, mappa stradale sul sedile accanto, giro per l’aeroporto allo scopo di familiarizzare con la novità, poi imbocco il tunnel che dall’East Boston porta al centro, quindi prendo la 93N. È all’incrocio con la 95S che sbaglio, uscendo verso la 95N, dopo un po’ di chilometri mi accorgo dell’errore ed esco per riprendere la 95S, mi perdo tra le strade secondarie, non ci capisco più niente con la mappa, non riesco a sapere dove mi trovo, pianura verde chiazzata dalla neve, buio. Mi viene da ridere solo ora, disteso in macchina, perché ho preso la decisione di aspettare il giorno per poter chiedere lumi sulla mia destinazione finale, Westford, ma prima lo smarrimento c’è stato, che ci faccio qui in mezzo al nulla a seimila chilometri da casa, invece che con mia figlia bellissima di cinque anni, respiro corto, fuori dalla macchina, appoggiato alla recinzione in legno dell’area di sosta, inspiro ed espiro profondamente più volte, calma, che sarà mai, verrà giorno. Sento il rumore di un’auto che accosta. Una signora di mezz’età si avvicina, scendo, ci salutiamo, ha bisogno d’aiuto, mi chiede, certo signora, gentilissima, chiare e dettagliate indicazioni per ritornare sulla 95S, prendere la US-3N fino a incrociare la 495S, un quarto d’ora quindi a Westford. Grazie signora, addio. Marat ha la penna d’oca nella sua mano destra, io non ho niente nella mia mano sinistra, sta leggendo la supplica di Charlotte che tiene nella mano sinistra, Charlotte che David non ha rappresentato per cancellarne il ricordo e concentrare l’occhio dello spettatore sull’eroe Marat, il giacobino inflessibile che anticipa il Terrore, il giacobino che probabilmente ha appena scritto i nomi dei girondini che Charlotte gli sta dando per guadagnare la sua fiducia prima di ucciderlo, i girondini le cui teste sarebbero rotolate entro due settimane. Penso di alzarmi e peccare accendendo l’aria condizionata nel mio studio, ho voglia di leggere e magari scrivere qualcosa anch’io, non certamente liste di proscrizione. Scrivere, che cosa ridicola il solo pensiero di farlo, questa sì mortale come trasgressione, dopo aver citato Joyce. Joyce del cui Ulisse Nabokov parla di un libro per il resto mediocre, benché scritto con le migliori intenzioni, salvo definirlo poi un’opera d’arte divina, il più grande capolavoro della narrativa del Novecento. Scrivere dopo Joyce, dopo Kafka, Proust, Salinger, Bulgakov e Nabokov, per citare solo alcuni dei grandi più recenti. Mi alzo infine dal divano in pelle, nano tra i nani sulle spalle dei giganti, vado semplicemente a fare una doccia.

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