Il giudizio

“Dies irae, dies illa, / Solvet saeclum in favilla, / Teste David cum Sibylla. / Quantus tremor est futurus, / Quando Judex est venturus, / Cuncta stricte discussurus!”

Dies irae (Requiem, W. A. Mozart)

(Nella foto, Michelangelo Buonarroti, Giudizio universale, 1535-1541)

Fu un attimo, tutto sommato. Si ritrovò in una specie di enorme sala d’attesa, tanto grande che ognuno godeva di un ampio spazio intorno a lui, nonostante ci fosse una quantità immensa di persone. C’era come una nebbia ovattata che permeava tutto l’ambiente, l’aria e le persone, attutendo ogni rumore e ogni voce, ma la visibilità era perfetta. Che fosse simile a una sala d’attesa, benché non ci fossero assembramenti, file, voci e rumori, all’inizio fu solo un’impressione generale, perché sembrava proprio che tutti fossero in attesa di qualcosa, che arrivasse il proprio turno. Ma poi ebbe la conferma, perché udì distintamente una chiamata, pronunciata con voce normale, come tra due persone vicine, senza enfasi o accentuazioni particolari. Una chiamata dettagliata, per la verità, fatta di nome, cognome, data di nascita e riferimenti genitoriali, così da risultare specifica e priva di qualsiasi ambiguità. Quasi subito una donna si portò nei pressi di quella che sembrava una semplice porta chiusa in un angolo dell’ambiente, non vicinissima ad essere sinceri, l’attraversò e scomparve alla vista. L’attraversò proprio, in senso letterale, perché non ci fu necessità alcuna di aprirla e passare tra gli stipiti, come se la porta fosse fatta di materiale inconsistente. Oppure, fu l’altra possibilità che prese in considerazione nell’osservare la scena, come se la donna stessa fosse fatta di materiale inconsistente.

(…)

Il racconto è integralmente incluso nel libro Escursioni, pubblicato ad aprile 2022.

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