Il giudizio

“Dies irae, dies illa, / Solvet saeclum in favilla, / Teste David cum Sibylla. / Quantus tremor est futurus, / Quando Judex est venturus, / Cuncta stricte discussurus!”

Dies irae (Requiem, W. A. Mozart)

(Nella foto, Michelangelo Buonarroti, Giudizio universale, 1535-1541)

Fu un attimo, tutto sommato. Si ritrovò in una specie di enorme sala d’attesa, tanto grande che ognuno godeva di un ampio spazio intorno a lui, nonostante ci fosse una quantità immensa di persone. C’era come una nebbia ovattata che permeava tutto l’ambiente, l’aria e le persone, attutendo ogni rumore e ogni voce, ma la visibilità era perfetta. Che fosse simile a una sala d’attesa, benché non ci fossero assembramenti, file, voci e rumori, all’inizio fu solo un’impressione generale, perché sembrava proprio che tutti fossero in attesa di qualcosa, che arrivasse il proprio turno. Ma poi ebbe la conferma, perché udì distintamente una chiamata, pronunciata con voce normale, come tra due persone vicine, senza enfasi o accentuazioni particolari. Una chiamata dettagliata, per la verità, fatta di nome, cognome, data di nascita e riferimenti genitoriali, così da risultare specifica e priva di qualsiasi ambiguità. Quasi subito una donna si portò nei pressi di quella che sembrava una semplice porta chiusa in un angolo dell’ambiente, non vicinissima ad essere sinceri, l’attraversò e scomparve alla vista. L’attraversò proprio, in senso letterale, perché non ci fu necessità alcuna di aprirla e passare tra gli stipiti, come se la porta fosse fatta di materiale inconsistente. Oppure, fu l’altra possibilità che prese in considerazione nell’osservare la scena, come se la donna stessa fosse fatta di materiale inconsistente. Si guardò intorno, osservando quelli a lui più vicini. Un giovane sorrideva da una parte, tra sé, come attraversato da un pensiero felice. Una donna camminava riflessiva, percorrendo una sorta di cerchio. Più in là, alla sua destra, un bambino correva come inseguendo un pallone. Di fronte a lui una coppia di anziani si teneva per mano, passeggiando. Alla sua sinistra un signore di mezza età, più o meno suo coetaneo, se ne stava con le mani dietro la schiena, guardando in direzione della porta attraversata dalla donna. Gli sembrò la persona più giusta alla quale poter rivolgere la parola. Scusa, disse, ti posso disturbare con qualche domanda? In altri luoghi ed in altre circostanze avrebbe certamente usato il lei per la domanda, sarebbe stato meno diretto, come suo costume, ma in quell’ambiente strano che sembrava rendere tutto più omogeneo e anticonvenzionale gli era venuto più naturale passare direttamente al tu. L’altro distolse il suo sguardo e si girò verso di lui, con un accenno di sorriso. Certo, rispose, dimmi pure. Dove siamo? Sembra tutto così strano qui. Sei morto, disse l’altro, siamo tutti morti qua, accennando con la mano destra alla moltitudine intorno a loro, dopo di che ritornò a riunire le mani dietro la schiena. Lo disse come se fosse una cosa ovvia, evidente e normale. Davvero? Chiese ancora lui, sorpreso più che terrorizzato. Pensa che solo qualche minuto fa ero sul terrazzo di casa a bere un caffè godendomi la frescura del mattino. Ho avvertito come una scossa alla tempia destra, poco dolorosa per la verità, ma fastidiosa, poi ho avuto la sensazione di stare svenendo, l’ultima cosa che mi ricordo, quindi mi sono ritrovato qui, è accaduto tutto in un attimo. Direi che tutto sommato ti è andata bene, fece l’altro, niente sofferenza, a parte il discorso se fosse o meno il momento giusto per morire, rispetto alla morte non si è mai pronti. Ma la sofferenza è una discriminante che credo fondamentale, proseguì. Io ho un po’ sofferto, nei due anni che sono rimasto a letto prima di morire, ma neanche poi tanto, le medicine mi hanno aiutato. Qui ho incontrato gente che ha sofferto veramente, durante la vita e prima di morire, sofferenze per fame, per malattie, per privazioni, per ingiustizie, per soprusi, per carcere, per botte e torture, per i disagi più diversi. Per alcuni la stessa morte è stata una liberazione. Hai ragione, commentò lui, mi è andata bene, in fondo. Ma qui cosa ci facciamo? Aspettiamo di essere chiamati, rispose l’altro, per ascoltare il giudizio sulla nostra vita e conoscere la nostra destinazione finale. Allora è vero, lui disse, ero certo che fosse tutta una favola, che con la morte del corpo finisse tutto, che non ci fosse null’altro oltre il corpo. Non che io abbia mai veramente riflettuto sulla questione, ma razionalmente ho sempre ritenuto una sciocchezza la questione dell’aldilà. Io invece per tutta la vita terrena ho avuto la certezza, oltre la fede, che con la morte del corpo non finisse tutto, fece l’altro, che ci fosse la vita eterna oltre la morte. Lo disse senza trionfalismi, senza nessun vanto, solo come una normale affermazione. L’ho creduto e l’ho predicato, sono un sacerdote, ero un sacerdote. Devo però confessarti che qui, ora, in attesa come te del giudizio sulla mia vita, all’inizio ho avuto un momento di esaltazione, ho pensato che avevo avuto ragione nel crederlo e nel predicarlo, ma poi ho fatto una riflessione. Devo riconoscere che nel mio intimo lo pensavo anche prima di arrivare qui, forse peccando un po’ di rigore e di un principio di eresia rispetto alla dottrina canonica, ma ora lo sento ancora più evidente. In fondo, aver creduto o meno nella vita eterna non deve essere la discriminante fondamentale per il giudizio, che deve essere invece formulato soprattutto sulla base dei comportamenti avuti durante la vita, dell’amore verso il prossimo, del senso morale e della giustizia, del bene fatto, dell’altruismo professato, delle azioni positive portate avanti. Sono ovviamente consapevole di quanto molti di questi concetti possano essere relativi nella storia e tra i popoli, ma non assegno ad essi un relativismo sostanziale, penso che sia possibile una demarcazione assoluta tra ciò che è bene e ciò che è male. Ma per fortuna non devo essere io a decidere sulla faccenda. Certo, le verità della fede, Dio e i santi, la Chiesa, la vita eterna e tutto il resto sono importanti, ma quanti vivono e hanno vissuto da credenti senza aver allineato i loro comportamenti al credo? Per concludere, quindi, penso che su questa base io e te siamo messi uguali, conterà quello che io e te abbiamo pensato, siamo stati e abbiamo fatto in vita. Apprezzo naturalmente questo tuo punto di vista, padre, disse lui, lo condivido pienamente, non mi resta che augurarmi come prima cosa che il giudice finale sia dello stesso parere, che valuti inoltre magnanimamente la mia vita terrena. Non sono certo stato un santo, lo riconosco, ma penso che molte delle mie convinzioni e delle mie azioni siano state orientate al bene e al mio prossimo. Si guardò ancora una volta intorno, pensoso, poi formulò un’altra domanda. Con tutta questa gente in attesa, credo che però le cose siano destinate ad andare per le lunghe, ne passerà del tempo prima che venga chiamato io. Tu padre, da quanto tempo sei qui? Hai forse fretta? Fu la risposta. Hai altre cose da fare? Risero insieme. Credo che applicare qui i concetti terreni di tempo e di spazio sia privo di senso, disse ancora il prete, qui prevale l’infinito, nel tempo e nello spazio, tutto qui è contemporaneamente passato, presente e futuro, piccolo e grande. Potrebbero essere passati centinaia di anni o pochi secondi dal mio arrivo qua, non saprei dirlo, concluse. Sembra una cosa strana, ma certi atteggiamenti, certi gesti, certi modi di fare e di esprimersi, sono in un certo senso contagiosi. È così per gli sbadigli, per il riso, per i colpi di tosse, per esempio. Quindi, ad un certo punto lui in maniera naturale e inaspettata portò le sue mani dietro la schiena, assumendo una postura e una espressione molto simili a quelli dell’altro. Arrivò un’altra chiamata, nome, cognome, nato il, di Tizio e di Caio. Un nome maschile, questa volta. Infatti un giovane sbucò dalla folla, si diresse verso la porta chiusa e l’attraversò. Lui e il prete osservarono la scena, poi si guardarono l’un l’altro, in silenzio, come a commentare che se ne fosse andato un altro, uno in meno. Ma tu prete ti sei chiesto cosa ci sia esattamente dall’altra parte della porta? Fece lui. Come ti ho detto, rispose il prete, ci sarà comunicato il giudizio sulla nostra vita terrena e saremo indirizzati verso la nostra destinazione finale. Si, questo l’ho capito, replicò lui, ma io intendevo dire come esattamente avverrà la cosa, chi ci sarà, cosa ci sarà e quali sono le possibili destinazioni finali. Ma mi viene in mente ora una domanda ancora preliminare, tu come fai a sapere quello che dici? Te l’ha detto qualcuno oppure è solo una tua opinione? Per quanto è dato di vedere, stiamo tutti qui bighellonando, ogni tanto qualcuno viene chiamato e scompare oltre una porta. Potrebbe essere stato chiamato dal dentista, dall’impiegata dell’ufficio postale o dall’addetto al banco degli affettati. Ma è ovvio che sia così, rispose il prete, non mi sembra che ci sia molto da equivocare a questo riguardo. Sicuramente siamo morti, questo è evidente, siamo una moltitudine anonima, omogenea ed eterea, ciascuno con un ricordo più o meno nitido dei suoi ultimi istanti di vita terrena. Una volta assodato che non è tutto finito con la morte, ma che stiamo vivendo una esperienza ultraterrena, condivisa, quindi non è un sogno, non resta che dedurre che questo sia l’aldilà, quindi con tutto quello che ne consegue, cioè il giudizio e la destinazione finale nella quale passare tutto il resto dell’eternità, mi sembra lineare. Non si può pensare che sia tutto qua. Comunque è solo tutta una tua deduzione, non ti è stato comunicato con certezza, ufficialmente voglio dire, fece lui. Certo che non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale, disse il prete, divertito, ma penso che tutti qui siano arrivati alla stessa conclusione, come me. Questo perché tutti, replicò lui, durante la vita abbiamo sempre ascoltato, abbiamo sempre letto, siamo stati indotti a credere in modo più o meno simile, che oltre la vita o non ci fosse assolutamente niente, fosse tutto finito con la morte, oppure che ci fosse una vita ultraterrena, compresa di giudizio e allocazione definitiva. Arrivati qui, constatiamo che non siamo più sulla terra, siamo morti ma ancora dotati di una parvenza di sembianze, cogitanti, quindi che stiamo in una dimensione ultraterrena, siamo però come in un deserto, avvertiamo che il luogo in cui ci troviamo ha una dimensione di precarietà, arrivano chiamate, nessuno poi rientra, siamo quindi indotti a pensare che il seguito sia in linea con quanto la vita ultraterrena prevede. Ma per quello che ne sappiamo, potrebbe anche essere tutto finito qui, restiamo qui per l’eternità. E le chiamate? Fece il prete. Magari per i chiamati c’è stato un errore e vengono rispediti in vita, che ne sappiamo, rispose lui. Il prete scosse la testa, sorridendo benevolmente, come si fa con un bambino che non voglia capire le ragioni dei grandi. Cominciò quindi a camminare in direzione opposta a quella della porta. Lui non ebbe alcuna esitazione, gli andò dietro, affiancandolo nuovamente, entrambi con le mani dietro la schiena. Una nuova chiamata arrivò distintamente, come sempre. Non si girarono nemmeno, disinteressati ad osservare il solito movimento attraverso la porta. Camminarono in silenzio per un po’, poi lui, come attraversato da un improvviso ricordo, riprese la domanda che era rimasta senza risposta, quella su cosa ci fosse esattamente dall’altra parte della porta, almeno secondo il prete. A questo ha già risposto molto chiaramente Matteo nel suo Vangelo, riportando una parabola di Gesù. Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli, prenderà posto sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli della sua destra: “Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi”. Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli! Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui straniero e non m’accoglieste; nudo e non mi vestiste; malato e in prigione, e non mi visitaste”. Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna. Il prete recitò con molta partecipazione la parabola, d’altra parte era stato il suo mestiere. Poi c’è naturalmente il purgatorio, aggiunse, che al tempo degli Evangelisti non era stato ancora contemplato, è arrivato dopo. E questo è naturalmente il giudizio particolare, immediato dopo la morte e la chiamata. Alla fine dei tempi ci sarà poi il giudizio universale, con la risurrezione della carne e il ricongiungimento alle anime, col quale verrà ribadito alla presenza di tutti il giudizio particolare formulato e la destinazione ricevuta. Più particolari di questi non so in verità dartene, concluse il prete. Ma l’inferno, il paradiso e il purgatorio saranno davvero come li ha rappresentati Dante? Chiese lui. Mi piace immaginare che un po’ sia così, soprattutto per quanto riguarda il paradiso, rispose il prete. Continuo a pensare che mi sembra tutto molto scenografico, commentò lui, ma forse sono io a sbagliare e sarò giudicato anche riguardo a questo. Ma staremo a vedere, ormai ci siamo. Si erano intanto fermati, per poter meglio dialogare. Se ne stettero lì per un po’, uno di fronte all’altro, ciascuno immerso nei suoi pensieri. Tu che lavoro facevi sulla terra? Chiese il prete. Lavoravo in un’azienda nel settore delle telecomunicazioni, rispose lui. Tecnologia moderna, fece il prete. Mi è sempre piaciuta la tecnologia, ho sempre cercato di tenermi al passo, sia per curiosità personale che per usarla al meglio, ma anche per potermi meglio confrontare con i giovani, giocare sul loro terreno, altrimenti sarei apparso come un prete vecchio, anzi antico. Quando io ero ragazzo, i preti più giovani giocavano con noi a calcio nel campetto dietro la chiesa, oppure a calcio balilla, per coinvolgerci, per esserci più vicini, per mostrarsi moderni e aperti alla gioventù. E anch’io ho sempre seguito questo metodo. Com’è che sei diventato prete? Chiese lui. Cominciai il liceo normalmente, come tanti ragazzi che conoscevo, ma poi piano piano cominciai a sentirmi attratto da problematiche più legate al mondo della fede, della Chiesa, del cattolicesimo e dell’impegno dei cristiani nel mondo, presi così la decisione di passare in seminario. E poi tutto è venuto di conseguenza, in maniera naturale, con fede e impegno costanti e quotidiani, forse senza particolari atti di eroismo e di testimonianza, ma anche senza cedimenti. E tu, com’è stata la tua vita? Chiese il prete. Io qualche cedimento invece l’ho avuto, rispose lui. Mi sono sposato e poi separato, dopo aver avuto due splendidi figli, un maschio e una femmina. Separato per colpa mia, devo ammettere, dopo che mia moglie ha scoperto una mia relazione con una collega. Niente di trascendente, come dimostra il fatto che dopo la mia separazione la cosa è durata per meno di un anno, anche lei era sposata, ma la quotidianità sul lavoro, interessi comuni e una certa attrazione reciproca ci avevano spinti l’uno verso l’altro. Non fornicare è uno dei dieci comandamenti, vero? Ho poi avuto anche un cedimento nel fisico, molto dopo la separazione. Ho avuto un periodo di depressione, nel quale ho sperimentato la fatica di vivere, la negatività nelle percezioni e nei pensieri, la paura sociale e l’indifferenza verso le cose e le persone. Ho tentato il suicidio con dei farmaci, probabilmente ho peccato contro Dio e la vita, se non erro, ma sono stato salvato per un pelo dai miei figli, che non ricevendo risposta alle loro chiamate telefoniche sono venuti a casa mia e hanno chiamato i medici. Sono riuscito a venirne fuori, almeno credo, a risalire la china, grazie soprattutto ai figli e alle cure. Ho ricominciato a vivere e a pensare positivo. Fino a stamattina, fino alla scossa alla tempia. Forse era meglio che non mi salvassero, a questo punto, visto che non è passato molto tempo prima che arrivassi qui, quando in fondo tutto cominciava di nuovo a girare per il verso giusto. Che dici, prete, sono destinato a stare tra le pecore sulla destra o tra i capri sulla sinistra? Sorrise ancora, il prete, scuotendo la testa. Ma io sto qui come te, ormai, non siamo in confessione, non sono più neanche un prete, in effetti, non sto dall’altra parte della porta, tra giudici e giuria, sono anch’io nella gabbia degli imputati in attesa di sentenza. Commetterei un peccato di superbia, ora più che mai, ad ergermi a tuo giudice. Non contare su una mia predizione. E poi, ammesso pure che io lo faccia, a che ti servirebbe? A farti stare più tranquillo nel caso di una mia assoluzione o a farti soffrire prima del tempo in caso di una mia drastica condanna dei tuoi comportamenti? E che valore avrebbe il giudizio di un misero ed imperfetto ex prete rispetto alla imminente decisione da parte del giudice supremo? La solita voce, che sembrava provenisse da ogni dove, come da una molteplicità di sorgenti sonore, li distolse dai loro discorsi e questa volta si girarono per vedere l’arrivo della persona interessata. Il nome era noto ad entrambi. Era effettivamente la persona che avevano intuito, uno scrittore, un intellettuale spesso presente nei salotti televisivi. Si incamminò verso la porta e la oltrepassò rapidamente, senza esitazioni. Avevo saputo che era morto, disse il prete, mi ricordo che ne hanno parlato molto. Me lo ricordo anch’io, disse lui, mi pare sia stata una cosa improvvisa anche nel suo caso, un infarto, se non erro. Se ne stettero entrambi in silenzio, come a riflettere e ricordare, osservando la porta. L’ho ascoltato più volte parlare, disse lui, mi sembra fosse un filosofo, impegnato nel sociale, a favore dell’integrazione interrazziale e culturale, dalla parte dei meno fortunati, per la legalità, aperto nelle sue idee, per una giustizia giusta  e pure cattolico praticante, sebbene critico verso posizioni più tradizionaliste della Chiesa. Tutto perfetto, secondo me è destinato a stare sulla destra, tra coloro che vedranno il paradiso. Anche se quello che conosciamo è la facciata pubblica, quella visibile, non certo quella privata. Che ne pensi padre? Non ti rassegni a fare previsioni e a tentare di coinvolgermi, fece quello. Non lo so, non voglio saperlo e non voglio neppure esprimermi in proposito, chiaro? Va bene, va bene, fece lui, non ti scaldare padre, facevo così, per dire. Ripresero a girovagare, il prete a dettare il percorso e lui a seguirlo, in silenzio. A ben guardare, erano rari quelli che dialogassero tra loro, in ogni caso mai più di due, per quanto potessero vedere, come se quasi fosse proibito fare gruppo. Ognuno sembrava soprattutto dedicarsi a sé stesso. Ma hai anche tu l’impressione che qui sembrino tutti come pazienti di un ospedale psichiatrico, certamente non pazzi esagitati, ma pazzi introversi e solitari sì, disinteressati a quello che succede intorno a loro? Ma che vuoi che facciano, rispose il prete, sono morti, siamo morti, c’è solo da attendere per conoscere il giudizio, non si può più influire in alcun modo, non c’è più niente che si possa fare o si possa dire. Ma noi stiamo comunque parlando, ragionando, disse lui, siamo solo noi ad avvertire questa esigenza? Faccio osservare che io me ne stavo tranquillo per mio conto, fece il prete, sei stato tu a venire a farmi delle domande, a pressarmi, a starmi attaccato. L’anomalia, in fondo, sei tu. È come se tu avessi ancora qualcosa del mondo terrestre, ancora un residuo di vita e delle cose che si fanno nella vita. Furono interrotti perché arrivò un’altra chiamata, ma questa volta lui trasalì. La voce aveva pronunciato il suo nome. Nome, cognome, nato il, di Tizio e di Caio era proprio lui. Ma sono io, disse al prete, com’è possibile? Il prete rimase sorpreso a queste parole, prima di tutto perché non gli era mai capitato di essere vicino ad una persona che riceveva la chiamata, addirittura mentre gli parlava, poi perché gli sarebbe parso naturale essere chiamato prima dell’altro, visto che lui era lì certamente da molto prima dell’altro. Tutto lì sembrava indicare che le cose andassero in questo modo. Non seppe che rispondere alla domanda, sollevò solo le spalle e allargò le braccia, incapace di dare una risposta e sconsolato. Quasi a parafrasare i pensieri del prete, ma se io sono appena arrivato e qui sono praticamente tutti giunti prima di me, continuò lui, non può essere che adesso tocchi proprio a me. Non sono pronto. Il prete ritrovò la parola. Perché, eri pronto quando sei morto? Non si è mai pronti per queste cose, sbrigati ad andare, non vorrai mica farti aspettare o essere addirittura richiamato? Vai, vai subito. Sì, certo, devo andare, ti saluto prete, grazie per essere stato così gentile con me. Dopo averlo guardato un’ultima volta, mentre quello lo sollecitava ancora ad affrettarsi, si girò in direzione della porta e si incamminò, sotto gli sguardi di quelli che, del tutto indifferenti, assistevano al suo cammino. Un turbinio di pensieri gli attraversavano la mente. Perplessità e timore erano i sentimenti predominanti. Il passo era incerto, lento. Pensò addirittura di girarsi e scappare via, ma per andare dove, si disse? Continuò, come andasse al patibolo. Allora dirà anche a quelli della sua sinistra, aveva detto il prete, “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!”. I suoi dubbi sull’aldilà e i suoi cedimenti avrebbero avuto un peso rilevante? Ed era proprio vero che le sue convinzioni e le sue azioni erano state orientate soprattutto al bene e al suo prossimo? Arrivò alla porta. Si fermò un attimo. Al diavolo, si disse, e quasi si lanciò attraverso gli stipiti. Ha aperto gli occhi, dottore, ha aperto gli occhi, gridava qualcuno. Starò pure con gli occhi aperti, pensò, ma non vedo nulla, solo una luce bianca, dove devo andare, dov’è il giudice? Cercava di mettere a fuoco e di trovare qualcosa, un’indicazione, che gli facesse capire dove dirigersi per ascoltare il suo verdetto. Avvertì dei suoni, dei rumori, altre voci. Dove devo andare, dov’è il giudice? Disse. Tranquillo, devi stare calmo e tranquillo, sentì qualcuno che gli diceva, proprio davanti al viso. Ma sono tranquillo, disse implorante, sono pronto, ditemi solo dove trovo il giudice, per favore, non voglio arrivare in ritardo, farlo aspettare. È troppo agitato, sentì dire da una voce, una dose leggera di sedativo, presto. La luce bianca era fastidiosa, in più lui si sforzava di intravedere qualche dettaglio per capire cosa fare, ma poi arrivò il torpore e la luce si spense. Papà, sentì dire. Aprì lentamente gli occhi, per timore della luce bianca, ma avvertì una penombra e vide il volto di sua figlia che gli sorrideva, poi anche la testa di suo figlio. Ciao, disse, allora non sono morto. Certo che no, confermarono in coro. Ci hai fatto prendere un bello spavento, continuò la ragazza, hai avuto un ictus. Ha dato l’allarme il tuo vicino di casa, aveva sentito dei rumori e ha inutilmente suonato alla porta. Ti hanno operato d’urgenza una settimana fa, dopo di che sei rimasto in coma. Ma io sapevo che non ci avresti mai lasciati soli. Sono contento, disse, anche se non ho capito come sia successo, era venuto il mio turno ed ero stato chiamato, ho attraversato la porta per ricevere il mio giudizio e recarmi alla mia destinazione finale, ma non ho visto nulla, solo luce, quindi mi sono ritrovato qui. Ma di che parli papà? Chiese il figlio. Sì, cos’è questa storia del giudice? Si associò anche la figlia. Ci hanno detto i dottori che appena sei uscito dal coma hai cominciato ad agitarti e a chiedere di un giudice, hanno dovuto somministrarti un calmante. Ma come chi è il giudice? Rispose. Il giudice è Dio, Gesù, come vogliamo chiamarlo, ero appena stato chiamato per incontrarlo e ascoltare il suo giudizio sulla mia vita, invece mi sono ritrovato qui in ospedale. E non sei contento di essere qui invece che con Dio? Chiese ridendo il figlio, avrai sognato, avuto gli incubi. Lui ripassò nella sua mente tutto quanto gli era accaduto dal momento in cui si era ritrovato nella sala d’aspetto. Ogni cosa era chiara e nitida nella sua memoria. No, non ho sognato, affermò, e raccontò tutto, della sala, della porta e delle chiamate, del prete, dei discorsi fatti e delle risposte avute, del giudice, della parabola di Matteo, delle pecore alla sua destra e dei capri alla sua sinistra. Dai papà, è stato tutto un effetto del coma, fu il commento di entrambi i figli. Fu costretto, tra la curiosità e l’incredulità generale, a raccontare più volte la cosa nei giorni seguenti, alla ex moglie che andò a trovarlo, ai medici, agli infermieri e agli amici. Arrivò anche il cappellano dell’ospedale, incuriosito dalla storia. Lui ripeté tutto, ogni singolo dettaglio e ogni parola scambiata col prete. Mi crede almeno lei, padre? Ti credo figliolo, disse quello. Lui tirò un sospiro di sollievo, finalmente. Che mi è successo allora? Chiese. Io so che ero morto, ho attraversato la porta per avere il mio verdetto, invece mi sono ritrovato vivo. Mi chiedi una cosa alla quale non so rispondere, figliolo. Il fatto che ti credo non significa che sappia spiegarti. Quello che posso fare e che mi sento in dovere di fare è aggiungere qualche riflessione a quanto ti ha già detto il prete del tuo racconto. La parabola del vangelo di Matteo, la parabola delle pecore e dei capri, è straordinaria, ci insegna la via dell’amore verso il prossimo, ad essere credenti non solo col fervore della fede ma soprattutto nei fatti, nella vita quotidiana, con l’amore verso chi vive in uno stato di bisogno, nella sofferenza. Matteo ci dice che amare significa prendersi cura, che questi comportamenti verso il prossimo sono comportamenti verso Dio, “ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. E il Dio che giudica guarda alla nostra vita con questo criterio di misura. Ma poi c’è il Dio della parabola della pecorella smarrita, quella del padre misericordioso, quella della moneta perduta, c’è il Dio della misericordia, il Dio del vangelo di Luca, dello “scriba mansuetudinis Christi” come lo chiama Dante. Luca ci parla della dolcezza di Dio, della sua bontà, della sua misericordia infinita, che vuole che tutti siano salvi, che ha un occhio di riguardo per gli emarginati, per i peccatori, per i non credenti. Li cerca e gioisce nel riportarli verso di lui. Dio offre sempre un’altra possibilità. Forse quello che ti è successo è stato ricevere un’altra possibilità. Lui tirò un sospiro di sollievo. Dixit autem pater ad servos suos: “Cito proferte stolam primam et induite illum et date anulum in manum eius et calceamenta in pedes et adducite vitulum saginatum, occidite et manducemus et epulemur, quia hic filius meus mortuus erat et revixit, perierat et inventus est”. Et coeperunt epulari.

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