Un luogo promiscuo

“Ma tu ci staresti in una stanza a dormire con un soldato, un cavaliere e un re? Fece rivolto a mia sorella. Ma sei pazzo, fece lei, certo che no.”

(Nella foto, Pablo Picasso, Amicizia, 1908)

Rifallo, rifallo, ripeteva insistentemente Maria Carla, con voce piagnucolosa. Certe volte mia sorella era proprio noiosa e irritante, ma era la sua tecnica insistere in questa maniera quando voleva ottenere qualcosa a tutti i costi, anche a casa, spesso con successo, perché pur di falla stare zitta veniva accontentata. E anche Francesco cedette. Va bene, basta che la smetti di piagnucolare. In fondo, anche lui voleva ancora una volta mostrare il nuovo gioco che gli aveva insegnato suo zio, per sfoggiare il nuovo segreto del quale era venuto in possesso. Allora, queste sono le dieci carte di coppe, io adesso le metto in un certo ordine, segreto perché lo conosco solo io. Si avvicinò le carte al viso, tutte tenute con la mano sinistra, aperte e rivolte verso di lui, in maniera che io e mia sorella potessimo vedere solo il dorso, quindi cominciò a sistemarle prendendole una alla volta con la mano destra, a formare un mazzetto. Nel farlo enfatizzato uno sforzo di pensiero profondo, sulla base del quale ordinare la carte in maniera appropriata. Mia sorella lo guardava affascinata, come sempre, ammirando la sua abilità nel fare le cose, la sua bravura. Francesco mise il mazzetto a terra, sul gradino della porta di ingresso di casa nostra dove io e lui eravamo seduti ai due estremi, mentre Maria Carla era inginocchiata a terra immediatamente dentro casa, rivolta verso di noi. Dal mazzetto, col dorso in alto, tolse con la mano destra la prima carta e la rigirò, era l’asso. Prese poi la seconda carta e, tenendola coperta, la inserì sotto il mazzetto, tenuto ben fermo con la mano sinistra, quindi prese e rigirò la carta che era in cima, era il due. Ripeté in successione le operazioni, carta sotto poi carta rigirata, facendo comparire ordinatamente il tre, il quattro e via di seguito fino al dieci. Maria Carla batteva le mani, meravigliata ed entusiasta. Io cercavo intanto di capire il trucco. Presi le carte, provai a sistemarle, rifeci il gioco ed ecco apparire l’asso, il due e il tre, ma poi arrivò il dieci, quindi il sette e così via, in maniera disordinata. Non sei capace, non sei capace, mi canzonava mia sorella. Ci vuole solo un po’ di tempo per riflettere con calma e sono sicuro di farcela a trovare la sistemazione giusta da dare alle carte, dissi io, non c’è niente di misterioso o di magico, basta mettere le carte nel modo corretto. Insegnami il trucco, insegnami il trucco, ricominciò a piagnucolare mia sorella, mentre io riprovavo una nuova sistemazione delle carte. Francesco intanto rideva divertito, orgoglioso dell’abilità mostrata. Non te l’insegno di certo, disse, mentre si alzava e scappava via, divincolandosi dalle braccia di mia sorella, lì nel cortile davanti casa, subito rincorso da lei. Fecero tre quattro giri del cortile, lui davanti e lei sempre dietro, di corsa, mentre io facevo un paio di tentativi infruttuosi per trovare il meccanismo giusto. Poi Francesco si rimise a sedere al suo posto, imitato da Maria Carla, quindi mi prese le carte dalle mani e cominciò a spiegare il trucco, non certo convinto da mia sorella a farlo, ma perché era lui stesso ansioso di illustrare quel meraviglioso trucco. Una storiella, in effetti. Nel milleseicentodue, cominciò a recitare, prendendo nello stesso tempo l’asso, aggiungendo il sei dal lato del seme, quindi il due, un re, aggiunse il dieci, giocava a tressette, aggiunse il tre e il sette, con quattro cavalieri e cinque dame, completò il mazzetto col quattro, il nove, il cinque e l’otto. Quindi rigirò le carte e rifece il gioco, ancora una volta, facendo magicamente comparire le carte in ordine perfetto, dall’asso al dieci. Bravissimo, fece mia sorella, voglio provare anche io. Sotto la guida di Francesco, che ripeteva la storiella, sistemò le carte e rifece il gioco, con esito corretto. Bravo, bravo, continuava ad osannare il mio amico. Avevamo dieci anni entrambi, io e Francesco, vicini di casa e compagni di classe, migliori amici dalla nascita, mentre mia sorella era di due anni più piccola. Fai un altro gioco, dai, ricominciò a frignare. Va bene, acconsentì Francesco, mio zio mi ha insegnato anche quest’altro gioco, volevo appunto mostrarvelo. Suo zio viveva in un’altra città, non quella vicina al nostro paesotto, e non si vedevano spesso, ma quando veniva a trovare sua sorella, la madre di Francesco, portava tanti regali per il suo unico nipote e se rimaneva qualche giorno se lo coccolava, gli raccontava della sua vita e del suo lavoro, ci giocava insieme e gli insegnava sempre nuovi trucchi con le carte. Allora, seguite bene il gioco, disse rivolto a me e mia sorella, ma più a mia sorella, perché evidentemente il gioco era più da donne che da uomini. Dal mazzo ricomposto, di quaranta carte, prese le quattro donne e le mise a terra scoperte, col seme in alto, a formare un piccolo mazzetto, poi raccolse i quattro re, che sistemò sopra le donne, quindi aggiunse i quattro cavalli e infine i quattro assi. Prese poi il cinque di bastoni e lo mise a terra, sempre scoperto, separato dal mazzetto. Era una notte buia e tempestosa, cominciò in tono cupo. Uuuu… uuuuu… uuuuuu… il vento soffiava in maniera terribile e la pioggia insistente sferzava il viso. Giunsero ad una locanda quattro soldati, bagnati e infreddoliti sotto la pesante armatura. Mentre diceva questo, Francesco mimava la terribile esperienza della notte di tempesta, indicando il cinque di bastoni, a voler segnalare che quella era la locanda. Oste, dissero, il tono si fece virile e imperioso, siamo quattro soldati, abbiamo combattuto in guerra e stiamo camminando da ore sotto questa micidiale tempesta, avresti un posto dove poter passare la notte al caldo, protetti dalla pioggia e dal vento? Ma certo, rispose l’oste, ho proprio quattro camere qui nella mia locanda, dove potete sistemarvi comodamente e rifocillarvi. Francesco prese uno alla volta i quattro assi dal mazzetto di carte e li sistemò ai quattro angoli del cinque di bastone, evidentemente le camere, disse che il bastone centrale rappresentava l’oste, cominciando da quello in alto a sinistra e procedendo in senso orario, sempre col seme in alto, in maniera quasi teatrale, a voler sottolineare che ognuno prendeva posto in una camera diversa. Quindi ricominciò la cupa cantilena. Uuuu… uuuuu… uuuuuu… era una notte buia e tempestosa. Giunsero alla locanda quattro cavalieri, bagnati e infreddoliti in sella ai loro cavalli. Oste, dissero, il tono si fece nobile e risoluto, siamo quattro cavalieri, ritorniamo ai nostri castelli dopo aver combattuto in guerra, siamo stati sorpresi da questa micidiale tempesta, avresti un posto dove poter passare la notte al caldo, protetti dalla pioggia e dal vento? Ben volentieri vi offrirei ospitalità, rispose l’oste, ma ho solo quattro camere qui nella mia locanda e proprio poco fa sono arrivati quattro soldati, li ho sistemati nelle camere e adesso non ho più posto dove farvi dormire. Ma non possiamo starcene sotto la pioggia e il vento, fecero quelli, possiamo sistemarci anche noi nelle camere, insieme ai soldati, per noi non è un problema. I quattro soldati, interpellati, acconsentirono. Francesco prese uno alla volta i quattro cavalli dal mazzetto di carte e li sovrappose ai quattro assi già agli angoli del cinque di bastone, cominciando ancora da quello in alto a sinistra e procedendo in senso orario. Il gioco era divertente e interessante, lo seguivo con attenzione, ma Maria Carla era addirittura ammaliata, dal gioco e dal racconto, pendeva dalle labbra del mio amico, concentrata. Francesco continuò il racconto. Uuuu… uuuuu… uuuuuu… era una notte buia e tempestosa. Giunsero alla locanda quattro re, bagnati e infreddoliti. Oste, dissero, il tono si fece regale e determinato, siamo quattro re, ritorniamo ai nostri regni dopo aver a lungo combattuto in guerra, siamo stati sorpresi da questa micidiale tempesta, avresti un posto dove poter passare la notte al caldo, protetti dalla pioggia e dal vento? Vostre regalità, ben volentieri vi offrirei ospitalità, rispose l’oste, ma ho solo quattro camere qui nella mia locanda e già sono occupate da quattro soldati e quattro cavalieri, li ho sistemati nelle camere e adesso non ho più posto dove farvi dormire. Ma non possiamo starcene sotto la pioggia e il vento, fecero quelli, possiamo sistemarci anche noi nelle camere, per noi non è un problema, certamente i soldati e i cavalieri acconsentiranno. Fu così che l’oste li condusse alle loro camere. Francesco prese uno alla volta i quattro re dal mazzetto e li sovrappose ai quattro assi e ai quattro cavalli già agli angoli del cinque di bastone, cominciando ancora da quello in alto a sinistra e procedendo in senso orario. Ovviamente si era ormai capita la destinazione delle donne, ma a mia sorella più che la inevitabile sistemazione attirava la storia, la cantilena ripetuta, con l’enfasi che le dava Francesco. Il racconto procedette. Uuuu… uuuuu… uuuuuu… era una notte buia e tempestosa. Giunsero alla locanda quattro signore, bagnate e infreddolite. Oste, supplicarono, il tono di Francesco si fece effeminato e umile, siamo quattro signore, ci siamo perse in questa notte di tempesta, avresti un posto dove poter passare la notte al caldo, protette dalla pioggia e dal vento? Signore, ben volentieri vi offrirei ospitalità, rispose l’oste, ma non è proprio possibile, ho solo quattro camere qui nella mia locanda e già sono occupate da quattro soldati, quattro cavalieri e quattro re, li ho sistemati nelle camere e adesso non ho più posto dove farvi dormire. Ma non puoi lasciarci sotto la pioggia e il vento, fecero quelle, possiamo sistemarci anche noi nelle camere, per noi non è un problema, certamente i soldati, i cavalieri e i re accetteranno di ricavare un posticino per noi. Naturalmente fu così e l’oste le condusse alle loro camere. Francesco prese una alla volta le quattro donne rimaste e le sovrappose ai quattro assi, ai quattro cavalli e ai re già agli angoli del cinque di bastone, sempre a partire da quello in alto a sinistra e procedendo in senso orario. Ora che succede? Ora che succede? Chiese insistentemente Maria Carla. La notte passò tranquilla per gli ospiti della locanda, riprese Francesco in tono da consumato narratore, al riparo e al caldo. La mattina dopo la tempesta era finita, ma di buon’ora si presentò alla locanda un ispettore di polizia, accompagnato da due poliziotti. In cosa posso servirvi ispettore? Chiese l’oste, servizievole. Ci è stato riferito da una persona degna di fiducia, cominciò quello in tono altezzoso e duro, che in questa locanda si alloggiano gli ospiti in modo promiscuo. Che significa promiscuo? Lo interruppe mia sorella. Mio zio ha usato proprio questa parola nel mostrarmi il gioco per la prima volta, spiegò il mio amico, ha detto che significa tutti mischiati, uomini e donne, ricchi e poveri, signori e servi, come effettivamente è successo nella locanda. Come potete vedere, in ogni stanza ci sono un soldato, un cavaliere, un re e una signora, tutti insieme. Ma tu ci staresti in una stanza a dormire con un soldato, un cavaliere e un re? Fece rivolto a mia sorella. Ma sei pazzo, fece lei, certo che no. Ma che dice, ispettore? Si difese l’oste, con un tono scandalizzato e un tono di voce dimesso, ma sudando freddo, continuò Francesco, io non permetterei mai che una cosa del genere accadesse, assolutamente no. Potete pure controllare, ispettore, ma intanto sedetevi, mettetevi comodi, accettate prima che vi prepari una buona colazione. Con malcelato piacere, l’ispettore e i due poliziotti si sedettero, ben felici di godere di una imprevista e lauta colazione, tanto ci sarebbe stato tutto il tempo di fare il controllo dopo. L’oste si diresse verso la cucina, ma comandò alla cameriera di apparecchiare la tavola e intrattenere i poliziotti e l’ispettore, mentre lui di nascosto salì al piano superiore della locanda. Presto, presto c’è la polizia, andava avvisando camera per camera, se trovano che qui alla locanda c’è un modo promiscuo di alloggiare ci arrestano tutti. Fu un fuggi fuggi generale tra le camere, dentro le camere e fuori dalle camere, nell’affannosa ricerca di sistemare le cose. Mentre diceva questo, Francesco andava raccogliendo freneticamente i quattro mucchietti di carte, sistemandoli uno sull’altro, a farne un solo mazzo nella sua mano sinistra, col dorso coperto, che cominciò a dividere e ricomporre più volte. Chiese anche a me e mia sorella di tagliare il mazzo quante volte volevamo. Maria Carla rideva a crepapelle, nella smania imposta da Francesco. Poi lui riprese il mazzo e cominciò a ridistribuire le carte ai quattro angoli del cinque di bastone, col dorso in evidenza, sempre a partire da quello in alto a sinistra e procedendo in senso orario. Uno due tre e quattro, uno due tre e quattro, per quattro volte. Quindi ricominciò. Ben rifocillati dalla abbondante colazione, l’ispettore chiese di poter controllare le camere, perché non poteva esimersi dal fare il suo dovere. Nessun problema ispettore, ci mancherebbe, saliamo pure al piano superiore, dove sono le camere, fece l’oste. Lui a capofila, seguito dall’ispettore, poi dai due poliziotti e infine dalla cameriera, salirono al piano superiore e arrivarono davanti la prima camera, bussarono e guardarono all’interno quando la porta si aprì. Francesco, platealmente, cominciò a scoprire le carte del mazzetto in alto a sinistra.  Uno due tre e quattro signore, contò. E infatti il mazzetto era composto da sole donne. Io e mia sorella sgranammo gli occhi per la sorpresa. Ma come, avevamo visto benissimo che le camere erano state occupate in successione da carte diverse! Erano state poi raccolte e tagliate tante volte, sia dal mio amico che da noi stessi! L’ammirazione di Maria Carla per Francesco era sconfinata, per lei era un mago vero. Lui continuò. L’ispettore, constatato che tutto era a posto, si diresse verso la seconda camera e controllò. Francesco, sempre con gesti misurati e scenografici, scoprì le carte del mazzetto in alto a destra, uno due tre e quattro re, contò. E così di seguito nelle camere successive, ma tutto era in regola. Francesco passò a scoprire il mazzetto in basso a destra,  uno due tre e quattro cavalieri, infine quello in basso a sinistra, uno due tre e quattro soldati. Fu un successone per il mio amico, Maria Carla aveva gli occhi sgranati  e la bocca aperta dalla sorpresa. Fallo ancora, fallo ancora, ricominciò con insistenza. Io e Francesco ci alzammo e scappammo via, di corsa.

Il motivo per il quale mi era venuto in mente questo ricordo, fra i tanti episodi presenti nel fondo della mia memoria, era che lo zio di Francesco aveva usato l’espressione “un luogo promiscuo e degradato”, per riferirsi ad un capannone abbandonato di periferia. Avrei potuto ricordare delle infinite volte nelle quali ci eravamo rincorsi nel cortile, avevamo bisticciato e ce le eravamo date l’uno con l’altro, iniziando da quando avevamo appena imparato a camminare. Oppure di quella volta, avevamo quattro o cinque anni, in cui un pomeriggio decidemmo di andare finalmente a scoprire da soli cosa ci fosse nella casa diroccata e seminascosta dai rovi che si trovava oltre il cortile, dall’altra parte della strada, ad alcune centinaia di metri da casa. Ci trovarono che era quasi sera, sporchi e pieni di graffi, che continuavamo a vagare in direzione opposta a quella delle nostre case. Avrei potuto ricordare di quando ci davano da badare a Maria Carla, in casa o nel cortile, ma noi volevamo giocare tra di noi e quindi volevamo controllarla solo da lontano, ogni tanto, lasciandola a giocare da sola con qualche pupazzo, ma non c’era verso, ovunque ci spostassimo lei continuava a venire da noi, ad inseguirci, era quello il gioco che preferiva, rincorrerci e stare con noi. Oppure del primo giorno di scuola, a sei anni, quando riuscimmo a conquistare un banco da due in ultima fila. Durante la ricreazione, avevamo appena preso i nostri panini, accuratamente preparati dalle nostre madri, quando un ragazzone del banco accanto al nostro in ultima fila mi rubò il mio dalle mani e scappò fuori dall’aula. Io rimasi interdetto, immobile per la sorpresa e preoccupato dalle dimensioni di quel ragazzo, che sembrava già quasi uno di quarta o quinta, ma Francesco in un lampo mi mollò il suo panino e rincorse il ragazzo. Quando io mi riscossi e lo seguii, lui si era già lanciato contro il collo del ragazzo facendolo cadere a terra e lo stava tempestando di pugni al viso. Li separarono e io riebbi il mio panino, lui la sua prima nota in condotta. Il primo grande dispiacere della mia vita arrivò a tredici anni. Morì il padre di Francesco. Per me fu un dolore grande, lo conoscevo da quando ero nato, era tra gli amici migliori di mio padre, lavoravano insieme sui cantieri. Ovviamente, neanche paragonabile al dolore che doveva provare il mio amico, che cercai di consolare come potei, facendogli sentire la mia presenza, la mia amicizia e il mio stesso dolore. Ma il grande dispiacere al quale mi riferisco non fu quello, in fondo, ma ciò che seguì. Dopo due mesi, sua madre fu convinta dal fratello a trasferirsi da lui, nella sua città, dove avrebbe potuto trovare anche lei un lavoro e dove anche lui avrebbe meglio potuto darle una mano. A nulla valsero le ragioni di Francesco, le mie suppliche e i discorsi dei miei per convincerla a restare, non ci fu verso, ormai aveva deciso. Così il mio amico e io ci dovemmo salutare. Fu un saluto rapido, da uomini duri, poi lui entrò in macchina e io mi girai e a passo rapido entrai dentro casa, per nascondere le lacrime e per non assistere alla partenza. Maria Carla invece piangeva a dirotto, inutilmente confortata da mia madre. All’inizio ci sentivamo spesso per telefono, almeno una volta alla settimana, alternandoci all’apparecchio io e mia sorella, ma poi inevitabilmente le telefonate si diradarono. La prima volta che tornò fu due anni dopo, quando mia madre riuscì a convincere la sua a venire a passare una settimana da noi. Fu una settimana indimenticabile, sembrava davvero che tutto fosse tornato come prima. Restammo sempre insieme, io, lui e mia sorella, che gli stava attaccata come una cozza, facevamo fatica a stare un po’ noi due da soli, a parlare della nuova scuola, io al liceo e lui all’istituto tecnico, della vita in città, dei rispettivi nuovi amici e delle ragazze, naturalmente. Ma poi la settimana finì. Ritornarono un anno e mezzo dopo, più o meno. Per lui sembrava però fosse passato un secolo, come se io avessi semplicemente un anno e mezzo in più e lui fosse già adulto. Aveva lasciato la scuola, con grande dispiacere della madre, e aveva cominciato a fare dei lavoretti, aveva soldi nelle tasche, vestiva alla moda, aveva ormai interessi diversi dai miei, più da grandi. Ed era diventato davvero un ragazzo attraente, si vedeva da come lo guardavano le ragazze qui da noi, diversamente da come guardavano me, che credo brutto non fossi, ma lui aveva già acquistato il fascino dell’uomo maturo, di città, esperto ormai di vita. Il giorno dopo che arrivò, lui e Maria Carla stavano già insieme, mano nella mano, diventando inseparabili, fidanzati predestinati, dissero tutti, una bella coppia. Me ne feci una ragione, alla fine, dopo aver superato con difficoltà l’allontanamento del mio migliore amico e la gelosia per mia sorella. Dopo la sua partenza, dove la fatica di staccare lui e mia sorella fu un’impresa che coinvolse i miei genitori, me stesso e sua madre, furono loro a sentirsi telefonicamente più spesso, molto più spesso rispetto a me. Dopo cinque mesi, Maria Carla arrivò a convincere mia madre, spossata dalle sue insistenze e dai suoi ricatti, ad accompagnarla a casa di Francesco per restarci una settimana. Era la prima volta per mia sorella andare lontano da casa, prima ancora che lo facessi io. Lei e Francesco vissero quasi una luna di miele, innamorati entrambi l’uno dell’altra e della vita, stavano fuori tutto il giorno a girare per la città, appiccicati come francobolli, raccontò mia madre al ritorno, tornando a casa solo per dormire. Fu Maria Carla, senza che io le avessi chiesto niente, non sarei riuscito a chiederglielo neanche se avessi voluto, che l’avevano fatto, un pomeriggio a casa di un amico di Francesco, i cui genitori erano fuori al lavoro. Lo disse felice, con infinito pudore, a occhi bassi. L’abbracciai, mentre mi faceva giurare che non l’avrei detto mai a nessuno, solo l’ultimo dei mille giuramenti di complicità che ci eravamo fatti reciprocamente da quando era nata. Meno di quattro mesi dopo, improvvisamente, Francesco smise di telefonare a casa nostra e di rispondere alle telefonate di Maria Carla. Lei ci stava male e piangeva sempre. Sua madre disse alla nostra che non sapeva più che fare, suo figlio la faceva disperare, non c’era mai a casa, non lavorava, era diventato trascurato nel vestire e nel fisico, la trattava male, sempre furioso e nervoso. Telefonai anche io più volte, cercando di parlargli e capire perché si stesse comportando così, rifiutò sempre di parlarmi, tranne una volta, in cui prese la cornetta e in maniera rabbiosa mi gridò non siamo più bambini, smettila di rompere i coglioni. Riuscii solo a rispondere vaffanculo, prima che riattaccasse. Passò del tempo, avevo da poco compiuto diciotto anni, prima che sua madre riuscisse a confidare alla mia che Francesco si drogava. Lo aveva scoperto lo zio, seguendolo, e insieme avevano affrontato la questione con lui, ma aveva risposto con una semplicità disarmante che ormai era maggiorenne e faceva quello che voleva lui. La madre aveva anche minacciato di buttarlo fuori di casa, ma lui aveva appena alzato le spalle, dicendo che se l’avesse fatto non lo avrebbe mai più rivisto. Un giorno arrivò una lettera di sua madre, cosa insolita, perché con mia madre si sentivano più o meno una volta a settimana. Dentro c’era solo una foto. Lei e Francesco stavano abbracciati nel salone, davanti una torta di compleanno, con le candeline del quattro e del cinque accese, gli anni di lei. Francesco aveva i capelli completamente rasati, barba e baffi, con un taglio che gli lasciava la barba lungo tutta la mandibola, fino alle orecchie, univa barba e baffi e terminava con un pizzetto. Era magrissimo, con delle occhiaie profonde e lo sguardo con gli occhi scuri tra la sfida e l’indifferenza. Era sempre lui, Francesco, ma sembrava lontano anni luci da quello che io e Maria Carla conoscevamo. Mia sorella rimase zitta e ostentò indifferenza guardando la foto, ma io sapevo che soffriva e che avrebbe pianto la notte.

Lo hanno trovato dopo una telefonata anonima, in un capannone abbandonato appena fuori città, un luogo promiscuo e degradato ritrovo di drogati e spacciatori, una overdose, ci disse lo zio tra le lacrime quando arrivammo noi, mio padre, mia madre, io e Maria Carla. Facemmo in tempo a vederlo prima che lo mettessero nella bara. Fu straziante per tutti noi, non facemmo che piangere sempre, tutti, in silenzio, solo sua madre lo faceva lamentandosi, dondolandosi ritmicamente avanti e indietro. Il ritorno a casa in macchina avvenne in un silenzio assoluto, ciascuno immerso nei suoi pensieri e nei suoi ricordi. Io e mia sorella eravamo seduti dietro, la tenni abbracciata con la testa sulla mia spalla per tutto il viaggio.   

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