Gli occhi della memoria

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

Francesco Guccini

(Nella foto, Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931)

Vedi, mi dice, là dietro casa, in cima alla salita della strada che poi continua in discesa girando tutt’intorno a casa, proprio accanto agli scalini in pietra che salgono fino in piazza, c’è il negozio di alimentari. Spesso sono là a chiacchierare con il proprietario, da solo o con mio fratello maggiore o qualche amico. Vende caramelle, cioccolato, mentine e tante altre cose deliziose. C’è un piccolo cono gelato che costa poco, con al posto del gelato una glassa zuccherosa di varie colorazioni, dal gusto squisito. Per non parlare poi delle gustose piccole e sottili tavolette di cioccolata, avvolte nella carta con stampate a colori immagini tratte dalle avventure del barone di Munchausen, spesso in volo sopra una palla da cannone. Ma non ci vado solo per fare acquisti, che poi è raro abbia i soldi per farli, ma soprattutto perché il proprietario è gentile e chiacchierone, una miniera di aneddoti, storie, inventiva e giochi, spesso estesi all’adiacente locale adibito a deposito di legna, carbone e cose vecchie, con tanti anfratti interni dove celarsi giocando a nascondino. Incamminandosi lungo gli scalini in pietra ci vuole un attimo ad arrivare in piazza, passando sotto la galleria tra la chiesa e il muro del cortile delle suore, anziché andarci seguendo la strada principale che passa davanti casa e continua per un pezzo in salita. Ma a casa mi rimproverano se sanno che sono arrivato fino in piazza, che mi sono allontanato tanto. Mia zia in particolare, la zia di mio padre per la precisione, che mi vuole tanto bene e alla quale sono molto affezionato, mi dice che se io vado in piazza può accadere che poi al ritorno non la trovi più e allora io le rispondo che per colpa sua non posso neanche andare a prendere un po’ di aria lungo i gradini che portano in piazza. Allora io ci vado di nascosto, quando posso. Altre volte preferisco incamminarmi verso la piazza seguendo la strada principale. Attraverso la strada all’altezza della recinzione intorno al nostro orto, cammino lungo la cunetta, supero la cabina elettrica, il piccolo orto con la sua recinzione metallica, la cappella di sant’Antòne, il cancello sempre aperto di accesso al mulino e alla falegnameria, proseguo costeggiando il muretto che arriva fino all’incrocio con la strada del convento. Saranno cento, centocinquanta metri di percorso familiare, di cui conosco ogni centimetro, ogni pietra e ogni ciuffo d’erba. Osserva il muretto, mi dice allungando il braccio nella sua direzione, è largo una quarantina di centimetri e sulla sinistra è alto circa un metro rispetto alla strada. È una calamita per me e tanti altri ragazzi, salirci e camminarci sopra è un richiamo irresistibile. Il problema è che fino a metà tratto è una passeggiata, ma poi la cosa si fa delicata. Fino a quel punto anche l’altezza da terra sulla destra, dall’altra parte del muretto rispetto alla strada, rimane di un metro circa, arrivati invece al muro che delimita trasversalmente il grande orto d’angolo con la strada del convento l’altezza sulla destra diventa bruscamente più o meno sei metri, un precipizio. Subentra la paura delle vertigini, di cadere nel vuoto, quindi il più delle volte scendo, sconfitto. Ma qualche volta il coraggio prevale, magari è solo l’incoscienza a imporsi o l’adrenalina della competizione, continuo pertanto a camminare fino alla fine, spavaldo e imperterrito, ma solo se non c’è nessuno a richiamarmi alla prudenza, a ordinarmi imperiosamente di scendere. L’orto d’angolo è un pezzo di terra ben coltivato, con verdure, pomodori, peperoni, fave, melanzane e alberi da frutta. Dalla parte della strada in discesa che porta al convento c’è un altro muretto a delimitarlo, che fa da continuazione a quello sulla strada principale, intramezzato da un cancello di ferro lavorato sostenuto da due alte colonne laterali in pietra. È collocato proprio di fronte al grosso fabbricato sulla sinistra della strada, un complesso insieme di costruzioni in cui si entra da più parti, in corrispondenza al grande portone principale sempre aperto. A questo si accede scendendo qualche gradino rispetto al livello della strada, inoltrandosi in una specie di androne a volta che sbuca nel cortile interno del fabbricato, da dove iniziano le scale che portano al piano superiore e alle diverse abitazioni.

Sant’Antòne è sant’Antonio Abate, mi precisa, chiamato sant’Antonio il Grande, invocato come protettore contro l’herpes zoster che viene appunto denominato fuoco di sant’Antonio, da non confondere con quello di Padova, evidentemente meno grande. La cappella è quasi sempre chiusa, disadorna e polverosa, ormai non più frequentata, ma è lì da sempre, praticamente. La cabina elettrica è molto più frequentata, perché spesso vengono gli operai a sistemare qualche interruttore scattato o a isolare la corrente quando c’è una delle frequenti interruzioni della luce, soprattutto per il cattivo tempo, per poi tornare a riattivarla quando il guasto è riparato. È come una torre a base quadrata, arrivano e escono fili da tutte le parti. Una volta sono anche riuscito ad avvicinarmi tanto da spiare dalla porta verso l’interno, scorgendo una infinità di apparecchiature nere e grossi fili lungo tutto il perimetro delle pareti, dalla base fin quasi al tetto, uno spettacolo elettrizzante, è il caso dire. Il nostro orto, di fronte casa, non è invece semplicemente un orto, piuttosto un luogo di divertimento, di vizio forse, una continuazione dell’osteria che ha la mia famiglia, attigua alla casa abitata. Si prepara da mangiare principalmente durante le feste e in casi particolari, come quando ci sono operai in giro per lavoro, soprattutto si beve e si gioca a carte, tressette, briscola e scopa finale, se c’è un pari. Guarda quel tavolo d’angolo, mi dice, quello è il tavolo preferito da mio padre, dove gioca a carte il pomeriggio della domenica e i festivi, con i suoi amici di sempre, tutti lì ad accanirsi in discussioni sulle giocate migliori e quelle peggiori, quelle giuste e quelle sbagliate, gli errori e i colpi di genio. Gioca bene mio padre, come molti dei suoi amici, mica ammettono uno al tavolo se non è almeno ad un certo livello di bravura. C’è il suo compare, sempre in giacca e cravatta, che a causa di un’operazione alla gola non parla, emette solo qualche suono, ma si fa capire se si fa attenzione al labiale e ai gesti. Mio padre e mia madre hanno fatto da padrino e madrina a uno dei suoi figli. C’è un signore più anziano che vende castagne e noccioline, poi uno più giovane che fa il muratore, abita vicino casa ed è stato a lavorare all’estero, un altro che fa lo spazzino, uno il muratore e tanti altri ancora, operai, contadini e commercianti. Nell’orto c’è tanto verde, tutt’intorno la recinzione e sopra, grazie all’edera, agli alberi e ai  tralci di vite del pergolato. C’entrano comodamente tre tavoli da gioco e i pomeriggi d’estate c’è sempre un viavai di gente e capannelli intorno ai tavoli, al fresco. Guarda quelli intorno al tavolo laterale, vicino la ringhiera, mi indica, non giocano in senso stretto, magari l’hanno fatto prima, adesso giocano a padrone. È un gioco semplice nelle sue regole, per decidere chi è il padrone delle birre sul tavolo, quello che può far bere o meno gli altri. Spesso si comincia in quattro a giocare a carte, due tre partite tranquille, poi si passa al padrone e si va avanti così fino a sera, finché la luce del sole lo permette o finché non la si fa più a bere birra. Il punteggio primario delle carte è costruito sulla base della primiera, quattro carte una per palo, che poi sarebbe il seme, bastoni, coppe, denari e spade, carte da quaranta rigorosamente napoletane. Si potrebbe pensare che si possa giocare fino al massimo di dieci persone, mi fa notare sorridendo, invece l’inventiva ha partorito la tecnica dell’acconcia e sconcia, cioè una carta al centro, condivisa da tutti e che quindi favorisce o danneggia, con tre carte per ogni giocatore, così da poter raggiungere il limite di tredici giocatori. Una volta, addirittura, ho assistito a qualche mano a diciannove persone, due carte a testa e due condivise. Il bello del padrone non è in fondo il piacere di bere o il potere di decidere la sorte degli altri, ma la dialettica associata al gioco. Una dialettica applicata in due fasi. La prima fase si svolge durante l’analisi delle carte, quando il giocatore che detiene il punteggio momentaneamente maggiore è interpellato dal giocatore successivo in merito alle intenzioni nei suoi confronti. Sulla base del timore che il punteggio venga superato, dei comportamenti reciproci assunti in passati giochi o del capriccio del momento, la decisione può essere quella di negarsi reciprocamente la possibilità di bere, garantire la bevuta o anche un accordo di padrone-vice. La seconda fase avviene prevalentemente appunto tra il padrone e il suo vice, ma i vice possono essere anche più di uno, quando si deve negoziare se dare da bere a qualcun altro o meno. E qui ci sono schermaglie, punzecchiature, piccoli ricatti, concessioni, simulazioni, vincitori e vinti. Non di rado si arriva al litigio e anche alle mani. Gioco pericoloso, a volte, quello del padrone. Ma non è tutto qui, non ci sono solo i tavoli da gioco. Basta scendere la scaletta di legno in fondo, vicino a quell’albero di fichi bianchi, che maturano a settembre, se riescono ad arrivare a maturazione senza essere mangiati acerbi, per trovarsi al livello inferiore, dove c’è il campo per il gioco delle bocce. Praticamente è la vera attrazione estiva. Un campo lungo più di venti metri e largo circa tre, di terra battuta su una base di pietre e pietrisco filtrante, ma la superficie è resa uniforme e liscia con sabbia finissima. La sabbia migliore è quella dei detriti di muratura e di intonaco di case ristrutturate, dice mio padre, spesso andiamo a prenderla insieme a lui io e i miei fratelli, dopo aver passato i detriti col setaccio a maglie strette. Ogni giorno, soprattutto se la sabbia è molto secca, la superficie del campo va adeguatamente bagnata e rinfrescata, innaffiando ovunque con la pompa. Quindi va passato con forza una specie di rastrello in legno, con l’asta trasversale dritta e spessa, per spianare bene il terreno dalle residue buche di partite precedenti, poi lo stesso attrezzo viene usato per trascinare un telo di iuta per spalmare e uniformare bene la sabbia fine di copertura. Un lavoro delicato e di pazienza, nel quale sono bravo e che mi piace fare. Le sponde laterali sono realizzate con lunghe tavole alte circa venti centimetri, lisce e ben allineate, mentre le due sponde terminali sono ricavate da travi squadrate robuste e ben rinforzate, per assorbire bene gli urti delle palle e fare buoni rimbalzi. Ai quattro angoli sono inseriti prismi a base triangolare, in maniera che le palle che colpiscano l’angolo possano essere ben indirizzate nel rimbalzo. Non è un campo regolamentare, assolutamente no, mi sottolinea, né nelle dimensioni né nelle regole. Qui l’unica regola è che non ci sono regole, vale il gioco di sponda, valgono i rimbalzi, le carambole, tutto ciò che la fortuna, la sfortuna, l’abilità e l’inesperienza ti consentono di fare. I campi regolari sono fatti per le gare tra gentiluomini professionisti, gente seria, qui siamo ruspanti, si gioca alla meglio per divertirsi, anche se poi c’è chi gioca bene e chi male, per farsi un paio di partite in sei, tre contro tre, bere qualche bicchiere di vino o di birra per poi lasciare il posto ad altri e trasferirsi ai tavoli al livello superiore, a giocare magari a padrone. Non ci crederai, mi confida, ci si è inventato anche il padrone con le bocce, dove vince chi alla fine ha il punteggio migliore, se resiste ai tentativi degli altri di fare un punto migliore e ai loro tiri di bocciata, al volo o rasoterra. Anche nel campo da bocce c’è ombra quasi ovunque, grazie alle siepi, alle viti e agli alberi da frutta. C’è un albero di susine proprio accanto. Le susine maturano durante i mesi estivi e sono del tipo allungato che maturo è di colore giallo, ma non le ho mai viste gialle su quell’albero. Cominciamo a mangiarle quando le vediamo comparire, piccole e di colore verde scuro, con un nocciolo tenero e amaro, per poi continuare a mangiare quelle sopravvissute, che crescono durante la notte, ma riescono ad arrivare massimo ad una grandezza media, non ancora mature e di colore verde chiaro, con l’unica differenza che il nocciolo è duro e da buttare. Non è raro che in seguito alle bocciate qualche palla o più facilmente il pallino schizzi via veloce, oltre il campo, verso i due livelli ancora inferiori, ma più stretti rispetto alla lunghezza del campo di bocce, dove bisogna andare a recuperarlo. Proprio così, mi mostra, il nostro orto è fatto a livelli, come terrazze, a scendere lungo una specie di scarpata che poi continua sempre più giù. In tempi alterni il terreno dei due livelli è stato coltivato e lasciato incolto, ma predominano alcuni alberi da frutta, ciliegie e fichi soprattutto, ma anche meli e un albero di gelsi bianchi. Frutta buonissima. Sono agile e salgo spesso sugli alberi a raccoglierla, con mia madre che mi rimprovera per i rischi. Ma più spesso mi chiama per ricordami di fare la merenda, con pane, olio e pomodoro, oppure per dirmi che mi ha fatto il panino per la cena con pane e frittata o con i peperoni piccoli fritti, una delizia, che vado a prendere al volo per poi tornare al campo di bocce, finché c’è luce, anche un po’ oltre, quando bisogna accendere un cerino per riconoscere il colore delle bocce. Oltre il nostro orto, sempre più giù, ci sono altri orti, altra campagna coltivata, altra frutta. C’è un albero di gelsi rossi e neri, ci vado spesso con una delle mie cugine che d’estate vengono al nostro paese, facciamo una scorpacciata e poi ritorniamo, con le mani rosse, sporchi e soddisfatti. Tutto l’orto, attraverso i vari livelli, è delimitato lungo il lato destro e lungo quello sinistro da alberi e siepi selvagge, che separano altri terreni, abbandonati o coltivati. Quello di sinistra è abbandonato, terra di scorribande con i miei amici, quello di destra è invece ben coltivato, terra di abbuffate di fichi bianchi e neri, di fave e di fragole.

Guarda bene là, mi indica, tra la cappella di sant’Antòne e l’inizio del muretto, di là si entra nel paese dei balocchi. Sulla sinistra c’è una casetta in legno e pietra, più legno però, allo stesso piano della strada principale, ma dalla parte interna del muretto. La porta è sempre aperta, ma non c’è niente dentro, forse un vecchio deposito. È costruita su una specie di collinetta, perché il terreno continua ancora sulla sinistra fino al muro in pietra di separazione con l’orto all’angolo delle strade, mentre davanti inizia a declinare, fino a interrompersi con un piccolo muro di contenimento, alla base del quale comincia lo spiazzo del mulino. All’angolo col muro di separazione c’è un albero di palle di neve, bianche e bellissime, in quel punto è molto facile superare il muro, per arrivare agli alberi da frutta. Accanto al mulino, sul lato del muro, c’è una bottega di fabbro ferraio, con un accostamento fantastico tra polvere di farina e polvere di ferro. Alla destra del cancello d’entrata, dopo la cappella, lungo tutta la strada di ghiaia in discesa, ci sono due successive grandi costruzioni in legno, di altezza pari a quella della cappella ma che, a causa della strada in discesa, sono costituite da un unico piano alto la prima e da due piani la seconda, quella che termina nel largo spiazzo alla destra di quello del mulino, di fronte alla falegnameria. Grosso modo, il lato totale delle due costruzioni lungo la strada di ghiaia è lungo quanto quello sullo spiazzo. Sono due depositi di legname, semilavorati e lavori finiti, vengono chiamati da tutti baracconi, quello di sopra e quello di sotto. Quello di sopra ha una porta che è quasi sempre chiusa, tranne durante il carico e scarico, ma è possibile entrarci facilmente, da più parti, infilandosi per esempio proprio all’inizio, tra alcune tavole rotte e sconnesse. Legno dappertutto, profumato, di ogni tipo, taglio e dimensione, tra polvere e segatura. In fondo, all’angolo, c’è una specie di bassa casetta, nella quale sono buttati alla rinfusa mucchi di piccoli pezzi di legno, buoni da ardere nelle stufe a legna. Il baraccone di sotto ha invece un grande portone a doppia anta che è sempre aperto durante il giorno, quelli lavorativi ovviamente, perché è quello di servizio logistico per la falegnameria. Ci sono lunghe file di tavole di varie dimensioni addossate alle pareti, trave di varia lunghezza e spessore, tutte in ordine e allineate, insieme a porte e finestre finite, pronte per le consegne e il montaggio. E poi, proprio attaccato al mulino, che è comunque molto più piccolo, c’è il grande edificio della falegnameria, alto e lungo, una trentina di metri e più, con enormi finestroni e tre ingressi, uno posteriore, uno principale proprio di fronte alla strada di accesso e un altro all’altra estremità, più piccolo, in corrispondenza dell’ufficio amministrativo. Sai, mi spiega, è nella falegnameria che lavora mio padre, fa il falegname, come suo fratello e come lo facevano suo padre e suo zio, per me è un lavoro meraviglioso, importante. Io sono quasi sempre lì il pomeriggio, soprattutto d’inverno e quando il campo di bocce è ancora chiuso. Costruisco di continuo giochi con i residui dei legnami lavorati, casette, auto e camion, ma soprattutto armi, fucili, pistole, spade, fionde, archi e frecce, con le quali giocare con i miei amici, lì nei dintorni, scambiandoli anche in cambio di fumetti. Esco ed entro di continuo, mi aggiro tra i banchi da falegname e tra i macchinari. Ci sono cinque/sei banchi tutti opportunamente equipaggiati per le necessità di lavorare il legno, con morsa frontale e laterale, tanti fori e meccanismi vari per tenere fermi i legnami nelle posizione più adatte per tagliarli, forarli, piallarli e quant’altro sia necessario fare. Ognuno con i suoi contenitori portattrezzi, laterali o sotto il banco, tutti in legno tranne che per il metallo da taglio e da urto, metri, squadre, compassi, matite piatte, martelli, morsetti, sega a telaio, sega saracco, pialla larga, pialla stretta detta spinarola, tenaglie, scalpelli di varia forma e dimensioni, punteruoli, lime, raspe e tanto altro ancora. E ovunque colla, chiodi, carta vetrata grossa e fine, contenitori per vernici di ogni forma, dimensione e odore. Il profumo della falegnameria, dei tanti tipi di legno e vernici, è delizioso, mi racconta, aromatico, pregnante, lo sento ovunque, anche fuori, anche in altri luoghi. Poi ci sono due seghe a nastro, la sega circolare, la piallatrice a filo, la combinata per lavorazioni multiple, le foratrici e anche un tornio, interamente in legno. In fondo c’è la grande levigatrice a nastro di cartavetrata, lunga e maestosa. Col tornio mi faccio fare da mio padre gli strummoli, come li chiamiamo noi, trottole a cono di legno duro, con la scanalatura orizzontale per avvolgervi la cordicella da tirare per farli ruotare mentre si lanciano e con la punta di ferro. Ci facciamo le gare tra amici, vince chi fa durare di più la rotazione dello strummolo o chi riesce a spaccare quelli degli altri con la punta di ferro. Mio padre è falegname bravo e di precisione, spesso addetto al taglio alle seghe circolari, perché lì ci vuole occhio e precisione con le misure, altrimenti tutto il lavoro successivo è inutile. Ha fatto lui stesso tutto il mobilio di casa nostra, quello della sua camera matrimoniale è stupendo, mi dichiara con fierezza. Ci sono altri operai naturalmente, tutti compagni di lavoro da una vita. Mio zio ha un lungo taglio su una guancia, frutto di un incidente da bambino con un fiasco di vetro. C’è un operaio più anziano e bassino, compare di mio padre, perché lui e mia madre hanno fatto da padrino e madrina a sua figlia. C’è un altro compare alto, cugino del proprietario della falegnameria, che con la moglie hanno fatto da padrino e madrina a mio fratello maggiore. Il figlio è mio amico fraterno, stiamo quasi sempre insieme in falegnameria e fuori, a costruire giocattoli e a giocare. Anche io li chiamo compari. Un altro operaio è magro e anziano, prende sempre in giro tutti, anche lui ha un’osteria, più su lungo la strada principale, vicino alla piazza. Il compare basso, l’operaio magro e mio zio sono spesso addetti alla lucidatura e verniciatura delle lavorazioni finite, di porte e finestre, su banchetti sistemati là fuori nello spiazzo o all’interno del baraccone di sotto. C’è poi lo zio del proprietario, il più anziano, alto, con i capelli bianchi, è il capomastro, un falegname bravissimo, padre del compare alto e nonno del mio amico. Viene spesso a farci visita a casa nostra, è quasi uno di famiglia. Il proprietario è bassino e magro, si occupa degli affari e dell’amministrazione, anche lui è un compare, insieme a una sua sorella, compare di battesimo di mia sorella. Nella parte quasi terminale dello spiazzo c’è un albero di pino altissimo, con la sua chioma ad ombrello e le sue pigne, tante disseminate a terra tutt’intorno. All’estremità sinistra del baraccone di sotto c’è la porta, quasi sempre chiusa, attraverso la quale si accede alla scala in legno che porta al secondo piano, ma io e i miei amici utilizziamo un passaggio segreto. Subito dopo l’angolo, sul lato, c’è la rientranza del sottoscala. Qui è sistemata una forgia fucina da fabbro a manovella, che è un divertimento far girare per sentire il suono quasi da sirena. Più avanti si può entrare in una specie di torre laterale quadrata a due piani, che è utilizzata anch’essa dal fabbro, ma dopo si arriva ad un muretto, salendo sul quale si nota, sulla sinistra, una tavola mancante tra quelle che chiudono la parete. È uno spazio largo una trentina di centimetri e alto meno di un paio di metri, diviso in due da una trave. Entrando nella parte bassa ci si ritrova nella casetta bassa piena di pezzi di legno all’angolo estremo del baraccone di sopra, entrando invece dalla parte alta ci si ritrova sopra la casetta. Si vede quindi che la tavola mancante continua a creare un’apertura fino al tetto, in corrispondenza della parete del secondo piano del baraccone di sotto. Ho realizzato una specie di scaletta inchiodando dei pezzi di legno trasversalmente, in maniera che sia facile salire ed infilarsi. Anche quello è un deposito, ma soprattutto di latte di vernici e di bare nuove. Ci sono sempre almeno una decina di bare, complete di base e coperchio, di legname vario, diverse decorazioni, complessità e rifinitura, dalle più semplici alle più barocche, pronte per l’uso in caso di qualche decesso. Sai, mi assicura, viste così tutte insieme e vuote non fanno paura, noi ci giochiamo intorno e sopra. Lo spiazzo termina poi con una serie di siepi, arbusti e piante di lillà, dalla torre quadrata fino a lasciare uno spazio aperto sui tre metri con l’angolo della falegnameria. I fiori di lillà sono bellissimi e profumati, quando fioriscono tra aprile e maggio. Oltre queste siepi c’è una striscia pianeggiante di meno di tre metri, che dal lato sinistro costeggia tutto il lato destro della falegnameria girandoci intorno, mentre a destra termina contro la parete di tavole sul fondo del campo di bocce. Oltre inizia poi un dirupo scosceso pieno di rovi, sterpaglia, alberi e pietre, più o meno corrispondente ai vari livelli del nostro orto confinante. Proprio prima della parete del campo di bocce, quasi sull’orlo del dirupo c’è un grande albero di gelsi bianchi. Io e i miei amici siamo di casa su quell’albero, anzi ci abbiamo costruito sopra proprio una casetta in legno, con una solida base di spesse tavole incastrate e inchiodate tra i rami, è uno dei nostri rifugi. Lungo il dirupo ci sono alberi di fichi e proprio in fondo due alberi di ciliegie vicini, altissimi, dove è un piacere salire e stare ad assaporare delle ciliegie grosse e succose, tra le api e gli altri insetti che girano tutt’intorno.

Mio padre è qualche giorno che non sta bene, mi dice, che resta a casa e non va al lavoro. È già scurito, ma non è ancora ora di cena, guarda fuori dalla vetrata della porta sulla strada. Il fuoco, improvvisamente grida, la falegnameria va a fuoco. Usciamo tutti precipitosamente in strada, lui comincia a correre verso su, verso la strada di ghiaia che porta alla falegnameria, gridandomi di andare ad avvertire il proprietario. Abita proprio di fronte all’ingresso sulla strada, dall’altra parte rispetto alla strada principale. Io arrivo, entro e comincio a gridare, presto, va a fuoco la falegnameria. È una delle sorelle che mi risponde, cosa, che dici, il fuoco, oddio, va tutto a fuoco, comincia a gridare vedendo le fiamme. Il fratello non c’è, sta al circolo in piazza a giocare a carte prima di cena. Anche mio padre gioca al circolo la domenica mattina, dopo la messa, lì si gioca solo a ramino e scala quaranta. Lei comincia a correre su per la strada e io dietro, all’incrocio con la strada per il convento non proseguiamo oltre, ma tagliamo sulla sinistra, lungo i gradini e poi il selciato in pietra tutto in salita, si arriva prima. Io sono veloce, ma lei di più, con la forza della disperazione, arriviamo in piazza, l’attraversiamo e entriamo nel circolo gridando, il fuoco, il fuoco, va a fuoco la falegnameria. Escono tutti i giocatori, il proprietario in testa, si uniscono quelli che ancora sono a girovagare in piazza e nei bar, tutti giù di corsa verso la falegnameria. Arriviamo sulla strada, giù verso lo spiazzo. C’è ormai folla, mio padre compreso, affranto, il fuoco ha ormai avvolto l’intera falegnameria, oltre alle mura portanti in pietra tutto il resto è legno, arde come una torcia, le fiamme sono altissime, alimentate dagli scoppi continui dei contenitori di vernice. Non c’è niente che si possa fare, i pompieri sono stati chiamati, ma stanno a trenta chilometri di distanza. Il proprietario grida disperato, con le mani nei capelli, lo trattengono a forza perché vorrebbe entrare nella falegnameria, a fare non si capisce cosa, ormai. Arrivano i pompieri, le pompe, l’acqua, ma è tutto inutile. Osserva i resti dell’incendio, mi dice mentre mi indica la direzione, le mura rimaste, le travi annerite, il legno carbonizzato, gli scheletri delle macchine, i metalli fusi dal calore, i motori, i fili di rame resi scuri dal fuoco. Sono lì da anni, tra erbacce, rovi e polvere nera. Io e i miei fratelli abbiamo preso tutto il rame presente, per rivenderlo.

Vecchio non è, in fondo. Ma, così come fanno i vecchi più spesso che i giovani, è incline a guardare le cose con gli occhi della memoria. Incline forse è un po’ troppo, meglio dire che gli capita, a volte. Inoltre, per fortuna, sono solo alcune le cose che osserva in questo modo. Sono parte di quelle limitate ad un tempo ed uno spazio circoscritto, al tempo della sua infanzia/adolescenza e al suo luogo di nascita. Si potrebbe obiettare che poche non possono essere quelle cose, naturalmente, ma d’altra parte rappresentano frammenti di più o meno un quarto della sua intera vita e localizzati in un infinitesimo rispetto ai luoghi che ha visitato e nei quali è vissuto successivamente. Può quindi capitare che parli con qualche conoscente di antica data, uomo o donna che sia, e gli succeda improvvisamente di non vedere più quello o quella come effettivamente è in quel momento, ma come è stato, come lui ricorda che fosse tanti anni prima. Ci sono alcuni fatti e circostanze che tornano prepotentemente davanti ai suoi occhi, mentre magari è affaccendato in tutt’altro. Certi posti, inoltre, hanno su di lui un potere evocativo particolarmente accentuato, catalizzando insieme un turbine di entità spazio-temporali e un intenso coacervo sinestetico. E poi davanti a lui compaiono i morti, che comprendono una intera sequenza di scomparse diluite nel tempo, a partire da anni lontani fino alle soglie del presente, morti quasi sconosciuti, morti noti, morti tra amici e conoscenti, morti di famiglia. Misurarlo e giudicarlo sulla base di questa debolezza, tuttavia, è ingiusto e fuorviante. Ingiusto perché, innanzitutto, innocente e innocua come debolezza, poi perché, come tutte le debolezze, è marginale e tale da non intaccare la totalità della sua persona, del suo vivere, dei suoi comportamenti e dei suoi impegni. Fuorviante, soprattutto, perché si potrebbe commettere l’errore di pensare che lui viva nel passato, per il passato, che sia vecchio dentro. Ma questo è del tutto errato, come possono  facilmente ammettere tutti coloro che lo conoscono, in quanto pur avendo ben presente il passato, vive pienamente il presente e progetta il futuro, desidera vivere il futuro, è certamente giovane dentro, pur se un po’ meno giovane fuori. Come tanti, insomma, tutto nella normalità. Tuttavia io non vedo niente di quello che mi mostra e mi racconta. Non c’è il negozio di alimentari dietro casa, non c’è l’osteria, l’orto è una foresta selvaggia, la cabina elettrica sembra quella della sua descrizione, ma non ci sono fili elettrici in vista, non ci sono la cappella, il mulino, la falegnameria e le sue rovine, i baracconi, l’orto d’angolo e il muretto lungo la strada. Solo palazzi, una serie di palazzi fino all’incrocio con la strada del convento. Al piano stradale c’è l’ufficio postale, a seguire la banca, lo studio della dottoressa, la stradina in discesa che porta al piccolo spiazzo condominiale, negozi, la panetteria, il bar d’angolo e ancora palazzi all’inizio della strada per il convento, tutt’intorno, a raccordarsi con quelli fino all’ufficio postale. Papà, gli dico, ma sull’ufficio postale, là al secondo piano, c’è anche il nostro appartamento, dove viviamo noi due sorelle, tu e mamma quando siamo qui, quello almeno andrebbe indicato. Sorride, lo guarda, ma so che continua a non vederlo, come tutto il resto.

E il vecchio diceva, guardando lontano:
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori
e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”
Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

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