Il dilemma

Un gioco narrativo ispirato al Dilemma del Prigioniero, un paradosso della Teoria dei Giochi che illustra una situazione di conflitto di interessi fra due soggetti. Applicando una strategia non-cooperativa si ottiene un risultato peggiore rispetto a quello ottenibile nel caso fosse possibile cooperare o fidarsi uno dell’altro.

(Foto da Pixabay)

Quante ore erano che si trovava in quella fetida cella? Non avrebbe saputo dirlo. Difficile marcare il tempo se sei in una cella senza finestre del tutto priva di suppellettili, una luce al neon sempre accesa sul soffitto e la porta totalmente di ferro. Un nudo parallelepipedo di cemento e ferro. Vito aveva anche freddo, con indosso solo i jeans e una maglietta, senza scarpe, calze e cinta. Era arrivato in quell’angolo remoto di mondo solo due giorni prima che la polizia lo prendesse. Il suo secondo viaggio on the road, praticamente poteva considerarsi un veterano del genere. Nel primo si era divertito da morire, in Birmania, in Myanmar, come si chiama adesso. Nove compagni di viaggio, quattro donne e cinque uomini, compreso la guida, tutti tra i trenta e i trentacinque anni. Un misto di avventura, natura, arte e storia. A convincerlo era stato un suo conoscente, consulente assicurativo, che ne aveva già fatti due di viaggi simili. Il suo entusiasmo lo aveva contagiato ed erano partiti insieme, unici due non estranei nel gruppo, tutti veterani. Si erano massacrati, zaino in spalla, paesaggi mozzafiato, alloggi di fortuna, popolazioni straordinariamente socievoli, viaggi notturni, orari impossibili e cibo sconosciuto. L’esperienza di gruppo era stata straordinaria. Era tornato distrutto ma ritemprato, pronto a rientrare nella sua routine da architetto tuttofare in un grande studio di architettura, a lottare per emergere. Questa volta invece era andata tutto storto, fin dall’inizio. Prima il consulente assicurativo si era rotto la spalla cadendo con la moto, cinque giorni prima della partenza. Aveva deciso di annullare anche il suo viaggio, ma con le ferie ormai prese, alternative non immediate e l’amico che lo spingeva, aveva poi confermato la partenza. Poi problemi di maltempo avevano reso necessario un cambio del tragitto in aereo, con la conseguenza di una permanenza quasi di un giorno intero in un aeroporto e una tratta di volo in più. Quando sembrava che finalmente si cominciasse sul serio, un gruppo di due donne e cinque uomini più la guida, ecco che le cose avevano preso una brutta piega. Erano arrivati in una piccola cittadina, affollata all’inverosimile per una festa religiosa locale. Si erano dispersi tra la folla, nei vicoli e tra i mercati. Vito era sbucato su una piazzetta stracolma di gente che entrava e usciva da un tempio, a metà strada tra una chiesa barocca e un castello medioevale. Era entrato anche lui, a fatica. S’aggirava tra statue e colonne quando si erano alzate grida acute e disperate, seguite da un fuggi fuggi generale al quale si era prudentemente accodato, ritrovandosi nella piazzetta che si andava svuotando. Era appena entrato di corsa in un vicolo, quando si era praticamente scontrato con tre poliziotti armati che arrivavano. Senza minimamente badare alle sue proteste, lo avevano preso e trascinato a forza in un vicino edificio, la caserma di polizia, ed in men che non si dica era stato rinchiuso nella cella. Una delle molte celle che si trovavano in un piano interrato, affacciate su una rete di corridoi che si incrociavano. Si rannicchiò meglio che poté in un angolo, in posizione fetale, tenendosi i piedi con le mani per sentire meno freddo. Era stato costretto dal bisogno, rinviato fino all’estremo, ad urinare nell’angolo opposto a quello in cui si trovava, ma qualcuno in precedenza doveva anche essersi liberato in maniera più consistente, come testimoniavano i residui lungo le pareti e la puzza persistente. Aveva gridato e pianto, inascoltato. Aveva anche sete e fame.

In una delle altre celle, in identiche condizioni logistiche e psicologiche, si trovava anche Gérard, un francese quarantenne. Si trovava in visita al tempio con la sua fidanzata, anche lei francese, quando avevano sentito le grida e tutti avevamo iniziato a scappare. Nella calca erano stati separati e lui si era ritrovato fuori, sulla piazzetta mezza vuota. Si aggirava freneticamente cercando di individuare la fidanzata tra quelli che fuggivano, quando era stato afferrato in malo modo da alcuni poliziotti e condotto in caserma, incuranti delle sue rimostranze. Già separato dalla moglie da tre anni, Gérard aveva conosciuto sei mesi prima Francine, la sua fidanzata attuale, decidendo insieme per una vacanza alternativa. Erano nella cittadina da due giorni al momento dell’arresto. Piccolo imprenditore nella meccanica, si era sposato a venticinque anni con una donna di due anni più grande, dal carattere forte e dominante. Lei l’aveva spinto e sostenuto nel suo lavoro, gli aveva dato due figli, ma l’aveva schiacciato sotto il peso della sua personalità e del suo carattere deciso. Almeno questo era quello che Gérard era infine riuscito a dirle in faccia, prima di lasciare la famiglia. Con Francine, dolce e imbranata impiegata, cinque anni più giovane di lui, aveva ritrovato la serenità e la fiducia in sé stesso. Aveva anche scoperto, cosa che non aveva mai sospettato, di possedere una buona dose di volontà e determinazione. Il viaggio era stato una sua iniziativa, a sancire il suo nuovo equilibrio. Cercava disperatamente di resistere alla necessità di fare i suoi bisogni fisiologici, saltellando ogni tanto, anche per resistere al freddo, visto che stava in camicia e pantaloni di cotone, senza cinta, scarpe e calze. La puzza e lo schifo intorno a lui erano terribili. Aveva una sete insopportabile. Anche lui aveva urlato e inveito, senza risultato alcuno. Oltre la porta di ferro il silenzio era assoluto.

Il capitano Ricardo Carrasco, comandante della polizia locale, aspettò esattamente quarantotto ore prima di farsi portare al suo cospetto Gérard. Non certo perché avesse avuto molto altro da fare nei due giorni precedenti, ma riteneva fondamentale riservare ai sospettati di reati un trattamento da terapia d’urto, in maniera da renderli fisicamente e psicologicamente più malleabili, pur senza arrivare a violenze fisiche dirette, che aborriva assolutamente sia a livello etico che procedurale. Giovane per essere già capitano, era in attesa di essere trasferito in una città grande ed assumere incarichi di maggior prestigio. Era stato dettagliatamente informato delle circostanze e delle modalità nelle quasi si era giunto all’arresto dei due. Nel tempio qualcuno si era improvvisamente accorto della mancanza di una tra le reliquie più importanti là custodite, l’avambraccio di un santo locale molto venerato. Non che fosse un vero e proprio avambraccio umano, ma più propriamente un avambraccio completo di mano in atto di benedizione, di argento e oro arricchito di pietre preziose ricostruito intorno all’osso radio ritenuto appartenere allo scheletro del santo. Dopo la confusione generale seguita alla scoperta del furto, la reliquia era stata fortunatamente ritrovata in un angolo della piazzetta e rimessa al suo posto, dopo una grandiosa processione e una pomposa cerimonia sacra. Tutti erano ora in ansiosa attesa che fosse trovato e punito il colpevole dell’oltraggio. L’interrogatorio avvenne in un’altra cella, ampia e pulitissima, provvista solamente di un lungo tavolo in legno e di due sedie, anch’esse in legno, a schienale alto e dritto. Oltre al capitano e a Gérard, seduti sulle due sedie, uno di fronte all’altro alle due estremità opposte dei lati lunghi, erano presenti un poliziotto con funzione di interprete e i due poliziotti che aveva prelevato Gérard dalla sua cella. Davanti a Gérard, sporco, puzzolente e intirizzito, era stato posto un bicchiere d’acqua che lui bevve avidamente, prima di lanciarsi in un’invettiva sul trattamento ricevuto, lui cittadino straniero, senza sapere perché fosse lì e di cosa fosse accusato, senza che avesse assolutamente commesso alcun reato. Il capitano Carrasco aspettò in silenzio che l’altro terminasse di parlare poi, non avendo capito assolutamente niente di quanto detto poiché lui parlava esclusivamente spagnolo, ma ritenendo superfluo chiederne la traduzione, con calma ed in tono misurato gli intimò di tenere un contegno più appropriato al luogo e alla sua condizione di sospettato di un reato grave. Le sue parole furono invece prontamente e precisamente tradotte in francese dall’interprete, evidentemente sulla base di precise istruzioni ricevute. Anzi, precisò il capitano dopo aver consultato alcune carte poste sul tavolo, lui Gérard Morin era uno dei due sospettati, anche l’altro tratto in arresto subito dopo il fatto. Come era suo diritto, affermò con adeguata enfasi, avrebbe esposto il capo d’accusa a suo carico. Leggendo quindi da un verbale, redatto certamente dai poliziotti che l’avevano arrestato, sintetizzò come l’accusa fosse di furto di oggetto sacro, nello specifico la reliquia di un santo oggetto di grande venerazione, consistente in un avambraccio e relativa mano in metallo prezioso ornato di gemme, di valore materiale rilevante ma di inestimabile valore religioso, accusa primaria alla quale andava a sovrapporsi l’accusa accessoria, non meno rilevante, di vilipendio dello stesso sacro oggetto, gettato con spregio in mezzo ai rifiuti nel tentativo di disfarsene dopo l’allarme per sottrarsi alle proprie responsabilità. L’arresto era avvenuto, aggiunse, dopo essere stato sorpreso in evidente stato di agitazione, nel tentativo frenetico di trovare una via di fuga dal luogo del reato, arresto peraltro effettuato con l’aggravante della resistenza a pubblico ufficiale. Gérard rimase esterrefatto ascoltando la traduzione dell’interprete, non riusciva a credere alle sue orecchie. Si alzò dalla sedia di scatto gridando, ma fu subito bloccato dai due poliziotti alle sue spalle e rimesso bruscamente a sedere. Il capitano Carrasco, ripeté l’invito alla massima compostezza ed a esporre le sue dichiarazioni in modo equilibrato e pacato. Facendo violenza a sé stesso, Gérard si impose di parlare con calma. Affermò di essere estraneo al reato contestatogli, di non aver commesso alcun furto, di essere scappato dal tempio insieme a tutti gli altri quando qualcuno aveva iniziato a gridare, di avere perso di vista la sua fidanzata nella confusione, Francine Rolland era il suo nome, e che la stava cercando preoccupato quando era stato fermato dai poliziotti. Aggiunse, non riuscì a trattenersi dal farlo, di voler disporre di un avvocato e di poter parlare con un magistrato. Ad un cenno del capitano l’interprete tradusse parola per parola. Ricardo Carrasco sorrise. Vede signor Morin, disse, io qui sono la legge. Rappresento la funzione inquirente e la funzione giudicante, amministro inoltre l’esecuzione della pena. Gérard a quelle parole provò ancora a protestare, ma fu fulminato da un imperioso ordine di fare silenzio. In relazione poi alla sua dichiarazione di estraneità al reato contestato, aggiunse il capitano, essa è in fondo del tutto irrilevante, a voler essere sincero. In questa città e in tutta la provincia io devo assicurare il rispetto delle legge e l’ordine. La popolazione di qui è molto religiosa, al limite del fanatismo ritengo, ma questa è solo una mia personale opinione. La reliquia rubata e oltraggiata, per fortuna recuperata, ha sollevato grande sdegno e generato scene di pura disperazione. Tutti reclamano con impazienza l’individuazione del colpevole e la sua condanna. La caserma stessa è oggetto di continue manifestazioni di folla per sollecitare la rapida soluzione del caso. La situazione potrebbe degenerare, ormai è una questione di ordine pubblico. In un modo o nell’altro il colpevole deve uscir fuori, va assicurato alla giustizia. Ma io sono per la correttezza procedurale e contro le prevaricazioni. Gérard cercò ancora di inserirsi, seppur in maniera più docile, volendo eccepire riguardo al concetto di assicurare a tutti i costi il colpevole alla giustizia, ma rimase inascoltato e neppure tradotto. Dunque, continuò il capitano Carrasco, abbiamo qui due sospettati del furto, dei quali non sono ancora accertate eventuali complicità nell’azione. La mia proposta per risolvere la questione, signor Morin, proposta che formulerò anche all’altro sospettato, è la seguente, faccia bene attenzione. Se uno di voi confesserà il reato ma l’altro non confesserà, chi non ha confessato verrà condannato a dieci anni di carcere, mentre l’altro sarà libero. Se entrambi non confesserete, ognuno di voi sarà condannato ad un anno di carcere. Se, invece, deciderete entrambi di confessare, ognuno di voi sarà condannato a cinque anni di carcere. Ovviamente, nessuno di voi potrà conoscere la decisione dell’altro. Spero di essere stato chiaro, concluse, vi lascio la libertà di operare la scelta che riterrete più opportuna, avete ventiquattro ore di tempo. Aspettò che l’interprete terminasse la sua traduzione, poi ordinò ai due poliziotti di riportare il sospettato nella sua cella e tornare con l’altro arrestato. Ordinò anche all’interprete di andare a chiamare il collega che conosceva l’italiano.

Vito avvertì come in un sogno che la porta della sua cella si apriva. Non riusciva a muoversi, intirizzito per il freddo e semincosciente com’era. Fu tirato su di peso dai due poliziotti e praticamente trascinato nel percorso tra la sua cella e quella dell’interrogatorio. Sistemato sulla sua sedia non riusciva neppure a stare dritto, fu quindi necessario tenerlo fermo per le spalle. Si accorse però immediatamente del bicchiere d’acqua presente sul tavolo davanti a lui, nuovamente ripieno, lo afferrò e lo svuotò in un baleno. Ritrovò in parte la coscienza di sé e avvertì solo allora la presenza del poliziotto seduto all’altro capo del tavolo e dell’altro in piedi. Era però troppo debole e prostrato per proferire parola, si sentiva umiliato e schifoso. Il capitano Carrasco si presentò ed in tono paterno lo informò che lui, Vito Amoruso, era sospettato di un grave reato, un furto. Vito riuscì appena a commentare, con un filo di voce, che lui non aveva fatto niente. Ancora una volta, le sue parole non vennero neppure tradotte. Il capitano riassunse anche a lui il capo d’accusa principale, il furto al tempio della preziosa reliquia del santo, l’accusa accessoria di vilipendio dell’oggetto sacro, rinvenuto tra i rifiuti, l’aggravante della resistenza a pubblico ufficiale durante l’arresto, avvenuto nel corso del tentativo di fuga dal luogo del furto. Vito rimase costernato ascoltando le parole del traduttore, in un italiano perfetto che denotava una grande dimestichezza con la lingua, quasi fosse una lingua madre. Ma io non so niente di questo furto, replicò con tono piagnucoloso. Sono in città con un gruppo di altri sette turisti ed ero appena entrato nel tempio per visitarlo quando ho sentito urlare e tutti hanno iniziato a scappare. Ho seguito la folla verso l’uscita e ho continuato a correre per allontanarmi, temendo qualche pericolo, finché sono stato bloccato e arrestato. Questo è tutto. Ci deve essere un errore, avete sicuramente sbagliato persona. Ricardo Carrasco attese pazientemente la traduzione dell’interprete, sebbene avesse già intuito chiaramente il nocciolo delle parole pronunciate, la dichiarazione di innocenza del sospettato. Niente di nuovo, era sempre così, nella sua ormai lunga carriera raramente era capitato che qualcuno ammettesse spontaneamente di aver commesso un reato. Quando era accaduto, aveva constatato che si trattava di mitomani oppure di ferventi credenti che confessavano la colpa per espiare il peccato, non certo per desiderio di aiutare la giustizia. Lei deve capire, signor Amoruso, che non ci sono elementi a supporto della sua dichiarazione di estraneità al furto, riprese a dire il capitano. Le stesse circostanze dell’arresto, in affannosa fuga in un vicolo fuori dalla piazza del tempio, non depongono a suo favore. Io devo far rispettare la legge e non posso permettermi indulgenze nel mio lavoro, soprattutto in una situazione come questa dove è in gioco l’ordine pubblico. Fuori della caserma c’è una folla enorme in attesa che vengano rapidamente individuati e puniti i colpevoli del furto della reliquia, oggetto di grande venerazione. Voglio anche informarla che abbiamo arrestato un secondo sospettato, come lei sorpreso a scappare. Vi ritengo complici, ma attendo da voi conferma. Naturalmente, una vostra completa confessione renderebbe tutto più facile e noi terremmo conto della cosa. Le offro pertanto la seguente possibilità, che ho già presentata anche all’altro sospettato nei medesimi termini, mi ascolti bene. Se uno di voi confesserà il reato ma l’altro non confesserà, chi non ha confessato verrà condannato a dieci anni di carcere, mentre l’altro sarà libero. Se entrambi non confesserete, ognuno di voi sarà condannato ad un anno di carcere. Se, invece, deciderete entrambi di confessare, ognuno di voi sarà condannato a cinque anni di carcere. Ovviamente, nessuno di voi potrà conoscere la decisione dell’altro. Avete entrambi ventiquattro ore di tempo per prendere la vostra decisione. Appena l’interprete terminò la sua traduzione, il capitano ordinò ai due poliziotti di riportare il sospettato nella sua cella.

Vito era sconvolto. Appena entrò in cella, la prima cosa che vide fu un vassoio di legno poggiato al centro del pavimento, con una ciotola di zuppa, un pezzo di pagnotta e un boccale con l’acqua. Si accasciò su pavimento e mangiò e bevve avidamente, tra le lacrime che non riusciva a trattenere. Questi sono pazzi, pazzi, io sono innocente, come posso farglielo capire? Terminato quel pasto frugale, fino all’ultima briciola, tornò ad accucciarsi nel suo angolo, tremante e febbricitante. Cadde in uno stato di incoscienza, tra sonno e incubi. Si vedeva nel suo ufficio tranquillamente intento a lavorare, poi improvvisamente lo scenario cambiava e si trovava in una cava di marmo a spaccare pietre insieme ad altri detenuti come lui. Ogni tanto si materializzava accanto a lui il suo amico consulente assicurativo che, con un faccione enorme, gli rideva sguaiatamente in faccia. Lui cercava di afferrarlo per fargli pagare il fatto di trovarsi in quel guaio, ma inutilmente, le sue mani si agitavano nel vuoto. Si riscosse con un urlo, dopo un tempo indefinito. Era inzuppato di sudore, nonostante il freddo. Reagì al torpore e gli tornarono in mente le parole del capitano. Si impose di ragionare con quanta più lucidità riuscisse a raccogliere. Se io non confesso di aver commesso il furto, cosa che è la pura e semplice verità, quello che può succedere è che anche l’altro sospettato non confessi, perché anche lui innocente o perché mente, nel qual caso verremmo condannati entrambi ad un anno di carcere, oppure che l’altro sospettato confessi, perché colpevole o per calcolo, puntando proprio sul fatto che io non confessi, quindi lui sarebbe libero e io sarei condannato a dieci anni di carcere. Un anno contro dieci anni! E da innocente! Spaventoso, ma naturalmente un anno sarebbe infinitamente meglio di dieci. Fece uno sforzo straordinario per riuscire ad analizzare la sua seconda alternativa. Se io confesso di aver commesso il furto, per pura disperazione poiché so di essere innocente, può accadere che l’altro sospettato non confessi, perché anche lui innocente o perché mente, nel qual caso io sarei libero e lui sarebbe condannato a dieci anni di carcere, oppure che anche l’altro sospettato confessi, ancora perché colpevole o per calcolo, puntando proprio sul fatto che io confessi, nel qual caso verremmo condannati entrambi a cinque anni di carcere. Libero contro cinque anni! Cinque anni sono terribili, ma sempre meglio di dieci, con la possibilità addirittura di poter tornare a casa libero, egoisticamente, qualora l’altro decida di non confessare. Gli sembrava chiara ora la decisione da prendere, quella più razionale, confessare. Gli venne tuttavia uno spasmo allo stomaco. Confessare di aver commesso un furto sapendo di essere innocente. Ma così il peggio che poteva accadere era di essere condannato a cinque anni di carcere. Certo, la cosa migliore per entrambi sarebbe di non confessare, saremmo tutti e due condannati solo a un anno, ma dovremmo avere la possibilità di accordarci per non confessare, cosa che non ci è permessa. Ma poi, potrei in questo caso fidarmi dell’altro sospettato, uno sconosciuto? E se poi quello barasse, confessasse? Sarebbero dieci anni.  Tutta la faticosa elaborazione fatta lo affaticò ulteriormente, ma paradossalmente aver individuato una precisa linea di comportamento, seppur anch’essa dolorosa, gli dava un certo sollievo. Si addormentò ancora, più serenamente.

I poliziotti avevano dovuto trascinare via Gérard con la forza, nonostante quello fosse tutto sommato mingherlino e gracile rispetto a loro, tanto era agitato e imbestialito per il discorso fatto dal capitano Carrasco. Praticamente lo scagliarono sul pavimento, facendo quasi rovesciare il vassoio che vi si trovava, insieme al contenuto della ciotola e del boccale. Dolorante, si accorse del cibo e immediatamente cominciò a bere e a mangiare, con voracità. Non confesserò mai un reato che non ho commesso, mai, andava ripetendo rabbiosamente. Fu colto improvvisamente da un attacco di dissenteria e, contro la sua stessa volontà, fu costretto a fare i suoi bisogni in un angolo della cella, umiliato e schifato. Si rannicchiò nell’angolo opposto. E Francine? Sarà disperata, pensò. Non trovandomi più si sarà rivolta alla polizia e le avranno sicuramente detto che sono accusato del furto. Avrà dichiarato che eravamo insieme nel tempio quando sono iniziate le urla e tutti siamo scappati. Ma le crederanno? Forse avrà anche contattato il consolato francese, ma qui sembra che stiamo fuori dal mondo, con quel capitano che fa il bello e il cattivo tempo. Ma io sono innocente, questa è la pura e semplice verità, non devo temere nulla. Solo resistere, resistere. Chissà se l’altro sospettato è davvero colpevole oppure è un semplice disgraziato come me, capitato come me nel posto sbagliato al momento sbagliato. Almeno potessimo parlare tra di noi, confrontarci, decidere insieme la strategia difensiva migliore. Invece Carrasco con la sua proposta ci ha messo praticamente l’uno contro l’altro, mors tua vita mea. Quello è squilibrato e sadico. Se io non confesso mentre l’altro confessa, colpevole o innocente che sia, lui se ne va libero a casa e io sono condannato a dieci anni di carcere, da innocente. Se io invece decidessi di confessare, ipotesi puramente accademica, qualora l’altro non confessi, da innocente o da colpevole e bugiardo, io sarei libero e lui sarebbe condannato a dieci anni di carcere. Una cosa machiavellica, disumana. Dieci anni in una cella come questa ed in queste condizioni! Da perdere il senno, da morire! Dovremmo poter concordare tra di noi, io e l’altro, di non confessare entrambi, così da essere condannati tutti e due solo ad un anno. Un anno, mica è uno scherzo, un anno da innocente è un tempo infinito. Dovremmo però fidarci l’un l’altro. È credibile? Fidarmi di uno sconosciuto, che invece magari è colpevole e confessa, così che io mi prendo dieci anni e lui è libero. C’è poi l’ultima alternativa, confessare entrambi. Per me sarebbe come mentire a me stesso, inconcepibile, ma l’altro potrebbe farlo, da colpevole pentito o da innocente pragmatico. Verremmo condannati entrambi a cinque anni di carcere. Dovrei stare in prigione per cinque anni, senza aver commesso nulla. La disperazione lo fece crollare. Gérard cominciò a piangere tra i singhiozzi, in maniera incontrollata, senza vergogna. Pianse a lungo, poi improvvisamente fu colto da un attacco di rabbia e batté ripetutamente la testa contro la parete più vicina, così, rannicchiato com’era, fino a stordirsi, con la fronte che perdeva sangue. Si riscosse dopo un tempo indefinibile, dolorante. Ma stranamente lucido. Inutile illudersi e tergiversare, si disse. Sono incastrato, questa è la verità, la terribile verità. Come male minore non mi resta che confessare di aver commesso il furto, ammettere di aver fatto una cosa che invece non ho fatto. La cosa peggiore che così può succedermi è di andare in galera per cinque anni, cinque anni di inferno, ma anche con la possibilità di tornare libero nel caso l’altro non confessi, colpevole irriducibile o innocente testardo.

Ricardo Carrasco era un uomo meticoloso e aspettò che scadessero puntualmente le ventiquattro ore di tempo che aveva concesso. Il rigore e la pignoleria devono essere di origine genetica, perché anche suo padre era stato della stessa pasta, ma a scanso di equivoci aveva provveduto inoltre ad impartire al figlio una ferrea e rigorosa educazione. Anche lui poliziotto, arrivato al grado di maggiore, era morto da un pezzo, in una delle tante guerre civili che c’erano state da quelle parti. Per Carrasco figlio era un punto d’onore arrivare ad eguagliare almeno il grado del padre, ma confidava di andare anche oltre, a maggior gloria del defunto padre e della casata. Uno dei prerequisiti era appunto il trasferimento in una grande città, con incombenze all’altezza delle sue capacità. Gérard fu prelevato dai due soliti poliziotti e portato nella stessa cella del primo interrogatorio. Questa volta oltre a loro tre c’era il solo capitano, seduto allo stesso posto, senza l’interprete, senza alcun bicchiere d’acqua e senza l’altra sedia. Cercando di mostrare una parvenza di residua dignità, Gérard rimase in silenzio, in piedi e con le spalle erette. Ricardo Carrasco fece cenno di avvicinarsi ad uno dei poliziotti e gli porse due fogli e una penna, che furono messi davanti al sospettato. Sui fogli di carta, con l’intestazione della polizia di stato, c’era una breve scritta in francese. Gérard lesse mentalmente entrambi i testi. Su un foglio era scritto: “Io sottoscritto Gérard Morin, libero di esprimere apertamente la mia volontà, mi dichiaro non colpevole del reato di furto contestatomi. In fede.” Sull’altro foglio la scritta era simile: “Io sottoscritto Gérard Morin, libero di esprimere apertamente la mia volontà, mi dichiaro colpevole del reato di furto contestatomi. In fede.” Con una smorfia di sdegno, Gérard firmò l’ammissione di colpevolezza. Uno dei poliziotti prese il foglio e lo poggiò davanti al capitano. Il reo confesso fu quindi portato via. Poi fu la volta di Vito. Fu preso dalla sua cella e portato al cospetto del capitano Carrasco. Si ripeté la stessa scena di prima. Vito, in silenzio e con completa rassegnazione, firmò il foglio sul quale era scritto, in perfetto italiano: “Io sottoscritto Vito Amoruso, libero di esprimere apertamente la mia volontà, mi dichiaro colpevole del reato di furto contestatomi. In fede.”  Fu poi portato via. Il capitano Ricardo Carrasco era soddisfatto. Il caso del furto era risolto, in tempi anche rapidi. Era stata ottenuta una completa confessione da parte dei due sospettati tratti in arresto. Un successo della polizia e suo personale, peraltro di grande prestigio, data la natura del reato, furto e vilipendio di una reliquia sacra oggetto di grande venerazione. Dispose rapidamente che fossero predisposti i documenti di condanna dei due reo confessi e che fossero condotti, ripuliti e rifocillati, al carcere regionale, dove scontare i cinque anni di pena. Era naturalmente consapevole che, essendo due cittadini stranieri, presto o tardi sarebbero intervenute le autorità diplomatiche dei rispettivi paesi, ci sarebbero stati ricorsi e controricorsi, le cose sarebbero andate per le lunghe, probabilmente sarebbe pervenuta la richiesta di far scontare la pena nei paesi di origine, dove poi avrebbero avuto il carcere domiciliare o addirittura la libertà. Ma lui aveva fatto la sua parte. Intanto l’esito positivo della vicenda avrebbe sicuramente accelerato il suo trasferimento e la sua carriera. Ordinò di convocare immediatamente una conferenza stampa, per ufficializzare la risoluzione del caso e informare adeguatamente i concittadini e le autorità religiose.

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