Mira il tuo popolo

Il sole dei vecchi / è un sole stanco. / Trema come una stella / e non si fa vedere, / ma solca le acque d’argento / dei notturni favori. / E tu che hai le mani piene / d’amore per i vecchi / sappi che sono fanciulli / attenti al loro pudore.”

Alda Merini

(Nella foto, Vincent van Gogh, Sulla soglia dell’eternità, 1890)

Mira il tuo popolo, o bella Signora / che pien di giubilo oggi t’onora. / Anch’io festevole corro ai tuoi pie’, / o santa Vergine, prega per me. Il vecchio ripeteva i versi come una cantilena, una nenia sottovoce e monotona dalla metrica incerta, mentre seduto al suo tavolo d’angolo sotto il pergolato guardava la spiaggia e il mare, in quel giorno ancora caldo di fine settembre. Era in polo e bermuda, con le birkenstock ai piedi. Non era mai stato religioso. Anzi, neppure credente. Ma quelle parole e quella cadenza risuonavano a volte nella sua mente e nelle sue orecchie, a memoria di antiche e lunghe processioni alle quali aveva assistito, fin da bambino. Non si poneva certo il problema di apparire in tal modo fervente credente o blasfemo miscredente. Ne assaporava le suggestioni e i ricordi, semplicemente. Rivedeva soprattutto la processione del Venerdì Santo, col Cristo morto steso in orizzontale portato a spalla da un gruppo di sei persone, tre per lato, seguito dalla Vergine in piedi, portata da quattro persone, tutta vestita di nero, addolorata e piangente. Mira il tuo popolo, o bella Signora / che pien di giubilo oggi t’onora. / Anch’io festevole corro ai tuoi pie’, / o santa Vergine, prega per me. E tutto il paese a seguire o a guardare la processione, credenti e non credenti, partecipi al rito e al turbamento collettivo. I più preparati, uomini e donne, intonavano per primi i versi, seguiti in maniera più o meno corretta dai fedeli più volenterosi. Tutti in fondo indifferenti alla correttezza lessicale e dell’intonazione, presi soltanto dal fervore della comunità. O fieri flagelli, che al mio buon Signore / Le Carni squarciate con tanto dolore, / Non date più pene / Al caro mio Bene, / Non più tormentate l’amato Gesù, / Ferite quest’alma, che causa ne fu. Il mare. L’aveva visto a vent’anni la prima volta il mare. Non aveva alcuna passione per il mare. Andava in spiaggia da tempo ormai, ma raramente arrivava a toccare l’acqua. Quando le sue figlie erano state piccole, allora sì, ma poi sempre meno. Ma che passione poteva avere lui per l’acqua salata, quando da ragazzo aveva visto solo l’acqua di fiume? Non sapeva neanche nuotare, e mai aveva voluto imparare da grande. Ad essere sinceri, non sapeva neanche sciare. Sciare è per chi è nato in alta montagna. Lui era nato in bassa montagna, lontano dal mare e dalle alte vette, né ai suoi tempi ci si poteva permettere di andare in vacanza al mare e a sciare. Quelli come lui non amavano né sciare e né nuotare. Qualcuno imparava l’una e l’altra cosa, oppure solo una delle due, ma non le potevano mai veramente amare. E se avessero detto di farlo avrebbero mentito a sé stessi e agli altri. Quelli come lui amavano gli alberi e l’erba dei pianori, la piazza, le strade e i marciapiedi, parlare con gli amici al bar, bere qualche birra, camminare avanti e indietro per ore. La piazza di mattina, la piazza di pomeriggio e la piazza di sera. La spiaggia e il mare erano per chi era cresciuto al mare, aveva giocato nel mare, aveva fatto i castelli di sabbia, aveva avuto le prime avventure al mare. La stessa cosa per sciare. Solo chi era nato sugli sci poteva amare sciare, chi aveva assaporato la neve delle piste, chi aveva avuto le prime avventure in baita. Il mare era accettabile da guardare, da lontano, forse anche bello, soprattutto d’inverno. Guardava lontano, il vecchio, l’orizzonte.  O fieri flagelli, che al mio buon Signore / Le Carni squarciate con tanto dolore, / Non date più pene / Al caro mio Bene, / Non più tormentate l’amato Gesù, / Ferite quest’alma, che causa ne fu.

Il gruppo di giovani in costume che mangiavano i gelati, seduti poco distante intorno ad un tavolo, tra risate, scherzi e continue occhiate agli smartphone, doveva aver notato il vecchio e ascoltato la sua nenia, perché ogni tanto qualcuno guardava verso di lui e commentava qualcosa rivolto agli altri. Alcuni di loro giocavano a carte, svogliatamente, parlando e ridendo insieme agli altri. Sarà rincoglionito, disse uno di loro agli altri, neanche troppo sottovoce e con discrezione. Tutti risero. Il giovane oltre che spiritoso doveva essere anche intraprendente, perché dopo aver ammiccato verso il gruppo si alzò e si avvicinò al vecchio. Hai una sigaretta? Chiese. Non fumo, rispose il vecchio dopo qualche secondo, quando si accorse di lui. Cosa stavi canticchiando? Chiese ancora il giovane, sorridendo. Canticchiavo? Domandò il vecchio. Certo, rispose l’altro, parlavi di Gesù, la Vergine, dicevi prega per me. Allora sarà stato così, disse il vecchio. Non me ne sono accorto, guardavo il mare. E cos’altro sai fare, oltre che canticchiare e guardare il mare? Volle sapere il giovane. Il vecchio lo guardò. Era un ragazzo di diciassette, forse diciotto anni. E più o meno della stessa età dovevano essere gli altri giovani del gruppo, ragazzi e ragazze. Ormai non molto, rispose. Ci stavamo chiedendo, continuò il giovane, se ti andasse di fare una partita a carte con noi, per passare un po’ di tempo. Tra noi non tutti sanno giocare a carte. Perché, vi sembra che il tempo non passi? Osservò il vecchio. Troppo lentamente senza far niente di interessante, rispose l’altro. Strano, obiettò il vecchio, io invece ho la sensazione che passi anche troppo velocemente, pur guardando semplicemente il mare. Deve essere questione di punti di vista, rilevò il giovane. Forse una partita a carte potrebbe accelerare il nostro tempo e rallentare il tuo. Potrebbe essere, ma io non sono un gran giocatore di carte, rispose il vecchio. E tu? Chiese. Io so giocare bene, vinco sempre, replicò il giovane ridacchiando. Allora sei fortunato, soprattutto, osservò il vecchio, chi sa giocare bene non è detto che vinca sempre, può anche perdere. Allora come si fa a capire che sa giocare bene, se perde anche? Chiese il giovane. Vedi, spiegò il vecchio, chi sa giocare bene non è quello che vince sempre. Forse vince più spesso degli altri, a parità di sorte. Potrebbe paradossalmente non vincere mai, ma sarebbe sempre uno che gioca bene. A sancire se uno gioca bene non sono in fondo le sue vittorie, ma il giudizio di quelli competenti che lo osservano giocare, che analizzano le sue giocate, le sue mosse, ammirano qualche azione brillante, inaspettata, estrosa, qualche vittoria contro la sorte, confrontano le sue uscite con quelle degli altri, misurano i suoi inevitabili errori con quelli degli altri. Il Barcellona può anche perdere contro altre squadre, quindi anche Messi può non vincere, ma Messi è e resta bravo, per il suo estro, le sue giocate, il suo modo di asservire la palla, il suo genio. È un po’ la stessa cosa. Anche a me i miei amici dicono che so giocare, quindi deve essere vero, replicò il giovane. Magari è così, concluse il vecchio. Quindi allora, che ne dici, ti va di giocare, oppure hai paura? Il vecchio sorrise. A che sai giocare? Chiese. Quasi a tutto, rispose l’altro, briscola, scopa e tressette, ma anche poker, ramino, scala quaranta e burraco. Prima stavamo giocando a tressette, in tre. Io non conosco nessuno di voi, replicò il vecchio, sarebbe difficile per me giocare avendo come compagno uno di voi. Facciamo così allora, giochiamo solo io e te, a scopa, solo due mani di carte, una la dai tu e una la do io. Certo che ci sto, rispose il giovane. A scopa sono un drago. Ho una particolare attrattiva per il settebello, mi arriva quasi sempre. Però bisogna aggiungere un po’ di pepe alla sfida, altrimenti non ci si diverte. Se vinco tu paghi uno spritz a tutti noi, siamo in sette. Gli altri giovani, mentre il dialogo tra il loro amico e il vecchio andava avanti, si erano avvicinati divertiti alla coppia, e a sentire della possibile sfida e della prospettiva dello spritz gratis si erano entusiasmati, divertiti dal diversivo. Si può fare, disse il vecchio, ma nella improbabile eventualità che vinca io, qual è la tua posta? Il giovane pareva non avesse previsto questa possibilità, perché non trovò una risposta immediata. Ma io e gli altri amici non abbiamo un euro, rispose infine, a stento siamo riusciti a mettere insieme qualcosa per comprare dei gelati di poco costo. Comunque, non ti preoccupare, io mi sento di escludere che tu possa vincere. Il vecchio si sistemò meglio sulla sedia, poi tornò a fissare il giovane. Sei spiritoso, disse, ma non è così che ci si possa sedere ad un tavolo da gioco, a quanto mi risulta, devi anche tu mettere in palio qualcosa, qualcosa a cui tieni, in grado di bilanciare la mia posta. Hai qualcosa a cui tieni, qui con te? Come no, fece pronto il giovane, a loro. E in particolare alla mia ragazza. Additò una delle tre ragazze del gruppo. Lei sorrise, in imbarazzo. Era poco più che una bambina, al massimo poteva avere sedici, diciassette anni, biondina e abbronzata, esile. Il vecchio pensò per un attimo alle sue figlie, ormai grandi, a quanto lei somigliasse alla sua prima figlia a quell’età, a quanto sia bello vivere a quell’età, alle speranze, ai sogni, all’incoscienza e all’ingenuità. Allora possiamo fare così, disse infine tornando a guardare il giovane, se vinci tu io pago sette spritz per voi, se vinco io la tua ragazza mi dà un bacio su una guancia. La ragazza cominciò a protestare. Assolutamente no, ragazzi. Io non ci sto. E poi a me dello spritz non me ne frega niente, neanche mi piace. Il giovane restò perplesso, ma concluse evidentemente che in fondo era una piccola cosa quella che veniva richiesta alla sua ragazza, irrisoria e infinitamente meno preziosa dei sette spritz, perché si voltò verso la sua ragazza ed espresse con chiarezza questa sua valutazione. Ma dai, che vuoi che sia un bacio su una guancia. Pare abbia chiesto chissà che cosa! Non mi sembra ti si richieda un gran sacrificio. Fallo per me. Ma ti rendi conto che proprio tu non dovresti neanche chiedermelo? Fece lei, quasi sul punto di piangere. Allora fallo per tutti noi, fecero in coro gli altri, è solo un bacio su una guancia, un bacio contro sette spritz, che poi lui vince anche sicuro, bravo com’è a scopa. Guarda, fece una delle altre due ragazze, facciamo così, mi offro io di dare un bacio al vecchio… Mi scusi, al signore, si corresse arrossendo. No, non ti preoccupare, va bene dire così, fece il vecchio guardandola, è proprio vero, vecchio lo sono. Però non va bene la tua offerta, mi dispiace. Se io devo giocare con lui, la sua posta deve essere qualcosa che abbia valore per lui. Hai ragione, intervenne il giovane, quindi si rivolse ancora alla sua ragazza, ti prego, sono sicuro di vincere, fammi questo favore, dammi questa possibilità, che ti costa? La ragazza lo guardò seria, pareva delusa. Con voce flebile ma ferma, disse che le costava, certo che le costava, e il punto non era se poi alla fine il bacio dovesse o meno darlo, le costava già il fatto che il suo ragazzo avesse posto la questione, ma va bene, accettava perché tutti volevano che lei lo facesse. Il giovane fu chiaramente felice della decisione della sua ragazza. Allora si comincia, fece rivolto al vecchio, sedendosi di fronte a lui, dall’altra parte del tavolo.

Gli altri giovani avvicinarono le loro sedie e si sistemarono seduti a ventaglio intorno al loro amico. Uno di loro poggiò le carte sul tavolo e il giovane iniziò a mischiare. Ma queste sono carte piacentine, disse il vecchio, osservando le carte in mano al ragazzo. Non riesco a distinguerle bene, sono troppo ricche di particolari, troppo pompose e floreali. Non mi sono mai piaciute. Non avete delle semplici carte napoletane? Fai il difficile, commentò il giovane, ma non c’è problema, per me tutti i mazzi sono uguali. Comunque noi non ne abbiamo. Magari al bar ne hanno, osservò il vecchio. Uno dei giovani si offrì di andare a chiedere al barista. Fece una veloce corsa verso il bar e dopo poco ne riuscì, tenendo in una mano un mazzo di carte e con l’altra mano alzata, l’indice e il medio ad indicare la V di vittoria. Possiamo finalmente cominciare, disse il giovane prendendo con pazienza il nuovo mazzo. Nuovo solo perché diverso dal primo, perché erano carte napoletane e non piacentine, non perché fosse un mazzo di carte davvero nuovo. Il vecchio pensò al rito dell’apertura e dell’utilizzo di un mazzo di carte napoletane nuove di zecca, là dove lui era nato, per inciso carte rigorosamente Dal Negro o perlomeno Modiano. Il mazzo andava svezzato, come un bambino. Liberato dalla scatola e dal sottile rivestimento protettivo di plastica, il mazzo si presenta rigido e di forma perfettamente parallelepipeda. È difficile da mischiare col tradizionale metodo di metterlo nel palmo della mano sinistra, col dorso rivolto a sinistra, in maniera che non sia possibile vederne i semi e il valore per chi deve tagliarlo, quindi sollevarne un mucchietto con la mano destra e poi inserirlo di nuovo all’interno del mucchio rimasto, con un movimento tale da aprirlo leggermente per facilitare l’inserimento delle carte. Lo svezzamento consisteva quindi nel produrre una leggera incurvatura delle carte, trasversalmente al lato corto, lungo tutta la lunghezza del lato lungo. L’operazione richiedeva antica sapienza e maestria, per evitare differenze nell’incurvatura da carta a carta, andava quindi affidata alle mani accorte di abili ed esperti giocatori, ma doveva essere necessariamente effettuata da una sola persona, che dosasse l’incurvatura in maniera omogenea per tutte le carte. La tecnica era in sé semplice. Il mazzo nuovo veniva poggiato sul tavolo, col dorso in alto, quindi il giocatore delegato prendeva un mazzetto dal mucchio con entrambe le mani, tenendolo orizzontalmente lungo il lato maggiore, col dorso verso l’esterno, posto in verticale e poggiato sulle quattro dita del palmo di ogni mano, con i due pollici orizzontali a trattenerlo. Anche la consistenza del mazzetto era questione delicata. Normalmente, in un mazzo da quaranta carte era costituito da circa dieci carte. Il mazzetto veniva poi poggiato verticalmente sul tavolo e il giocatore, agendo contemporaneamente con una pressione dei pollici sulla faccia dei semi e una opposta delle dita sul dorso, ne provocava la leggera incurvatura, più volte ripetuta per renderla permanente. L’operazione andava quindi replicata con pari intensità delle pressioni per il secondo, il terzo e l’ultimo mazzetto, fino ad esaurire il mazzo originale piatto e crearne uno nuovo curvo, omogeneo. Il mazzo era poi mischiato a lungo, sia per ulteriormente omogeneizzarne l’incurvatura, sia per miscelarne i semi e i valori, essendo un mazzo nuovo di carte composto con i quattro semi separati e ordinati da uno a dieci. Operazione più lunga a raccontarla che a farla. Il vecchio la ripercorse in una frazione di secondo. Il giovane cominciò a mischiare il mazzo di carte napoletane, molto usurato e non adeguatamente curvato. Lo faceva in maniera veloce, inesperta e rozza, notò il vecchio. Iniziò quindi a distribuire le carte. Calma, calma, fece però il vecchio. Io non sarò un gran giocatore, ma a quanto mi risulta, bisogna prima decidere chi è che fa da mazziere, chi inizia a dare le carte la prima mano. Ma è la stessa cosa, dichiarò il giovane, tanto poi bisogna darle prima uno e poi l’altro. Il vecchio cominciò a divertirsi dentro di sé. E no, disse, bisogna rispettare le regole, nel gioco e nella vita, altrimenti tutto si riduce ad anarchia, niente ha più senso. Bisogna che la sorte assegni ad uno dei due l’incarico di dare le carte per primo. Facciamo così, continuò, mentre prendeva il mazzo di carte e lo sistemava col dorso in alto sul tavolo, alziamo semplicemente entrambi un mazzetto di carte e quello che ha in fondo la carte più alta da uno a dieci, cioè dall’asso al re, dà per primo le carte. Sollevò quindi un mazzetto e mostrò la sua carta, il quattro di spade. Il giovane rinunciò a protestare, falsamente paziente come un adulto che, infastidito da un bambino petulante, si rassegni ad assecondarlo per amor di pace e tranquillità. Sollevò quindi il suo mazzetto e mostrò il sette di spade. Ecco, disse, è confermato che devo essere io a dare per primo le carte, e cominciò a distribuirle. Sono costretto a riprenderti ancora, fece il vecchio. Che altro c’è? Chiese il giovane, spazientito. Mi sembra che tu abbia troppa fretta, disse il vecchio, le carte vanno prima mischiate adeguatamente, poi il mazziere deve far tagliare il mazzo all’avversario o al giocatore che si trova alla sua sinistra, se si gioca in quattro, solo a questo punto si possono distribuire. Il giovane sbuffò, mischiò meglio le carte, le fece tagliare e finalmente poté distribuirle.

Tre al vecchio e tre a lui coperte, quattro scoperte sul tavolo, un quattro, un otto, un nove e un dieci. Il vecchio prese il nove, l’altro il dieci, poi il primo posò un due e l’altro rispose con un quattro più due sei. 2, 4 e 6, fissò il vecchio nella sua mente,  poi posò un cinque, l’altro il suo sei. Ancora tre carte a testa. Il vecchio prese il cinque, l’altro posò un due, che fu subito preso, allora il giovane posò un cinque, il vecchio il suo asso, quindi il giovane fece otto più uno nove. 1, 2, 4, 6, 8 e 9, aggiornò il vecchio nella sua mente. Di nuovo tre carte a testa. Il vecchio posò un quattro, l’altro un asso, quindi il primo prese il cinque e l’altro posò un otto, poi il primo calò il suo tre e l’altro un due. Situazione ancora tranquilla, interlocutoria, niente di rilevante era ancora accaduto. I due sfidanti erano entrambi silenziosi, gli altri giovani osservavano attenti le fasi del gioco, con solo qualche commento mormorato a bassa voce. Altre tre carte a testa. Il vecchio fece quattro più due sei più uno sette, di bastoni. 6, 7, 8 e 9, ricalcolò il vecchio nella sua mente, eliminando 1, 2 e 4 perché ora accoppiati dall’ultima presa e inserendo il nuovo 7. Il giovane fece una smorfia di disappunto, prese poi il sei. Il vecchio posò un dieci, l’altro prese l’otto, quindi il vecchio prese il tre e l’altro posò il suo sette di coppe. Tre carte a testa. Il vecchio prese il sette a terra col suo sette di spada, l’altro calò un asso, il vecchio poggiò un quattro e l’altro un tre. Il vecchio fece quattro e tre sette più uno otto, portando la serie nella sua mente a 1, 3, 4, 6, 7 e 9. Ultime tre carte a testa. Il vecchio aveva un dieci, un nove e il settebello, a terra erano rimasti tre e dieci. Il vecchio fece rapidamente tutti gli accoppiamenti possibili tra i numeri nella sua mente, quelli delle sue carte e quelli a terra, ricavandone come residuo 1, 4 e 6. Ecco, il giovane doveva avere nelle sue mani un asso, un quattro e un sei. Per il vecchio era come poter vedere le carte dell’altro, simulare quindi le sue possibili prese, analizzare le contromosse a disposizione. Capì subito che con un giocatore esperto, che avesse come lui calcolato le carte via via uscite e quindi conoscesse le sue carte, non aveva speranze, bastava che l’altro aspettasse fino alla fine per fare la sua ultima presa. Ma col giovane la speranza c’era. Era ovvio che la sua prima mossa sarebbe stata calare l’asso, sulla base di un minimo di abilità, ma poi avrebbe dovuto avere la freddezza di aspettare a prendere il tre più uno quattro solo all’ultimo, e questo non era scontato. Il vecchio posò il settebello. Il giovane posò l’asso, seguito dal nove del vecchio. Il giovane pensò un poco, valutando se prendere o calare il sei. Aveva evidentemente paura di perdere la presa col quattro calando il sei, gli mancava la freddezza di aspettare a prendere. Il vecchio fu allora praticamente certo che l’altro avrebbe ceduto e fatto subito tre più uno quattro, volle però forzare la cosa e giocare come il gatto col topo. Ce l’hai un bel sei? Chiese. Il giovane lo guardò attentamente, ricavandone la conferma che doveva fare immediatamente la sua presa, per non correre rischi. Prese il tre e l’asso col suo quattro. Il vecchio sorrise dentro di sé e prese il dieci. Il giovane rimase stupito, col suo ormai inutile sei in mano. Ebbe un gesto di stizza. Hai una fortuna sfacciata, disse, tra i mormorii di consenso della sua tifoseria. Che ci vuoi fare, rispose il vecchio, imperturbabile, la sorte qualche volte aiuta i deboli. Ognuno dei due contò le carte. Il giovane adottava la tecnica dei principianti. Naturalmente il punto del settebello è tuo, disse. Poi contò tutte le carte del mazzo, appena diciassette. Sfogliò ancora il mazzo alla ricerca dei denari e ne trovò solo quattro. Quindi guardò per la terza volta le carte alla ricerca dei sette per controllare la primiera, ma non ne aveva nessuno. Il vecchio aveva già la certezza di aver raccolto i quattro punti, ma contò comunque le carte, con metodo. Mentre le contava a uno a uno, poneva da una parte le carte di denari, i sette, i sei e gli assi, da un’altra le restanti carte, quasi inutili. Arrivò ad un totale di ventitré e gli bastò una veloce occhiata al mazzo pregiato per vedere le sei carte di denari e i quattro sette. Allora, quattro per me e zero per te, disse il vecchio. Il giovane aveva perso molta della sua baldanza. Che fortuna sfacciata, continuava a ripetere, cercando il consenso tra i suoi amici, che naturalmente annuivano, nemmeno cogliendo il fatto che se lui avesse prima posato il sei avrebbe fatto l’ultima presa, comprensiva del settebello, facendo lui tre/quattro punti. Il vecchio, seraficamente e senza commento alcuno, raccolse le carte e cominciò a mischiarle, con calma e tecnica, le fece tagliare all’altro e le distribuì.

Tre al giovane, tre a lui e quattro sul tavolo, un otto, un sei, un nove e un asso. Neanche il tempo di posare l’ultima carta, che il giovane si fiondò col suo settebello sul sei e sull’asso. E vai! Gridò, seguito da un coro di acclamazioni e da scroscianti applausi da parte degli amici. Il vecchio sorrise, memorizzò 1, 6 e 7, quindi posò un tre. L’altro prese il nove, il vecchio posò un due, l’altro il suo asso, a cui fece seguito la presa del vecchio tre più due cinque e uno sei. 2, 3 e 7, ricalcolò il vecchio nella sua mente. Ancora tre carte a testa. Un urlo di gioia da parte del giovane, scopa, strillò. Un tripudio vivace e rumoroso attraversò il gruppo dei tifosi, lungo e intenso. Il vecchio aspettò che ritornasse la calma, poi posò un asso, a bassa probabilità di scopa, visto che ne erano già usciti due. Il giovane calò il dieci di denari, il vecchio un cinque, che il giovane subito prese, quindi il vecchio posò un quattro. Ancora tre carte a testa. Il giovane prontamente prese quattro più uno cinque, lasciando a terra solo il dieci. 1, 2, 3, 4, 5 e 7, aggiornò il vecchio. Aveva una coppia di tre, coppe e bastoni, insieme ad un sei. Puntò sul fatto che il giovane avesse in mano un dieci, vista la sicurezza e la velocità della sua presa. Fece finta di pensare a lungo, come se fosse molto indeciso, quindi posò uno dei due tre. Il giovane aveva effettivamente il dieci, insieme ad un nove. Appena un attimo di indecisione, poi prese il dieci. Il vecchio fece scopa con l’altro suo tre, con tranquillità e senza esternare emozioni. E che cavolo, proruppe il giovane, ci ha pensato mezz’ora prima di posare e aveva coppia di tre! I suoi amici, partecipi e accondiscendenti, furono subito solidali nel commentare quanto l’indecisione del vecchio avesse ingannato il loro beniamino, inducendolo all’errore. Il giovane buttò sul tavolo la sua ultima carta, un nove, sospirando di sollievo al sei calato dal vecchio. Di nuovo tre carte a testa. Il giovane calò un quattro, il vecchio un due. Subito il giovane raccolse il quattro e il sei col suo dieci. 1, 2, 3, 5, 6, 7 e 10, calcolò il vecchio, poi mise sul tavolo un tre. Il giovane prese il nove e il vecchio il due, lasciando solo il tre, senza timore di possibili scope perché erano usciti tutti. Tre carte a testa. Il giovane aveva un due, un cinque e un sette. Sicuro che il suo cinque fosse l’ultimo rimasto, posò il due. Il vecchio aveva un quattro e l’ultima coppia di otto, denari e spade. Tese il suo tranello, calò subito l’otto di denari. Vedendo la carta di denari, il giovane non pensò neppure per un secondo che l’altro potesse avere un altro otto, si precipitò a prendere il due e il tre col suo cinque. Il vecchio aggiornò rapidamente la sua memoria, 1, 6, 7 e 10, quindi fece la sua seconda scopa con l’otto, senza trionfalismi. Al diavolo, esplose il giovane, ma aveva posato l’otto di denari, come facevo a pensare che avesse un altro otto? E posò violentemente il suo sette sul tavolo, al quale il vecchio affiancò il suo quattro. I giovani spettatori erano silenziosi, abbattuti e partecipi delle ragioni del loro amico. La sua ragazza bambina aveva gli occhi rossi, gli accarezzò il viso. Gli restava solo la speranza di un’altra scopa, se pure potesse bastare. Il vecchio diede le ultime tre carte a testa e prontamente rifece i suoi accoppiamenti, tra i numeri memorizzati, il quattro e il sette sul tavolo e le sue carte, un asso, un sette e un dieci. Il giovane aveva un quattro, un sette e un dieci. Un rapido esame e concluse che era fatta, lui riusciva sicuramente ad evitare che il giovane facesse un’altra scopa, potendo al massimo prendersi il sette e il quattro. Aveva vinto. Ma restò imperturbabile e tranquillo. Il giovane prese il sette, restando a sperare che l’altro posasse un sei per fare scopa. Il vecchio ci pensò sopra un po’. Poteva forse fargli fare scopa, sempre ammesso che bastasse a salvarlo? Sarebbe stato umiliante per il giovane? Doveva essere magnanimo e generoso, senza peraltro mettere in difficoltà la ragazza con il bacio? Oppure era meglio dargli una lezione di umiltà, visto oltretutto che quello gli aveva dato del rincoglionito? Prevalse l’orgoglio. Quelli come lui erano cresciuti giocando a carte, fin da piccoli, nei vicoli del suo paese, sui gradini nei dintorni della piazza. Avevano presto imparato ogni gioco da strada e da bar, non certo i giochi da salotto, non certo il burraco, giocandosi i pochi spiccioli che avevano e in mancanza di quelli le figurine dei giocatori di calcio e i fumetti che riuscivano a raggranellare. Quelli come lui erano cresciuti guardando i grandi giocare nei molti bar che c’erano nel paese, guardando giocare adulti e vecchi che si erano a loro volta specializzati nel gioco delle carte fin da piccoli, i loro padri, i loro parenti, i conoscenti e praticamente tutti gli uomini del paese. Avevano imparato le regole, i trucchi, i calcoli, gli algoritmi, le tattiche, le strategie, le finte, la dialettica, il dire e non dire, le pose, le mimiche. Avevano imparato a calcolare le carte in mano agli avversari nell’ultima mano, spesso quella decisiva, esercitandosi a lungo, per riuscire a calcolare e memorizzare anche facendo altro nel contempo, parlando, scherzando e ridendo. Fino ad essere ammessi a giocare da pari con gli specialisti, facendo pratica per anni, affinando sul campo le abilità acquisite, subendo in silenzio i rimproveri per gli errori e i complimenti per il bel gioco. Quelli come lui potevano essere diventati contadini o medici, ingegneri o manovali, artigiani o impiegati, più o meno benestanti, più o meno ricchi, più o meno vincenti, potevano essere giovani o vecchi, sani o malati, ma al tavolo da gioco erano tutti uguali, contava solo se erano più o meno bravi nel gioco, più o meno abili, più o meno ricercati come compagni di gioco. D’inverno nelle sale dei bar e d’estate all’aperto, per ore, in piazza la mattina, in piazza il pomeriggio e in piazza di sera. Il vecchio guardò il giovane. Non ti aspetterai mica che io metta il mio sei sul tavolo per permetterti di fare scopa col tuo dieci? Disse. E posò l’asso. L’altro si arrese, butto le carte sul tavolo. Hai vinto, disse. Sei maledettamente fortunato, ripeté ancora, come un mantra. I suoi amici erano senza parole, abbacchiati e delusi, sia per la sconfitta subita da parte di uno di loro, sia perché vedevano sfumare gli spritz gratis. Solo la sua ragazza bambina se ne fregava dello spritz, amorevolmente intenta a coccolarlo per fargli superare lo sconforto e curare le ferite del suo ego mortificato. Restava aperta la questione del bacio.

Il vecchio raccolse le carte disperse, riformò il mazzo di carte ordinate e lo poggiò sul tavolo, col dorso verso l’alto. Restò in silenzio. Avevi detto che non sai giocare a carte, disse il giovane. Ho il dubbio che non sia vero, ma comunque sei fortunato, più di me.  Forse hai ragione sulla fortuna, commentò il vecchio. Bene, continuò il giovane, ti sei guadagnato il tuo bacio, quindi guardò la sua ragazza. Benché prima avesse manifestato delle remore, la ragazza bambina sembrava ora pienamente entrata nella parte della vittima sacrificale, decisa e pronta ad immolarsi sull’altare del sacrificio per saldare il debito maturato dal suo ragazzo, altera ed orgogliosa, sprezzante e odiosa verso chi aveva osato intaccare l’onore e la grandezza del suo amato. Con gli occhi luccicanti si preparò al martirio. Tranquilla ragazzina, disse però il vecchio, ho voluto solo scherzare, mettere com’è giusto un po’ di carica nella sfida, alzare la posta per far impegnare il tuo ragazzo. Mi ricordi le mie figlie alla tua età, mai e poi mai ti costringerei a darmi un bacio, estraneo e vecchio come sono. Facciamo così, dai un abbraccio e un bacio al tuo ragazzo, anche per confortarlo della sconfitta, così il debito sarà saldato. La ragazza rimase disorientata. Guardò il vecchio, che le sorrise paterno. Allora si rasserenò, recuperò la luce nei suoi occhi e nel suo viso, abbracciò stretto al collo il ragazzo, lo baciò più volte e gli sussurrò parole incomprensibili che gli ridiedero vita, spirito e intraprendenza. Gentile da parte tua, disse infine il giovane al vecchio dopo essersi liberato dall’abbraccio,  grazie, ma non finisce qui, mi rivedrai sicuramente per una rivincita. Forse, rispose il vecchio, chissà. Ciao, aggiunse il giovane. Ciao, si unirono in coro la ragazza e gli altri amici, quindi tutti insieme si incamminarono verso la spiaggia e verso il mare. Il vecchio li guardò allontanarsi, belli, spensierati e giovani. Poi tornò a guardare l’orizzonte e il mare. Socchiuse gli occhi. Mira il tuo popolo, o bella Signora / che pien di giubilo oggi t’onora. / Anch’io festevole corro ai tuoi pie’, / o santa Vergine, prega per me. Avvertì una presenza accanto a lui. Il tempo di capire che si trattava della ragazza bambina, che quella già gli aveva dato un bacio su una guancia. E poi scappò via.

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