Himeros e Anteros

“Concluse che il problema, alla fin fine, stava nell’altro gruppo, con Eros, Himeros, Anteros e Pothos. Qui la responsabilità di tutto andava assegnata ad Afrodite, non c’erano dubbi.”

(Nella foto, Afrodite, da Wikipedia)

Se ne stette pensoso a lungo prima di decidersi. Il rimprovero era stato diretto ed esplicito. Scrivi su tutto, su mondi matematici e fisici, sulla religione, sulla fede e la ragione, sul bene e il male, sulla vita e sulla morte. Anzi, sulla morte ti dilunghi, quasi in ogni storia c’è un morto. E poi sulla legalità, sul tempo e lo spazio, sulla bellezza e l’arte. E ancora, su labirinti e confessioni, su pazzi, su statue e ponti, su vedove e assedi, su uccelli e rane. Ma non hai scritto niente sull’amore. Non ci aveva fatto caso, non c’era stata nessuna esclusione di principio, aveva risposto, semplicemente erano state altre le idee che si erano accavallate per prime, sicuramente sarebbe arrivata anche qualche suggestione relativa all’amore. Solo questione di tempo, quindi. Però poi aveva cominciato a rifletterci su. Era stato davvero solo questione di priorità? Oppure magari c’era qualche remora o difficoltà a scrivere sull’amore? Concluse che le motivazioni erano varie. Intanto, doveva ammettere una certa forma di pudore a scrivere sull’amore. Il pudore è un complesso insieme di emozioni, va dalla discrezione e riservatezza verso argomenti attinenti la sfera sentimentale o sessuale, al disagio nel trattare certi argomenti più audaci. Imbarazzo e titubanza, quindi. Poi certamente una preferenza inconscia verso altre tematiche, di maggior fascino e attrazione personale, compresa la morte, certamente, non per ultima. Tematiche sulle quali ragionare portando le proprie idee, la propria vita, le proprie esperienze ed esercitare particolari angoli visuali, inconsueti. C’era quindi una ritrosia ad avventurarsi in storie sentimentali, più o meno sdolcinate. Ma doveva obiettivamente riconoscere la propria difficoltà a scrivere sull’amore. Forse bisogna essere grandi poeti e grandi scrittori per farlo, osservò. Dietro la parola stessa, amore, c’è inoltre un mondo mica facile, chiaro e definito. Ci sono una infinità di riferimenti diversi, di accezioni, di passioni implicate. Volendo restare sul classico, che poi è in fondo sempre la cosa migliore, si disse, bisogna districarsi tra Eros, Himeros, Anteros e Pothos, per cominciare, ma poi ci sono anche agape, philia e stοrge. Senza contare omonimie, varianti ed estensioni varie. Agape è l’amore che accoglie, la caritas cristiana, l’amore di chi si dona all’altro, l’amore spirituale che sublima, l’amore smisurato e incondizionato, come l’amore di Dio verso l’umanità. L’amore filosofico e teologico, potrebbe essere definito. Gli pareva di potersi muovere meglio su questo terreno e, si disse, un po’ su di esso aveva scritto, magari non del tutto esplicitamente, ma in qualche sua riflessione aveva sfiorato l’argomento. Philia è l’amore che si lega al sentimento di appartenenza, nella famiglia, in una comunità, tra amici. È l’amore complice e solidale. E anche qui lui era su un terreno più solido, nel quale non si era avventurato completamente, ma qualcosa aveva lambito. Storge è l’amore della tenerezza, quello tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, l’amore consanguineo che unisce e protegge. Dovette ammettere di non aver mai affrontato il tema, ma anche qui, si disse, sentiva di potersi muovere senza eccessiva difficoltà. Concluse che il problema, alla fin fine, stava nell’altro gruppo, con Eros, Himeros, Anteros e Pothos. Qui la responsabilità di tutto andava assegnata ad Afrodite, non c’erano dubbi. La mitologia greca è un guazzabuglio di ardua decifrazione, ma pare che Afrodite, la dea della bellezza e dell’amore, della sensualità e della lussuria, fosse incline all’infedeltà. Naturalmente non può essere del tutto colpevolizzata perché, dopo aver generato con Anchise l’eroe Enea, al quale è ascritta la fondazione di Roma, fu costretta a sposare Efesto, il deforme e brutto dio del fuoco, quindi i tradimenti furono una conseguenza della sua infelicità. Senza esaurire la lista degli amanti, con Ares, dio della violenza e della guerra, peraltro fratello di Efesto, generò i figli Eros, Himeros e Anteros, mentre con Crono, ma l’attribuzione è incerta, generò l’altro figlio Pothos. Ed ecco quindi l’origine delle varianti più sensuali dell’amore. Eros è l’amore che si accompagna alla passione e al desiderio fisico, irruente e irrazionale. Antesignano di Cupido, agisce instaurando legami di amore briosi e stuzzicanti. Ma è comunque l’amore come smania di possesso, l’amore che ingloba nell’io, contrapposto all’agape, all’amore che si dona. Himeros è esclusivamente il desiderio fisico irrefrenabile, la lussuria, l’eccitazione del momento, da soddisfare anche senza coinvolgimento sentimentale, senza essere corrisposto. Anche Pothos è amore fisico, desiderio sessuale, per la persona amata, spesso associato al sentimento della sofferenza per la lontananza del partner. Anteros è invece l’amore nella serenità, nella gioia e nel rispetto reciproco, anche sdolcinato magari, che il mito vuole essere stato generato proprio per bilanciare l’irruenza di Eros, così da completare ed equilibrare la passione col sentimento. Non c’erano dubbi, certificò, era qui che veniva a galla il suo pudore, emergevano le sue remore e le sue difficoltà. Bene, si disse, dirigendosi al computer sulla scrivania.

Le dita cominciarono da sole a scorrere sulla tastiera, come dotate di vita propria, scegliendo di esordire con Himeros e Anteros, dalla volta in cui Rodolfo Guastallo suonò ad uno dei diversi citofoni a lato del grande cancello. Prima di decidersi aveva per un po’ scrutato da lontano l’ingresso al comprensorio e aspettato che non ci fosse nessuno nei pressi, si era poi con ostentata disinvoltura incamminato verso il cancello e, dopo essersi orientato tra i citofoni, in maniera decisa aveva pigiato un pulsante. Quella mattina era andato al lavoro come al solito, aveva parcheggiato la macchina nel grande spiazzo riservato ai dipendenti e si era diretto verso il suo piccolo ufficio di responsabile amministrativo nell’ambito della pubblica amministrazione, lavoro che gli piaceva molto e gli conferiva insieme poche responsabilità, un buono stipendio, ridotto lavoro, un certo potere e una non indifferente flessibilità di orari e movimenti. Nello stesso tempo, l’essere ormai serenamente separato da cinque anni dalla moglie, rimasta nell’appartamento coniugale, senza figli, con la disponibilità del piccolo monolocale ereditato dai genitori, gli dava tranquillità e indipendenza. Certo, insieme ai fastidi coniugali erano venuti meno anche i piaceri coniugali, ma era anche un uomo di poche pretese e necessità, quindi a questi poneva rimedio con qualche rara occasionale conoscenza e qualche meno raro ricorso a servizi a pagamento. Sulla moralità, dignità e qualità del ricorso non si era mai fatto sostanziali problemi, sia per una endemica tendenza a non approfondire più di tanto questioni che lo avrebbero portato, lui uomo pratico e razionale, su un terreno melmoso, astratto e complicato, sia perché riteneva la cosa sostanzialmente uno scambio commerciale tutto sommato innocuo e di reciproco vantaggio. Non che fosse un uomo privo di amore e di sentimenti, era anzi molto attento al suo prossimo, generoso, sensibile e tollerante, ma non riteneva affatto questa sua indole non conciliabile con l’amore mercenario. Non era d’altra parte una persona fisicamente sgradevole, quindi con il dovuto tempo, nei dovuti modi e nelle opportune circostanze non aveva insormontabili problemi se non nel sedurre almeno nell’interessare persone dell’altro sesso. Era tuttavia incline ad una certa forma di pigrizia in questo specifico campo, per cui era raro che decidesse di intraprendere le necessarie azioni.   Da un lungo periodo era in stato di astinenza e da diversi giorni era diventata imbellente la necessità di un incontro che, continuamente rinviato, appariva essere ineluttabile. Quella mattina aveva compreso già nel tragitto tra il suo monolocale e l’ufficio che l’azione non era più procrastinabile, pertanto appena entrato in ufficio, richiusa la porta, dopo un veloce controllo dal telefono interno che la situazione al lavoro fosse tranquilla e indirizzata sui consueti binari della routine, aveva aperto il giornale quotidianamente acquistato presso l’edicola vicino casa e aveva cominciato a scorrere gli annunci presenti. Aveva già fatto altre volte quell’operazione, quindi sapeva dove cercare e cosa cercare, sintetizzabile nei termini gentilezza, pulizia, bellezza e media distanza, nell’ordine. Il primo requisito, quello primario, era per lui imprescindibile. Da uomo gentile, mai avrebbe accettato comportamenti men che cordiali, rispettosi e frettolosi. Riguardo al secondo requisito, naturalmente basilare, c’era poco da dire, se non osservare che igiene, sicurezza e buon gusto imponevano severe restrizioni nella scelta. Sul terzo requisito, a parte l’ovvietà della cosa, poteva anche accettare una certa elasticità, in certi limiti, purché bilanciata dall’eccellenza nei primi due. Sulla distanza, l’esigenza era quella di orientarsi verso zone non prossime all’abitazione e all’ufficio, per evidenti ragioni di discrezione, ma neanche a distanza tale da rendere necessario un lungo tragitto e molto tempo perso. Gli annunci andavano esaminati velocemente, scartando immediatamente quelli non compatibili con i requisiti, per poi concentrarsi con attenzione sui papabili, quindi effettuare le telefonate informative. Alla fine, l’interesse si era concentrato su due alternative, poi aveva fatto la scelta. Aveva quindi lasciato l’ufficio, cosa che era nelle sue prerogative, era ritornato alla macchina e si era diretto verso la destinazione selezionata. Parcheggiata la macchina nelle vicinanze, aveva ritelefonato, ricevendo i dettagli sul nome al quale citofonare. Dopo un po’ di attesa sentì la voce femminile fornirgli l’indicazione della palazzina, della scala, del piano e dell’interno. Il comprensorio era vasto e camminò non poco prima di individuare la palazzina giusta. L’area tra le palazzine era adibita a giardino, con diversi alberi, panchine e un lungo percorso interno di ghiaia. C’era un certo andirivieni di condomini, con qualcuno che si salutava e si fermava a parlare. Tutto sommato, un anonimato garantito. Il portone della palazzina proprio in quel momento si apriva, per lasciare uscire una vecchietta col suo carrello della spesa. Buongiorno, disse, entrando prima che il portone si chiudesse, grazie. Salì con l’ascensore al terzo piano e suonò il campanello dell’interno 8C. La donna che aprì la porta era giovane, avrà avuto ventidue, massimo venticinque anni, dai tratti sudamericani. Carnagione olivastra, occhi nerissimi, zigomi sporgenti, capelli neri lunghi e lisci, alta sul metro e sessanta, magra. Indossava una minigonna di jeans con sopra una shirt azzurrina attillata. L’effetto delle gambe nude a piedi scalzi, delle braccia nude e dell’apprezzabile seno privo di reggiseno che si intravedeva sotto la maglietta era notevole. Era davvero una bella ragazza. Ciao, disse lei con un sorriso gentile. Buongiorno, rispose lui, un po’ imbarazzato per la situazione certamente non usuale, seppure già vissuta altre volte, ma anche per la consapevolezza della notevole differenza d’età. Entrò e lei chiuse la porta a chiave. L’ingresso dava direttamente in un soggiorno ampio, ordinato e pulito, con divano e tavolo rotondo. Da un piccolo arco si intravedeva la cucina. Posso offrirti qualcosa, disse lei? No, grazie, rispose lui. Vieni allora, riprese lei, dirigendosi poi verso il corridoio, con lui al seguito. La prima porta era aperta, immetteva nella camera da letto, la seconda  doveva essere quella del bagno, chiusa. Entrarono nella camera, leggermente in penombra. Lei, sempre sorridendo, si girò verso di lui e con un gesto lento ma deciso si tolse la shirt, buttandola sul letto. Era uno spettacolo. Lui avvertì l’eccitazione e il desiderio crescergli prepotentemente, si tolse la giacca e la poggiò su una sedia vicina. Lei gli prese entrambe le mani fra le sue. Fu in quel momento che si sentì violentemente bussare alla porta d’ingresso dell’appartamento, una serie di colpi secchi. Dovevano usare i pugni e i palmi delle mani, perché il suono era insieme sordo e schioccante. Apri, apri subito, urlava una voce maschile imperiosa. Lui rimase di stucco, insieme sorpreso e allarmato, consapevole di essere fuori dal suo contesto abituale, dalle sue sicurezze e dalla sua autorità, intento in un incontro clandestino ed equivoco, senza giacca ed in procinto di iniziare un rapporto sessuale con una giovane sconosciuta prostituta. Anche lei rimase sorpresa, smise di sorridere e si fece seria, ma più che spaventata sembrava arrabbiata. È il mio ragazzo disse. Lui sentì il cuore cominciare a battergli forte, l’eccitazione svanire, sostituita dal  panico per ritrovarsi, lui che era caratterialmente restio ad infilarsi come terzo incomodo in relazioni sentimentali in corso, nel bel mezzo di una scenata di gelosia, colto in flagrante e senza via di fuga. Lei si rimise velocemente la maglietta, uscì dalla stanza e si diresse verso la porta d’ingresso, al cui esterno i colpi e le urla non cessavano. Lui non sapeva che fare, impossibilitato a scappare. Cercò di recuperare almeno un po’ di dignità indossando nuovamente la giacca. Lei aprì la porta e fece entrare il suo ragazzo, richiudendo immediatamente. Allora è vero che lo fai ancora, lui lo sentì gridare dalla stanza dov’era rimasto, impietrito. Dov’è, dov’è quello stronzo? Un attimo dopo, un giovane alto e magro si materializzò sulla porta della stanza da letto e spinse dentro la ragazza con una strattone. Bella scena, gridò. La mia ragazza insieme con un vecchio bavoso, a vendersi per quattro soldi. Era alterato e pieno di rabbia. Anche lui bruno di carnagione, probabilmente anche lui sudamericano, ma con caratteri diversi e meno pronunciati di quelli della ragazza. Lui ebbe la certezza che stava per essere aggredito, in modo violento. Si maledisse per la cattiva scelta che aveva fatto e per le sue debolezze. Il giovane, emettendo un urlo stridulo, con una manata fece volare via tutto quello che si trovava su un cassettone addossato alla parete vicina. Scatoline e oggetti per il trucco si sparsero per la stanza, insieme a bottigliette di profumo, candelette, spazzole e pettini. Prese la sedia e la sbatté violentemente a terra,  poi la lanciò contro una parete, colpendo un quadro con un anonimo santo in preghiera, il cui vetro si ruppe spargendo schegge per terra, ma che restò comunque appeso, tutto sbilenco. Lui era sempre immobile, in attesa del suo turno ad essere colpito, consapevole della poca difesa che era in grado di opporre. La ragazza pareva però non spaventarsi. Rompi, rompi tutto, gridò gelidamente, poi tanto ripaghi ogni cosa. Io faccio quello che mi pare e che devo fare, non sei certamente tu a dovermi dire quello che posso o non posso fare. Te l’ho detto tante volte. A lui, pur confortato dalla sicurezza e dal coraggio della ragazza, non sembrava una scelta felice quella di provocare il giovane, che per tutta risposta diede un calcio terribile al cassettone, facendolo traballare e spostare di mezzo metro. Tu, fece rivolto a lui, esci subito di qui. Lui si avviò ubbidiente e timoroso fuori della stanza, seguito dal giovane che si trascinava per mano la ragazza. Ma lo vuoi capire che io ti voglio bene, ti amo, le urlò rabbiosamente mettendola a sedere bruscamente sul divano. E lo so che anche tu mi vuoi bene, lo so. Perché allora continui con questa vita di merda, ad incontrare per soldi uomini smidollati come questo? Dimmelo, forza, perché? Per soldi, lo sai perché, rispose lei con fermezza. Perché i soldi mi servono. Devo mantenere tutta la mia famiglia lì a casa. Lo sai che sono tanti e ci sono solo io a lavorare. E ti sembra lavoro questo, urlò il giovane? Sì, ribatté la ragazza, urlando a sua volta, con sicurezza e determinazione, certo che è lavoro, è solo lavoro ed è il solo che so fare e che mi faccia guadagnare a sufficienza per le necessità della mia famiglia. E a me, a noi due, non ci pensi? Fece il giovane con voce stridula, quasi pietosa. La ragazza non rispose. Lui era rimasto in piedi, al centro del soggiorno, dimenticato da tutti e muto spettatore di quello scambio di dichiarazioni d’amore e di crude verità. Pensò che davvero lui non c’entrasse niente in mezzo a quei due, ognuno con le sue ragioni, con l’unica colpa di aver ceduto al desiderio ed essere capitato senza volerlo in una situazione incresciosa. Valutò che anche il giovane si fosse sfogato abbastanza, che in fondo cattivo non era, pur avendo tutte le ragioni di questo mondo, che non volesse ormai accanirsi contro di lui, impegnato a convincere la ragazza delle sue ragioni. Trovò il coraggio di rivolgersi ai due. Io credo di essere davvero di troppo qui, vi lascerei alla vostra discussione e me ne andrei. Si incamminò verso la porta di uscita. Tu non vai da nessuna parte, gli urlò alle spalle il ragazzo, proprio da nessuna parte. Si portò tra lui e la porta e gli intimò di sedersi, indicando il tavolo rotondo con alcune sedie ordinatamente intorno. Dopo avere fatto i tuoi sporchi comodi vorresti andartene così, come se niente fosse successo? Gli urlò contro. Lui, balbettando, cercò di dire che non era successo proprio nulla, era appena arrivato quando avevano sentito urlare e battere i pugni sulla porta, Zitto! Gli intimò il giovane urlando. Zitto e siediti. Poi si guardò intorno furioso, come a cercare qualcosa, quindi si precipitò verso la cucina e ne uscì con in mano un grosso coltello a punta, di quelli per tagliare la carne. Lui raggelò. La ragazza urlò spaventata. Ma che fai? Sei stupido? Vuoi passare dei guai seri? Smettila e posa quel coltello. Il giovane si avvicinò a lui minaccioso. Ma credi davvero di entrare qui, fotterti la mia ragazza e andartene poi via tranquillamente? Tu resti qui. Lui chiuse gli occhi. Dammi il tuo cellulare, gli intimò. Ma lo sa tua moglie che esci di casa e vai a sbatterti le ragazze, mentre lei ti crede al lavoro? Lui riaprì gli occhi. Ma che dici, provò a ribattere, con un filo di voce, io non vado a sbattermi proprio nessuno. E poi non sono neanche sposato, cioè lo sono stato, ma sono separato. Dammi il cellulare, ripeté l’altro urlando. Lui prese il cellulare dalla tasca interna della giacca e glielo diede. Ora chiamo tua moglie o quello che ora è diventata e le dico che puttaniere ha sposato, disse il giovane. Provò ad armeggiare sul cellulare, ma c’era la password attivata. Dimmi la password, urlò, agitando il coltello. Ma ragiona, riprese lui con voce roca, che vuoi che importi alla mia ex moglie, siamo separati da cinque anni. Anche la ragazza si inserì, a supporto delle sue ragioni. Ma che vuoi da lui? Lascialo andare via che è meglio, non c’entra niente e tu rischi di brutto a trattenerlo contro la sua volontà, con quel coltellaccio poi. Vieni qui, parliamo tra di noi, calmati ora. Il giovane parve calmarsi e rassegnarsi. Poi improvvisamente la sua rabbia sbottò di nuovo. Se a tua moglie non interessa niente allora telefono ai numeri dei tuoi amici, a dove lavori, a tutti i numeri che trovo memorizzati, lo devono sapere che stronzo che sei. Non sarebbe stata una cosa piacevole, pensò lui. Doveva resistere, la paura della pubblica infamia stava prendendo il sopravvento sulla paura fisica. Ridammi il cellulare, disse al ragazzo. Ridaglielo, calmati, così passi i guai seri e io con te, disse ancora la ragazza. Lo sai che ti voglio bene, stiamo bene insieme, aggiunse con dolcezza. È la vita che è difficile, che impone delle scelte e dei sacrifici. Il lavoro che faccio non sarà per sempre, appena i miei staranno meglio e le cose si saranno sistemate smetterò, potremo mettere su famiglia anche noi e avere dei figli. Lascialo andare. Il giovane si mise a piangere, con la testa china e i pugni stretti, tenendo sempre il coltello nella sua destra. Tremava di rabbia e di impotenza. Sferrò un calcio al tavolo, spostandolo violentemente contro la parete sul lato destro dell’ingresso al corridoio e facendo cadere un paio di sedie. Allora chiamo la polizia, per fargli vedere che bel cittadino che sei, uno che va con le prostitute. A lui non parve vero sentire che quello voleva chiamare la polizia. Che paura poteva avere lui della polizia? Non aveva commesso nessun reato venendo ad incontrare la ragazza, anche se a pagamento, in maniera certamente equivoca. Non era del loro giudizio morale che poteva preoccuparsi. E l’avrebbero tirato fuori da quella situazione, che poteva degenerare da un momento all’altro, con quel giovane che oscillava tra le minacce e la disperazione, con quel coltello in mano. Magari quello chiamava la polizia! Il giovane armeggiò ancora col cellulare, tentando invano di sbloccarlo, poi lo buttò sul tavolo. Chiamo col mio, disse, e cercò di prendere dalla tasca posteriore dei jeans il proprio cellulare, con la mano libera che gli tremava. Il cellulare gli scivolò a terra e quello proruppe in un urlo incomprensibile, che doveva essere palesemente qualcosa come una bestemmia nella propria lingua.  La chiamo io la polizia, disse allora lui, non ti preoccupare, la chiamo io e ci parli tu se vuoi, oppure io, come vuoi tu. E fece per riprendere il suo cellulare dal tavolo. In quel momento si udì suonare il campanello della porta, accompagnato da un violento bussare. Aprite, polizia, disse una voce. A lui parve quasi una musica melodiosa. La salvezza da una situazione pericolosa. Tirò un sospiro di sollievo. Il giovane era rimasto interdetto, muto e immobile. La ragazza prese in mano la situazione. Si avvicinò rapidamente al giovane, gli strappó il coltello dalla mano, senza che quello opponesse resistenza, corse in cucina a posarlo e si diresse di corsa verso la porta di ingresso dell’appartamento, senza che il giovane la fermasse. I poliziotti erano in due. Buongiorno, polizia, disse uno di loro appena la porta fu aperta. Siamo stati chiamati da alcuni vicini allarmati dalle grida e dai rumori provenienti dall’appartamento. Possiamo entrare? Dietro i due si intravedevano un paio di signori anziani che facevano capolino, evidentemente alcuni dei suddetti vicini, più curiosi e coraggiosi degli altri. La porta fu richiusa alle spalle dei poliziotti. Favorite i documenti, fu la richiesta rivolta ai tre. Lui fornì subito la sua carta d’identità, estraendola dal portafogli della tasca interna della giacca. Anche il giovane prese i suoi documenti, da una delle tasche dei jeans. La ragazza si recò presso una vetrinetta su un lato del salotto, recuperò i suoi documenti da un cassetto e li consegnò. Cosa sta succedendo, chiese un poliziotto, il più anziano, con la barba e leggermente tarchiato, mentre l’altro stava esaminando i documenti? La domanda era stata rivolta a tutti e tre, ma il primo a rispondere fu il giovane. Succede che questo maiale stava qui per approfittare della mia ragazza, disse, un bravo cittadino italiano che va agli incontri con le ragazze. Lui si vide osservato da entrambi i poliziotti, con muta richiesta della sua versione. Buongiorno, disse con ormai piena padronanza di sé, stavo appunto per chiamarvi io, se me lo avesse permesso il giovane. Mi chiamo Guastallo, Rodolfo Guastallo. Questa mattina sono arrivato in questo appartamento, dopo aver telefonato, per un incontro con la ragazza. Vivo solo, sono separato da mia moglie da diversi anni e, non lo nascondo, mi capita qualche volta di ricorrere all’amore a pagamento. Il poliziotto anziano si rivolse allora alla ragazza, chiedendo conferma. Quella annuì, con sguardo fermo e per niente imbarazzato o sottomesso. Continui, fece allora il poliziotto rivolto nuovamente a lui. Sì, lui riprese, ero appena entrato in camera da letto con la ragazza, solo il tempo di togliermi la giacca, che abbiamo sentito bussare e urlare alla porta dell’appartamento. La ragazza ha capito subito chi fosse, ha detto che era il suo ragazzo ed è andata ad aprire. Il giovane è entrato come un indemoniato, gridando e cominciando a spaccare tutto. Ho temuto che volesse aggredirmi, ma ammetto che non lo ha fatto. Hanno poi cominciato a discutere fra di loro. A quel punto volevo andarmene, ma il giovane me lo ha impedito, minacciandomi anche con un coltello preso dalla cucina, che la ragazza al vostro arrivo ha rimesso a posto. Ho davvero temuto per la mia vita. Poi mi ha preso il cellulare, dicendo che voleva chiamare la mia ex moglie e i miei conoscenti per raccontare loro che ero qui con la ragazza. Voleva poi chiamare anche voi della polizia per denunciarmi. È a questo punto che siete arrivati voi, per fortuna. Entrambi i poliziotti si avvicinarono al giovane, lo perquisirono per prudenza, quindi gli chiesero se quello che era stato detto corrispondesse alla verità. Certo che è la verità, quel porco stava a fare i suoi comodi con la mia ragazza, la mia ragazza. Avrei voluto rompergli la faccia, ma non gli ho fatto niente, mi sono trattenuto, non sono un delinquente io, difendo solo i miei diritti. Ma hai preso il coltello e hai impedito al signore di andarsene liberamente, rispose il poliziotto più giovane, più alto dell’altro e molto robusto, in una divisa che sembrava facesse fatica a contenere il suo fisico, è corretto? Io non l’ho neanche toccato a quello lì, il giovane rispose. Al giovane e alla ragazza furono poi rivolte una serie di domande sulla nazionalità di provenienza, i permessi di soggiorno, l’occupazione, il contratto di affitto dell’appartamento ed eventuali precedenti penali. Tutto sembrava in regola, lui percepì, col giovane che abitava non lontano dal comprensorio con altri tre connazionali e svolgeva lavori vari e saltuari, soprattutto ai mercati generali. La ragazza dichiarò che era in Italia da due anni e sì, ribadì, si prostituiva per aiutare la sua famiglia, cosa che il suo ragazzo, al quale voleva bene, non riusciva a capire e ad accettare. La situazione era chiara a sufficienza. Il poliziotto anziano si avvicinò a lui, gli restituì i documenti e gli chiese se desiderasse sporgere denuncia contro il giovane, visto che c’erano gli estremi, per violenza, minaccia a mano armata e sequestro di persona. Lui non ci pensò nemmeno su. A parte la non piacevole pubblicità nei suoi confronti che la cosa avrebbe suscitato, ormai al sicuro, non meditava certo sentimenti di rivalsa. Indulgente verso sé stesso non poteva certo non provare indulgenza e comprensione anche verso il giovane, il cui amore per la ragazza era in fondo una valida ragione per i suoi comportamenti, la sua sofferenza era visibile. E anche la ragazza aveva le sue ragioni, in fondo, tra la sua fermezza nell’essere di supporto alla sua famiglia e l’amore per il suo ragazzo. No, rispose al poliziotto, certo che no. Bene, fece il poliziotto. Allora, disse rivolto al giovane, sei fortunato che il signore qui presente non voglia procedere con una denuncia nei tuoi confronti. Diciamo che la cosa finisce qui, con un semplice verbale, ma se si dovesse ripetere ancora una scenata del genere le conseguenze per te saranno rilevanti. La ragazza è libera di fare della sua vita quello che più ritiene opportuno e tu non hai nessun diritto di imporle quello che deve o non deve fare. Ci siamo capiti? Il giovane non rispose, stava a testa china. La ragazza gli teneva stretta una mano. Ci siamo capiti? Ripeté il poliziotto con un tono di voce più forte. Sì, rispose il giovane. L’altro poliziotto aveva intanto riempito uno schema di verbale nel quale aveva sinteticamente riportato quanto dichiarato. Fu firmato da tutti e tre. Lui non vedeva l’ora di andarsene. Il poliziotto più anziano gli si avvicinò ancora. Lei può andare. Per precauzione noi restiamo ancora qui con questi due, prima di uscire col giovane e lasciarlo andare via. Grazie, lui rispose, buon lavoro. Rivolse uno sguardo al giovane, sempre a capo chino, e alla ragazza, alla quale indirizzò anche un cenno della mano. Lei accennò un sorriso. Uscì dall’appartamento, ripercorse la strada fino all’uscita del comprensorio, poi si diresse verso il luogo dove aveva lasciato la macchina. Era andata anche troppo bene, si disse, poteva finire male. Rodolfo Guastallo ebbe un brivido lungo la colonna vertebrale.

Le dita smisero di picchiare sulla tastiera del computer. Himeros e Anteros erano serviti, avevano svolto ancora una volta il proprio ruolo.

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