La statua in pietra

Per coloro che non sanno è solo una storia. Per quelli che sanno è un augurio. I miracoli possono sempre accadere. 

(Nella foto, la statua in pietra di Santa Cristina, Sepino. Da Facebook, gruppo pubblico “Sepino nel cuore”.)

Il parroco notò subito la busta tra le altre arrivate con la posta della mattina. Non aveva mittente. Il timbro sul francobollo era di Milano, spedita qualche giorno prima. Non poté fare a meno di pensare all’incipit di Sciascia.
“La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.
– Questa lettera non mi piace – disse il postino.
Il farmacista levò gli occhi dal giornale, si tolse gli occhiali; domandò – Che c’è? – seccato e incuriosito.
– Dico che questa lettera non mi piace. Sul marmo del banco la spinse con l’indice, lentamente, verso il farmacista.
Senza toccarla il farmacista si chinò a guardarla; poi si sollevò, si rimise gli occhiali, tornò a guardarla.
– Perché non ti piace?
– È stata impostata qui, stanotte o stamattina presto; e l’indirizzo è ritagliato da un foglio intestato della farmacia.
– Già – constatò il farmacista: e fissò il postino imbarazzato e inquieto, come aspettando una spiegazione o una decisione.
– È una lettera anonima – disse il postino.”
Sorrise e aprì deciso la busta. Erano due pagine fitte scritte al computer. L’intestazione in alto a destra informava Milano 9 luglio 2018. L’inizio era abbastanza formale, osservò, visto che non era citato il suo nome, ma la sua carica, Gent.mo parroco. Seguiva una lunga frase, che trovò alquanto contorta e oscura, nella quale gli si dava inoltre del lei. Mi sono deciso a scriverle dopo avere a lungo meditato sull’opportunità o meno di farlo, ma alla fine ho pensato che fosse necessario, dopo che ormai è passato quasi un anno dalla precedente mia decisione, la cui gestazione è durata molto più a lungo, anni. Dovette rileggerla due volte, per afferrarne pienamente il senso. Il misterioso mittente lo informava che circa un anno prima aveva preso una importante decisione, dopo anni di lungo pensare. Successivamente, ancora dopo una sofferta valutazione, seppur dell’ordine di giorni o mesi, aveva ritenuto necessario scrivergli. Le successive frasi erano più esplicite e dirette. Devo intanto premettere che, seppure la lettera sia stata spedita da Milano e abbia volutamente rimarcato la località nel riportarne la data, non ho niente a che fare con Milano e non vivo a Milano. Spero vorrà perdonare il mio desiderio di anonimato, le ragioni del quale capirà nel seguito della lettera. Vivo in Italia, ma potrei essere in Sicilia, nel Veneto o nelle Marche. La cosa non ha assoluta rilevanza. Troverà inoltre naturale pensare a me che ho scritto la lettera come uomo, ma la prego di riflettere che non rileverà nessun riferimento di genere, potrei indifferentemente essere uomo o donna. E anche questo è voluto. Completo anonimato, commentò ad alta voce. Non aveva mai ricevuto lettere anonime. Dalle sue parti non erano molto comuni e, seppure nel passato aveva saputo di qualche episodio di questo tipo, davvero rari, i destinatari erano stati altri, né aveva mai direttamente visto le lettere. D’altra parte, il suo mestiere, la sua professione specifica, il suo ministero, per meglio dire, aveva tra le altre cose il particolare privilegio di garantire la riservatezza assoluta di ogni cosa che fosse a lui rivelata in confessione, quindi anche della persona stessa del penitente. Essere perciò destinatario di una lettera dal mittente anonimo, significava che quanto ricevuto non era certo una confessione, il mittente non voleva deliberatamente che lui conoscesse la sua identità. Di conseguenza, pertanto, lui poteva trattare le informazioni delle quali sarebbe venuto a conoscenza come meglio avesse ritenuto opportuno, tenerle riservate o farne oggetto di pubblico dominio. Continuò la lettura. Sicuramente noterà poi il carattere formale e impersonale della lettera. È un puro esercizio sintattico. Io la conosco e lei conosce me. Sono ritornato spesso in paese, pur vivendo altrove, abbiamo spesso avuto occasione di parlare. Ci siamo dati del tu. Ho ancora amici e parenti lì da voi. Ulteriori motivi per l’anonimato. Rimase sorpreso. Conosceva il mittente! Forse avrebbe dovuto intuirlo, ma nell’impostazione generale dello scritto, pur nella esplicita ricerca dell’anonimato, aveva ravvisato nel senso di lontananza che emanava una percezione di estraneità. Invece scopriva che si conoscevano, si erano parlati, faceva parte della sua comunità, pur tra i non residenti. Era una sensazione strana, nuova. Alcuni anni fa ho organizzato un furto, senza tuttavia parteciparvi direttamente. Dico questo, della non partecipazione diretta, non per attenuare la colpa, in quanto mi assumo completamente la responsabilità dell’azione, ma per fornire i dettagli completi della cosa. Un furto. Pensò naturalmente che era un fatto grave, penalmente ed eticamente, oltre che un peccato mortale, la violazione del settimo comandamento. Oggetto di condanna e di espiazione. Per quel che gli riguardava, la responsabilità di fronte a Dio e alla Chiesa, era un argomento da trattare in regolare confessione. Allora perché indirizzare a lui questa ammissione?

Seguitò a leggere. Non mi sono mai appropriato di niente nella mia vita, ho sempre lavorato e vissuto del mio lavoro. E non ho neppure desiderato di possedere altro che non mi fosse possibile ottenere in maniera meno che lecita, nell’ambito delle mie possibilità. Eppure ho commesso un furto. E perché l’hai fatto allora? Pensò. La risposta era nelle righe successive. L’ho fatto per mio padre. Dico mio padre, ma potrebbe essere anche mia madre, continuo con l’ambiguità di genere. Lei ha una memoria storica completa della sua comunità, oltre alla disponibilità degli archivi ecclesiastici. Conosce di nascite e morti, battesimi e matrimoni, residenti ed emigranti, potrebbe avere la tentazione di incrociare dati, analizzarli, cercare di identificarmi e rintracciarmi. Non voglio che accada e, mi creda, non certo per eventuali ed ormai improbabili conseguenze penali, ma per la vergogna che proverei di fronte a lei e ai miei compaesani. L’ho fatto per farlo felice, per soddisfare in qualche modo una sua vanità, un suo desiderio, peraltro non del tutto disapprovato dall’altro genitore. Era perfettamente consapevole che non fosse una cosa giusta, lecita. All’inizio, quando cominciò a parlarmene, pensavo che scherzasse, poi capii che diceva sul serio. Anche lui, ne sono assolutamente convinto, non ha mai commesso niente di particolarmente grave nella sua vita, ma certamente il suo senso di giustizia e di morale era alquanto elastico e personale. Cercai di farlo ragionare, di dissuaderlo, ma era una sua fissazione. Ne parlava di continuo, stava diventando una malattia. Lo era diventata, anzi, nel senso che alcuni suoi mali fisici erano acuiti dalla sua ossessione continua. Aveva fin da bambino visto la statua al suo posto, per anni, prima di lasciare il paese. La rivedeva ogni volta che vi ritornava. A poco a poco si era trasformata nell’emblema del paese, oltre che della sua santa patrona. Il simbolo delle sue origini. Doveva averla con sé. Decisi quindi di accontentarlo, pur sapendo di commettere un reato. E un’ingiustizia. Si trova sempre il modo di giustificare le proprie azioni, pensò. Vengo subito al punto. Ho rubato la statua in pietra della nostra santa patrona. Sì, proprio quella posta accanto all’ingresso alla chiesa madre, sul piazzale. Il parroco, che intanto si era seduto alla scrivania per poter leggere più comodamente, saltò in piedi. La statua in pietra della santa patrona! Era stata rubata una notte di oltre quarant’anni prima. Era stata al suo posto per decenni. Una statua opera dell’artigianato locale, risalente al 1400 circa. Non certamente un’opera d’arte fine. Non era in marmo di Carrara, ma in pietra dura di vile roccia calcarea. Roccia ruvida, grezza, non levigata. Non era stato Michelangelo a scolpirla, né Canova, ma qualche oscuro artigiano. Animato da buone intenzioni, dalla perizia del suo lavoro di scalpellino di pietre e portali, dalla fede. Ma non per questo irrilevante, banale. Era stata probabilmente scolpita per devozione. Poi destinata a sormontare una delle porte di accesso dell’antico castello del paese, dove era rimasta per secoli. Fino ad un terremoto devastante di inizio 1800, quando era stata recuperata tra le macerie e messa al sicuro in attesa di tempi migliori. Dopo la definitiva demolizione del castello, successiva all’unità d’Italia, era stata affidata in custodia ad alcune famiglie dell’aristocrazia del luogo, per poi ritornare in possesso dell’amministrazione comunale ed essere collocata all’esterno della chiesa madre, al lato dell’ingresso. Forse non avrebbe mai trovato  posto in un museo, ma agli abitanti del paese questo non importava. Era la statua esterna della santa patrona. Ad altezza intera, faceva da contraltare al busto argenteo della santa conservato all’interno della chiesa, nella cappella, ricoperto da una lamina dorata, col suo braccio argenteo con la reliquia della santa, con le catene d’oro e i gioielli donati nel tempo dai fedeli per esprimere la loro devozione. Poi era improvvisamente sparita, rubata. Sicuramente un furto su commissione, era stato detto, da parte di qualche museo oppure, più probabilmente, di qualche estimatore privato che voleva arredare con essa il  suo giardino o una cappella privata. Erano state fatte indagini da parte dei carabinieri, ma inutilmente. Ricordava lo sconcerto e la rabbia della comunità, i pianti, i fiori ammassati sul basamento rimasto vuoto, le preghiere dei fedeli e le messe per supplicarne il ritrovamento. C’erano stati altri furti nella chiesa in passato, addirittura era stato rubato parte dell’oro della statua nella cappella. Ma l’oro si sostituisce, si riaccumula, si compra e si dona. I simboli sono unici. Statue e immagini sacre creano emozioni e legami, favoriscono la preghiera e fortificano la devozione. Ormai la sua esistenza era solo un ricordo per chi l’aveva vista da bambino. Ed ecco che, all’improvviso, qualcuno confessava di averla rubata. Gli mancava il respiro, ebbe bisogno di aria. Poggiò la lettera sulla scrivania e si diresse verso la finestra. L’aprì e respirò profondamente a più riprese. Aveva la gola secca. Ritornò alla scrivania, si versò dell’acqua in un bicchiere dalla bottiglietta che stava sul ripiano e bevve un lungo sorso.

Riprese a leggere. L’organizzazione del furto rappresentò un problema complesso, devo ammettere, per me che non ne ero avvezzo e che non avevo conoscenze nell’ambiente. Inoltre, era fondamentale che nessuno potesse risalire a me. L’esecuzione fu però facile. Feci pervenire tutte le necessarie informazioni alle persone che dovevano incaricarsi del furto. Arrivarono in zona, fecero dei discreti sopralluoghi sul luogo. A turno, visitarono la piazza e la chiesa, girarono nel paese come turisti, videro la statua. Arrivarono poi in piena notte con un camioncino, che parcheggiarono in piazza, davanti alla scalinata che porta al piazzale della chiesa. Silenziosi e rapidi, staccarono la statua dalla base, la trasportarono con un carrello giù per la scalinata fino al camioncino, la caricarono e ripartirono. Avevano istruzioni di sistemarla in una cassa e di lasciarla in un deposito dalle mie parti, anonimo e lontano. Ve la lasciai per mesi. Poi commissionai a dei trasportatori il ritiro della cassa e la consegna presso la nostra casa. Nel frattempo, in una piccola camera comunicante con quella dei miei genitori avevo fatto allestire una cappella privata, dove feci collocare da operai chiamati da una città vicina la statua in pietra, vantandone l’acquisto presso un antiquario. Mio padre (o mia madre?) ne fu felice. Finché è vissuto non è trascorso giorno nel quale non abbia guardato la statua e fatto una preghiera davanti ad essa. Mia madre (o mio padre?), che solo raramente entrava nella cappella, e mai insieme a lui, rimasta sola ha sostituito mio padre nelle quotidiane visite e preghiere fino alla sua morte. Dalla sistemazione della statua nella cappella privata, ogni volta che mio padre (o mia madre?)  è tornato in paese, guardando il posto vuoto dove era situata la statua non ha mai provato sensi di colpa. Questo mi ha sempre raccontato. Sollevò gli occhi dalla lettera. Non poté fare a meno di osservare come l’animo umano, accanto a pochi casi di piena consapevolezza della colpa, insieme a rari eventi di totale ossessione per il senso di colpa, presenti nella quasi generalità dei casi la tendenza alla negazione della colpa stessa e all’autoassoluzione. L’egoismo privato di fronte al benessere della collettività. Sempre la stessa storia, in fondo molto banale. La lettera continuava. Io invece non mi sono più liberato dal mio senso di colpa. Ho sempre avuto la piena consapevolezza dell’ingiustizia commessa, privando la nostra comunità di uno dei suoi simboli più cari. È questo soprattutto che mi duole, non certo l’aspetto penale e neanche, mi perdoni l’affermazione, la percezione di aver peccato. Ogni volta che sono ritornato in paese ho provato vergogna e disagio. Mi sono sempre ripetuto il motivo per il quale l’avevo fatto, non mi sono pentito, ma il turbamento non mi ha mai lasciato. Finché i miei genitori sono rimasti in vita, la loro felicità ha reso tollerabile e secondario il rimorso. Dopo la loro morte il senso di responsabilità per la mia colpa è emerso in maniera più accentuata. Ho riflettuto più volte sull’opportunità di riparare al danno commesso con la mia azione, senza però decidermi a farlo né a trovare il modo più opportuno per farlo. La percezione del peccato. Gli venne in mente un’affermazione di Pio XII. “Forse oggi il più grande peccato del mondo è quello che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato!” Ne era convinto. La società ha smarrito il senso del peccato, sia come dimensione religiosa che come dimensione puramente morale. Le barriere tra il bene e il male si sono frantumate, nella società secolarizzata il relativismo morale ha preso il posto delle certezze. Ricordò una frase di Ratzinger. “Il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.”

Sospirò, amareggiato. Continuò la lettura. Poi, come le dicevo all’inizio della lettera, circa un anno fa ho preso una decisione. La statua deve essere rimessa al suo posto, restituita ai suoi legittimi proprietari. Ai fedeli e all’intera comunità che si riconosce nella sua santa patrona. Ho redatto presso un notaio una disposizione testamentaria, la quale prevede che alla mia morte la statua della santa venga fatta pervenire, in forma assolutamente anonima, all’amministrazione comunale del paese, insieme ad una somma di danaro da destinare in parte alle spese per la ricollocazione nella sua originale posizione e per il resto a donazione per la chiesa. Non è la mia anima che voglio salvare con questo gesto, quella l’affido alla misericordia di Dio, ma la mia dignità. Il parroco si lasciò sfuggire un grido di gioia! Incredibile, un miracolo. Di nuovo la statua in pietra al suo posto! Non ci aveva più sperato. Certo, alla morte del ladro, che Dio abbia perdono della sua anima, ma presto o tardi sarebbe accaduto. Sarebbe stato un evento grandioso. Tutti ne sarebbero stati felici. Le campane avrebbero suonato per giorni e notti. Ho successivamente deciso di scriverle, anche questo dopo non poca indecisione. Non percepisca questa lettera come una forma di confessione, non è nelle mie intenzioni. L’ho fatto per fornire una spiegazione delle motivazioni e delle circostanze che hanno portato al furto della statua. Mi è sembrata alla fine una cosa dovuta. E mi è sembrato anche importante anticiparle la notizia. La consideri come un regalo personale, una dimostrazione di stima e affetto. Devo anche dirle un’ultima cosa, che certo le farà anch’essa piacere, non manca molto, ormai mi è stato assicurato da più di un dottore. Si fece il segno della croce. Sia fatta la volontà di Dio, disse. La frase successiva della lettera, prima di un semplice e definitivo Cordiali saluti, gli affidava la grande responsabilità che aveva già intuito. Le lascio la libertà di rendere noto oppure no questa mia lettera, in tutto o in parte, a sua discrezione.

A mia discrezione, ripeté, pensoso. Poggiò la lettera sulla scrivania, si alzò e si diresse verso la finestra aperta. La visuale più immediata era quella dei vicoli e dei tetti delle case sorte sulle rovine dell’antico castello. Sullo sfondo, in lontananza, la campagna coltivata e le case sparse, i boschi e le radure, tutto illuminato dal sole e dai colori della vegetazione. All’orizzonte il rilievo delle basse montagne dei dintorni e gli agglomerati dei paesi vicini. Fra poco la statua di pietra sarebbe tornata, anche a fare da ulteriore collante alla comunità della sua terra. Poteva la lettera essere un falso? Uno scherzo? Non era possibile escluderlo del tutto, sebbene fosse portato a credere alla sua autenticità. Renderla pubblica, allora? Certamente sarebbe stata per tutti una splendida notizia, sarebbe iniziata la festa, l’attesa, il conto alla rovescia. Ma sicuramente anche la caccia alle streghe, le indagini, le ipotesi più varie su chi fosse l’autore del furto, il compaesano che aveva commesso un atto così vile, l’amico, il conoscente, i suoi parenti, i suoi genitori, i suoi antenati. Sarebbero iniziati i sospetti reciproci, i turbamenti, le false certezze. L’effetto benefico del ritorno della statua, religioso e sociale, sarebbe stato surclassato dal clima di diffidenza, dalle supposizioni, dalle malignità. Tacere tutta la parte sull’autore del furto e annunciare solo l’imminente ritorno della statua? Poteva essere una soluzione. Ma se poi fosse stata tutta un’invenzione? Sentì i rintocchi della grande campana del campanile, armoniosa, protettiva, unica. Prese la decisione. Non restava che aspettare. Appallottolò la lettera e la bruciò nel portacenere, aspettando che tutto diventasse solo cenere.

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