Il costruttore di ponti

“Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la sua flotta
fu affondata. Nessun altro pianse?”
Bertold Brecht

(Nella foto, un disegno del ponte sul Reno, costruito nel 55 A.C., tratto da http://www.romanoimpero.com)

Le frasi in latino sono ovviamente tratte dal De Bello Gallico, volutamente inserite e liberamente tradotte.

L’ordine fu perentorio, impartito col tono sicuro ma tranquillo di chi è abituato al comando, ad essere ubbidito sempre e comunque, immediatamente, senza esitazioni e domande. Chiamate il praefectus fabrum. I Germani dovevano imparare il rispetto per Roma. Dovevano avere timore delle ritorsioni alle loro azioni. Le circostanze avevano impedito che anche loro fossero conquistati e assoggettati, come era avvenuto per i Galli, ma la cosa era solo rinviata. Sarebbe venuto il tempo anche per loro di riconoscere il dominio di Roma. Nel frattempo dovevano stare al loro posto, rimanere rintanati nelle loro terre. Le volte che avevano oltrepassato il Reno ormai non si contavano. Gli ultimi erano stati i cavalieri Usipeti e Tencteri, che si erano spinti addirittura al di qua della Mosa nelle loro razzie, per poi ripassare al di là del Reno con barche e navi depredate, rifugiandosi nelle terre dei loro amici Sigambri. L’arroganza di questi era poi stata imperdonabile, nella loro risposta agli emissari che aveva mandato per chiedere la consegna dei responsabili. Populi Romani imperium Rhenum finire; si se invito Germanos in Galliam transire non aequum existimaret, cur sui quicquam esse imperii aut potestatis trans Rhenum postularet? Il Reno delimitava il dominio di Roma; se egli non reputava giusto che i Germani entrassero in Gallia senza il suo assenso, perché aveva la pretesa fosse in suo dominio o autorità  ogni cosa al di là del Reno? E poi gli Ubi meritavano il suo aiuto contro le pressioni degli Svevi. Sueborum gens est longe maxima et bellicosissima Germanorum omnium. Il popolo degli Svevi è di gran lunga il più numeroso e il più bellicoso di tutti i Germani. Gli Ubi erano gli unici tra i popoli Germani a voler intrattenere buoni rapporti con Roma. Si erano dichiarati disponibili anche a contribuire con la loro flotta a trasportare l’esercito oltre il Reno. Ormai aveva deciso, gli era chiaro come procedere, cosa fosse necessario fare, per dare evidenza netta e lampante della forza di Roma, della sua grandezza e della superiorità della sua civiltà. Occorreva dar loro una lezione, ma la punizione doveva essere accompagnata da un preciso segnale su chi fosse non solo il più forte, ma anche il più progredito, il più civilizzato, il più capace.

Generale, disse quello presentandosi al cospetto di Cesare, battendo la mano destra chiusa a pugno sul petto, all’altezza del cuore. Come tutti i legionari, ammirava sconfinatamente Cesare ed era disposto a dare la vita per il suo generale. Ho deciso di oltrepassare il Reno con l’esercito, per mostrare ai Germani la potenza di Roma e insegnare loro l’umiltà. Ma voglio che sia anche un atto simbolico, autorevole e maestoso, tale da meravigliare e atterrire i Germani. Voglio che sia costruito un ponte. Deve essere imponente. Il praefectus fabrum conosceva ormai bene il fiume, imponente e insidioso, largo e profondo, la velocità della sua corrente. Ebbe solo un attimo di esitazione, per la sorpresa e la responsabilità dell’impegno, ma prontamente rispose. Sarà fatto, generale. I tempi di costruzione dovranno essere rapidi, continuò Cesare, deve essere di legno, in corrispondenza delle terre degli Ubi. Entro due giorni voglio una soluzione efficace da poter discutere in maggior dettaglio. Così sarà, generale. Rifece il gesto della mano sul petto e si allontanò. Era uomo di grande esperienza e grandi capacità, maturate sia attraverso una formazione specifica che assistendo validi maestri sul campo. Era stato legionario e si era poi occupato direttamente di svariati tipi di lavori di ingegneria militare, percorrendo una rapida carriera all’interno del corpo del genio militare, a disposizione delle legioni durante le operazioni. Uomo d’armi, naturalmente, ma che al sangue preferiva la pietra, il legno e il ferro, alla distruzione preferiva la costruzione, al fuoco le impalcature. Ideare, progettare e realizzare quanto necessario per il successo delle armate romane e per la gloria di Roma, costituiva per lui il valore supremo della sua vita. Era direttamente responsabile dell’allestimento degli accampamenti, della costruzione di strade e di ponti, delle macchine di combattimento e di assedio, delle opere di difesa e di confine, per non citare che le cose più macroscopiche. Ai suoi diretti ordini c’erano falegnami, fabbri, carpentieri e muratori, oltre a esperti e progettisti in grado i affrontare con competenza tutti i variegati e complessi problemi di ingegneria militare. Ma la sua abilità maggiore era riconoscere negli uomini capacità e ingegno, riuscire ad ottenere il meglio da loro, organizzare e gestire il lavoro di squadra, indirizzare e pianificare.

Ritornò spedito presso la zona dell’accampamento riservata a lui e ai sui. Convocò intorno al tavolo di lavoro i suoi più stretti collaboratori, massimi esperti in specifiche opere militari. Tra questi ce n’era uno in particolare, addetto ai ponti. A tutti comunicò gli ordini del generale e la scadenza ricevuta, in quanto l’ordine valeva per tutti, dal primo ufficiale all’ultimo milite, ognuno doveva sentirsi coinvolto in prima persona, collaborare. Al costruttore di ponti affidò il compito. Rimandò quindi tutti gli altri ai loro impegni. Rimasto solo con lui, gli chiese cosa ne pensasse del lavoro che attendeva tutti loro. Il costruttore di ponti era suo compagno d’armi da lungo tempo, suo amico, pur nella rigida gerarchia militare che costituiva la struttura portante delle legioni. Si può fare, lui rispose. Costruiva ponti da sempre, di tutti i tipi. Ponti per i tempi di guerra e ponti per i tempi di pace, ponti destinati a durare nel tempo e ponti provvisori, ponti di legno e ponti di pietra, ponti per soldati e ponti per gente pacifica, ponti per sole persone e ponti per il transito di merci o carri da guerra, ponti per superare torrenti o fiumi e ponti per superare precipizi, ponti di barche e ponti di travi, ponti di sole corde e ponti di legno e ferro, ponti per i vinti e per i vincitori, ponti per coloro che andavano a morire e per quelli che ritornavano vincitori. Non che avesse costruito solo ponti, ovviamente, ma i ponti erano la sua specialità, il suo interesse e la sua passione. Anche suo padre aveva prediletto i ponti e da lui aveva appreso i segreti della costruzione degli archi in pietra, della potenza della chiave di volta, della solidità della pietra e della flessibilità del legno. Amava soprattutto i ponti per i tempi di pace, ma era consapevole dell’importanza dei ponti nei tempi di guerra. Sul perché prediligesse i ponti rispetto ad altri tipi di costruzione aveva riflettuto molto. Naturalmente, era consapevole della funzione metaforica di collegamento e unione assolta dai ponti rispetto a quella di separazione e ostacolo svolta dai muri, metafora rispetto alla quale aveva una posizione pragmatica, del tipo costruisci i ponti quando servono i ponti e costruisci i muri quando servono i muri, ma la sua inclinazione per i ponti era soprattutto estetica, associando ai ponti l’idea di slancio e dinamicità, ai muri quella di indolenza e staticità. Prima di tutto, continuò, occorre scegliere il luogo più opportuno, nella zona indicata dal generale. Il fiume Reno è una brutta bestia, largo, profondo e con una corrente sempre tumultuosa. È necessario trovare un punto dove la larghezza e la profondità siano ridotte e la corrente meno irruente, con le sponde pianeggianti e solide, possibilmente con legno abbondante nelle vicinanze. Direi di mandare subito due dei nostri uomini più capaci, con adeguata scorta, ad esaminare la zona e individuare il punto più adatto. Il praefectus fabrum diede immediatamente gli ordini necessari. E ora mettiamoci noi al lavoro, annunciò il costruttore di ponti.

Iniziarono col parlare a ruota libera, il praefectus fabrum e il costruttore di ponti, senza vincoli di gerarchia, ognuno con la potenza del proprio sapere, della creatività e delle idee. Gettarono nella mischia idee pazze e fantasiose, sicuramente irrealizzabili, idee più concrete ma brutte e disarmoniche, idee grandi e piccole, idee incerte e idee sicure, idee convenzionali e idee innovative. Furono seri e gioiosi, riflessivi ed esultanti, ottimisti e disperati. Senza mai però criticare l’uno quello che l’altro diceva, banalizzare le parole pronunciate, effettuare reciproche censure. Fecero poi una pausa, mangiarono pane con formaggio e lardo, bevvero vino, chiacchierarono d’altro che di ponti. Poi ricominciarono. Ripresero le idee emerse, per scremare quelle migliori, quelle più valide e più interessanti, raccoglierle, rimescolarle, amalgamarle, fonderle. Si focalizzarono quindi sulla combinazione risultante, una possibile soluzione per il nuovo ponte. Ne analizzarono i pro e i contro, i vantaggi e gli svantaggi, i punti di forza e i punti di debolezza, la fattibilità e gli ostacoli, i limiti, i prerequisiti, le risorse e i tempi. Discussero dell’impostazione generale e dei dettagli, parlarono di robustezza e resistenza, ma anche di elasticità e flessibilità, trattarono di tronchi, pali, battipali e cavalletti, travi e piloni, piedritti e traverse, caviglie e ramponi, tavole e graticci, corde e palizzate, carreggiate e campate. E più in dettaglio andavano più a prevalere era la voce del costruttore di ponti, che entrava nei particolari, nelle finezze, sollevava problemi e proponeva soluzioni, mentre il praefectus fabrum si andava limitando a stimoli e provocazioni, suggerimenti e impedimenti, domande e obiezioni. Parlarono per ore. Verso sera si fermarono esausti. Dopo un lungo silenzio, il praefectus fabrum si alzò. Bene, disse, credo sia bene fermarsi qui, muoverci un poco, rifocillarci e riposare. Domani in mattinata provvederai a definire più in dettaglio l’intero progetto del ponte, in attesa che gli uomini ritornino con le indicazioni del luogo più adatto alla costruzione. Nel pomeriggio sarà possibile predisporre delle valutazioni più quantitative su dimensioni, volumi di materiali e tempi. Faremo quindi il punto della situazione. Il costruttore di ponti assentì. Rimasto solo, si ritirò nel suo dormitorio. Deve essere imponente, ardito e spettacolare, questo era il volere del generale, gli era stato detto, a sua gloria e a quella di Roma. E allora lui aveva pensato in grande, aveva ideato qualcosa di diverso, di innovativo, di unico. Avrebbe raccolto il favore del generale? Avrebbe funzionato? Dormì serenamente, sognando suo padre, i suoi ponti e gli uomini che li avevano attraversati, vincitori e vinti, quelli costruiti e quelli distrutti. Sognò Roma e i suoi dei, i palazzi, le terre, le pianure e i monti dei suoi avi, della sua gente, sanniti che in tempi lontani avevano combattuto e perso contro Roma, ma che da tempi lontani erano ormai romani anch’essi. Sognò il ponte che doveva nascere. E già lo vide, solido e grandioso, attraversato da uomini e armi, destinato a durare nel tempo.

Il giorno dopo fu di lavoro intenso per il costruttore di ponti. Precisò in tutte le sue componenti la struttura generale del ponte, analizzando ogni parte, ogni collegamento, ogni minuzia. Su strisce di papiro fece schizzi e disegni accurati, dell’insieme e dei dettagli. Nella tarda mattinata tornarono gli uomini mandati in perlustrazione, con le idee chiare sul luogo idoneo alla costruzione, con precisi rilievi su larghezza del fiume, profondità e intensità della corrente. Sulla base di queste informazioni, il pomeriggio fu impiegato a definire accuratamente le dimensioni di tutte le componenti e il loro numero. Furono precisati anche i dettagli delle macchine e attrezzature da impiegare, valutate le fasi di lavorazione, i tempi di approvvigionamento e di costruzione, la manodopera da impiegare. Si avvicinava ormai la sera quando arrivò il praefectus fabrum. Aveva volutamente ritardato il suo arrivo. Sapeva che il costruttore di ponti doveva lavorare da solo alla definizione della sua creatura, svilupparla, modellarla, limarla, accarezzarla. E ora era pronto a illustrarla a lui. Riesaminarono insieme ogni cosa, ogni disegno, ogni componente, ogni valutazione e ogni conteggio. Discussero e commentarono, approvarono e corressero. Si prepararono all’incontro della mattina successiva col generale. Sarebbe stato un momento delicato questo. Chiaramente, le loro fortune, le loro carriere e le loro stesse vite erano nelle mani del generale, come sempre, come e più di sempre. Ma di questo erano consapevoli, a questo erano avvezzi. La complicazione era costituita in parte dall’importanza assegnata all’opera e soprattutto dalla competenza stessa del generale. Non era il generale un semplice spettatore, un uditore sia pure attento delle meraviglie di un resoconto, dell’illustrazione di un progetto. Lui interloquiva, interveniva, chiedeva conto e ragione di ogni decisione, di ogni scelta, di ogni proposta, esigeva spiegazioni, poneva questioni, reclamava risposte, rivolgeva critiche e formulava giudizi. E bisognava essere sempre all’altezza, pronti, preparati, esaurienti. Poi la decisione finale era la sua. Definitiva e inappellabile. La preparazione, in ogni caso mai esaustiva, mai esente da imprevisti e inciampi, continuò a lungo, per parte della notte, conclusa infine più per stanchezza che per totale compiutezza.

Furono ammessi alla presenza del generale dopo una lunga attesa, alla fine della riunione con i suoi luogotenenti. Cesare li accolse fresco e vigoroso, come pronto alla battaglia. Si presentarono battendo sul cuore la mano destra chiusa a pugno, il costruttore di ponti un passo indietro rispetto al suo capo. Ti aspettavo, esordì Cesare rivolto al praefectus fabrum. Generale, sono pronto a presentare il progetto del ponte. Toccava a lui parlare, era il più alto in grado, sebbene Cesare sapesse benissimo che insieme a lui avessero lavorato altri, che le opere complesse fossero il risultato di un impegno collettivo. E non intendeva certo sottrarsi al suo dovere e al suo privilegio. La presenza stessa del costruttore di ponti era superflua davanti a Cesare, né lui aveva ormai la necessità della sua presenza per svolgere appieno il suo compito, ma sentiva come suo dovere attribuire al suo subordinato il giusto merito per il suo lavoro, quanto meno in termini di visibile presenza. E di questo il costruttore di ponti era pienamente consapevole. Come lo stesso praefectus fabrum non avrebbe mai osato parlare davanti a Cesare senza essere interpellato, lui non si sarebbe mai permesso di aprire bocca ed intervenire senza essere interrogato dal suo superiore, né si aspettava o si augurava che la cosa accadesse. Il praefectus fabrum fornì a Cesare alcuni dei disegni preparati e cominciò ad illustrare il progetto. Abbiamo individuato come luogo più idoneo il tratto del fiume all’altezza del villaggio Ubi chiamato Neuwied, perché presenta la combinazione più idonea in termini di larghezza, profondità e velocità della corrente. La lunghezza del ponte sarà di circa due stadi e tre atti. Il problema fondamentale da affrontare è la velocità dell’acqua, la forza del fiume. Non avendo a disposizione nella zona massi e pietre a sufficienza, abbiamo escluso la possibilità di una struttura a piedritti di legno verticali, ancorati sul fondo con cassoni ripieni di pietre. D’altra parte, conficcare verticalmente i piedritti semplicemente sul fondo non assicurerebbe alla struttura sufficiente stabilità. Abbiamo quindi pensato ad una cosa nuova, utilizzare pali disposti obliquamente, inclinati rispetto alla corrente. La struttura base di sostegno nella sua sezione trasversale assume quindi una forma trapezoidale. Ad entrambi i lati predisponiamo una coppia di pali accoppiati a cavalletto, come una scala a pioli, conficcati nel terreno sul fondo in modo che l’inclinazione della coppia a monte sia nel verso della corrente mentre quella della coppia a valle sia contro corrente. I pali devono essere almeno di un piede e mezzo di diametro, appuntiti all’estremità inferiore, di lunghezza progressivamente crescente verso il centro del fiume, fino a circa trenta piedi alla massima profondità. La coppia di pali viene sistemata a distanza di due piedi, distanziando i pali tramite robuste traverse incastrate con cavigliere, spesse ancora due piedi, distribuite verticalmente a formare come pioli, a partire da quella superiore principale di sostegno del piano del ponte. L’inclinazione dei pali è tale che alla massima profondità del fiume le coppie di pali a monte e a valle distano tra loro circa quaranta piedi sul letto e circa sedici piedi all’altezza delle traverse superiori, grosso modo la larghezza della carreggiata del ponte. Sulla sommità delle due coppie di pali contrapposte, incastrata tra i pali e poggiata sulle traverse superiori, viene collocata la trave principale di sostegno del ponte, lunga poco più di sedici piedi e larga due, a completare la struttura trapezoidale. La trave è resa solidale alle traverse e ai pali tramite ramponi, in maniera da assicurare rigidità e robustezza alla struttura, impedendo ai cavalletti di avvicinarsi. È poi previsto, come protezione aggiuntiva contro la forza della corrente, un ulteriore lungo palo infisso nel fondo obliquamente sul versante a valle, incastrato tra la cima dei pali e la traversa superiore, a fare da contrafforte alla spinta della corrente.

Il praefectus fabrum si interruppe un momento, per riprendere fiato e aspettare un avallo o un dissenso del generale, eventuali commenti e domande. Cesare aveva seguito attentamente il discorso, esaminando nel frattempo i disegni ricevuti. Era rimasto colpito dalla novità dell’idea e dalle potenzialità della struttura in termini di resistenza alla corrente del fiume. Molto interessante, disse, mi sembra una buona soluzione. E i pali come saranno sistemati e infissi nel greto del fiume alla necessaria profondità? Il praefectus fabrum tirò un sospiro di sollievo, dentro di sé ringraziò gli dei e i suoi avi. La reazione del costruttore di ponti fu analoga, mentre il suo cuore si riempiva di soddisfazione e orgoglio. Aveva seguito parola per parola la descrizione del suo superiore, condividendola totalmente, come se avessero parlato all’unisono. Per questo abbiamo pensato di utilizzare un battipalo speciale, rispose prontamente il praefectus fabrum, porgendo il relativo disegno. Sarà sistemato su una chiatta, avente forma di una alta piramide, con i piani laterali inclinati esattamente come i pali. Su uno di tali piani è collocata la guida del palo da conficcare, sormontata dalla guida del maglio di pietra, azionato dall’argano posto al centro della chiatta, che lo solleva per poi lasciarlo abbattere sul palo. La chiatta sarà agganciata a corde stese tra le due rive del fiume e trascinata progressivamente nei punti dove conficcare i pali, alle due estremità della carreggiata. Cesare assentì. A che distanza, chiese, sono collocate le strutture portanti lungo tutta la larghezza del fiume? Circa ventisette piedi, fu l’immediata risposta, a formare cinquantasei campate, congiunte poi con le due rive. Su ogni coppie di strutture portanti trapezoidali sono stese le travi di collegamento di ventisette piedi, larghe sempre due piedi, opportunamente spaziate per tutta la larghezza della carreggiata, rinforzate e integrate da travi trasversali, a costituire una robusta intelaiatura, ricoperta poi di spesse tavole a formare la pavimentazione del ponte. Cesare annuì. La robustezza sembra esserci, commentò, ma il fiume è anche vorticoso, incostante, alterna momenti di corrente più intensa a momenti di minore forza, come risponde il ponte a questo tipo di sollecitazioni? Tutte le componenti, spiegò il praefectus fabrum, sono collegate senza utilizzare chiodi, ma solamente robuste corde strettamente intrecciate, che garantiscono all’intera struttura l’elasticità necessaria a resistere alle sollecitazioni alternate. I Germani potrebbero tentare di distruggere il ponte, osservò Cesare, scaricando nel fiume lungo il corso a monte tronchi d’albero, oppure lasciando alla deriva barche e navi. Come viene difeso il ponte? Poco a monte del ponte, disse il praefectus fabrum, sono previste palizzate di robusti pali piantati verticalmente, alcuni dei quali disposti a cuneo contro la corrente, in maniera da proteggere la palificazione delle strutture portanti. Cesare continuò a fare domande, chiedere spiegazioni, porre problemi, analizzare componenti, dettagli e dimensioni, modalità e fasi di lavorazione, in una sorta di incalzante interrogatorio e di insidioso esame. Il praefectus fabrum resistette. Fu esauriente e preciso nelle sue spiegazioni, pronto nei suoi interventi, calmo e competente, assicurato anche dalla presenza confortante del costruttore di ponti, fonte primaria delle soluzioni presentate. Alla fine Cesare parve soddisfatto. Ottimo lavoro, decretò. I tempi sono stretti, disse, entro meno di due settimane il ponte deve essere pronto. Darò subito gli ordini necessari, tutto l’esercito si metterà al lavoro e a tua disposizione, tua e del costruttore di ponti, concluse rivolgendo per la prima volta lo sguardo a quest’ultimo. Generale, risposero contemporaneamente il praefectus fabrum e il costruttore di ponti, battendo sul cuore la mano destra chiusa a pugno.

Diebus X, quibus materia coepta erat comportari, omni opere effecto exercitus traducitur. Dopo dieci giorni, dall’inizio dell’approvvigionamento del materiale, l’impresa fu portata a termine e l’esercito oltrepassò il fiume. Il costruttore di ponti vedeva sfilare le coorti sul ponte, ordinate, imponenti e terribili, sicure nel loro marciare. Pensò che era stato fatto un eccellente lavoro, era stata costruita un’opera grandiosa. At Sugambri, ex eo tempore quo pons institui coeptus est fuga comparata, hortantibus iis quos ex Tencteris atque Usipetibus apud se habebant, finibus suis excesserant suaque omnia exportaverant seque in solitudinem ac silvas abdiderant. I Sigambri, spinti dai Tencteri e dagli Usipeti che erano con loro, da quando erano incominciati i lavori per il ponte avevano preparato la fuga, quindi evacuato i loro territori, portandosi dietro tutti i loro beni e rifugiandosi in foreste selvagge. Caesar paucos dies in eorum finibus moratus, omnibus vicis aedificiisque incensis frumentisque succisis, se in fines Ubiorum recepit atque his auxilium suum pollicitus, si a Suebis premerentur, haec ab iis cognovit: Suebos, postea quam per exploratores pontem fieri comperissent, more suo concilio habito nuntios in omnes partes dimisisse, uti de oppidis demigrarent, liberos, uxores suaque omnia in silvis deponerent atque omnes qui arma ferre possent unum in locum convenirent. Hunc esse delectum medium fere regionum earum quas Suebi obtinerent; hic Romanorum adventum expectare atque ibi decertare constituisse. Cesare rimase pochi giorni nei loro territori, incendiò le case e i villaggi, distrusse i raccolti, quindi si recò nei territori degli Ubi, a cui aveva promesso il suo aiuto in caso di attacco degli Svevi. Dagli Ubi venne a sapere che gli Svevi, informati dai loro esploratori della costruzione del ponte, dopo aver tenuto come loro costume un consiglio, avevano inviato emissari in tutte le direzioni, con l’ordine di evacuare le città e di mettere al sicuro nelle foreste i figli, le mogli e ogni loro avere, quindi tutti gli uomini in grado di combattere dovevano convergere in un solo luogo, verso il centro delle regioni da loro controllate; avevano deciso che lì avrebbero atteso l’arrivo dei Romani e combattuto. Quod ubi Caesar comperit, omnibus iis rebus confectis, quarum rerum causa exercitum traducere constituerat, ut Germanis metum iniceret, ut Sugambros ulcisceretur, ut Ubios obsidione liberaret, diebus omnino XVIII trans Rhenum consumptis, satis et ad laudem et ad utilitatem profectum arbitratus se in Galliam recepit pontemque rescidit. Quando Cesare lo seppe, avendo raggiunto gli obiettivi che lo avevano spinto ad avanzare con l’esercito, incutere cioè timore ai Germani, castigare i Sigambri e liberare gli Ubi dall’oppressione, ritenendo che i diciotto giorni trascorsi complessivamente al di là del Reno gli avessero procurato fama e sufficienti vantaggi, ritornò in Gallia e distrusse il ponte.

Il costruttore di ponti pianse. Cesare, appresa la cosa, gli fece sapere che non doveva essere triste, perché le cose e gli uomini passano, ma il ricordo delle loro azioni resta. Avrebbe provveduto a tramandare ai posteri, insieme alle sue gesta, l’eccellenza di quell’opera, affinché la memoria ne restasse nei secoli.

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