Il taxi

“Lucidamente, questa volta con gli occhi aperti, rifece un rapido riesame e un conteggio dei momenti salienti della sua esistenza, dei bivi ai quali si era trovato di fronte, le scelte e le non-scelte che aveva fatto.”  

(Nella foto, Annibale Carracci, Ercole al bivio, 1595-1596)

Il pomeriggio era afoso. Nonostante la finestra praticamente inesistente, con le ante spalancate e i vetri rotti, l’assenza della porta e le mura di pietra, non c’era un alito di vento e l’umidità permeava l’aria, così come le mosche e le zanzare. L’uomo era disteso direttamente sulla rete metallica del letto, con indosso solo le mutande, ma faceva ugualmente fatica a respirare. Bevve un lungo sorso d’acqua calda dalla bottiglia di plastica poggiata a terra. Si faceva schifo. Chiuse gli occhi. Erano quattro mesi che viveva là, in quel casolare mezzo diroccato e abbandonato. L’alternativa, il bivio, era stata tra il trasferirsi fuori città, in campagna, nei dintorni di una frazione di un paesotto attiguo, oppure vagare ancora per la città, dormendo per strada, alla stazione ferroviaria o sotto i portici. Per la verità avrebbe preferito continuare a sopravvivere nelle strade della città, dove tutto sommato non era difficile riuscire a racimolare di che mangiare almeno una volta al giorno. Ma aveva commesso l’errore inconsapevole di inimicarsi una coppia di fratelli, miserabili quanto lui, ma più forti e più cattivi. Più mite e dimesso, innocuo e bisognoso, quasi come un cane randagio con gli occhi umidi e le orecchie basse rispetto ad un cane rabbioso con gli occhi rossi e l’abbaiare sfrenato, raccoglieva decisamente più attenzioni rispetto ai due fratelli torvi, esigenti e quasi sempre ubriachi. Era quindi finito sotto le loro mire, derubato più volte delle cose che aveva racimolato e in ultimo malamente picchiato, invitato quindi a sparire se non voleva peggiorare le cose.

(…)

Il racconto è integralmente incluso nel libro IL LABIRINTO, pubblicato ad aprile 2020.

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