Il taxi

“Lucidamente, questa volta con gli occhi aperti, rifece un rapido riesame e un conteggio dei momenti salienti della sua esistenza, dei bivi ai quali si era trovato di fronte, le scelte e le non-scelte che aveva fatto.”  

(Nella foto, Annibale Carracci, Ercole al bivio, 1595-1596)

Il pomeriggio era afoso. Nonostante la finestra praticamente inesistente, con le ante spalancate e i vetri rotti, l’assenza della porta e le mura di pietra, non c’era un alito di vento e l’umidità permeava l’aria, così come le mosche e le zanzare. L’uomo era disteso direttamente sulla rete metallica del letto, con indosso solo le mutande, ma faceva ugualmente fatica a respirare. Bevve un lungo sorso d’acqua calda dalla bottiglia di plastica poggiata a terra. Si faceva schifo. Chiuse gli occhi. Erano quattro mesi che viveva là, in quel casolare mezzo diroccato e abbandonato. L’alternativa, il bivio, era stata tra il trasferirsi fuori città, in campagna, nei dintorni di una frazione di un paesotto attiguo, oppure vagare ancora per la città, dormendo per strada, alla stazione ferroviaria o sotto i portici. Per la verità avrebbe preferito continuare a sopravvivere nelle strade della città, dove tutto sommato non era difficile riuscire a racimolare di che mangiare almeno una volta al giorno. Ma aveva commesso l’errore inconsapevole di inimicarsi una coppia di fratelli, miserabili quanto lui, ma più forti e più cattivi. Più mite e dimesso, innocuo e bisognoso, quasi come un cane randagio con gli occhi umidi e le orecchie basse rispetto ad un cane rabbioso con gli occhi rossi e l’abbaiare sfrenato, raccoglieva decisamente più attenzioni rispetto ai due fratelli torvi, esigenti e quasi sempre ubriachi. Era quindi finito sotto le loro mire, derubato più volte delle cose che aveva racimolato e in ultimo malamente picchiato, invitato quindi a sparire se non voleva peggiorare le cose. Ed era sparito, aveva deciso di traslocare fuori città, tra la periferia e la campagna, ma più in campagna. Perché la campagna era meglio della periferia, aveva subito compreso, essendo in periferia già per i residenti più difficile la vita. Infatti, nei quattro mesi che aveva trascorso nei dintorni, dormendo nel casolare, da mangiare ne aveva sempre trovato, tra frutta e verdure, regali caritatevoli e qualche lavoretto che gli veniva offerto.

Nella città era vissuto per quasi un anno e mezzo. Un anno, cinque mesi e diciassette giorni, aveva fatto i conti una volta, più per ingannare il tempo che per nostalgia. Quello che l’aiutava a sopravvivere era che lui non beveva, cioè non beveva alcolici. Né vino, né birra, né cose più forti. Non gli erano mai piaciuti. Non fumava nemmeno. Né aveva mai provato a drogarsi, droghe forti o leggere che fossero. L’acqua era uno dei suoi pochi piaceri. Non sperperava quindi in bevande, sigarette o droga quei pochi soldi che riusciva a racimolare, riservandoli al cibo. Conservava inoltre una parvenza di dignità e di decenza, utili a suscitare compassione e carità. Vi era arrivato con una scelta tra due altre alternative, un altro bivio. Scendere dal treno in quella città o continuare verso una destinazione successiva. Non che avesse scelto deliberatamente quella città, in effetti una città valeva l’altra, quella prima o quella dopo sarebbe stato lo stesso naturalmente, ma aveva comunque operato una scelta, era sceso in quella città e non aveva continuato a stare sul treno per scendere ad una stazione diversa. Il perché fosse salito sul treno verso una meta qualsiasi era un’altra storia, Era stata un’altra tappa della sua vita, un altro bivio. Nella città dove aveva preso il treno era vissuto per sei mesi dormendo nel dormitorio comunale e mangiando alla mensa della Caritas. Da semiclandestino però, vergognandosi e nascondendosi, camuffandosi alla meglio e non intrattenendo rapporto alcuno, preoccupato di essere riconosciuto. Le probabilità di esserlo erano poche, vista l’emarginazione, ma il pensiero di essere riconosciuto e giudicato era per lui insopportabile. Cercava in tutti i modi di mescolarsi agli altri al momento della fila alla mensa, teneva la testa bassa e il cappuccio della felpa calato sugli occhi. Era sempre uno degli ultimi ad entrare al dormitorio, poco prima della chiusura, dopo essersi accertato che non ci fosse praticamente nessuno nei dintorni. Ormai non cercava neanche più un lavoro, perduta non solo la speranza di trovarlo ma la stessa voglia, svanita insieme alla speranza. Passava le giornate nell’attesa, della mensa la mattina e del momento di recarsi al dormitorio la sera. Girovagava o dormiva su una panchina da qualche parte, sempre il più lontano possibile da dove potesse esserci una sia pur piccola possibilità che qualcuno lo riconoscesse. Più di una volta gli era capitato di vedere da lontano qualche suo ex collega di lavoro o un ex vicino di casa. L’aveva osservato per un po’, attento a non farsi vedere, più per cercare in loro qualche segno di cambiamento, di mutevolezza fisica o esistenziale, che per nostalgia, poi si era allontanato in direzione opposta. Solo una volta si era trovato improvvisamente davanti un conoscente, si erano quasi scontrati. Si erano reciprocamente guardati negli occhi per qualche istante, evidentemente entrambi incerti se salutarsi o meno, poi lui aveva cambiato decisamente direzione, dirigendosi spedito verso una inesistente meta lontana. Quindi ad un certo punto aveva deciso di salire su un treno e andarsene. La scelta della strada, un altro bivio nella sua esistenza, era stata inevitabile. Se ne era andato di casa spontaneamente, conservando così una parvenza di dignità, senza aspettare che la moglie lo costringesse in qualche modo ad andarsene. Per quasi un anno era vissuto praticamente relegato in casa. Le uniche uscite erano state per presentarsi a colloqui di lavoro, nei rari casi nei quali era stato chiamato, anche se poi non c’erano stati successivi passaggi. Il più delle volte, alle offerte di lavoro per le quali si era candidato, via telefono, per posta o via internet, non c’era stato alcun seguito. Il turbamento, il pudore, il disagio e la depressione, cresciuti progressivamente insieme alla rabbia, avevano reso la vita impossibile alla coppia, senza figli. La moglie dalla comprensione e la pazienza era passata al malessere e all’insofferenza, acuite dai problemi economici derivati dal vivere col suo solo scarso stipendio, dovendo pagare l’affitto, le tasse, il mangiare e le innumerevoli spese. E la coppia era crollata definitivamente, demolita dai litigi, dall’incomunicabilità, dai rimproveri e da due esistenze singole e nemiche. Più volte invitato a separarsi, a lasciare la casa prima che lei si recasse da un avvocato o addirittura dai carabinieri, alla fine un pomeriggio era uscito di casa con un borsone, per non farvi più ritorno.

Eppure un lavoro l’aveva avuto in quella città, per oltre due anni. Un lavoro non certo superpagato, ma sufficiente per una vita di coppia pacifica e dignitosa, come quella di tanti. Un lavoro anche parzialmente di soddisfazione il suo, non da triste, anonima e ripetitiva catena di montaggio, ma da artigiano in una fabbrica di divani. Si era dovuto accontentare naturalmente, non era certo quello il lavoro per il quale aveva studiato. Quale poi sia il lavoro per uno che ha studiato filosofia è difficile dirlo. Il filosofo? La scuola? L’industria culturale? Tutto e niente, si era detto ad un certo punto. Per quel lavoro gli era servito molto di più l’apprendistato da adolescente nella falegnameria dello zio. Si trattava per gran parte di lavoro a mano, di personalizzazione e rifinitura, ogni divano quasi un pezzo unico, da sentire proprio, importante, da ricevere la sensazione di contribuire a qualcosa di significativo, di creativo. Poi l’azienda era fallita, aveva chiuso, tutti licenziati. A pensarci bene, lì seminudo e sudato, disteso su una rete metallica, gli sembrava fosse stato quello forse il periodo più sereno e felice della sua vita adulta. Anche con la moglie le cose non andavano malaccio. Proprio bene non erano mai andate in realtà, tranne forse i primi mesi dopo il matrimonio in comune, una cerimonia poco più che familiare, che poi significava nove mesi dalla decisione di sposarsi e un anno dall’inizio della relazione stabile. Ma almeno andavano, tra alti e bassi, avvicinamenti e allontanamenti. Chissà perché poi. Non lo sapeva nemmeno ora, a distanza di tempo. Forse non erano adatti l’uno all’altro, la realtà era stata differente dalle aspettative, probabilmente. E per la moglie aveva fatto anche la scelta di trasferirsi in quella città. Un’altra scelta, un altro bivio, ancora una decisione tra due alternative. Aveva sempre abitato in paese lui. Nato, cresciuto e vissuto in paese. Ci era rimasto ancora per tre anni, dopo il matrimonio. La moglie era sembrata felice di stabilirsi lì in paese. Diceva che la vita era più a misura d’uomo e che era un paradiso. Aveva anche trovato lavoro come segretaria dell’unico geometra del paese, per intercessione di suo padre, che del padre del geometra era stato amico d’infanzia. Il suo lavoro era invece quello di dipendente a tempo determinato in una azienda della zona, un’azienda di macellazione e lavorazione pollame, da vendere poi in macellerie e supermercati. Contratti di sei mesi in sei mesi. Sorrideva sempre quando ripensava a quel lavoro. Proprio un lavoro da filosofo! Ma non aveva trovato altro. Aveva mandato curriculum a raffica, ma non era stato neanche chiamato a colloquio. Non gli piaceva per niente. Lo trovava truculento per di più, gli faceva perfino orrore toccare gli animali morti e spellati. Ma bisognava pur mangiare e vivere. Meglio che essere disoccupati da filosofo. Anche il matrimonio in fondo era stato un altro bivio nella sua vita, un’altra biforcazione. Aveva deciso di trasferirsi al nord, a cercare lavoro presso qualche azienda, un lavoro da filosofo. Ma lei gli aveva chiesto di sposarsi, di restare insieme lì in paese. Aveva pianto, implorato, minacciato, lusingato, sedotto, stregato. Lo aveva convinto a rimanere e a pianificare il matrimonio. Come tre mesi prima lo aveva convinto a stabilizzare la loro relazione, quando ormai stava frequentando da un po’ di tempo una sua ex compagna di scuola superiore, che d’un tratto era parsa interessata a lui. Era stata informata del tentativo della rivale ed era piombata in paese per reclamare il maltolto, la sua prelazione, assicurare amore eterno e lì nel paese. E quindi anche allora era stato di fronte ad un bivio, aveva affrontato un altro dilemma, era stato spinto ad una scelta, una strada rispetto ad un’altra. E a quel tempo già ormai lavorava nell’azienda di lavorazione pollame da sei mesi.

Aveva fatto il pendolare tra il paese e la vicina città per la scuola superiore e poi per l’università, che era stata attivata e aveva avviato i suoi corsi proprio l’anno del suo diploma. Grande opportunità, visto che i suoi non avrebbero mai potuto permettersi di mandarlo lontano all’università. E proprio nel paese aveva conosciuto la ragazza diventata poi sua moglie. Figlia di genitori originari del paese, ritornava ogni tanto. Da piccola frequentemente, poi più sporadicamente, ma sempre per le feste importanti e per le vacanze estive. Conosciuta quindi quando erano entrambi ragazzi, poi frequentata insieme ad amici comuni, poi persa di vista, poi rincontrata di nuovo, vista con occhi diversi. Era nata una relazione, continuata per qualche anno, più a distanza che da vicino, causa probabilmente delle varie volte che si erano lasciati e poi ripresi. Nel frattempo si era finalmente laureato, con un po’ di ritardo in effetti, più per i lavori saltuari fatti che per scarso impegno. Il periodo dei primi mesi dopo il matrimonio era stato eccitante. Avevano preso in affitto una casa nel centro del paese, molto carina, completamente ristrutturata e arredata con gusto. Vivevano come in una favola, il filosofo macellaio e la moglie segretaria. Tutto sembrava bello. Il primo trovava bella e perfetta la seconda, la seconda trovava prestante e interessante il primo. Ma poi i sedimenti erano piano piano saliti a galla. Lui era diventato sempre meno prestante e più un frustrato, lei sempre meno bella e più imperfetta. Si erano trascinati così fino a giungere al terzo anno di matrimonio. Ma si erano detti che il problema era nel vivere in quel paese piccolo, morto, che non offriva niente e nessuna prospettiva futura. O meglio, lei aveva cominciato a dire questo, mentre lui non ne era convinto del tutto, però l’aveva progressivamente assecondata, per farla contenta e nella speranza che fosse la soluzione per i loro problemi. Alla fine aveva lasciato il suo non amato lavoro nell’azienda di macellazione pollame, ma non provandone la soddisfazione che si sarebbe aspettato. Lei aveva lasciato il suo lavoro dal geometra. E si erano trasferiti in città. Altri lavori, altra vita, una parvenza di tranquillità familiare.

In fondo anche iniziare a lavorare nell’azienda di pollame era stata una scelta, un bivio. Tra continuare ad essere un filosofo disoccupato alla ricerca di lavoro e un filosofo macellaio. Ma si era arreso alla realtà. Ormai si era laureato già da otto mesi. Ed aveva immediatamente avviato la raffica dei curriculum. L’episodio del taxi c’era stato all’incirca quattro mesi dopo la laurea, cioè quattro mesi prima della resa. Nel mare dei curriculum caduti nel vuoto era stata l’unica eccezione. Era arrivato un telegramma con l’invito alla convocazione per un colloquio, in città, presso il capoluogo. Una grande azienda che cercava del personale per lo sviluppo delle risorse umane aziendali. Si era entusiasmato. Era partito col primo treno della mattina ed era arrivato in città. Giacca e cravatta del giorno della laurea, in grigio, professionale. Alla stazione aveva scoperto che c’era sciopero dei servizi di trasporto urbano e dei taxi. Una bolgia. Una congiura. Gli avevano detto che qualche raro taxi comunque circolava. Si era messo in attesa nella lunga, confusa e rumoreggiante fila al posteggio dei taxi, amareggiato e preoccupato di non arrivare in tempo per il colloquio. Dopo una lunga attesa, con la fila drasticamente ridotta grazie a qualche taxi arrivato e ai tanti abbandoni spontanei, prossimo ormai all’ora del colloquio, era giunto in testa alla fila. Nervoso e impaziente, era già da un po’ in quella posizione ambita, quando finalmente era arrivato un taxi. Neanche il tempo di fermarsi, con lui pronto a prenderlo, quando dalla fila era scattato un giovane, in giacca e cravatta come lui, in blu, aveva aperto la portiera posteriore del taxi ed era entrato rapidamente, gridando imperioso al tassista di partire, urlandogli la destinazione. E il tassista era partito, sgommando, come sotto la minaccia di un’arma, mentre il giovane l’aveva guardato e gli aveva indirizzato un sorriso, come a scusarsi, ma che sembrava anche suggerire un monito, del tipo fatti furbo. Tutti avevano cominciato a gridare, a inveire contro il giovane, la fila si era parzialmente sgretolata. Lui era rimasto interdetto, congelato. Naturalmente per essere stato defraudato, usurpato, umiliato quasi. Ma anche perché aveva sentito distintamente la destinazione indicata dal giovane al tassista. Era la sua stessa destinazione. Aveva aspettato ancora un altro taxi, inutilmente, fino a rimanere quasi da solo perché praticamente tutti avevano desistito. Si era infine deciso ad avviarsi a piedi, in direzione del centro. Dopo un tempo infinito, un lungo cammino e tante richieste di indicazioni, era infine arrivato alla sua destinazione, stremato. Era entrato, si era presentato, si era scusato per il ritardo, del quale non aveva colpa alcuna. Gli era stato detto che ormai i colloqui erano finiti da tempo e l’esaminatore era già andato via. L’avevano assicurato che comunque molto probabilmente l’avrebbero richiamato. Nessuno lo contattò più. Successivamente, tante volte aveva ripensato a quell’episodio, rivissuto la scena. Con amarezza, consapevole dell’ingiustizia subita e della concreta possibilità di lavoro sfumata, il lavoro adatto a lui, il lavoro da filosofo. Era stato anche quello un bivio nella sua vita, un bivio forse decisivo. E a lui era stata preclusa una delle due possibili strade.

Strinse gli occhi più forte. Fino a sentirli dolorare e a vedere un universo di puntini luminosi, di stelle. Poi li riaprì. Lucidamente, questa volta con gli occhi aperti, rifece un rapido riesame e un conteggio dei momenti salienti della sua esistenza, dei bivi ai quali si era trovato di fronte, le scelte e le non-scelte che aveva fatto. L’opportunità mancata del lavoro da filosofo. Continuare a fare il disoccupato oppure intraprendere la carriera di filosofo macellaio. Relazione stabile con la futura moglie oppure optare per la ex compagna di scuola. Matrimonio oppure trasferirsi al nord. Restare in paese oppure trasferirsi in città, a fabbricare divani. Andarsene di casa spontaneamente oppure aspettare che la moglie lo cacciasse. Continuare a vivere per strada oppure salire su un treno. Scendere dal treno in quella città oppure scendere in un’altra città.  Resistere alle angherie dei due fratelli oppure traslocare in campagna. Fatti i conti, erano stati nove bivi, nove alternative di vita. Una esistenza che copriva undici anni e due mesi della sua vita dal momento della laurea, dieci anni e dieci mesi dalla vicenda del taxi rubato. L’afa e l’umidità erano  soffocanti. Le mosche e le zanzare assillanti. Gli venne in mente una canzone goliardica dei tempi dell’università, dei tempi del filosofo in divenire. La recitò a voce sommessa, cantilenando. Stanotte una zanzara / non mi facea dormire / porca puttana / la voglio far morire. / Tutta la notte invano / con la candela in mano / davo la caccia / all’orribile bestiaccia. / Zum zum zum / sul petto e sulle spalle. / Zum zum zum / sul (…). / Zum zum zum / sulla (…). / Oh che bello / avere una zanzara / che non ti fa dormire. / Zum zum zum / Zum zum zum. Si censurò da solo, nei punti più sboccacciati, per antico pudore, pronunciando le parole solo a mente. Prese la bottiglia da terra e bevve un altro sorso d’acqua calda, facendo una smorfia di disgusto. Scese dalla rete e mise ai piedi delle vecchie ciabatte. Uscì dalla stanza ed entrò nella stanza attigua, comunicante, totalmente spoglia. Anche questo pavimento era costituito da vecchi mattoni di coccio, molti mancanti, rotti e sbriciolati. Sul piano di una delle finestre c’era un vecchio coltellaccio da cucina, dal manico in legno, tutto arrugginito tranne che sulla lama e la punta. Lo aveva trovato semisotterrato nei dintorni del casolare. Prese la pietra che stava accanto e cominciò a strofinare la lama e la punta del coltello. Era un lavoro che aveva iniziato già da alcuni giorni, con pazienza e precisione. Continuò a limarlo ed affilarlo per una mezz’ora. Era ormai pomeriggio inoltrato quando uscì dal casolare, con indosso una maglietta ed un paio di jeans, parte dei diversi indumenti che aveva raccolto nei cassonetti della spazzatura o che gli erano stati regalati. Ai piedi aveva delle vecchie scarpe da ginnastica, anch’esse regalate. Camminò lunga la strada di ciottoli semicoperta dall’erba per un centinaio di metri, tra alberi e sterpaglia, fino a sbucare sulla strada statale asfaltata, quindi si avviò verso sinistra, diretto in direzione della vicina collina. Camminava senza fretta, d’altra parte il caldo non conciliava certo la passeggiata e non invogliava ad un passo spedito. Procedeva sul ciglio della strada, sfiorato dalle poche macchine che a quell’ora transitavano. Percorse circa un chilometro, poi girò a destra all’incrocio con una strada laterale, non asfaltata ma ben tenuta, immersa nei prati e nella vegetazione che circondavano la zona collinare. La strada si snodava lungo i fianchi della collina, che ospitava progressivamente una vegetazione più rigogliosa e macchie di zone alberate, prevalentemente ulivi, ma anche querce e faggi. E naturalmente svariate villette, che segnalavano la presenza di nuclei di prosperità economica, residenza primaria o secondaria di persone benestanti, per antico benessere o per recente successo lavorativo, che transitavano tra la collina e la vicina città. Arrivò ad un incrocio, dove sulla sinistra si apriva un viale alberato che conduceva ad una delle villette. Vi si incamminò, fino a raggiungere uno slargo con un cancello chiuso che immetteva sul terreno ben tenuto che circondava la villetta. Si sedette su un tronco d’albero tagliato che stava poco distante, in una zona d’ombra.

Era successo circa un mese prima. Gironzolava nel piccolo centro abitato, cercando qualche anima caritatevole per un’elemosina o l’offerta di un lavoretto. Ormai lo conoscevano un po’ tutti. Aveva visto un uomo uscire dalla panetteria, in completo blu, se lo era trovato proprio di fronte, prima che quello si girasse per salire in macchina, una bella macchina di quelle grosse, un fuoristrada elegante. Era rimasto pensieroso, assorto, come sotto l’effetto di un dejà vu. Poi aveva realizzato. Era il giovane del taxi! Con dieci anni e dieci mesi in più d’età, ma era sicuramente lui. Era entrato nella panetteria e aveva chiesto al fornaio se conoscesse l’uomo appena uscito, il cui viso gli sembrava familiare. L’avrai visto su qualche giornale o qui nei dintorni, aveva risposto quello, è un alto dirigente d’azienda, trasferitosi qui da un annetto. Ha comprato una villetta su in collina, dove vive con la moglie. Più volte era andato a gironzolare in collina, osservando, chiedendo e appostandosi. Alla fine aveva trovato la villetta. La stessa davanti al cui cancello era seduto in attesa, come già fatto un paio di volte, ma senza successo. Fu più fortunato. Dopo un paio d’ore di attesa, sentì il rumore di un’auto che arrivava, che percorreva il viale alberato che portava alla villetta. Si alzò e si mise davanti al cancello, proprio nel momento in cui arrivava il fuoristrada. Il cancello si stava aprendo, azionato da un telecomando, ma lui ne bloccava l’accesso. L’uomo al volante fermò la macchina, col motore acceso, mentre diceva qualcosa alla donna seduta al suo fianco, poi suonò il clacson un paio di volte, deciso. Lui non si mosse, quindi l’uomo scese dalla macchina, lasciando la portiera aperta, e gli si avvicinò. Desidera qualcosa, gli chiese? Chi è lei? Lui lo guardò dritto in viso, scrutandolo con calma. Ancora in giacca e cravatta, nonostante il caldo, ma era merito dell’aria condizionata della macchina, si disse. Perfettamente curato, slanciato, bel taglio di capelli, abbronzato, profumato. Lei mi ha rubato il taxi, rispose. Quello lo guardò senza capire. Osservava la sua maglietta logora e i jeans consumati, le vecchie scarpe da ginnastica deformate, il viso emaciato e rugoso, la barba lunga e incolta, i capelli scarmigliati e sporchi. Ho rubato il suo taxi?! Sì, rispose lui, dieci anni e dieci mesi fa, per l’esattezza. Mi hai rubato il taxi. E insieme a quello hai rubato il mio futuro e la mia vita, aggiunse, serio e calmo. Quello dovette sicuramente pensare di trovarsi davanti un pazzo, la cui pericolosità non era però in grado di valutare. Decise di non insistere ulteriormente sul discorso del taxi, che gli suonava incomprensibile, lo invitò quindi a spostarsi e a lasciare libero il cancello perché doveva rientrare in casa con la sua famiglia. Lui continuò a fissarlo in viso, poi guardò la donna seduta in macchina, quindi ritornò a fissarlo senza parlare né muoversi. La donna ritenne evidentemente fosse opportuno un suo intervento, perché scese dalla macchina e si avvicinò al marito. Ma si vuole togliere dalla strada sì o no? Gli intimò risoluta. Lui la degnò appena di un altro sguardo. Insomma, disse ancora l’uomo, ci lascia passare o devo chiamare i carabinieri? Lui era diventato triste. Curiosamente e sorprendentemente la vista dell’uomo e della donna uniti nella loro azione, in una unità di intenti e di affetti, lo stava disarmando. In quel momento sentì un pianto disperato provenire dalla macchina. Si accorse che sul sedile posteriore c’era un sediolino con una bambina, lo si capiva dal fiocchetto rosa che raccoglieva sulla testa i radi capelli. Avvertì la consapevolezza del tempo che passa, a torto o ragione, per i vinti e per i vincitori. Sentì quanto le azioni umane, giuste o sbagliate che siano, che possano sembrare, siano effimere nel lungo periodo, nella storia. Che le nuove vite, le nuove generazioni, frutto delle virtù o degli errori, siano esenti dalle colpe dei padri. Chinò la testa, si spostò dal cancello e si incamminò lentamente verso il viale. Passò accanto all’uomo senza degnarlo di uno sguardo. La donna tornò rapidamente verso la macchina, per rassicurare e calmare la bimba, senza ulteriori commenti. L’uomo doveva aver recuperato la padronanza di sé, perché pensò di chiudere con un sagace commento finale. Si lascia andare liberamente in giro dei pazzi, disse, dei poveracci, persone senza arte né parte, dei falliti! Lui si fermò. Si girò lentamente e lo guardò con odio. Con un gesto veloce estrasse dalla cintola dei jeans il vecchio coltellaccio da cucina, dalla lama affilata come un rasoio, e tagliò la gola all’uomo. Lo fissò mentre stralunava gli occhi, il sangue sgorgava a fiotti, un grido soffocato gli moriva in gola, le gambe gli cedevano e crollava a terra. La donna non si era accorta di nulla. Lui gettò a terra il coltello, si girò e si avviò verso il viale alberato, senza fretta.

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