La ragazza che odiava Watson

A volte per raccontare delle verità bisogna inventare delle storie. Per coloro i quali le storie sono più eccitanti della verità.

(Nella foto, la famosa foto numero 51 della forma B del DNA ottenuta da Rosalind Franklin nel 1952)

Suonò il campanello. Tutti si misero immediatamente in movimento. I più in piedi, già con gli zaini pronti, altri affaccendati a raccogliere libri, quadernoni, penne e astucci. La voce irritata della professoressa li congelò nelle loro posizioni. Fermi, urlò, seduti, non ho ancora finito! Mestamente e borbottando ripresero i loro posti sulle sedie. Stavo concludendo, riprese la professoressa, che per la continuità di una funzione in un punto sono quindi necessarie tutte e tre le condizioni, cioè l’essere definita in quel punto, che esista e sia finito il limite per l’ascissa che tenda a quel punto, infine che tale limite sia proprio uguale al valore della funzione in quel punto. Ora potete andare, aggiunse magnanima. Lo scatto degli studenti fu repentino e in un battibaleno tutti furono fuori dall’aula, aggregandosi al fiume di compagni che già procedeva verso le scale e le uscite. Voci, risate e rumori accompagnavano la fiumana di ragazzi e ragazze, eterogenei, colorati e variegati. Saluti e abbracci, nelle più diverse modalità e sonorità, si sprecavano. Rose, dissero diversi compagni, ragazzi e ragazze, ci vediamo domani. A dopo, aggiunse uno dei ragazzi, mimando con l’indice destro il piccolo vortice tipico del tempo che scorre, passo a prenderti verso le sei. Rose gli indirizzò un sorriso fulminante e gli inviò un bacio, poi si diresse verso l’auto della madre che l’aspettava in seconda fila, col motore già acceso. Ciao Laura, disse la madre, tutto bene? E la baciò su una guancia con amore.

Il perché Laura da due anni a questa parte fosse chiamata Rose dai compagni di classe e da tutti coloro che nel liceo la conoscevano era noto a parecchi e sconosciuto ai più, ma ormai col nome Laura non la chiamava più nessuno, neanche i professori, che comunque privilegiavano il cognome. Per la verità, ci si era abituata anche lei e, sebbene il nome Laura non le dispiacesse affatto, essendo peraltro il nome della adorata nonna paterna, l’essere chiamata Rose fuori dall’ambiente familiare era per lei piacevole, oltre che motivo di orgoglio. Ad affibbiarle per la prima volta il nome Rose era stato il ragazzo del vortice, due anni prima, quando era ancora un ragazzo tra i tanti della classe, guadagnandosi uno sguardo di odio e una spinta che l’aveva fatto barcollare all’indietro e inciampare su una sedia, con una successiva rovinosa caduta, accompagnata dall’ilarità generale della classe. Il nome poteva sembrare riconducibile alla Rose impersonata da Kate Winslet in Titanic, ma questa derivazione era erronea. Forse però la ben nota Rose/Kate era stata l’ispiratrice della scelta Rose rispetto ad altri possibili nickname che avrebbero potuto essere altrettanti buoni candidati, come Rosa, Sally, Linda, Linnie, Rosy o anche Rosie. È pur vero che le ragioni recondite dei soprannomi, nomignoli e nickname vari sono spesso oscure, contorte e non lineari, attinenti per lo più ad intenzioni denigratorie e ridicoleggianti, più raramente al mitizzare ideali modelli umani, positivo o negativi, ma nel caso di Rose di oscuro e contorto c’era poco, essendo in fondo il nomignolo quasi di immediata genesi. Dall’iniziale reazione di irritazione, non ascrivibile ovviamente al nickname stesso, ma alla supposta intenzione ridicoleggiante, Rose era poi passata gradualmente alla sopportazione prima e all’orgoglio poi. Rose era una ragazza tosta, come dicevano i suoi amici, matura e determinata, come dicevano i suoi genitori, gli altri di famiglia e gli stessi professori. Di forte personalità, autonoma e indipendente nelle sue idee, nelle sue decisioni e nei suoi comportamenti, ma restando nello stesso tempo semplice e dolce, mai arrogante o prevaricatrice. Nulla di sorprendente quindi che destasse attenzione e interesse nei suoi amici, naturalmente nei ragazzi, visto che in aggiunta era anche carina, ma anche nelle ragazze. Motivo per il quale il ragazzo del vortice, dopo l’acuta intuizione del nickname e superata la brutta figura della tragica caduta, aveva cercato in tutti i modi di far rientrare e addolcire lo sguardo di odio ricevuto, chiedendo ovviamente scusa per aver urtato la sensibilità di Rose, ma soprattutto spiegando che la sua intenzione non fosse affatto quella di ridicoleggiare l’origine del nomignolo, ma anzi quella di associarne la rilevanza a Rose stessa. Un complimento, ecco, questa era stata l’intenzione. Alla fine Rose aveva recepito l’intento positivo, perdonato e, per le misteriose e insondabili ragioni dei sentimenti e del cuore, si era progressivamente interessata al ragazzo, avvicinata e ormai sinceramente innamorata, ricambiata con quasi devozione dall’altro.

Rose stava per Rosalind. Due anni prima, quando Rose era ancora solo Laura, tornata a casa da scuola, nel pomeriggio si era messa a studiare e così l’aveva trovata suo padre tornando dal lavoro. Ciao tesoro, aveva detto baciandola come al solito, come va? Tutto bene a scuola? Tutto bene papà, aveva risposto lei. Il padre aveva poi chiesto che avessero fatto di bello nella mattinata e Laura aveva risposto, entusiasta, che il professore di scienze aveva spiegato la struttura del DNA, cominciando quindi a raccontarla a suo padre nei dettagli. Il padre, sempre interessato a ricercare occasioni di dialogo con le figlie, Laura e sua sorella maggiore Valeria, già all’università, l’aveva ascoltata ben volentieri, interagendo con la figlia e stimolandola, visto che un po’ ne sapeva sull’argomento. Saprai naturalmente chi sono gli autori della scoperta della sua struttura, aveva ad un certo punto domandato il padre. Certo, aveva risposto decisa Laura: Watson e Crick, James Watson e Francis Crick, se non sbaglio. Il professore ne ha ampiamente lodato le loro abilità di scienziati, la loro capacità di lavorare insieme e di intuire la struttura della doppia elica, costruendone il modello tridimensionale, formulando inoltre per primi l’ipotesi che proprio quella struttura rendesse possibile il meccanismo di duplicazione e replicazione del materiale genetico. Brava, aveva commentato suo padre, allora conoscerai anche Maurice Wilkins e, soprattutto, Rosalind Franklin. In questo modo il nome Rosalind era per la prima volta entrato nella vita di Laura. Era rimasta interdetta. Assolutamente no, aveva risposto, chi sono? Hanno anche loro a che fare con la struttura del DNA? Il professore non ne ha fatto cenno, aveva aggiunto. Ovviamente sì, aveva replicato il padre. Facciamo così, chiedi di loro al professore, poi magari ti aggiungo qualcosa anche io. E infatti due giorni dopo, un venerdì, durante una pausa della lezione Laura aveva chiesto al professore se potesse dirle qualcosa riguardo a Maurice Wilkins e Rosalind Franklin, nomi che si era diligentemente appuntati. Il professore aveva candidamente confessato di non conoscere affatto chi fossero, riprendendo quindi tranquillamente la sua lezione. Alquanto delusa, Laura aveva riferito la cosa a suo padre la sera. Vedi, aveva detto suo padre, molte persone, soprattutto in ambito scientifico, tra le quali evidentemente rientra il tuo professore, anche ben preparate, anche brillanti, spesso acquisiscono le loro conoscenze in maniera tecnica, manualistica, raggiungendo risultati anche eccezionali nella loro professione, ma si disinteressano completamente di aspetti collaterali delle loro conoscenze o del loro lavoro, ritenuti sostanzialmente irrilevanti o ininfluenti, per disinteresse personale o per precisa scelta. Non credo di comprendere esattamente quello che vuoi dire, aveva osservato Laura. Era una ragazza intelligente, curiosa e volitiva, lo era sempre stata, ben propensa ad approfondire le cose che la interessavano, che erano molte, e a chiedere chiarimenti sui propri dubbi. Nel padre e nelle sue conoscenze aveva poi una fiducia assoluta. Mi riferisco, aveva chiarito il padre, in particolare a due di tali aspetti, le interconnessioni sul piano filosofico in senso lato e la dimensione storica. Ti faccio qualche esempio, per meglio spiegarmi. Fisici e chimici che fanno ricerca a livello molecolare e atomico, nelle tecnologie dei nuovi materiali ad esempio, utilizzano tecniche e strumenti matematici propri della disciplina della meccanica quantistica, l’unica in grado di operare efficacemente a livello microscopico della materia. Questa disciplina, accanto ad un ormai collaudato formalismo matematico di grande efficacia, presenta tuttora, a distanza di decenni dalla sua formulazione, complessi problemi riguardo alla interpretazione da dare al formalismo stesso, all’aspetto relativo alla realtà o meno dei suoi concetti base e al significato da assegnare precisamente ad essi. Senza voler entrare nei dettagli, che potrai magari approfondire se continuerai i tuoi studi in questi ambiti, alludo a concetti come la funzione d’onda, lo stato di un sistema quantistico e il problema della misura, ma ve ne sono altri ancora. Ebbene, vi sono svariati approcci interpretativi alla meccanica quantistica, da quello ortodosso e originale detto di Copenaghen ad altri legati alle cosiddette variabili nascoste. Tuttavia, per lo più fisici e chimici che operano in questo campo tecnologico trascurano o ignorano addirittura tali problematiche, ritenendole inutili fronzoli degli essenziali strumenti matematici da utilizzare nel loro lavoro. Riguardo alla dimensione storica, immagino ti sia evidente che le cose che studi, le verità e le formule riportate nei manuali scolastici, non siano arrivate a noi per rivelazione divina, ma siano il frutto del pensiero e delle azioni di uomini e donne, naturalmente ci sono anche le donne, sebbene spesso ignorate e messe in secondo piano, che si sono dedicati anima e corpo a comprendere le cose e il loro comportamento, hanno spesso sbagliato, si sono scontrati, si sono odiati, si sono combattuti, hanno rivaleggiato, hanno vinto o sono stati sconfitti nel propugnare le loro idee, sono stati superati nei secoli e nei decenni da nuove conoscenze, nuove idee, nuove teorie e nuovi nomi. La storia della scienza, come quella della filosofia, delle religioni e di tante altre discipline è tutta un magnifico groviglio di conquiste e pause, ritorni alle origini e rivoluzioni, successi e sconfitte, morti e rinascite. Eppure, a tanti basta assorbire lo stato dell’arte corrente della teoria, le regole, i teoremi, le formule e i principi ritenuti veri e corretti nel loro tempo, come fossero congelate, scolpite nell’immaginario collettivo, immortalate in una foto, piuttosto che vedere il film delle loro conquiste, la realtà della dinamica storica. Ecco, il tuo professore forse rientra nella categoria di quelli disinteressati, eretici o ignoranti rispetto alle implicazioni filosofiche e storiche di quello che insegna. Brava persona probabilmente, anche competente, ma direi quantomeno limitato, se mi permetti questo giudizio. Laura aveva sorriso, capiva quanto suo padre si sforzasse di attenuare ai suoi occhi un giudizio che evidentemente era per lui negativo riguardo a tali approcci. Forse non aveva colto tutti i dettagli, ma sicuramente l’essenza del ragionamento del padre lo aveva afferrato e, per essere sinceri del tutto, riteneva anche di condividerlo.

Credo di capire, aveva detto Laura, ma tornando a Maurice Wilkins e Rosalind Franklin, cosa c’entrano con la struttura del DNA? La scoperta della struttura del DNA, aveva spiegato il padre, è appunto una di quelle vicende emblematiche dove la storia ha messo in evidenza rivalità, scontri, genio, vittorie e sconfitte, le debolezze dell’animo umano, ingiustizie e mancati riconoscimenti. E anche maschilismo, cosa che a te so essere molto riprovevole. Certo che Laura riteneva intollerabile e vergognoso il maschilismo! Pur non essendo una femminista militante, diciamo così,  deprecava profondamente gli atteggiamenti e i comportamenti di atteggiata superiorità nei confronti delle donne sul piano intellettuale, fisico e sessuale. Giudicava naturale la parità tra i sessi in campo sociale, economico e politico. Riteneva che le donne fossero state e ancora fossero spesso discriminate rispetto agli uomini. Personalmente, anzi, si riteneva più preparata e migliore di tanti altri ragazzi di sua conoscenza! Intanto, aveva continuato il padre, nel 1962 il premio Nobel per la medicina, motivato dalla scoperta nel 1953 della struttura del DNA e del suo ruolo come codice genetico, fu assegnato a tre scienziati, Watson, Crick e Wilkins. Quest’ultimo è caduto praticamente nel dimenticatoio. Davvero, aveva commentato Laura?! Ma non ne parla nessuno, credo che sia una cosa praticamente sconosciuta! E Rosalind Franklin? Beh, aveva aggiunto il padre, in un certo senso lei è stata la protagonista misconosciuta della storia della scoperta della struttura del DNA, assurta a simbolo di vittima degli egoismi e delle rivalità nella scienza da una parte e del maschilismo più meschino dall’altra. Terribile! Aveva sentenziato Laura. Era una scienziata brillante, aveva continuato il padre, ebbe una parte determinante nella scoperta, non ricevendo però il dovuto riconoscimento, fu anzi spesso trattata con ostilità e sufficienza, strumentalizzata e anche vilipesa. Morì per un tumore alle ovaie nel 1958, prima del Nobel del 1962. Voglio assolutamente saperne qualcosa in più, mi interessa proprio questa storia, aveva chiesto Laura. Guarda, aveva detto il padre, forse il modo migliore è quello di cominciare col leggere un libro, che puoi trovare tra i miei, scritto proprio da Watson nel 1968, dal titolo “La doppia elica”. L’edizione che ho, oltre al testo originale, è arricchita da una prefazione storica, da alcune recensioni ricevute al tempo dell’uscita del libro e da commenti successivi di alcuni dei protagonisti. Dopo che lo avrai letto ne riparleremo, aveva concluso.

La mattina del sabato Laura aveva cominciato a leggere il libro, aveva continuato tutta la giornata eccetto brevi pause, mattina, pomeriggio e dopo cena, completandolo prima di addormentarsi. La mattina della domenica, scesa a fare colazione, era ormai pronta per confrontarsi col padre. Accigliata, aveva esordito con un fermo: papà, io odio Watson! Il libro era corredato di molti post-it colorati inseriti come segnalibri, ad evidenziare parti del testo che avevano evidentemente catturato la sua attenzione. Odio mi sembra un sentimento esagerato, aveva osservato il padre, sorridendo. Esagerato dici? Aveva risposto Laura severa. Senti questo, aprendo il libro in corrispondenza di un post-it: “Bastava un’occhiata per capire che la ragazza aveva il suo caratterino. Di proposito non faceva nulla per mettere in rilievo la sua femminilità. Malgrado i lineamenti un po’ marcati, non mancava di attrattive e avrebbe avuto il suo fascino se si fosse occupata un minimo del suo abbigliamento. Ma se ne guardava bene. Non metteva un filo di rossetto che facesse risaltare i capelli neri e lisci, e a trentun anni vestiva con la fantasia di un’occhialuta liceale. Si era indotti a credere che fosse il prodotto di una madre insoddisfatta, che avesse sottolineato esageratamente i vantaggi di una carriera per salvare una ragazza intelligente dal pericolo di sposare una nullità.” E ancora, a proposito di un suo seminario, saltando ad un altro post-it: “Non v’era traccia di calore o di brio nelle sue parole. Eppure aveva un suo vago fascino. Mi sorpresi a chiedermi per un momento che aspetto avrebbe avuto senza occhiali e con un’altra pettinatura.” Senti un’altra chicca, a proposito delle spigolosità del suo carattere, durante un suo colloquio con lei: “Ormai Rosy non riusciva più a padroneggiarsi, e con voce stridula mi disse che la stupidità delle mie osservazioni sarebbe risultata lampante se solo l’avessi piantata di blaterare e avessi dato un’occhiata invece ai suoi dati sperimentali. (…) D’improvviso Rosy uscì di dietro il bancone che ci separava e mosse alcuni passi verso di me. Temendo che accecata dalla collera arrivasse a schiaffeggiarmi, afferrai il manoscritto di Pauling e mi affrettai verso la porta aperta.” Che ne dici? Ti sembrano complimenti? Del tutto estranei poi a considerazioni di valore su Rosalind, ma dettati solo dal più bieco e cieco maschilismo! Ma te l’avevo detto, aveva replicato il padre, hai solo trovato conferma alle mie affermazioni! Altro che conferma, era sbottata Laura! Queste affermazioni vanno ben al di là di quanto avessi immaginato! Uno schifoso, davvero. Sì, lo confermo: io odio Watson! E domani il professore mi sente! E tutti in classe devono saperlo che razza di uomo fosse Watson! Dai, non fare così Laura, aveva cercato di calmarla il padre, bisogna entrare nel contesto di quel momento, nelle contese tra gli scienziati, nella corsa contro il tempo, contro i rivali e contro l’atteggiamento cauto di alcuni, Rosalind compresa. E poi, sai quanti anni aveva Watson a quel tempo? Appena venticinque! Un ragazzino americano, un genio precoce e irriverente, che si scontrava con una mentalità più borghese, convenzionale, europea. Rosalind ne aveva trentatré e Crick trentasette, come Wilkins. Ma questo non lo giustifica di certo, aveva insistito Laura, era un maleducato sfrontato e basta! Forse hai ragione dal punto di vista del carattere, aveva ribadito il padre, ma Watson portò in dote, nella collaborazione con Crick avviata nell’ottobre del 1951, uno straordinario entusiasmo, la convinzione che il DNA fosse fondamentale nel meccanismo dell’ereditarietà genetica e che che anzi fosse proprio lui il materiale genetico, la determinazione nel perseguire l’obiettivo, l’idea che bisognasse fare presto, che ci fosse una gara in atto e che bisognasse vincerla. Ma anche questa ossessione, aveva replicato Laura, non mi sembra certo un aspetto positivo di Watson. Era disposto a fare di tutto per vincere, passare sopra tutto. Senti qui, cosa dice per esempio riferendosi al suo tentativo a Napoli nella primavera del 1951 di interessare Wilkins per poter lavorare con lui sul DNA: “Maurice aveva notato mia sorella, che era molto carina, e poco dopo li vidi far colazione insieme. Ero al colmo della felicità. Da anni mi toccava veder mia sorella corteggiata da un nugolo di imbecilli. All’improvviso c’era la possibilità che la sua vita cambiasse. Non mi sarei più trovato davanti alla desolante certezza che Elizabeth finisse in braccio ad un semideficiente. E poi, se Maurice aveva una simpatia seria per mia sorella, io avrei finito col seguire da vicino i suoi esperimenti con il DNA.” Spregevole! Suo padre aveva riso di gusto, mentre Laura faceva la faccia schifata e la madre borbottava contro il marito, colpevole di rovinare con quelle sciocchezze il fine settimana di Laura che, dal giorno prima non si riposava e mangiava a stento, assorbita da quel libro e da quelle storie di DNA. Dalla cucina erano passati in soggiorno, sul divano, lontano dalle critiche materne.

Facciamo un po’ di chiarezza, aveva detto il padre. Come avrai capito, in quei due anni tra l’ottobre 1951 e l’aprile 1953, a lavorare per determinare la struttura del DNA c’erano tre gruppi. Negli Stati Uniti, precisamente a Pasadena in California, presso il mitico Caltech, lavorava Linus Pauling, tra gli scienziati più famosi del XX secolo, tra i pochi vincitori di due premi Nobel, uno per la chimica e uno per la pace, quest’ultimo per il suo impegno pacifista e per la sua battaglia a favore del bando dei test nucleari di superficie. Gran parte di quello che hai studiato in chimica su come gli atomi si legano fra di loro a formare le molecole è dovuto agli studi di Pauling tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta del 1900. È considerato il fondatore della teoria dei legami chimici, risultato dell’applicazione della teoria quantistica alla chimica. Laura ascoltava con attenzione, affascinata da come una prospettiva storica rendesse certe cose vive, più comprensibili e stimolanti. Non era certo la prima volta che suo padre gli contestualizzava storicamente quello che studiava, ma la lettura di quel libro le aveva sollevato davvero tante questioni, oltre ovviamente all’immagine detestabile dell’uomo Watson. Ebbene, Pauling all’inizio del 1951 aveva scoperto la struttura base della molecola delle proteine, che sono lunghe catene macromolecolari costituite dai venti amminoacidi basi, i mattoni della vita, uniti insieme da un legame chimico chiamato peptidico. Questa struttura ha la forma di un’elica, chiamata alfa-elica. Pauling aveva utilizzato la cristallografia a raggi X, l’uso cioè della diffrazione dei raggi X per studiare la struttura cristallina delle sostanze, quindi la posizione degli atomi nel reticolo, ma aveva fatto ampio ricorso alla modellistica. Questa tecnica, un po’ come con i mattoni Lego, prevedeva la costruzione di vere e proprie riproduzioni in scala della molecola proteica, in maniera da poterne valutare più esattamente la stabilità e l’aderenza alle previsioni teoriche. Dopo questo successo, il suo interesse, per motivi vari e non del tutto chiariti storicamente, ma sembra più per il fascino come composto chimico e non per le sue implicazioni genetiche, si rivolse al DNA. E Pauling faceva paura agli scienziati concorrenti! Quando si impegnava in qualcosa i risultati arrivavano! Paura e poca simpatia, era intervenuta Laura, se è vero quanto riferisce Watson a proposito dei sentimenti di alcuni suoi colleghi scienziati dopo aver assistito ad una conferenza di Pauling. Si era messa a cercare tra i tanti segnalibri con i quali aveva decorato il libro e aveva letto: “Vedere Pauling saltare su e giù dalla pedana e agitare le braccia come un prestigiatore sul punto di estrarre un coniglio dal cappello li metteva a disagio. Se solo avesse avuto un po’ più di umiltà, sarebbe stato tanto più facile sopportarlo! Anche se si fosse messo a dir sciocchezze, i suoi studenti ipnotizzati non se ne sarebbero mai accorti, tanto sprizzava sicurezza di sé da tutti i pori. Molti suoi colleghi aspettavano pazientemente il giorno in cui si sarebbe rotto le corna prendendo qualche grosso abbaglio.”. Esatto, aveva commentato suo padre, riprendendo il suo discorso. L’Inghilterra era invece proprio la patria della cristallografia a raggi X. Il pioniere di queste tecniche era stato William Henry Bragg, al quale si era affiancato il figlio William Lawrence Bragg, entrambi vincitori del premio Nobel per la fisica nel 1915. Considera che il Bragg figlio aveva solo 25 anni all’epoca! Il Bragg padre era morto nel 1942 e, al tempo della nostra storia, il Bragg figlio era direttore del dipartimento di fisica all’università di Cambridge, il famoso laboratorio Cavendish, diventato un centro di competenza mondiale per la cristallografia a raggi X. Qui lavoravano in particolare Max Perutz e John Kendrew, impegnati nella determinazione della struttura di due specifiche proteine, l’emoglobina e la mioglobina, utilizzando appunto fotografie a raggi X e tecniche matematiche per ricavare da esse informazioni sulla configurazione cristallina tridimensionale, come fatto anche da Pauling. Puoi ben immaginare l’irritazione e la delusione di Bragg e del suo gruppo alla notizia nel 1951 del successo di Pauling nel determinare la struttura base delle proteine! Anche se poi circa dieci anni dopo Perutz e Kendrew definirono completamente e definitivamente la struttura dell’emoglobina e della mioglobina, condividendo il premio Nobel per la chimica nel 1962. E in questo gruppo arrivò Watson nell’ottobre del 1951, ufficialmente per lavorare sulle proteine, incontrando per la prima volta Crick, che vi era arrivato nell’estate del 1949 per lavorare sull’emoglobina e conseguire il suo dottorato. Ma Watson è poco generoso anche con Crick, aveva sottolineato Laura, mi sono segnata alcune sue perle! Certamente ne apprezzava le qualità scientifiche: “È senza dubbio la persona più brillante che abbia mai conosciuto e quanto di più prossimo a Pauling.” Ma non esita a evidenziarne in maniera vivace e forse irrisoria il carattere: “Parlava più forte e più in fretta di tutti e quando rideva tutti quanti sapevano dove si trovava. (…) I discorsi di Crick davano spesso sui nervi a sir Lawrence Bragg: a volte bastava il suono della sua voce per farlo alzare e cambiare stanza. Raramente veniva a prendere il tè al Cavendish, perché ciò significava dover subire la voce esuberante di Crick che riempiva il salotto.” Il padre aveva annuito e poi continuato. Ma con la cristallografia a raggi X si lavorava nello stesso periodo anche a Londra, precisamente nel King’s College, dove nel 1946 era stato nominato direttore del dipartimento di fisica John Randall, che durante la guerra era stato uno dei fisici che aveva contribuito allo sviluppo del radar. Randall arrivava dall’università di St. Andrews in Scozia, dove aveva la cattedra di fisica e Wilkins era diventato suo assistente dopo essere tornato dagli Stati Uniti, lavorando all’Università della California a Berkeley sulla separazione degli isotopi nell’ambito del Progetto Manhattan per la realizzazione della bomba atomica. Al King’s College Wilkins aveva convinto Randall a creare un gruppo specializzato in biofisica sotto la sua direzione. Al gruppo si unì Rosalind Franklin nel gennaio del 1951, reclutata da Randall dopo una brillante e felice esperienza di quattro anni a Parigi sulla tecnica della diffrazione dei raggi X. Ma l’arrivo di Rosalind avvenne sulla base di una ambiguità di fondo, creata forse inconsapevolmente dallo stesso Randall: Rosalind era convinta di avere l’esperienza e l’autorità scientifica per condurre in autonomia e indipendenza le sue ricerche, Wilkins credeva invece che fosse arrivata una sua valida assistente! E fra i due nacque incomprensione, ostilità e competizione. Esattamente, aveva confermato Laura, acidamente ostile ormai anche a Wilkins. Senti qui: “Fin dal primo momento in cui Miss Franklin mise piede nel laboratorio di Maurice, i due cominciarono a litigare. Maurice, alle prime armi nel campo della diffrazione dei raggi X, aveva chiesto un assistente e sperava che Rosy, esperta cristallografa, lo aiutasse validamente nelle sue ricerche. Ma Rosy aveva tutt’altre intenzioni. Sosteneva che il DNA era un problema suo e non voleva assolutamente mettersi al servizio di Maurice.” Lo credo bene, aveva sottolineato, tipico atteggiamento maschilista, l’uomo pensa e comanda, la donna fa i lavori umili e ubbidisce! E ancora: “Maurice non poteva far a meno di pensare che il posto migliore per una femminista era nel laboratorio di qualcun altro.”. Il padre aveva riso di gusto, concludendo poi il quadro delineato.  Quindi era una corsa a tre: Pauling in California, Watson e Crick a Cambridge, Wilkins e Rosalind a Londra. C’erano però competenze, motivazioni, metodi e atteggiamenti diversi. Pauling era un chimico puro, un carrarmato dal punto di vista delle motivazioni e dei comportamenti, andava dritto spedito verso il suo obiettivo, senza guardare in faccia a nessuno, che sfruttava sì le fotografie ottenute con la diffrazione dei raggi X, ma il cui strumento di lavoro principale era la costruzione di modelli strutturali. Watson e Crick erano a loro volta una coppia formidabile, complementare. Watson, laureatosi in zoologia a Chicago, si era avvicinato alla genetica attratto dalle ricerche di Salvatore Luria, fuggito dall’Italia dopo le leggi razziali e arrivato negli Stati Uniti nel 1940. Insieme a Max Delbrück e a Alfred Hershey, con i quali avrebbe condiviso il premio Nobel per la medicina nel 1969, Luria aveva costituito quello che divenne famoso come “il gruppo del fago”, impegnato a studiare il fago, un virus che sfrutta i batteri per realizzare la sua replicazione, al fine di individuare i meccanismi genetici fondamentali dell’ereditarietà. Watson aveva conseguito il suo dottorato in zoologia nel 1950, dopo aver lavorato due anni nel laboratorio di Luria a Bloomington nell’università dell’Indiana, utilizzando i raggi X per bloccare l’attività infettiva dei fagi. L’approccio di Watson era quindi genetico più che chimico. Conoscendo i lavori di Oswald Avery, che nel 1944 aveva concluso seppur non convinto tutti che i geni e i cromosomi fossero costituiti da DNA, quindi fosse il DNA il cuore del meccanismo alla base dell’ereditarietà, egli aveva maturato una vera e propria ossessione per il DNA. E anche Crick era convinto dell’importanza del DNA, ben più delle proteine sulle quali doveva invece lavorare. Crick era un fisico, brillante teorico e mezzo sperimentatore, ferrato molto più di Watson sulle tecniche matematiche per l’interpretazione dei dati forniti dalle immagini cristallografiche ai raggi X. Condivideva però con Watson la convinzione che la costruzione di modelli strutturali del DNA, tecnica usata da Pauling, fosse fondamentale per il lavoro sul DNA. Crick aveva anche fama di dongiovanni. Sai che fu la sua seconda moglie Odile Speed, una pittrice, a realizzare il disegno dello schema del DNA inserito nell’articolo col quale Watson e Crick annunciavano la loro scoperta? Crick era però riluttante ad impegnarsi sul DNA, perché era da diversi anni amico di Wilkins e non voleva dedicarsi alla ricerca sul DNA che l’amico portava avanti a Londra già da anni, consapevole del suo ruolo critico, utilizzando come principale strumento la cristallografia a raggi X. Riteneva tuttavia che Wilkins andasse un po’ troppo lento, fosse eccessivamente scrupoloso nelle sue ricerche, perdendosi dietro dettagli quasi irrilevanti. E glielo diceva anche, cosa che faceva del resto anche Pauling per corrispondenza, chiedendogli inutilmente anche copia delle ultime buone fotografie ai raggi X che quello era riuscito ad ottenere. E accanto a Wilkins, ma praticamente distante da tutti, un po’ da Crick, c’era Rosalind, competente, precisa e brillante, che stava realizzando delle ottime fotografie del DNA. Ma agli occhi di Watson anche lei andava troppo con i piedi di piombo nel suo lavoro. Fu così che Watson convinse Crick a lavorare insieme sul DNA, praticamente in maniera informale, senza che la cosa fosse ufficializzata più di tanto, fondamentalmente utilizzando la costruzione di modelli, basandosi sui pochi dati noti sulla composizione del DNA e sulla struttura delle quattro basi costituenti, le famose adenina, timina, guanina e citosina. Ma anche sulle informazioni e le foto di fonte Wilkins e Rosalind, che a loro volta ignoravano che la coppia di Cambridge stesse lavorando pesantemente sul DNA. E fu proprio Rosalind che nel novembre del 1951 demolì come inconsistente il primo modello di DNA realizzato da Watson e Crick, una struttura a tre catene elicoidali con le quattro basi disposte esternamente. Durante una riunione, Rosalind negò decisamente, con prove inoppugnabili, che le basi potessero essere esterne, inoltre riteneva non ci fossero prove della struttura elicoidale, due o tre che fossero le eliche. Proprio così, era intervenuta Laura, questo almeno è quello che afferma Watson: “Rosy mostrò di non dare importanza alla priorità della formulazione della teoria elicoidale e mentre Francis continuava a chiacchierare dava segno di crescente irritazione. Tutto quel diluvio di parole era inutile, perché ai suoi occhi non v’era la minima parvenza di prova che il DNA fosse elicoidale. Se lo era davvero, sarebbe stato dimostrato dal perfezionamento della tecnica della diffrazione.” Quanto Rosalind ritenesse credibile la struttura elicoidale del DNA, aveva ripreso il padre, è argomento di discussione ancora oggi. Sembra che abbia nel tempo alternativamente preso in considerazione questa possibilità e anche la sua improbabilità. Comunque sia, l’insuccesso del primo modello di DNA determinò la decisione di Bragg, sollecitata da Randall, di vietare ufficialmente a Watson e Crick di lavorare sul tema, concentrandosi invece sull’analisi con diffrazione a raggi X del virus responsabile del mosaico del tabacco, una malattia che si manifesta con la formazione di macchie di colore giallo o verde sulle foglie della pianta. Tuttavia Watson e Crick continuarono imperterriti e sempre più motivati a lavorare sulla struttura del DNA.

Laura si era inserita, chiedendo al padre un commento sul ruolo di Erwin Schrödinger, più volte richiamato nel libro, nel determinare lo spostamento di interesse di molti scienziati dalla fisica alla genetica. Proprio così, aveva detto il padre. Schrödinger è stato uno dei padri della meccanica quantistica, definendone nel 1926 la versione ondulatoria, alternativa ed equivalente alla versione matriciale di Werner Heisenberg dell’anno prima. Nel 1944, allora direttore della scuola di fisica teorica a Dublino, scrisse un libro dal titolo “Che cos’è la vita?”,  in cui rifletteva sull’applicazione dei metodi della fisica quantistica allo studio della vita dal punto di vista genetico. Suggeriva che al cuore del problema ci fosse un codice inscritto nei geni tramite una struttura cristallina formata da una catena di elementi successivi, in grado di codificare il codice ereditario. Sollecitava quindi i fisici e i chimici a impegnarsi su questo problema. E molti scienziati, quasi tutti quelli che abbiamo ricordato, passarono dalla fisica alla genetica, allo studio della biologia molecolare, anche come conseguenza del travaglio di parecchi di essi sulle responsabilità che la scienza aveva avuto nell’impegnarsi sullo sviluppo delle armi atomiche nel corso della seconda guerra mondiale. E arriviamo ora al punto cruciale, aveva ripreso il padre dopo una pausa, ritornando a Watson e Crick. L’ho ben individuato il punto cruciale, aveva detto Laura prendendo decisa la parola. Watson dopo aver rischiato, a suo dire, che Rosalind lo schiaffeggiasse ed essere praticamente fuggito dal suo ufficio, siamo a febbraio del 1953, si intrattenne con Wilkins. Ascolta qui, aprendo il libro in un punto evidenziato da un segnalibro doppio: “Il mio scontro con Rosy indusse Maurice ad aprirsi con me come mai era accaduto prima. Ora che avevo potuto rendermi conto personalmente dell’inferno che sopportava da due anni, poteva trattarmi come un compagno, un collaboratore e non come un lontano conoscente, con cui può essere pericoloso confidarsi. Restai di stucco quando mi confessò che con l’aiuto del suo assistente Wilson aveva fatto di nascosto delle copie di alcune fotografie prese con i raggi X da Rosy e da Gosling. (…) Maurice andò nella stanza vicina a prendere una riproduzione della nuova forma che essi chiamavano struttura B. Come vidi la fotografia rimasi a bocca aperta e sentii il cuore battermi più forte. (…) La croce nera delle riflessioni al centro della foto poteva nascere soltanto da una struttura elicoidale.” Capisci papà? Laura era imbestialita, Wilkins mostrò a Watson delle foto rubate a Rosalind, quando lei peraltro stava per trasferirsi al Birkbeck College di Londra, proprio per sfuggire a Wilkins! E Watson ebbe la conferma che il DNA aveva una forma elicoidale! Micidiale! Orribile comportamento di Wilkins e spregevole opportunismo da parte di Watson! Povera Rosalind! Hai ragione, aveva approvato il padre, divertito dalla spontaneità e dai categorici giudizi della figlia, aggiungendo poi altri particolari. Watson dalla nitida e bellissima foto scattata da Rosalind circa nove mesi prima, etichettata foto numero 51 e riferita alla forma del DNA chiamata B, assunta dal cristallo ricco di acqua, ebbe non solo la conferma della forma elicoidale, ma ne ricavò alcuni parametri dimensionali fondamentali per poter concludere, soprattutto con l’aiuto del più esperto Crick, che le eliche erano due. La costruzione di modelli in scala riprese con maggior lena e il 7 marzo del 1953 Watson e Crick realizzano il primo modello di DNA. Pauling e il gruppo di Londra erano stati battuti sul tempo! Le modalità della rapida pubblicazione, concordate con Bragg e Randall, prontamente messi al corrente della scoperta e desiderosi entrambi di prendersi la loro parte di gloria, previdero la stesura di tre articoli, che apparvero sulla rivista Nature il 25 aprile 1953: l’articolo di Watson e Crick, nel quale delineavano la loro scoperta, e due articoli che la supportavano con dati sperimentali, uno a firma di Wilkins e dei suoi collaboratori Stokes e Wilson, l’altro a firma di Rosalind e del suo assistente Gosling. Ma ingiustizia era stata fatta. E l’esclusione di Rosalind dal Nobel del 1962 la confermò clamorosamente. Papà, io odio Watson, aveva ribadito ancora Laura, con gli occhi lucidi.

Il resto della domenica era passato con Laura afflitta da un turbamento e una tristezza interiore, insieme ad un desiderio irrefrenabile di testimoniare quello che aveva scoperto. La mattina dopo, Laura era arrivata a scuola carica come una molla. Un accenno lo aveva fatto a qualche suo compagno, ma all’ora di scienze si era scatenata. Aveva assalito il professore con un resoconto della storia, sottolineando i meriti di Rosalind e l’opportunismo di Watson, concludendo il suo sermone con l’ormai solito e lapidario “Io odio Watson!” Il professore aveva attentamente ascoltato Laura. Aveva interpretato la sua storia come un adeguato e opportuno approfondimento disciplinare, meritevole di apprezzamento e di un ottimo voto come premio. L’intera classe aveva però ascoltato Laura recependone più che il contenuto esatto la veemenza e il coinvolgimento emotivo. Si erano quindi sprecati i sorrisi e gli ammiccamenti divertiti, culminati col ragazzo del vortice che si era avvicinato a Laura alla fine della sua invettiva e le aveva detto ironicamente: “Su Rose, non fare così! Watson ha sfruttato al meglio l’opportunità offertagli ed è stato giusto così!” Altri avevano cominciato in coro a chiamarla Rose, finché tutti non si erano scatenati a ridere per la caduta del ragazzo sotto la spinta di Laura. Poi naturalmente non era finita lì. Era diventata definitivamente Rose. Il giorno del suo compleanno, quattro mesi dopo, le avevano fatto tre regali: un maglione alla moda, un libro su Rosalind di Brenda Maddox dal titolo provocatorio “Rosalind Franklin. La donna che scoprì la struttura del DNA” e un set per il tiro con le freccette, con un bersaglio sul quale era stampata la foto di Watson. Rose aveva riso e aveva cominciato a stemperare la sua irritazione con la classe. Ma non l’odio per Watson.

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