La confessione

“Nella confessione l’uomo esprime la sua umiltà, nella misericordia Dio manifesta la sua grandezza.”

Sant’Agostino

(Nella foto, G. Molteni, La confessione, 1838)

Uscì dalla sagrestia e si diresse verso il fondo della chiesa, lungo la navata laterale destra. Alla fine, sulla sinistra, si apriva la piccola cappella dedicata alla Vergine Maria, con l’antica pala lignea a grandezza naturale collocata sopra il semplice altare in marmo. L’accesso era impedito da una ringhiera in ferro battuto alta un metro circa, dotata di un cancello serrato da un lucchetto. Dopo la cappella cominciava la parete terminale della chiesa, che chiudeva le due navate laterali e l’ampia navata centrale, con al centro la grande porta in legno massiccio e ferro, relegata ormai ad ingresso secondario, essendo l’ingresso principale posto sulla navata sinistra, immediatamente prima dei gradini della cappella alla sinistra del presbiterio, in maniera da affacciarsi sulla piazza antistante. Tra la cappella della Vergine e la grande porta c’era la scala di pietra che portava nella parte inferiore della chiesa, la parte più antica e caratteristica. Immediatamente prima della cappella c’era uno dei due splendidi confessionali in antico legno di ciliegio intarsiato. L’altro era invece posto sulla parete di fondo, tra la navata laterale sinistra e la porta di accesso al campanile, che era subito a lato della grande porta di ingresso. Entrò nel primo confessionale aprendo la porticina inferiore e scostando il tendaggio rosso mattone che ne chiudeva la parte superiore. Restò lì in attesa, a leggere, con la tenda aperta. I fedeli in preghiera sui banchi ordinatamente disposti in doppia fila nella navata centrale erano pochi e sparsi, d’altra parte mancavano più di due ore all’inizio della messa serale.

La donna era seduta su uno degli ultimi banchi, sola. Aveva un semplice vestito scuro, con un soprabito leggero nero, capelli scuri lunghi fino a poco sotto le spalle. Si alzò e si diresse verso il confessionale, con andatura dimessa, inginocchiandosi sul lato destro. Lui aveva notato il movimento di avvicinamento e, non appena avvertì il rumore delle ginocchia sull’inginocchiatoio, si girò di lato e chiuse la tenda. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, recitò facendosi il segno della croce. Amen, disse la donna. Sia lodato Gesù Cristo, riprese lui. Sempre sia lodato, rispose la donna. Lui restò in silenzio. Dopo qualche istante fu la donna a parlare per prima. Padre, vorrei confessarmi. Il Signore sia con te e nel tuo cuore, perché tu possa pentirti dei tuoi peccati e confessarli umilmente, rispose lui, declamando la formula di rito. Ancora silenzio. La donna si aspettava forse un incoraggiamento, una qualche forma di indirizzo sul come partire, ma visto che lui se ne stava muto cercò un modo per avviare la conversazione, pur pienamente consapevole che di normale conversazione non si trattava, era un sacramento istituito per permettere ai peccatori di poter ottenere il perdono dei loro peccati e di riconciliarsi così con Dio e con la Chiesa, con ruoli ben definiti, lui era il sacerdote e lei la peccatrice. Padre, cominciò, è molto tempo che non mi confesso, davvero molto. Ci ho provato più volte per la verità, ritenendo che fosse un bene per me aprirmi, che potesse darmi pace o almeno conforto, alleviare la pena, ma poi mi è mancato il coraggio, per pudore, per incapacità di razionalizzazione, per la paura di essere giudicata, per mancanza di fede forse. Deduco quindi che ora hai superato questi tuoi impedimenti, disse lui, ma soprattutto spero tu abbia recuperato la fede. Fece una pausa. Era pienamente a suo agio e padrone della situazione, nel suo elemento. La fede è il mezzo che ci consente di credere in Dio, nella rivelazione e nelle verità della Chiesa. E naturalmente è un rapporto diretto e personale con Dio, ma si alimenta del rapporto, il contatto e l’ascolto con l’intera comunità umana e con i credenti in particolare, con coloro che hanno incontrato Dio e lo testimoniano, con la Chiesa e i suoi sacramenti. La donna parve riflettere prima di rispondere. Mi sto sforzando padre, mi sto impegnando. A volte mi sembra di essere pronta a vivere in pieno il mio rapporto con Dio e col mondo, ma altre volte vacillo, mi blocco, come se qualche macigno ostruisse il percorso. Da qui la mia decisione di confessarmi. Devo liberare alcuni ostacoli nel mio cammino verso la fede, verso Dio e il mio prossimo. Mi sembra una buona premessa, ammise lui, conciliante.

Era bravo nel suo mestiere, con quasi quarant’anni di esperienza. Certo, non che il suo fosse esattamente un mestiere, naturalmente, essendo più propriamente un ministero, una ordinazione sacramentale che conferisce la facoltà di predicare la rivelazione di Dio e amministrare i suoi sacramenti. La sua consapevolezza di questo era piena e orgogliosamente rivendicata. Era però convinto che nell’ambito dell’esercizio di una qualunque attività, sia essa un lavoro o una passione, oppure una vocazione, com’era il suo caso, in aggiunta alle conoscenze e alle competenze specifiche, ci fossero delle abilità, delle propensioni e dei talenti da mettere in pratica. Riteneva tali abilità soprattutto connaturali e istintive, pur ammettendo la possibilità di un loro affinamento, se non una completa acquisizione, attraverso un processo formativo e di pratica operativa. Erano tali abilità, a suo modo di vedere, a caratterizzare in un senso o nell’altro l’esercizio delle funzioni intraprese. Nel suo campo specifico quindi, nel ministero sacerdotale, secolare o regolare che fosse, il possesso di specifiche abilità determinava l’eccellenza in qualcuno dei molteplici doveri attinenti il ruolo. Ed ecco che c’erano sacerdoti che eccellevano nella predicazione. Abili oratori e persuasori efficaci, trascinatori di folle e sobillatori di anime, come Origene, Crisostomo, Agostino, San Francesco e Savonarola. Sacerdoti che eccellevano nel servizio missionario, disposti a sacrificare la vita per annunciare e testimoniare Dio e la sua rivelazione, come Comboni, Ricci e Marcellino Forcellini. Sacerdoti che eccellevano nel loro dedicarsi al servizio dei poveri, dei bisognosi e dei malati. Sacerdoti teologi ed eremiti. Sacerdoti tra i giovani e tra i carcerati. Lui eccelleva nel sacramento della confessione, nelle confessioni. Non riteneva certo questa sua propensione secondaria o limitativa, meno prestigiosa e popolare. Anzi, la accettava come un dono particolare, una sua peculiarità distintiva. E poi gli piaceva. Ovviamente non per morbosa curiosità delle vicende e delle colpe di coloro che andavano da lui a confessarsi, per le quali provava solo un interesse quasi tecnico, ma perché oltre all’appagamento per aver consentito il perdono dei peccati e la riconciliazione con Dio, trovava intellettualmente stimolante il processo stesso della confessione. Ne ammirava la dialettica, le emozioni, le motivazioni, le schermaglie, l’indagine, lo scandagliamento, i tranelli, le trappole, gli indizi, le remore, le false piste, l’occultamento, i detti e i non detti, l’ebbrezza del successo, la pace dopo l’epilogo. Niente a che vedere naturalmente con il lavoro dell’investigatore col sospettato, né con quello dello psichiatra col suo paziente, sia per le premesse che per i fini, ma certamente alcune analogie poteva riscontrarle. In fondo, sia i suoi genitori che i suoi insegnanti avevano notato queste sue qualità e ipotizzato che potevano per lui esserci sbocchi nella polizia, nei carabinieri o nel campo della psichiatria. Ma poi era arrivata la vocazione, come un fulmine, splendida, rasserenante, gioiosa, intensa. Ed era stato ed era ancora pienamente felice.

Devo ammettere, riprese la donna, che non so da che parte cominciare. E non per la presenza di una sterminata lista di peccati, ma soprattutto per una mia incapacità nella completa ed esatta individuazione degli stessi peccati. Vede padre, a volte sono incerta io stessa se definire un fatto, un’idea o un’emozione un peccato o meno, né sono in grado sempre di valutare la gravità della colpa commessa, graduarla ed etichettarla, per quanto sia caratterialmente portata ad amplificare nella mia mente la gravità delle mie azioni. Poi l’ansia che mi assale non mi aiuta certo a razionalizzare. Io non sono qui a giudicare i tuoi peccati, disse lui, né per farmi giudice della tua vita, bensì per raccogliere la tua richiesta a Dio affinché perdoni i tuoi peccati. Devi quindi semplicemente lasciarti andare, parlare con semplicità dei comportamenti e dei pensieri che rappresentano per te elementi di confusione nella tua vita, che ti procurano angoscia, dolore, turbamento, sentimenti di colpa. Sarebbe stato per lui semplice andarle in aiuto col porre domande specifiche e dirette. Hai bestemmiato? Hai commesso adulterio? Hai praticato la contraccezione? Hai rubato? Hai calunniato e sei stata bugiarda? Hai ucciso? Metodo di basso profilo! Da novellino che si affidi alla lettura di una check list. Tecnica da barbari, da macellaio, da insicuro, da chi ha fretta, da chi vuole sbrigare al più presto l’incombenza, operare come sulla catena di montaggio, attento al numero più che alla qualità. Lui era invece un artista della confessione. Mai e poi mai avrebbe condotto una confessione in quel modo inquisitorio. E non solo per l’estetica della confessione stessa, per il piacere della dialettica argomentativa e della logica raziocinante, per il diletto della maieutica socratica, ma soprattutto per l’assoluta convinzione della sua inefficacia, inadeguatezza nel far emergere il vero tormento interiore del fedele penitente. Era pienamente convinto che in quel modo si instaurasse un’asimmetria dialogica tra il sacerdote e il fedele, con una contrapposizione dominante-dominato che invogliava necessariamente alla chiusura, alla ritrosia, all’occultamento consapevole o inconsapevole di inquietudini, colpe e peccati, con l’inevitabile conseguenza della totale inefficacia della confessione stessa. Riteneva addirittura che le ripercussioni di una confessione condotta nella maniera errata potessero andare molto al di là dell’effetto contingente dell’inutilità dell’atto specifico della confessione, ma avere conseguenze negative e forse irreversibili sulla vita del fedele, sulle sue instabilità, i suoi sensi di colpa, le sue paure. La mia vita è stata una serie di errori, continuò la donna. Qualcuno fatto deliberatamente, per ribellione, per dispetto, per passione, per egoismo, perché in quel momento sembrava la cosa giusta da fare per raggiungere i miei fini, altri fatti per ingenuità, leggerezza, incoscienza, inesperienza, fiducia mal riposta o perché avevo intorno a me le persone sbagliate. E ogni volta, raggiunta la consapevolezza dell’errore, è arrivata la vergogna, la sensazione di fallimento, il vuoto, la paura del giudizio degli altri, del biasimo e dello scherno.

Errori affermi, oppure peccati? Non tutti gli errori sono peccati,  disse lui. Ecco, questo era il genere di domande che gli piaceva. Intanto, era nella sua natura predisporsi più all’ascolto che al parlare, lasciando il tempo all’altro per esprimere compiutamente il suo pensiero, seguendo con attenzione le sue argomentazioni, il suo punto di vista, pronto a cogliere le pause, le intonazioni, le brusche virate, le accelerazioni, le frenate, i segnali di resistenza. I suoi interventi erano poi formulati in maniera da comunicare comprensione e condivisione, parafrasando per esempio le considerazioni espresse dall’altro, senza mai cedere a domande brusche, chiuse, a risposta secca del tipo sì/no, privilegiando invece le domande aperte, invitanti alla riflessione, all’apertura, all’analisi. La donna rimase in silenzio. Evidentemente la sua mente vagliava la contrapposizione proposta tra errore e peccato, il cui confine era lei la prima a vedere sfuocato. Padre, rispose infine, mi accorgo in effetti di non avere un’idea precisa della distinzione, a conferma di quanto le dicevo della mia incapacità di cogliere la corretta accezione di peccato, con la conseguenza di vedere quasi ogni mio errore come un peccato. Lui scosse la testa, nonostante la donna non potesse vederlo bene in viso attraverso la grata con i fori a grana fine. Il peccato, disse, è una cosa specifica e ben definita, attiene a una violazione intenzionale della legge divina, che un fedele credente dovrebbe ben conoscere e osservare. Seguì ancora un silenzio meditabondo. Capisco, disse la donna, è giusto. Allora posso essere più precisa, nei limiti della mia conoscenza e interpretazione della legge divina. Da giovane ho ritenuto che fosse mio diritto perseguire il soddisfacimento dei miei piaceri terreni, godendo delle gioie della gioventù e della vita. Pur senza eccessi e parallelamente a una adeguata attenzione allo studio e alla mia formazione professionale, ho dato spazio adeguato al divertimento, all’euforia dell’alcol e di qualche stupefacente. Ho a volte perseguito l’attrazione fisica verso gli uomini più che la comunione dei sentimenti e dell’amore, naturalmente vivendo il rapporto nella completezza della sfera sessuale, per lo più senza preoccuparmi delle possibili conseguenze o al massimo con l’uso sporadico di contraccettivi. Mi sono poi innamorata e sposata, felice e soddisfatta, amorevole e devota. Si fermò. Sembrava sofferente e spossata. Lui sapeva che non bisognava intervenire, fermare il flusso dei pensieri, delle parole, dare giudizi e contestare colpe. La donna riprese il filo dei suoi ricordi. Il lavoro e la carriera ci assorbivano, ritenemmo egoisticamente opportuno evitare per qualche tempo di mettere al mondo figli, che sarebbero stati da una parte di intralcio alle nostre ambizioni, dall’altra non avrebbero potuto godere appieno delle nostre attenzioni. Ma intanto ci allontanavamo, lentamente e inesorabilmente, privi del collante della condivisione ed esposti alle opportunità del successo in ambito lavorativo. Francamente non sono sicura se sia mai stata tradita, anche se l’ho più volte sospettato, ma sono ingenuamente caduta nella trappola dell’adulterio, quasi inconsapevolmente all’inizio, altre volte con piena coscienza del mio agire. Ci siamo poi azzuffati, odiati e disprezzati, separati e infine abbiamo divorziato. Mi sono quindi sentita alternativamente libera e padrona del mio destino, infelice e dannata, vittoriosa e fallita, morta e risorta. Più avanti ho avuto amori e delusioni, infatuazioni e avventure consapevoli. Ho conosciuto infine un uomo affascinante e galante, dolce e premuroso, col quale mi sono sentita nuovamente felice e in armonia, nonostante fosse sposato e con figli. Ma mi sembrava irrilevante e transitorio, finché lui non mi ha candidamente confessato che si era riavvicinato alla moglie, aveva realizzato come la famiglia fosse il vero valore supremo, riteneva quindi opportuno interrompere la nostra relazione, per il bene di entrambi. Piangeva ora. Abbondantemente e silenziosamente, senza provare vergogna.

Lui ascoltava attento, serio, partecipativo. Il pianto lo affliggeva. Se fossero stati seduti vicini le avrebbe preso le mani, avrebbe fatto in modo di far sentire la sua vicinanza, avrebbe accarezzato la sua testa china e avrebbe cercato di calmare i suo singhiozzi. Ma la sua esperienza e le circostanze esposte gli suggerivano che c’era ancora altro, nascosto, forse relegato in recessi più intimi, bandito dalla mente e dal cuore. La donna aveva fatto quasi un monologo, ininterrotto, delle vicende negative della sua vita, amplificandone il peso e la gravità, come se fossero eccezionali e immense, poi si era fermata piangendo. Il suo meccanismo di difesa si era evidentemente sfaldato, stava franando. Ma le frane sono fenomeni raramente estinti in un solo evento, ci sono pause, tentativi di ripristinare l’equilibrio, falsi assestamenti, poi magari scivolamenti e infine smottamenti successivi e forse definitivi. C’erano altre macerie. Si riprese, parve calmarsi. Sono tanti i miei peccati, ricominciò quasi con amara ironia, vero padre? Ne intravedo chiaramente qualcuno nei confronti del primo comandamento, nelle incertezze e mancanze nella fede in Dio e nei suoi valori, nell’egoismo nel perseguire il mio piacere e il mio interesse. Sicuramente ho trasgredito riguardo al sesto, commettendo atti impuri, cedendo all’adulterio, decidendo di divorziare. Ho evidentemente violato il nono, stabilendo una relazione con un uomo sposato. Si interruppe. Mi sembra che siamo sulla buona strada, disse lui dopo un lungo silenzio, ti stai chiarendo le idee. Non posso non ritenere giusto e confacente alla legge divina che l’uomo sposato col quale avevi avviato una relazione abbia preso coscienza del valore del suo vincolo matrimoniale, dei suoi impegni nei confronti della sua famiglia, dei suoi doveri verso i figli. E quale è stata la tua reazione? Rabbia all’inizio, rispose, disperazione quando mi sono accorta di essere incinta. L’ho rivisto, gli ho parlato e riferito della gravidanza. Era sconvolto, terrorizzato, debole. Mi disse che non riteneva di potersi assumere delle responsabilità verso di me e verso il figlio in arrivo. Affermò che la sola cosa da fare era abortire. L’avrei ucciso in quel momento. Riprese a piangere silenziosamente, tra singhiozzi a stento trattenuti. Ma poi l’ho fatto davvero. Ero sola, disperata, preoccupata per il mio futuro e quello del figlio che portavo dentro di me. Sono andata in un ospedale e ho abortito, nei termini e nelle modalità previste dalla legge. Padre, disse tra le lacrime e i singhiozzi, ho abortito, ha capito? Ho peccato anche nei confronti del quinto comandamento, ho commesso un delitto gravissimo contro Dio. E anche contro me stessa.

La frana completa, lo smottamento decisivo, le macerie più remote. Lui era affranto, partecipe dell’orrore e della sofferenza. Coraggio, disse, calmati. Si identificava nelle correnti liberali che attraversavano la Chiesa, con un’attenzione alle realtà e ai cambiamenti culturali, sociali e comportamentali del mondo contemporaneo. Riteneva che posizioni ortodosse conservatrici e ultraconservatrici da parte della Chiesa, spesso superate nella coscienza sociale, allontanassero più che coinvolgere i fedeli, soprattutto le nuove generazioni. A suo parere, le aperture verso temi come il divorzio, l’omosessualità, la contraccezione e simili questioni erano coerenti col ruolo della Chiesa nella società moderna. Lo stesso aborto, peccato mortale e delitto abominevole, come giustamente dottrinalmente etichettato, non eludeva la necessità per la Chiesa di essere vicina a quelle donne che, per complessi e svariati motivi, vi ricorrevano. La disponibilità al perdono da parte dei confessori, in caso di pentimento, era per lui un dovere e una opportunità. La donna continuava a piangere sommessamente. Hai bisogna di ritrovare la pace, lui continuò, liberare il tuo spirito, aprirti a Dio e al futuro, ricercare le ragioni per andare oltre la tua disperazione, rigenerarti e iniziare una vita nuova. Mi aiuti padre, pregò lei. Dio non si stanca mai di essere vicino a chi soffre, disse lui, di aiutare chi si rivolge a lui con speranza e con amore, chi gli chiede perdono per i propri peccati, anche i più terribili, con un sincero pentimento. Hai riconosciuto e ammesso i tuoi peccati. Adesso devi guardare dentro il tuo cuore, tradurre il dolore, il rammarico e il rimorso per aver peccato in un atto di pentimento, chiedendo quindi a Dio di cancellare e perdonare i tuoi peccati. La donna fu pronta e risoluta nella risposta. Sono pentita dei miei peccati padre, infinitamente pentita. Chiedo il perdono di Dio, nella sua immensa bontà. Non ricordo più come esprimere questa mia richiesta con le parole più adeguate, quelle che usavo quando mi confessavo da ragazza, ammise. Lui le andò in soccorso. Quello che hai pronunciato è già ampiamente sufficiente, disse, perché viene dal cuore, ma se lo desideri, ripeti insieme a me. Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho tradito la tua fiducia, e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami. Lui preferiva di gran lunga la formula “perché peccando ho tradito la tua fiducia” rispetto alla più tradizionale “perché peccando ho meritato i tuoi castighi”, quella che fa pensare a un Dio che punisce e castiga i penitenti, mentre Dio ama sempre, opera solo per liberare e salvare gli uomini. La donna eseguì l’invito come una scolaretta. Dopo restarono in silenzio, senza che ci fossero pianti o parole a contaminare la nuova pace dello spirito. Lui recitò infine la formula del perdono. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen, rispose la donna. Restò inginocchiata ancora un momento, poi si alzò e si recò verso un posto libero sui banchi, ormai occupati da molti fedeli. Lui scostò la tenda di lato, ne seguì l’andatura dignitosa con lo sguardo. Vide il sacrestano avvicinarsi. Padre, disse sommessamente, siamo in ritardo per la messa. Annuì. Era felice per la nuova riconciliazione di un fedele con Dio e con la sua Chiesa. Uscì dal confessionale.

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