L’impresa

Un romanzo è lavoro lungo, è una carrellata di storie. Per chi ama le storie singole, lo stralcio di un romanzo può essere una pausa di alleggerimento.

(Nella foto, un campo da calcio. Foto da Pixabay.com)

Sulla macchina erano in cinque. La Fiat 126 non lasciava molto comfort a quelli che stavano seduti dietro già se erano in due, figuriamoci in tre. Naturalmente l’auto era usata, ma sarebbe meglio dire vicino al tramonto, regalo di compleanno per la raggiunta maggiore età del nuovo proprietario. Scuola guida iniziata ben prima del grande evento, in maniera tale da poter sostenere l’esame ed ottenere l’agognata patente subito dopo, sfida intrapresa con accurata pianificazione e grande impegno cerebrale, neppure lontanamente paragonabile a quello scolastico. I cinque passeggeri erano frutto di una estrazione a sorte tra un gruppo numericamente ben più numeroso di convenuti al campetto da calcio, una ventina circa tra amici, conoscenti e compagni di fede, con uno spettro di età comprendente pochi neomaggiorenni e tanti minorenni, tutti desiderosi di prendere parte all’iniziativa. Il meccanismo di estrazione a sorte, peraltro, aveva reso necessarie parecchie discussioni, grande inventiva e una certa preparazione, ma alla fine era stato raggiunto l’accordo. Erano stati recuperati due sacchetti del gioco della tombola, ognuno con i regolamentari novanta pezzi numerati da uno a novanta. Una serie era elegantemente classica, costituita da cilindretti di legno su una faccia dei quali erano riportati a rilievo la sottile corona circolare esterna e il numero interno, entrambi di un bel colore rosso. L’altra serie era sempre con cilindretti di legno, ma su una faccia era semplicemente stampato il numero, di colore nero. In effetti, il numero dei partecipanti all’impresa, meglio definire con tale termine l’iniziativa, date le componenti di azione, avventura e rischio associate, era stato inizialmente stabilito in quattro, gruppo operativo ritenuto a maggioranza adeguato e sufficientemente ristretto per poter operare in maniera discreta. La serie nera era stata utilizzata facendo prendere dal sacchetto un numero a caso ad ognuno dei convenuti, mettendo poi da parte i numeri rimanenti. Il più giovane, opportunamente bendato, era stato poi delegato ad estrarre quattro numeri in successione dal sacchetto con la serie rossa, con l’ovvia regola di ripetere l’estrazione se il numero estratto non fosse stato in possesso di nessuno del gruppo. Erano stati quindi individuati i quattro fortunati, in possesso dei corrispondenti numeri neri. Sfortunatamente, i quattro selezionati risultarono essere due minorenni e due maggiorenni, solo uno dei quali con la patente, ma senza la disponibilità di una macchina, in possesso di solo tre del gruppo dei convenuti. Uno dei tre si offrì di mettere a disposizione la sua auto, a condizione di poter partecipare all’impresa. Nessuno dei quattro estratti a sorte fu però disponibile a ritirarsi, col risultato che i passeggeri erano diventati cinque, col benestare del proprietario dell’auto sullo sconfinamento dei posti a sedere.

Dopo aver percorso strade secondarie per evitare di essere intercettati da carabinieri o polizia, la macchina arrivò a destinazione verso le dieci di sera, sullo stradone male illuminato. Parcheggiarono ad un centinaio di metri dal cancello di ingresso alla strada di accesso all’impianto, circondato da un’alta rete, una semplice strada sterrata. Era tutto buio e sullo stradone le macchine in transito erano rare. Fu però considerato opportuno, nonostante la quasi totale oscurità, coprire con rami e foglie entrambe le targhe dell’auto. I cinque tirarono fuori dal bagagliaio due barattoli, ognuno della capacità di cinque litri, un pacco di cartoni legato strettamente, un bustone pieno di stracci e una busta con attrezzi vari. Si diressero con circospezione verso il cancello. Dalla busta estrassero una corda e dei fazzoletti, con i quali si coprirono il volto fino al naso, come banditi da far west. Seguendo un preciso piano operativo, uno dei ragazzi salì con attenzione sul cancello, lo scavalcò e ridiscese dall’altra parte. Un secondo lo seguì, rimanendo però a cavalcioni sul cancello. Gli passarono un capo della corda, mentre all’altra estremità legarono uno dei barattoli, che fu quindi sollevato e poi calato dall’altra parte del cancello, raccolto e sistemato di lato dal primo entrato. L’operazione fu ripetuta per l’altro barattolo, per il pacco di cartoni, per il bustone e per la busta degli attrezzi, quindi il ragazzo a cavalcioni scese all’interno, seguito in successione dagli altri tre ragazzi rimasti all’esterno. La strada sterrata, larga poco più di tre metri, si inoltrava per una decina di metri tra due enormi siepi, per poi immettere in una radura erbosa che si allargava progressivamente fino ad un ampio e profondo spiazzale in terra battuta che si apriva sulla sinistra. A destra lo spiazzale era delimitato da una lunga e fitta schiera di alberi, sulla sinistra c’erano due costruzioni, una più grande e una più piccola, immerse tra gli alberi. Sulla prima campeggiava un’insegna spenta con la scritta Bar-Pizzeria, sulla seconda una scritta accanto alla porta di ingresso recitava Spogliatoio. Tutto era deserto, buio e silenzioso. La serata era limpida, anche se fredda. I cinque ragazzi, trasportando il materiale introdotto, si diressero verso il fondo dello spiazzale, delimitato da una rete più alta di quella sulla strada, con due aperture laterali che immettevano su una delle due estremità di fondo di un bel campo da calcio regolamentare in erba ben curata. Tutt’intorno al campo, accuratamente delimitato e segnato, c’era uno spazio riservato agli spettatori, su uno dei due lati anche una struttura in legno a quattro gradoni lunga una ventina di metri. I cinque restarono qualche secondo a guardare il campo, dopo di che contemporaneamente decisero che c’era la necessità imbellente di fare un bisogno fisiologico. Ognuno provvide ridendo ad innaffiare una zona erbosa di campo, con evidente soddisfazione, sia per l’eccitazione della bravata che per allentare la tensione. Si diressero poi verso il cerchio centrale. Con una ripartizione dei compiti chiaramente studiata a tavolino e degna di una catena di montaggio, furono allestiti i preliminari dell’opera. Il pacco di cartoni fu aperto. Comprendeva nove pezzi di cartone, di circa un metro per un metro, con al centro di ognuno ritagliata con precisione una grande lettera in bei caratteri a stampatello. I cartoni furono disposti con molta cura sul manto erboso del campo, orizzontalmente, adeguatamente distanziati, in maniera simmetrica rispetto alla linea centrale e all’interno del cerchio centrale, in modo da formare due parole. La posizione era tale che chi si fosse messo con le spalle all’ingresso del campo avrebbe visto e letto la prima più lontana e la seconda più vicina. Dopo aver doverosamente controllato la corretta disposizione delle lettere, a formare le due parole desiderate, senza banali errori, furono aperti i due barattoli e collocati uno in prossimità della prima parola e l’altro nelle vicinanze della seconda. Furono poi distribuiti gli stracci e dalla busta degli attrezzi furono estratti cinque pennelli da imbianchino, grandi e nuovi di zecca, di cui i cinque si impossessarono impugnandoli saldamente e provandoli nell’aria. Fu quindi dato inizio all’opera. Proteggendosi e aiutandosi con gli stracci, tre ragazzi iniziarono a intingere i loro pennelli nel barattolo in corrispondenza della prima parola, dipingendo di seguito e con cura la parte interna di ogni cartone, dosando e spandendo bene la vernice. Gli altri due si dedicarono allo stesso modo alla seconda parola, utilizzando l’altro barattolo di vernice. Ci volle una mezz’oretta circa, senza parlare ma tra risatine e sghignazzi. Alla fine furono tolti i cartoni, tutto il materiale usato fu portato di lato al campo e accantonato sotto la tribuna in legno. I cinque si portarono di nuovo al centro del campo, per ammirare ancora la loro opera. Uno di loro provvide a scattare cinque foto polaroid da diverse angolature e distanze dell’opera compiuta, prova indelebile della loro impresa e prezioso souvenir personale, poi si avviarono verso l’uscita, per rifare a ritroso il percorso fatto all’arrivo, sempre col volto coperto. Al centro del campo, sotto la debole luce della luna, spiccava la scritta FORZA ROMA, con la prima parola di un giallo acceso e la seconda di un bel rosso vivo. L’impianto sportivo, conosciuto per essere frequentato praticamente solo da tifosi laziali, centro di raccolta di uno dei club laziali più noti, era stato violato e timbrato.

– Ma l’avete fatto davvero? Siete pazzi, quelli si vendicheranno, qualcuno farà la soffiata.
Maurizio era serio e preoccupato. Dall’alto del suo agnosticismo calcistico, non capiva nemmeno come imprese come quelle potessero essere pensate e attuate, che soddisfazione potessero dare e quale significato potessero mai rivestire. Era però sicuro che fossero pericolose, in grado di innescare ritorsioni e reazioni imprevedibili. Glielo aveva detto e ripetuto a Stefano di non lasciarsi coinvolgere nell’idea malsana che era venuta al gruppo più acceso di tifosi romanisti della scuola, né si era lasciato trascinare dall’amico, nonostante ripetuti tentativi di coinvolgerlo. L’altro era invece euforico e tranquillo, ancora carico di adrenalina per l’azione della serata precedente, soddisfatto e felice che la sorte avesse voluto inserirlo nel commando operativo.

– Smettila, è andato tutto liscio come l’olio. E nessuno parlerà di sicuro. Il campo dei laziali è dall’altra parte di Roma, risalire a noi è praticamente impossibile. Piuttosto, guarda che lavoro perfetto abbiamo fatto. 

La foto in suo possesso era davvero bella, dovette ammettere Maurizio rimirandola tra le mani. La scritta era nitida, imponente e fiera. Si lasciò scappare finalmente un sorriso.

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