Magnificat

Un omaggio ad un capolavoro assoluto dell’arte universale.

(Nella foto, la Vergine Annunziata di Antonello da Messina, 1475/1476)

Il taxi uscì dall’aeroporto con andatura tranquilla. Appena un paio di chilometri per immettersi nella A29, che definire autostrada è un parolone, ma ha il vantaggio di essere veloce, per cui in meno di un quarto d’ora si arriva all’uscita via Belgio. Ma da qui si entra nella bolgia del traffico di Palermo e nell’indeterminatezza dei tempi di percorrenza. Era nervoso e teso, naturalmente. Ma deciso. Che poi chi l’ha detto che le persone decise sono quelle calme, fredde, razionali, imperturbabili? Si può essere decisi anche essendo sognatori, irrazionali, con la testa fra le nuvole ed emotivi. Anzi, direi che le persone più decise sono proprio quest’ultime, che magari sono dubbiose ed esitanti nel prendere una decisione, ma che una volta convinti della bontà o perlomeno della necessità della decisione stessa non c’è niente che possa distoglierli da un’impresa, vanno come un treno, sicuri, risoluti e determinati, veri e propri kamikaze, senza lasciarsi distogliere da successive valutazioni, imprevisti e calcoli di opportunità, come invece è più naturale possa accadere per persone razionali e logiche. Il mare sulla sinistra era uno spettacolo stupendo, nel sole della giornata ormai quasi estiva, sebbene si fosse solo a fine aprile. Arrivarono rapidamente nei pressi dell’uscita di Capaci, dove il pensiero non può non andare a chi in quel luogo è stato trucidato da menti e mani assassine e vigliacche, per costeggiare poi Isola delle Femmine, le cui spiagge sono tra le più belle della Sicilia.

La bellezza. La sua ossessione. Di fronte alla bellezza pura, la bellezza di un’opera d’arte, della natura e della vita, di manufatti umani, di formule e strutture matematiche e fisiche, la bellezza che appaga i sensi e lo spirito, non trovava parole per esprimere il piacere, l’incanto, l’estasi e il rapimento. Era ovviamente consapevole che ognuno di noi esseri umani ha i suoi gusti, le sue preferenze e i suoi criteri estetici, frutti dei suoi geni, della sua esperienza di vita, sensoriale, spirituale e intellettiva, ma anche della dimensione collettiva del suo spazio, del suo ambiente e del suo tempo. E naturalmente si dichiarava disponibilissimo a discutere del valore assoluto della bellezza rispetto alla sua valenza soggettiva, per quanto lui propendesse per l’assoluto, ma gli appariva una questione irrisolta da sempre quindi, senza inoltrarsi in sterili sofismi sul tema, era propenso ad assumere un atteggiamento molto pratico, identificando specifici e personali esempi di bellezza che utilizzava come canoni di bellezza assoluta rispetto ai quali esprimere valutazioni per ogni altra forma di bellezza con la quale venisse a contatto. Ed una delle più sublimi tra le tante espressioni della bellezza pura, assoluta e infinita che erano a sua conoscenza, da lui eletta a icona universale di bellezza, era la Vergine Annunziata di Antonello da Messina, realizzata tra il 1475 e il 1476 ed esposta appunto a Palermo, successiva ad un’altra Vergine Annunziata probabilmente del 1473 conservata a Monaco di Baviera e ad una Annunciazione presumibilmente del 1474, attualmente a Siracusa. Rifletteva spesso sul fatto che chiunque abbia avuto modo di ammirare la Gioconda al Louvre sarà rimasto sorpreso dalle dimensioni ridotte del dipinto, appena 77 centimetri di altezza e 53 centimetri di larghezza, accentuate dalla distanza che è imposta ai visitatori, ma la Vergine Annunziata di Palermo è ancora più piccola, appena 46 centimetri di altezza e 34 centimetri di larghezza, ad ulteriore conferma che la bellezza può essere racchiusa in dimensioni fisiche irrisorie.

Sulla sinistra si estendeva la borgata di Sferracavallo. Era diretto proprio a palazzo Abatellis, sede della Galleria Regionale della Sicilia, dove era esposta la Vergine Annunziata. Nella sua mente il dipinto era sempre nitido, definito in ogni particolare, come se i suoi occhi lo vedessero realmente, lo scorressero centimetro per centimetro. Lo aveva ammirato da vicino, relativamente a dire il vero, vista la distanza alla quale erano tenuti i visitatori, a Roma nel 2006, quando oltre una trentina di opere di Antonello erano state esposte nelle Scuderie del Quirinale, per rendere omaggio al genio che era apparso sulla scena siciliana senza un sostanziale retroterra artistico che lo preannunciasse, debitore all’arte e alla tecnica fiamminga, con la quale era venuto a contatto negli anni della sua permanenza a Napoli. Ma anche l’estasi, le emozioni, le suggestioni che arrivavano al suo spirito alla vista del dipinto si ripresentavano nitide e meravigliose nella sua mente ad ogni rinnovato richiamo virtuale che la sua mente stessa faceva del dipinto. Accadeva sempre, anche lì nel taxi, in quel momento, mentre passavano sotto monte Billiemi e dall’altra parte della borgata si stagliava il panorama del promontorio di Capo Gallo.

Il viso intanto. Bellissimo. Simmetricamente perfetto, armonico, delicato, senza accentuazioni di labbra, naso, zigomi, occhi e forma del mento. Semplice, acqua e sapone, si potrebbe dire. Una bellezza eterna che, gli piaceva sottolineare, evidenzia l’equilibrio armonico dell’insieme e la finezza dei tratti, piuttosto che concentrarsi sul risalto dei particolari, come i canoni estetici correnti per la bellezza femminile amano fare, privilegiando l’enfasi del dettaglio, come occhi grandi, labbra carnose, zigomi accentuati, mandibola forte e naso importante, magari all’insù. Naturalmente, era consapevole che il soggetto specifico, la Vergine, doveva essere tale, nella mente di Antonio di Giovanni de Antonio, vero nome di Antonello, da suggerire nel contempo bellezza e purezza, delicatezza e spiritualità, piuttosto che sensualità e fisicità, ma in ogni caso la bellezza femminile era lì, ben visibile, anche umana e fisica. Non si è certi, come sapeva, se davvero la modella usata sia Smeralda Calafato, suor Eustochia e santa dal 1988, nata a Messina nella stessa epoca di Antonello e celebre per la sua bellezza, ma l’ipotesi stessa è una conferma che una bellezza così eccezionale possa realmente esistere, questa era la sua conclusione. Come abbia poi fatto Antonello a rendere in maniera così mirabile la spazialità tridimensionale di un volto su una tavoletta di legno, a combinare e diluire i colori a olio, le sfumature, la luce e le ombre in una combinazione così armonica, delicata e reale, era per lui un miracolo di tecnica e sensibilità che non aveva uguali. E gli occhi della Vergine dove guardano? Magnetici, inducono a fissarli, ad una prima occhiata per seguirne lo sguardo verso il lato inferiore sinistro dello spettatore, a chiedersi chi sia il destinatario, probabilmente l’Arcangelo Gabriele inginocchiato a darle l’annuncio, ma poi si è risucchiati da essi, inesorabilmente, e si resta lì incantati a guardarli, scuri, profondi, assorti, con la crescente consapevolezza che essi non guardino all’esterno, ma che sia invece uno sguardo interiore, diretto a penetrare entro l’animo della Vergine stessa, a contemplare il mistero e la grandezza del suo compito e del suo destino.

E anche i suoi occhi, fissando la Vergine nella sua mente, non vedevano certamente l’esteso capannone della Leroy Merlin sulla destra della carreggiata, mentre il taxi procedeva spedito tagliando la zona industriale nord di Palermo, che poi di industriale ha ben poco, ma chi l’ha detto che ai nomi debbano sempre corrispondere i relativi fatti? Ora fissava le labbra. Splendide, vere, forse appena dischiuse in un leggerissimo, impercettibile, delicato, sereno sorriso. È stato detto, e lui era perfettamente d’accordo, che è il sorriso della consapevolezza, di chi già è a conoscenza del mistero, della volontà divina e del suo ruolo, perché già lo vive in sé stessa, nel suo corpo, nel suo intimo e nella sua anima, quindi l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele è in un certo senso superfluo, inessenziale. E quindi ecco che diventa superfluo anche ritrarlo. Antonello non rappresenta quindi l’Arcangelo, come invece aveva fatto nell’Annunciazione del 1474 e come tanti altri prima e dopo di lui, dando spazio all’ambientazione, alla stanza, alle travi decorate, alle colonne, alle finestre, al paesaggio, agli oggetti, al letto, alla colomba dello Spirito Santo. La Vergine qui è sola, protagonista assoluta, essenziale, dell’evento. E non è stupita affatto dall’annuncio, constatava e si ripeteva nella sua mente, come pure è stato affermato, perché il concepimento c’è già stato e lei si è totalmente affidata a Dio e alla sua volontà, contrariamente che nell’altra Vergine Annunziata del 1473, anch’essa sola nella scena, per molti versi simile, ma questa sì stupita dall’annuncio, con la bocca leggermente aperta e gli occhi quasi sgranati.

Intanto erano arrivati all’uscita di via Belgio e si avviavano verso gli enormi palazzi della periferia, simili a quelli di tante altre periferie. Giunsero in via De Gasperi, per restare qui completamente fermi. Quale miglior modo di ingannare l’attesa che ritornare ad ammirare la Vergine Annunziata nella sua mente, copia fedele e indelebile del dipinto di Antonello! Ora lo sguardo si soffermava sul velo, quasi nettamente staccato dallo sfondo scuro, pressoché triangolare, a cingere e delimitare il viso e il corpo della Vergine, di un azzurro magnifico, reso ancora più affascinante dal tempo, dalle pieghe morbide e dai chiaroscuri essenziali. È un azzurro che incornicia e fa risaltare lo splendido volto, dal carnato perfetto nel suo sfumato di luci e ombre, inserito ancora in una forma triangolare che accoglie anche l’esile collo, chiusa al vertice inferiore dalla mano sinistra, impegnata a trattenere, raccogliere, chiudere, coprire sul petto della Vergine. E quale perfezione e morbidezza del velo nell’avvolgere la testa, con la piega verticale e simmetrica centrale che fa evidenziare le due arcate sulla fronte, a creare quella delicata ombreggiatura semicircolare che fa splendere e risaltare il resto del viso, arcate che fanno da avamposto e contrappunto alle impeccabili sopracciglia della Vergine. Ed è ancora l’azzurro del velo a delimitare e far stagliare le mani, la sinistra che chiude il manto e la destra aperta e protesa, nel suo misterioso, arcano gesto. Mani delicatissime, curate, dalle dita lunghe e sottili, dalla pittura impeccabile e soave nel creare i contrasti di luce e di ombra necessari a dare profondità e sostanza tridimensionale. Mani la cui gestualità conferisce dinamicità, movimento e significatività all’intera opera. Cosa vuole intimare la Vergine con la sua mano destra? Lui ne era certo, era così evidente, del tutto inutile finanche discuterne. Vuole interrompere l’Arcangelo Gabriele, già relegato all’esterno del dipinto, invitarlo al silenzio, perché le sue parole sono superflue, perché lei già è pienamente cosciente del suo destino, già lo avverte dentro di sé e non ha bisogno di ulteriori dettagli. Allora perché Dio ha mandato l’Arcangelo, lui si chiedeva retoricamente? Ma certamente Dio avrà sottovalutato la sensibilità e l’intuizione della Vergine, Vergine ma donna, e come tale acuta, concreta e perspicace, oltre che infinitamente piena di Grazia!

Procedevano quasi a passo d’uomo ed erano appena sbucati su viale della Croce Rossa, che immette in piazza Vittorio Veneto con la sua statua della Libertà, circondata dallo stupendo Parco Airoldi. Gli veniva da sorridere ripensando alla terza e più grave piaga di Palermo citata nel film Johnny Stecchino “… è il traffico! Troppe machine! È un traffico tentacolare, vorticoso, che ci impedisce di vivere e ci fa nemici, famigghia contro famigghia, troppe machine!”. Ma che gli importava! Lui aveva infinitamente di meglio nella sua mente su cui concentrarsi e di cui godere. Il leggio sul tavolo, in basso, sul quale è posto un libro, sicuramente un testo sacro, con alcune pagine aperte, come sollevate dal vento, altro elemento dinamico della scena dipinta. Aveva letto che studi recenti sono riusciti ad identificare una M nella prima lettera decorata nella pagina più sollevata, insieme ad altre lettere sparse, ipotizzando che il testo della pagina sia il Magnificat del primo capitolo del Vangelo secondo Luca, col quale la Vergine loda e ringrazia Dio: “Magnificat anima mea Dominum, et exsultavit spiritus meus in Deo salvatore meo, quia respexit humilitatem ancillae suae.”, “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva.”. Aveva ormai imparato a memoria questo incipit, come suo devoto e umile omaggio. La Vergine che accetta il suo destino e obbedisce alla volontà di Dio, si mette con fiducia e fede assoluta nelle sue mani. E il vento leggero che solleva le pagine vuole simboleggiare l’afflato dello Spirito Santo che irrompe nella scena, l’effetto sensibile della presenza divina.

Erano arrivati in Via della Libertà, all’altezza della lapide a memoria dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Rivolse per un attimo i suoi pensieri al Presidente della Regione Siciliana barbaramente ucciso. Ritornò l’immagine della Vergine, tutt’intera, in tutta la sua magnifica bellezza, come se finalmente, dopo aver zumato sui particolari, fosse necessario ricomprendere tutto il dipinto nello sguardo, cogliere nuovamente lo splendore e il fascino dell’insieme. Fascino di cui sono ormai parte integrante gli innumerevoli fori dovuti all’azione nel tempo degli insetti xilofagi, i comuni tarli, che negli oltre quattrocentocinquanta anni hanno a più riprese assalito il legno del dipinto. Ci sono fori di tarli ovunque, sul viso della Vergine, sul velo, sulle mani, sul leggio e sullo sfondo. Passati restauri hanno chiuso e ridipinto alcuni fori, ma con diversi gradi di qualità e di risultato. Alcuni fori sono stati dipinti con lo stesso colore originario della zona vicina, altri con colori aventi sfumature diverse, inoltre a volte il colore aggiunto è trasbordato oltre i confini dei fori, altre volte invece si è ritirato creando un microscopico avvallamento. Ci sono poi fori aperti, evidentemente successivi all’ultimo restauro effettuato. Naturalmente, anche il retro della tavoletta è ricoperto di fori di tarli, rivestiti da uno strato di stucco, ma in più parti ci sono stati piccoli cedimenti e rotture del legno. Per evitare poi imbarcamenti, sulla parte posteriore della tavoletta è stato apposto un reticolo ligneo di irrobustimento. I fori, aperti o chiusi, rendono forse più suggestivo il dipinto, contribuendo ai segni del tempo che avvolgono tutta l’opera. Rifletteva su come Antonello fosse riuscito splendidamente con la sua opera ad assolvere la funzione narrativa, l’evento biblico, la funzione devozionale, illustrare il soggetto sacro, la funzione provocatoria, suggerire quanto superflua sia la presenza dell’Arcangelo Gabriele, la funzione emozionale, il concepimento, ma soprattutto la funzione estetica, la bellezza assoluta. Arrivarono con grande calma all’altezza del teatro Politeama, teatro del popolo, ma coi cavalli rampanti dei trionfi dei condottieri, per poi affrontare la sofferenza di via Cavour e di via Francesco Crispi, solo in parte mitigata dal piacere della visione del porto della Cala, quindi percorsero tutta via Cala e il Foro Italico Umberto I, svoltando infine sulla Salita Mura delle Cattive per poi procedere in via Alloro. Ed ecco finalmente palazzo Abatellis, la meta, col suo splendido portale! Pagò il tassista e scese, con la sua ventiquattrore.

Si sistemò la cravatta e la giacca, elegante e distinto, quindi dopo solo qualche istante di pausa per recuperare la funzionalità delle gambe, intorpidite dall’estenuante percorso, entrò deciso nel palazzo. Non c’era nessuno alla biglietteria, forse per l’ora, pertanto fece rapidamente il biglietto, superò l’ingresso e si avviò direttamente verso le scale che conducevano al primo piano, sede della pinacoteca. Non era certo indifferente alle opere esposte che incrociava, ma puntò sicuro verso la saletta numero X. E subito la vide. La Vergine Annunziata era lì sulla parete, piccola ma straordinariamente imponente, riempiva la sala, il palazzo, Palermo e l’universo intero della sua bellezza. C’erano solo altri tre visitatori nella sala. Sempre contemplando il dipinto, attese pazientemente che i tre lasciassero la sala, dopo di che aprì la valigetta, estraendo un panno morbido accuratamente ripiegato più volte su se stesso e una coppia di guanti bianchi immacolati di puro cotone spesso e morbidissimo. Posò a terra la valigetta, distese il panno sulla cassapanca antica addossata alla parete vicina, indossò i guanti con grande cura e si diresse verso il dipinto. Con infinita attenzione e delicatezza lo staccò dalla parete e camminando lentissimamente si diresse verso la cassapanca. In quel momento comparvero sull’ingresso della saletta due donne, una giovane e un’altra anziana, le quali immediatamente percepirono che qualcosa non andava. Ma cosa sta facendo, si fermi, gridò la giovane. L’altra, meno controllata, forse a causa della sua età, cominciò a gridare istericamente e incontrollatamente, oltre che a volume altissimo. Senza che la cosa lo intimorisse più di tanto, dopo aver appena degnato di un’occhiata la coppia, arrivato alla cassapanca poggiò dolcemente il dipinto in verticale sul panno, adagiandolo quindi sulla parete, leggermente inclinato, si tolse i guanti e li gettò via. Poggiò le mani sulla cassapanca, di fronte al dipinto. La Vergine Annunziata era davanti a lui, vicinissima, solo per lui, splendente, serena e dolcissima. Aveva la sensazione che la mano destra della Vergine fosse protesa verso di lui, a dirgli stai calmo, tranquillo, sei con me. Attratti dalle grida, due guardie di sorveglianza arrivarono di corsa nella saletta. Si bloccarono appena lo videro. Fermo, cosa fai? Sei impazzito? Urlarono all’unisono. Lui si girò appena verso di loro. Sorrise. Un sorriso solo accennato. Le guardie, temendo per l’integrità del dipinto, si tenevano a debita distanza, mentre le due donne erano scappate vie. Una delle guardie prese la ricetrasmittente e, scandendo bene le parole, pronto, gridò, un pazzo sta rubando l’Annunziata, avvisate la polizia, presto!

Arrivò la polizia, in forze, insieme ad un nugolo di giornalisti e troupe televisive. Il palazzo fu isolato, la saletta numero X posta in stato di assedio e un vicequestore, accompagnato da tre poliziotti armati di mitra, si affacciò a uno dei due ingressi. Non hai nessuna possibilità di scappare, disse conciliante il vicequestore, allontanati dal dipinto con le mani alzate e potrai sperare in una pena mite, in fondo finora non è successo niente di grave, nessuno sì è fatto del male, non costringerci ad usare la forza. Tranquillo, nonostante la minaccia, fece notare al vicequestore che lui non aveva nessuna intenzione di provare a scappare, né però di allontanarsi dal dipinto. Il suo desidero era quello di poter restare un’ora soltanto nella saletta, da solo, insieme al dipinto, dopo di che si sarebbe consegnato alla polizia. È impossibile, replicò il vicequestore, non ho l’autorizzazione a concedere una cosa del genere e d’altra parte, osservò, sei in trappola e non mi sembra che tu sia nelle condizioni di dettare condizioni. Fuori del palazzo la gente intanto si accalcava, ormai si era diffusa la voce che si trattava solo del gesto di un pazzo innocuo, non era cosa né di mafia né di terrorismo, non c’era pericolo alcuno, quindi lo spettacolo era aperto a tutti. Lui accennò di nuovo un sorriso, mise la mano destra nella tasca interna della giacca ed estrasse un rasoio, aprendolo, mentre i poliziotti armati scattavano contemporaneamente in posizione di fuoco. Fermi, gridò loro il vicequestore, abbassate le armi! Non fare cose di cui potresti pentirti, aggiunse rivolto verso di lui. Col rasoio aperto nella mano destra, in bella evidenza, lucente nella sua lama di acciaio al carbonio, che contrastava stranamente col nero lucido del manico di legno di ebano che sporgeva dal suo pugno, estrasse con la mano sinistra dalla tasca esterna sinistra della giacca un foglio di carta piegato in quattro e lo tagliò nettamente in due parti con un colpo sicuro di rasoio, raccolse insieme le due parti, le ripiegò e di nuovo le taglió in due di netto. Poi, rivolto al vicequestore, parlando duro e deciso, avvicinando nel contempo la lama del rasoio alla tavoletta di legno, disse che se non avessero esaudito la sua richiesta avrebbe sfregiato e danneggiato il dipinto irrimediabilmente, prima che loro riuscissero a bloccarlo. Dentro di sé provò un brivido mentre pronunciava queste parole. Immaginare  il viso della Vergine sfigurato era per lui una pugnalata al cuore, un delitto contro la vita, l’umanità e il mondo, un sacrilegio, un crimine contro la bellezza. E naturalmente sapeva bene che per nessuna ragione al mondo sarebbe mai stato capace di commettere l’orrore che minacciava. No! Fermati, urlò il vicequestore, tu sei pazzo! Aspetta, ragioniamo. Intanto calmati, usciamo tutti dalla stanza, tu però posa il rasoio. E subito uscì, seguito dai poliziotti. Lui rimase solo, guardato però a vista da due poliziotti con le armi in pugno ad ogni ingresso, dietro ai quali due cecchini con fucili di precisione puntati lo tenevano costantemente sotto tiro. Il vicequestore si consultò telefonicamente col questore, che intanto era stato contattato dal capo della polizia, dal ministro dell’Interno e dal ministro per i Beni e le Attività Culturali. La parola d’ordine fu quella di impedire ad ogni costo che quel pazzo facesse del male all’Annunziata. L’ordine fu di assecondare il pazzo, sfiancarlo e al primo segno di cedimento, alla prima distrazione, bloccarlo e immobilizzarlo. Rimasto solo, seppur sotto controllo continuo, rivolse lo sguardo alla Vergine, con la mano sinistra accarezzò dolcemente il viso, mantenendosi accuratamente a qualche centimetro di distanza dalla superficie della tavoletta, poi fermò la sua mano all’altezza della mano protesa della Vergine, quasi a stabilire un contatto. Sapeva che era l’ultima volta che vedeva la Vergine Annunziata di Antonello da Messina. Aveva meno di un mese di vita, così gli era stato detto, senza giri di parole. Il vicequestore si riaffacciò all’ingresso. Va bene, gli disse, sono stato autorizzato a concederti di stare un’ora qui in sala col dipinto, ma sarai costantemente sorvegliato. Quindi uscì. Guardò le due coppie di guardie agli ingressi, poi si concentrò sulla Vergine, ad un passo di distanza dalla cassapanca. Quanto era stato incredibilmente bravo e grande Antonello! Il suo genio era immenso. E immensa era la bellezza della Vergine. Ripercorreva con lo sguardo ogni dettaglio del dipinto, ogni sfumatura di colore, ogni punto di luce, ogni ombra, ogni linea. Avvertiva le infinite suggestioni dei messaggi che il dipinto emanava, l’atmosfera e il mistero divino. Perso in questi pensieri, avvertì con la coda dell’occhio come in un flash che un poliziotto si stava avvicinando per bloccarlo. In un istante alzò il rasoio, urlò e finse di scagliarsi sul dipinto. La pallottola di un cecchino lo centrò alla tempia. L’ultima cosa che i suoi occhi videro furono gli occhi scuri della Vergine. Magnificat anima mea Dominum, et exsultavit spiritus meus in Deo salvatore meo, quia respexit humilitatem ancillae suae.

3 Comments

  1. Per quante ore rimasi, estasiata a guardarla! La Madonna col libro. Antonello da Messina grandissimo! Molti sostengono che avesse partecipato alla creazione del meraviglioso “Trionfo della morte”. Ma questa è un’altra storia.
    Veniamo alla tua di storia. Da palermitana, ho seguito il viaggio del protagonista, passo passo, tra splendori e orrori della mia amata/odiata città. Naturalmente affascinata dalla tua narrazione. Trovo che questo tuo ultimo racconto sia molto intenso, tiene vivi una serie di condivisioni e interrogativi per tutto il tempo della narrazione. Il finale sconvolge e lascia, come sempre, spazio alla riflessione.
    E io, come ogni volta che ti leggo, mi compiaccio con te!

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