La torre

Il racconto è una lettura del dipinto la Torre di Babele, di Pieter Bruegel il Vecchio, datato 1563. E una riflessione sui disegni divini.

(Nella foto, la Torre di Babele, di Pieter Bruegel il Vecchio)

Io c’ero quel giorno. Ed ero stato lì, nello stesso posto, già tanti altri giorni prima, ormai da qualche anno, da quando l’ossessione di vedere e di comprendere si era impossessata di me. Mi ero seduto ad ammirare, a valutare l’imponenza dell’impresa, ad esaminarne i progressi. Ma quel giorno era un giorno speciale, unico. Quel giorno per la prima volta era venuto Nimrod, il grande re, fondatore del potente regno di Shinar e delle città di Babel, Erec, Accad e Calne, figlio di Cush, figlio di Cam, figlio di Noè. Stavo lì, a metà della collina che sovrastava la valle, in mezzo al boschetto, dietro dei rovi fitti, invisibile a tutti e spettatore privilegiato del grandioso spettacolo di potenza, ingegno, bellezza, organizzazione e laboriosità che si rappresentava davanti ai miei occhi. Nimrod, circondato dalle sue guardie e dalla sua corte, con i segni del comando e della ricchezza, imponente, regale ed elegante, si era portato fin in uno dei cantieri periferici verso la base della collina, in mezzo agli operai al lavoro sulle enormi pietre, piccoli, umili, rozzi, con gli abiti da lavoro, per parlare con i progettisti, gli architetti e gli operai stessi, increduli ed ossequiosi, prostrati e dimessi ai suoi piedi, per contemplare la magnificenza della sua impresa, il suo dispiegarsi, la sua concretizzazione e discutere della sua evoluzione. E la sua impresa era davanti a lui, ancora più vicina che a me. Si originava nella valle in fondo alla collina, immensa nella sua estensione circolare alla base e gigantesca nel suo sviluppo verticale attuale, già sovrastante non solo l’altezza della mia posizione ma la stessa collina, ancora più smisurata nella proiezione della sua futura crescita. Provavo i brividi al solo guardarla, enorme nella sua mole, slanciata nella progressione dei suoi graduali seppur discontinui restringimenti della circonferenza, nei suoi gradoni, nelle sue parti ormai compiute e nelle sue innumerevoli porzioni ancora incomplete o addirittura appena avviate, negli squarci che ne evidenziavano la struttura interna in itinere, nelle enormi impalcature a supporto della sua progressiva crescita. Definirla torre può rendere forse l’idea, pensavo, ma è sicuramente un termine inadeguato e limitativo, come non rende giustizia chiamarla torrione o aggiungere aggettivi come grande e smisurata. È il concetto stesso di torre ad essere inadeguato, ragionavo, in quanto la struttura stessa è più assimilabile ad un alveare oppure ad un termitaio, ma su una scala infinitamente maggiore, per descrivere la quale sarebbe più opportuno coniare un nuovo termine, un neologismo, mi dicevo, ma il cui compito rinviavo ad altri più abili di me. Riflettevo su tali sottigliezze forse anche per razionalizzare la serie infinita di emozioni, sensazioni ed eccitazioni che provavo, tanto esorbitante erano la mia meraviglia e la mia ammirazione. La sconfinata pianura sulla quale sorgeva si estendeva sulla sinistra e nel lontano orizzonte frontale, sul quale solo in estrema lontananza si intravedevano rare e basse montagne, mentre immediatamente a destra c’era il porto, praticamente attaccato alla sua base, propaggine anteriore di una costa marina bassa e lussureggiante che irregolarmente si protraeva in verticale perdendosi nell’orizzonte tra terra, mare e cielo. Una pianura ovunque verdeggiante e rigogliosa, con strade e terre coltivate, vissute dagli abitanti operosi della grande città che si estendeva dalla sinistra della valle fino alla costa, circondando tutta la parte posteriore della torre, lo smisurato e meraviglioso alveare al quale pur insoddisfatto continuavo a riferirmi con l’appellativo di torre. Era la mia città, formata da infinite case, palazzi, chiese, mura, ponti e castelli di dimensioni irrisorie, microscopiche, rispetto all’imponenza straripante della torre. Certo, l’asimmetria era evidente. Dal punto di vista puramente armonico, il contrasto tra la pianura e le microscopiche abitazioni rispetto alla enorme possanza della torre strideva nel suo squilibrio, poteva sembrare eccessivo, brutale, antiestetico. Ma quale delizia sotto l’aspetto simbolico, la significazione semiotica della magnificenza e della potenza del regno, dell’impero, espressione della grandezza che Nimrod desiderava sottolineare, della raccolta e unione del popolo sotto il suo governo. Una grandezza non solo in termini di estensione, di potenza e di solidità, ma di uniformità, linguaggio e cultura. L’impero quale espressione di comunanza di intenti, condivisione di progetti, omogeneità della fede e della visione del futuro. Naturalmente sapevo bene che in Nimrod aleggiava anche l’orgoglio e l’arroganza, lo potevo percepire chiaramente quel giorno dalla sua imponenza, dal suo mantello bianco e dal suo sguardo. Aveva più volte proclamato la sua intenzione di opporsi alla potenza del nostro comune Dio, del mio Dio, il Dio che aveva sommerso il mondo pur individuando nel padre del padre di suo padre l’artefice della salvezza e della resurrezione. La torre sarebbe stata il simbolo della sua volontà di resistere, reagire ed opporsi, del rifiuto simbolico di Dio e della affermazione della sua persona imperiale come divinità.

La vita, il dinamismo, l’operosità intorno alla torre e per la torre era pulsante, incredibile, grandiosa. Ovunque si lavorava e si viveva per apportare il proprio contributo al progetto, per sentirsi parte di esso, per concretizzarlo secondo i piani stabiliti. Il mio sguardo si era già perso tante volte ad ammirare la parte sinistra della torre, nello stadio più avanzato riguardo alla superficie esterna. I possenti contrafforti strutturali di sostegno, giganteschi alla base e gradualmente meno enormi e imponenti al crescere dei piani della torre, ne delimitavano i settori circolari, disegnando praticamente una sorta di sezioni verticali che si perdevano nell’infinita altezza dell’ultimo piano già realizzato, racchiudendo al loro interno ognuno una coppia di grandiose arcate di dimensioni uguali per ogni piano e progressivamente più piccole al crescere dei piani. Una porta alla base di ogni arcata e una infinità di finestre, di ogni taglia, forma e dimensione, dalle semplici aperture rettangolari alle eleganti bifore e ai raffinati balconcini. Ma anche l’osservazione delle parti ancora incomplete era uno spettacolo continuo, grandioso e vivo. Tutta la parte destra era strutturalmente impostata, seppur di altezza praticamente dimezzata rispetto alla parte sinistra, ma con la superficie in via di definizione, grezza, appena abbozzata, con l’intera base ancora praticamente  tutta in lavorazione fin quasi all’estremità sinistra. La parte frontale si presentava addirittura informe, amorfa,  indefinita fino a considerevole altezza. L’enorme squarcio che si offriva alla vista verso l’alto, declinante dalla parte sinistra verso la parte frontale e l’estremità destra, consentiva di cogliere la complessa e stupefacente struttura interna, l’alveare di ambienti, corridoi, arcate, aperture e cunicoli che costituiva l’anima della torre, culminante lassù in cima, ormai tra le nuvole, col cono centrale già eretto e ulteriormente in crescita, fotocopia in scala ridotta della forma generale della torre stessa, ad indicare una struttura generale della torre ideata secondo uno schema frattale ad invarianza di scala non solo nel suo sviluppo verticale, ma anche nel suo procedere dall’esterno all’interno. I miei occhi avevano infinite volte, come pure quel giorno, indugiato nel continuo andare dal generale al particolare, nel contemplare la potenza e la grandiosità del tutto per subito dopo ammirare la bellezza e il mistero della moltitudine delle parti.

Ma non meno affascinante nella sua vitalità era lo spettacolo offerto dagli operai al lavoro, in numero incalcolabile, come formiche brulicanti intorno al loro formicaio. Erano ovunque. Il porto pullulava incessantemente dell’andirivieni di navi, barche, barchette e chiatte che arrivavano cariche soprattutto del legno necessario per le infinite impalcature e scheletri di supporto necessari per la costruzione, proveniente dalle foreste di terre lontane, ma anche dei tanti altri elementi e materiali accessori, dai cordami agli attrezzi da lavoro, oltre a pesce in quantità enorme per il sostentamento delle fatiche delle manovalanze impiegate. Scaricavano e ripartivano di continuo, dando un gran da fare agli scaricatori, che trasportavano, accatastavano e smistavano i materiali arrivati, che iniziavano quindi il loro viaggio verso l’incalcolabile numero di cantieri, dalla base della torre alle più lontane estremità, lassù verso le nuvole e il cielo. Gli operai erano ovunque, uomini e donne, a preparare i mattoni, lavorare la pietra, costruire impalcature, trasportare, rifinire, misurare, preparare impasti e calce, salire, scendere, spingere, tirare, martellare, vangare, cuocere e naturalmente riposare. E carretti e animali da soma, soprattutto asini, cavalli e muli. Il fascino poi delle macchine da lavoro, dalle più piccole e rudimentali alle più grandi e raffinate, sparse in ogni dove, era incredibile. L’ingegno si era sbizzarrito nella costruzione di carrucole, mulinelli, verricelli, paranchi e argani, soprattutto per scaricare e caricare dalle navi, sollevare pietre, mattoni e legnami alle varie altezze. Alcune macchine enormi avevano ruote gigantesche, movimentate dallo sforzo di diversi operai al loro interno, pulsanti di potenza e di fatica. E tutta la gigantesca torre era un corpo vivo, ansimante, pulsante e affannato, eppure gioioso ed entusiasta, partecipe della grandezza e delle ambizioni di Nimrod, che quel giorno galvanizzava l’intera umanità ivi presente con la sua persona, le sue insegne imperiali.

Io c’ero quel giorno, entusiasta e partecipe a mia volta. Eppure ero malinconico, perché io sapevo, ero a conoscenza del disegno divino. Mio malgrado Dio aveva voluto infondere in me la visione dei profeti, la consapevolezza del volere divino, la percezione del futuro. Io già sapevo che sarebbe stato scritto “Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro».”. La magnifica impresa che avevo davanti ai miei occhi sarebbe stata interrotta e non già per incapacità degli uomini, per difficoltà tecniche o per la complessità dell’opera, ma per decisione del nostro Dio. E lo strumento che Dio aveva scelto era particolare, funzionale al suo obiettivo finale, semplice nella sua efficacia. Avrebbe potuto con un solo pensiero, non sarebbe stato necessario per lui eseguire neanche un solo gesto, distruggere la torre, farla crollare, raderla al suolo, annientare Nimrod. Ma la sua scelta era stata confondere le loro lingue, rendere impossibile la reciproca comprensione, causare incomunicabilità, colpendo così al cuore la indispensabile organizzazione operativa necessaria per governare, coordinare e svolgere l’infinita rete delle attività sulle quali si basava la costruzione e la crescita della torre. E di lì a poco, a partire proprio da quel giorno, mentre ancora gli operai, i progettisti, gli architetti e lo stesso Nimrod ne erano inconsapevoli, sebbene l’impressione di una certa impropria inclinazione della torre fosse evidente, i progressivi effetti della confusione delle lingue avrebbero cominciato a manifestarsi. Avrebbero prima portato a inspiegabili carenze organizzative, quindi a disarmonici avanzamenti costruttivi, differenze negli impianti strutturali, discordanze nelle forme e nel numero delle arcate, delle porte e delle finestre, poi a vere e proprie strutture instabili, crescite e vuoti anormali, murature malferme, impalcature traballanti, macchine insicure, per arrivare inesorabilmente a cedimenti, frane, crolli, schianti, collassi strutturali e completi disastri. Alla fine gli operai sconfortati si sarebbero arresi, avrebbero smesso di lavorare e di costruire, avrebbero progressivamente abbandonato la torre, la città e si sarebbero dispersi inesorabilmente all’esterno dell’impero, verso gli estremi orizzonti della terra, nonostante i vani tentativi di Nimrod di trattenerli. E infatti sarebbe stato scritto “Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.».

Ora che tutto è accaduto, la torre è completamente in rovina, coperta da una sterminata vegetazione, la città è solo un tenue ricordo della sua antica grandezza, le genti sono disperse su tutta la terra, sono di nuovo seduto, io che sono rimasto nella città e in quel che resta dell’impero ritorno di frequente a sedermi a metà della collina che sovrasta la valle, a guardare le imponenti rovine, a ricordare e a riflettere, perché il mio compito è indicare e tramandare il disegno di Dio. Rivedo la vita della torre ai tempi del suo massimo fulgore, il brulichio di uomini, navi, materiali, animali e macchine, sento ancora il rombo generato dagli infiniti diversi rumori che l’immenso organismo emetteva, mi pare di poter rivedere Nimrod e la sua corte. Ma rivedo anche le tante volte nelle quali sono stato spettatore del progressivo degrado della torre, dei disastrosi effetti che la confusione delle lingue voluta da Dio ebbe sulla costruzione e sugli uomini, sorpresi essi per primi dalla loro impossibilità di comunicare e comprendersi, dapprincipio sbigottiti, poi collerici e rissosi, infine rassegnati. Ci sarà chi dirà che Dio abbia voluto castigare in questo modo i peccati di orgoglio, arroganza e disobbedienza commessi da Nimrod in prima persona e collettivamente dal suo popolo. Si arriverà anche a collocare idealmente e poeticamente Nimrod tra i dannati, colpevole di essersi opposto a Dio e perciò di aver causato la differenza delle lingue sulla terra, punito pertanto con l’attribuzione di sembianze gigantesche e di un linguaggio ignobile e incomprensibile. Certo, l’arroganza e la ribellione ci sono state, è innegabile. Sicuramente per questo Dio gli avrà fatto una tirata d’orecchie. Ma il disegno di Dio era più grande che non infliggere un castigo alla superbia. Sarà infatti scritto, per illustrare la volontà divina, che “Dio benedisse Noè e i suoi figli, e disse loro: «Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra. (…) Voi dunque crescete e moltiplicatevi; spandetevi sulla terra e moltiplicatevi in essa». Ecco, il disegno di Dio è stato la collocazione della razza umana in ogni angolo della terra, la diffusione dei popoli, la diversità dei popoli, delle lingue e delle culture. La diversità come dono di Dio. E quindi Dio è intervenuto con lo strumento della confusione delle lingue perché funzionale alla realizzazione del suo disegno, ritardato dal tentativo di Nimrod di raccogliere i popoli sotto il suo solo governo, nella uniformità di linguaggio e di cultura. Dono di Dio la diversità, ma anche dovere degli uomini verso Dio e quindi impegno degli uomini nell’accettazione e nella gestione della diversità tra gli uomini, nel riconoscere la diversità come un bene e un vantaggio. La diversità come ricchezza. E sarà anche detto “Le diversità sono proprio la ricchezza, perché io ho una cosa, tu ne hai un’altra, e con queste due facciamo una cosa più bella, più grande. E così possiamo andare avanti. Pensiamo a un mondo dove tutti siano uguali: sarebbe un mondo noioso! E’ vero che alcune diversità sono dolorose, tutti lo sappiamo, quelle che hanno radici in alcune malattie… ma anche quelle diversità ci aiutano, ci sfidano e ci arricchiscono. Per questo, non bisogna avere mai paura delle diversità: quella è proprio la strada per migliorare, per essere più belli e più ricchi.”.

Faccio queste mie riflessioni, assolvo il mio compito, concordo nel disegno di Dio, ma nel mio essere un piccolo uomo, involontariamente coinvolto dal volere divino in cose più grandi di lui, non posso non rimpiangere la potenza, la grandiosità, la bellezza e la vitalità di cui sono stato spettatore.

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