Il pestaggio

“Mi fa paura quella parola che mi faceva paura anche allora e che ho voluto fortissimamente scritta a caratteri cubitali al binario 21 del Memoriale della Shoah a Milano: INDIFFERENZA. L’indifferenza è stata colpevole allora perché non ci si può difendere da chi volta la faccia dall’altra parte, si cerca di difendersi da chi è violento, ma non da chi fa finta di non vederti e di non vedere. Ed è lo stesso pericolo che c’è anche oggi.”

Liliana Segre

(Nella foto, il Memoriale della Shoah di Milano)

Dalla finestra della camera riusciva a vedere le chiome degli alberi del parco dell’ospedale, ma solo la parte superiore, quasi fossero siepi, e in lontananza un enorme palazzone, alla cui sinistra, ma più distante, si distingueva un palazzo ancora in costruzione. Uccelli non se ne vedevano oppure, se c’erano, volavano più in alto o più in basso di quanto la sua visuale mostrasse. Forse più probabile in basso, rifletté, visto che ormai gli uccelli, soprattutto i gabbiani, amano stazionare in basso, nei pressi degli avanzi di cibo, dei rifiuti, contendendosi il nutrimento con gli altri cacciatori a quattro zampe, topi, cani, gatti o cinghiali che siano. Mutamenti delle abitudini dettati dall’abbondanza, dall’inciviltà e dalla cattiva amministrazione, non poté esimersi dal pensare. La zona gli era abbastanza nota nella sua struttura generale, ma non l’aveva mai guardata da quella specifica prospettiva, quindi non riusciva a orientarsi granché. Per esempio, il palazzo ancora in costruzione che vedeva, quale era dei tanti che stavano nascendo là nei dintorni? E il palazzone era quello della Regione o quello dell’Inps? Non è che poi riuscisse a vedere molto bene dall’occhio destro, il che contribuiva ad una visione alquanto sfuocata del tutto. Almeno però era vicino alla finestra, entrava un’aria gradevole e la luminosità era buona, contrariamente che all’altra estremità della stanza, vicino l’entrata, dove solo la perenne luce accesa dava chiarore e  dove l’aria era intrisa degli umori dell’ospedale. Di fronte a lui stava un vecchio, magro e con la barba incolta. L’età era indefinibile, ma sicuramente oltre gli ottanta. Era supino e praticamente immobile, respirava irregolarmente, monitorato da un paio di apparecchiature sempre attive e con la flebo costantemente al braccio destro, sostituita a intervalli regolari in prossimità del suo esaurirsi. Sempre di fronte, ma più a sinistra, un signore di mezza età, con una pancia enorme che teneva le lenzuola del letto abbondantemente sollevate, ritmicamente in moto oscillatorio verticale sincronizzato col respiro. La faccia grassoccia e rubiconda sembrava suggerire pienezza di salute, ma la vista della esagerata collina in corrispondenza della pancia segnalava senza possibilità di equivoci una disarmonia corporea e relativi problemi di salute. Ricordava però di aver visto spesso da bambino, nel suo paese di nascita, uomini in perfetta forma, gran mangiatori e gran bevitori, provvisti di una pancia esagerata, quasi ironicamente messa in risalto da pantaloni assurdamente stretti all’altezza del basso ventre, tenuti da robuste cinte. Uomini di panza, uomini di sostanza! Provò a sorridere, ma il dolore alle labbra spaccate gli fece morire il sorriso quasi sul nascere, quindi si accontentò di sorridere dentro di sé. Segno quindi che le cose non sono sempre come sembrano. Magari l’uomo era lì solo per una banale appendicite. In effetti riusciva a vederlo solo girando gli occhi, praticamente solo il sinistro sano, fin sull’estrema sinistra della stanza, poiché il collare rigido che indossava gli limitava i movimenti della testa, sebbene l’ostacolo principale fosse il forte dolore che avvertiva al solo accennare di girarla. Del quarto letto della stanza, disposto sulla sua stessa parete, alla sua sinistra, riusciva a vedere solo l’estremità finale, col rigonfiamento dei piedi dell’occupante. Sono proprio ridotto male, commentò.

Ma sei proprio un imbecille! Un vero e proprio idiota, anzi, per dirla tutta, un coglione! Certo che in quanto a tatto, finezza e discrezione il suo amico Roberto lasciava un po’ a desiderare, ma si sa, l’amicizia non sempre è impostata sulla condivisione di carattere, interessi e opinioni. Roberto era un suo amico di infanzia, di anni e anni di scuola, giochi e avventure insieme e, più che l’analogia comportamentale, contava la storia condivisa, passata e presente. Non posso che ringraziare per i complimenti, rispose, con la chiarezza e l’intensità consentita dal dolore alle labbra. Non ti posso lasciare solo che ti vai a mettere nei guai, guarda come sei conciato, continuò l’amico squadrandolo, braccio e gamba destra rotti, occhio gonfio, labbra tumefatte, lividi da tutte le parti, pure coltellata al fianco sinistro, stando a quanto mi hanno riferito. E per sincerarsene sollevò le lenzuola sulla parte sinistra. Te ne darei io ancora altre, se non fosse per il fatto che sarebbe come infierire su un sacco di patate, concluse. Si sedette sulla sedia alla sinistra del letto, davanti al mobiletto con le cose personali, gli diede una pacca sul braccio sano e gli descrisse tutta la frutta che gli aveva portato, una quantità enorme, mentre la collocava sul mobiletto, ovviamente da mangiare come macedonia o frullata, precisò. E parlando, si sporgeva verso di lui per meglio farsi vedere, data la rigidità della sua testa. Roberto era alto e robusto, sicuramente se la sarebbe cavata molto meglio di lui nella circostanza nella quale si era trovato e dalla quale era uscito così malconcio, non poteva non pensare. Entrò un’infermiera, si avvicinò al letto del vecchio e gli sostituì la flebo, riuscendo dopo avergli controllato il polso. Roberto gli fece l’occhiolino, ammiccando all’avvenenza della ragazza, e lui ricambiò come poteva, pienamente d’accordo sull’apprezzamento. Farti ridurre così per non farti i cazzi tuoi, riprese. Ma dico io, si interrogò, come ti è venuto in mente di lasciarti coinvolgere in una rissa? Hai mai fatto a botte tu, a parte quando eravamo ragazzi? Prima di tutto, rispose lui, non mi sono fatto coinvolgere in nessuna rissa. La rissa, come la chiami tu, già era iniziata quando me ne sono accorto. E poi, precisò, non era affatto una rissa, era un pestaggio bello e buono, tre contro uno. E certo, disse l’amico, quindi tu dovevi fare l’eroe, fare il salvatore degli indifesi! Ma se non sai difendere bene neanche te stesso! Inoltre, dico io, continuò, si fosse trattato di un tuo amico, un tuo conoscente, una donna, tua moglie, le tue figlie, l’avrei pure capito, ma uno sconosciuto! E per di più nero! Un extracomunitario di colore, sicuramente anche clandestino.

Come in un flashback, si rivide mentre raccoglieva le sue carte dalla scrivania, le rimetteva nella borsa, spegneva la stampante, chiudeva il notebook, indossava la giacca e, dopo aver spento la luce dell’ufficio, chiudeva la porta e si dirigeva verso l’ascensore, salutando con un gesto gli ultimi due colleghi che erano rimasti nell’open space, laggiù in fondo, nonostante quasi le otto di sera. Sesto piano, tutto il tempo per aggiustarsi la cravatta e ravvivarsi i capelli. Era uscito dall’ampio ingresso del palazzo, completamente illuminato dalle luci data l’ora e la stagione autunnale, per avviarsi verso la metropolitana, lungo il marciapiedi rischiarato dai lampioni. Non gli piaceva prendere la metropolitana. Certo, era ecologica, rapida e politicamente corretta, ma sempre affollata, accaldata e in ritardo. Lui preferiva di gran lunga la macchina, ovviamente più inquinante, bistrattata, politicamente scorretta, borghese, colpevole di file, ingorghi, imprecazioni e ritardi, ma comoda, disponibile a tutte le ore, con radio e musica a piacere, bastava non prendersela più di tanto per gli inconvenienti del traffico. Però quel giorno la macchina era dal meccanico per sistemare il cambio che faceva le bizze, quindi, seppur di malavoglia, quella mattina aveva preso la metropolitana per recarsi al lavoro. L’ingresso della metropolitana non era lontano e comunque fare due passi era piacevole, l’aria era ancora buona e si stava benissimo anche con la sola giacca. Qualcuno in giro c’era, anche se i negozi erano già chiusi. Un giovane di colore vendeva calzini ai passanti, vicino una vetrina illuminata, una settantina di metri circa davanti a lui, sullo stesso marciapiedi. Felpa e jeans, uno zainetto sulle spalle, alcune confezioni di calzini nella mano sinistra, una confezione sola nella mano destra. Guardandolo, aveva pensato che la vita è dura per tutti, in generale, ma ci sono quelli per i quali le cose sono peggiori, bianchi o neri che siano, cristiani, ebrei o islamici. Comunque, soprattutto di questi tempi, essere islamico, essere nero, nascere nero e magari in zone non solo povere, ma anche sotto una dittatura oppure sconvolte da guerre a vario titolo scoppiate, sembra una aggravante. E poi una volta arrivati qui, spesso dopo un viaggio nell’inferno, regolari o clandestini, con permesso di soggiorno o senza, si finisce nella percezione generale in un unico calderone, sia che si cerchi di sopravvivere alla meno peggio in una parvenza di legalità, con sofferenza e degrado, sia che si viva nell’illegalità e nella criminalità. Tutti ugualmente discriminati, rifiutati, invisi, temuti e schifati! Questo aveva pensato avvicinandosi al giovane. Hai bisogno di calze, amico? È incredibile, aveva ragionato, come certe persone, in certi contesti ed in certe situazioni, imparino presto e bene una lingua che non è la loro. Noi si va a scuola per anni, dieci e anche quindici, e in tanti a malapena riescono a pronunciare qualche parola in una lingua straniera! Forse è anche questione di predisposizione, ma predominante deve essere la forza del bisogno, la necessità, la fame, la lotta per la vita. No, grazie, aveva risposto. Ma nei sei sicuro, amico? Mi faresti davvero un favore. Aveva esitato, pur essendo sicuro di non aver bisogno di calze, almeno di quelle calze, ma in quella circostanza gli sarebbe parso di fare solo beneficenza e non gli sembrava il momento giusto, la cosa giusta da fare, forse. No, veramente non ne ho bisogno, aveva replicato, continuando per la sua strada, ma comunque con un pizzico di senso di colpa. Si era allontanato appena di quindici/venti metri, quando aveva sentito le voci. Che ne diresti se le tue calze te le facessimo mangiare ad una ad una, amico? O magari te le infilassimo da qualche altra parte, amico? Ma no, che cattivi che siete, non si fanno queste cose ad un amico! Poi un urlo, un altro ancora, grida di aiuto frammiste a gemiti di dolore e imprecazioni. Nero di merda! Tornatene da dove sei venuto, stronzo! Tutti spacciatori e violentatori! E qui trovate la pacchia! Si era fermato e girato. Intorno al giovane venditore di calze c’erano tre giovani, bianchi, normali ragazzi, vestiti normalmente, che si accanivano con calci, pugni e insulti contro il giovane di colore, ormai inginocchiato, curvo, con le braccia sulla faccia e sulla testa, a proteggere il viso e il cranio, barcollante, sul punto di crollare definitivamente a terra sotto la forza dei colpi. Aveva anche notato, chissà perché, le calze sparse disordinatamente per terra.

Ma mi senti o parlo ad un muro? La voce di Roberto lo riportò al presente. Vedi? Riprese l’amico, ancora non ci stai neanche con la testa, oltre ad essere tutto rotto! Ma per te quindi, rispose, con rabbia e con quanta voce riusciva ad emettere, un nero, un clandestino, un extracomunitario, come dici tu, merita di essere abbandonato a sé stesso, lasciato massacrare senza muovere un dito? Certo, magari un amico, un conoscente, una donna, addirittura la moglie e le figlie, sono una spinta in più, il coinvolgimento probabilmente è maggiore e più istintivo, ma ti lascerebbe indifferente uno sconosciuto o un nero clandestino? Per te parole come accoglienza, solidarietà, tolleranza, dialogo, incontro, integrazione, fraternità non significano niente? Basta che stiamo bene noi e si fotta chi vive nel disagio, nel bisogno, chi è discriminato, bianco o nero che sia! Giriamo sempre la testa dall’altra parte, facciamo dell’indifferenza la nostra bandiera! L’amico restò colpito dalla reazione, interdetto. Ma che c’entra, rispose, non volevo dire questo, quasi balbettò, lo sai che non sono mica razzista. E certe cose non mi lasciano certo indifferente. Per me neri o bianchi, poveri o ricchi, sono uguali. Forse mi sono espresso male, hai ragione, ho parlato senza pensare, sono stato impulsivo. Poi fra noi l’intellettuale e il sapientone sei tu. È che mi sono preoccupato per te, per i rischi che hai corso. Non poteva essere qualcun altro a intervenire? C’eri solo tu in quella strada?

Certo che non era solo in quella strada, mentre quei tre se la prendevano con quel poveraccio! Appena si era girato aveva intravisto diverse persone che si allontanavano frettolosamente, impaurite. Almeno non applaudono, aveva pensato, non si associano al pestaggio! E anche lui era stato assalito da un groppo di paura alla gola. La paura è una brutta cosa. Ti gela, ti impedisce di ragionare, ti fa ignorare ciò che è bene e ciò che è giusto, ti invoglia a girarti dall’altra parte, a scappare, a mettere da parte la nobiltà d’animo, i buoni sentimenti, le proprie convinzioni, gli ideali della teoria. Aveva pensato di allontanarsi, scappare. Era stato sul punto di farlo, non aveva remore a confessarlo, a se stesso e a chiunque altro. Non era sicuramente un eroe, né un temerario, né uno abituato a menare le mani, anzi, era incline alla prudenza, alla riflessione e al dialogo, forse anche al compromesso. Il giovane era ormai a terra, neanche si riparava più dai colpi, che continuavano ad arrivare tra urla e ingiurie. Ma poi si immaginò tornato a casa, accolto dalle figlie felici. Papà, finalmente sei tornato, com’è andata oggi al lavoro? Avrebbe guardato i loro occhi. Bene, avrebbe detto, tutto bene! Ho solo lasciato malmenare un poveraccio senza intervenire, girandomi dall’altra parte, indifferente, per paura. Sapevo che era giusto intervenire, doveroso, ma ho avuto paura, perché papà è un vigliacco e le cose in cui crede, che vi dice, che vi esorta a credere, sono solo teoria. Come avrebbe fatto a sostenere il loro sguardo, lo sguardo della sua coscienza? E allora la rabbia gli era cresciuta dentro. Aveva preso il cellulare per chiamare la polizia, i soccorsi, ma era morto, la batteria esaurita. Allora senza più pensare si era messo a correre verso il gruppo, verso il poveraccio steso a terra esanime tra le sue calze, verso i tre che ridevano, urlavano e ogni tanto colpivano ancora. Aveva gridato, minacciato. Ma che fate, smettetela, lo volete ammazzare? Adesso chiamo la polizia! Ma guarda chi abbiamo qui, aveva detto uno dei tre voltandosi verso di lui, un difensore dei deboli, un amico dei neri! Avrà avuto poco più di vent’anni, alto e magro, capelli lunghi, t-shirt nera con in bianco la scritta keep calm and just fuck off bene in evidenza, camicia ampia a quadri bianchi e neri aperta sul davanti, jeans e scarpe da ginnastica enormi. Lo sovrastava di tutta la testa. Ma tu i cazzi tuoi non te li sai fare? Era intervenuto un altro, più basso e tozzo, rasato a zero, con una casacca di cotone color sabbia su una t-shirt anonima anch’essa nera, sei in cerca di guai? Ormai era in ballo e doveva ballare, ma stranamente non aveva più paura, era pienamente determinato a fermare quei tre, oppure era soltanto diventato incosciente. Io non sono amico di nessuno! Ma state picchiando un poveraccio che non vi ha fatto niente di male, stava solo a vendere calze senza dare fastidio. Il terzo giovane, felpa grigia con cappuccio calato in testa, aveva evidentemente deciso di non parlare ma di passare subito all’azione, perché in un lampo gli aveva sferrato un pugno di sinistro proprio sull’occhio destro. Era rimasto interdetto da quella reazione fulminea, aveva provato un dolore acuto e improvviso, era barcollato, ma ormai la rabbia in corpo era esplosa e non aveva trovato niente di meglio, magari di più ragionevole o soltanto di più incisivo, che buttarsi addosso con uno slancio sul giovane che l’aveva colpito. Erano caduti entrambi a terra, si era trovato sopra e aveva cominciato a tempestare l’altro di pugni al viso, l’efficacia dei quali era discutibile. Ma gli altri due l’avevano quasi immediatamente afferrato e tirato su di peso. Gli erano arrivati colpi da tutte le parti, schiaffi e pugni, poi aveva avvertito una fitta violenta al fianco sinistro, seguita da un calcio terribile proprio sulla gamba destra, all’altezza del femore. Era caduto a terra, quindi aveva avvertito ancora calci che arrivavano da ogni dove, finché tutto era diventato buio e aveva perso i sensi.

Ed ecco il nostro eroe! Era la voce dell’infermiera di prima, venuta a portargli delle pillole. Lo aiutò a deglutirle, tenendogli un po’ le spalle sollevate e porgendogli dell’acqua. Si assicurò che non scottasse, passandogli una mano sulla fronte, poi si allontanò per controllare il signore con la pancia gonfia, accanto al quale era seduta una donna in visita, che gli dava le spalle. Visto che sei un eroe, ti trattano coi guanti bianchi, con dolci carezze, ironizzò Roberto. Ma poi, continuò serio, come sei sfuggito alle grinfie di quei bastardi e sei arrivato qui? Io mi sono svegliato su un’ambulanza, rispose. Mi hanno riferito che è intervenuta una volante della polizia, chiamata da non so chi che aveva assistito da lontano alla scena, ma i tre si erano dileguati appena sentita la sirena. So che ieri sera li hanno presi, sulla base della descrizione che ho fornito io e di qualche altra testimonianza. Il bello è che pare abbiano detto che era solo un gioco, stavano scherzando col ragazzo di colore, solo per prenderlo in giro, e che non sarebbe successo niente a nessuno se io non li avessi aggrediti. Quindi l’aggressore sarei io, concluse sarcastico! Pensa, mi ha detto mia moglie che dopo che la storia è stata riportata dai giornali, aggiunse, sul mio profilo Facebook accanto a tanti messaggi di solidarietà e di apprezzamento sono arrivate offese a  valanga, un po’ di tutto, dalla carogna amico dei neri al terrorista passato all’Isis, dal gay al fiancheggiatore di spacciatori e stupratori, dal convertito all’islam fino al traditore della sua gente. Altro che eroe, come dite tu e l’infermiera! Hai ragione, confermò l’amico, tutto questo è davvero triste! L’ora delle visite è finita. La voce dell’infermiera, col tono perentorio, dall’ingresso della stanza sollecitò i visitatori ad uscire. Io vado, allora, disse Roberto alzandosi, ci vediamo presto, rimettiti in forma velocemente. Va bene, rispose lui, a presto. Roberto si girò e stava per uscire dalla stanza, quando lui lo richiamò. Lo so che anche tu avresti fatto la stessa cosa, disse all’amico, ti conosco, non saresti rimasto indifferente al pestaggio.

Erano rimasti solo i malati nella stanza, tutto di nuovo tranquillo e silenzioso. Grazie ancora, amico. La voce arrivò dal letto alla sua sinistra, del quale arrivava a vedere solo i piedi dell’occupante, una voce fioca e affaticata. Mi sembra di averti già detto ieri che non sono tuo amico, rispose. Mica abbiamo ancora mai mangiato insieme noi due, precisò, mentre sorrideva a fatica. Anche l’altro emise una specie di sogghigno. Comunque, prego. Ma devo dirti anche io grazie. Perché, chiese l’altro? Ho avuto la possibilità di mostrare a me stesso che sono un uomo, rispose.

6 Comments

  1. Oh Luigi! Questa volta mi hai commossa fino alle lacrime. Hai toccato il mio tallone d’Achille! Questo è un tema che mi sta a cuore moltissimo tant’è che lavoro con una associazione socio culturale, proprio per combattere l’indifferenza.
    Il tuo racconto è bellissimo. Mi ha molto colpita il fatto che il protagonista, consapevole dei propri limiti, si definisse persino “incline al compromesso”… una persona normale quindi, secondo ciò che io intendo. Una persona normale che non può non intervenire, non può e non deve restare indifferente.
    Avrei fatto come il tuo “eroe”, avrei picchiato duro, malgrado tutte le fragilità dei miei anni.
    Complimenti Luigi, davvero di cuore. Questo tuo racconto è prezioso!

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    1. I tuoi commenti ai mie racconti sono sempre un appuntamento che aspetto con ansia. Sei troppo gentile con me, come sempre.
      Quello che volevo trasmettere è proprio che noi tutti, persone normali, dobbiamo non restare indifferenti, pur con le nostre paure, i nostri limiti e fragilità. E non solo a vantaggio di chi ha bisogno, ma per noi stessi, per poter a buon diritto definirci uomini (o donne).
      Ancora un grazie.

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      1. Talvolta ritardo nella lettura, per problemi agli occhi. Soffro di una congiuntivite che non posso curare in quanto allergica a ogni farmaco. Devo dunque centellinare le mie letture, in generale. Cosa che mi crea rabbia e disagi. Riguardo ai libri ho risolto con kindle che non ha retroilluminazione e gestisco la grandezza del carattere. WordPress non ha ancora una versione kindle. Ma sappi che comunque ti seguo e sempre con immenso piacere. So bene che ogni tuo racconto troverà in me grande risonanza!

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