Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo

Il racconto è una lettura alternativa, ironicamente e provocatoriamente condotta, dell’incisione “Il cavaliere, la morte e il diavolo” di Albrecht Dürer, firmata e datata 1513, icona di digressioni filosofiche e letterarie.

(Foto da Wikipedia)

Eccone un altro! Saranno già in cammino da tempo. Sempre rapido ed efficiente. Paziente, tenace ed efficace quanto serve, ma solitamente raggiunge il suo risultato abbastanza rapidamente. È abilissimo, non c’è che dire. E ama anche imbrogliare le carte, dissimulare il suo operato, ingannare il pubblico, confondere la scena. Non che ne abbia bisogno, perché tema che gli venga strappata la sua preda, ma per divertimento, per godersi lo spettacolo, per spassarsela alla grande, per assaporare la vittoria a piccoli sorsi. Subdolo e sornione non ha bisogno di ostentare il trionfo, raccogliere lo scalpo e issarlo al cielo. Sa di avere vinto. E deride lo spettatore, lo induce a credere il falso per vero, a interpretare la sconfitta per vittoria, a sottovalutarlo, a ritenere che lui possa essere vinto, a farsi beffe di lui per il suo scomposto impasto di sembianze abiette. Solo io conosco il suo gioco. L’ho visto tante volte ripetere la stessa messinscena durante i miei vagabondaggi ristoratori. Ne ho ammirato le performance, la spregiudicatezza e la mascherata spavalderia. E ho a mia volta rivolto un pensiero agli spettatori, non certo per deriderli, niente affatto, ma li ho compianti per la loro credulità e la loro disfatta.

Resta indietro, più piccolo e immondo di tutti, con atteggiamento volutamente sommesso, osceno e comico nello stesso tempo. Ricorda il lupo, il caprone e il maiale, a suggerire tutti i vizi e le oscurità dell’animo umano, il dovere e la necessità della loro ripugnanza, ma nello stesso la possibilità di tenerlo a freno, evitarlo, sopraffarlo, vincerlo. Però a me non sfugge la verità, il suo sguardo allucinato, esaltato e invasato, il suo sorriso beffardo e trionfatore. È lui che guida e indirizza il gruppo, verso il suo destino, verso la sua cittadella lassù in alto sul monte, che è poi la mia dimora abituale, dove godo delle fiamme del fuoco eterno, mentre esse devastano e tormentano i vecchi e nuovi ospiti. Cittadella che appare bella e invitante, in stridente contrasto col percorso desolante e squallido che vi conduce, a simboleggiare una idilliaca meta di bellezza, purezza e virtù, mentre ne costituisce l’esatto opposto, falsamente occultato. Chissà dove avrà pescato quest’altro. L’ho visto accompagnare tante persone diverse, uomini e donne, adulti e bambini, ricchi e poveri, componendo sempre scene diverse. È scenografo, regista e attore, compone la scena, la ribalta, la frammenta e la ricostruisce, la interpreta secondo i suoi gusti mutevoli ed estremi, la rinnova, istiga e coinvolge gli spettatori, li ammalia e li seduce, sembra convincerli che loro sono al di fuori della scena, immuni dalla sua potenza e nello stesso tempo sta già scegliendo tra di loro la sua nuova preda, instancabile, pronto a ricominciare non appena avrà portato a termine la sua attuale incombenza. Dall’aspetto sembra un Cavaliere. Maturo, poderoso e armato di tutto punto. Ben difeso dalla sua pesante armatura, con spada e picca. Vera picca, lunga e potente, efficace e salda, beffardamente posta nella sua mano a fare da contraltare alla messinscena offerta dalla ridicola corta picca di imperfetto legno della quale lui si è invece dotato. Non è stato tralasciato nessun dettaglio, l’enorme e vigoroso cavallo, le briglie preziose, la comoda sella, le staffe e l’accompagnamento del cane fedele. Il portamento rigido, grave e solenne. La solitudine della perfezione. Tutto sembra suggerire solennità, invincibilità, fermezza e sprezzo del pericolo, disprezzo per i compagni di strada, per il sentiero e la natura, per gli stessi spettatori, noncuranza per ogni cosa che non sia se stesso e la sua virtù. E naturalmente decisione. Saldezza di ideali e verità. Tracotanza dell’essere dalla parte del giusto, di chi distingue perfettamente il bianco dal nero, ignora il dubbio, il grigio, le sfumature, l’indistinto, le ombre e il chiaroscuro. E naturalmente tutto porta a pensare che il suo obiettivo sia la cittadella luminosa e invitante lassù sul monte, la sede di tutte le virtù e di tutti gli ideali ai quali si ispira, la dimora della verità ultima.

Ma ancora una volta sono gli occhi e gli sguardi a tradire la finzione, a rivelare la commedia offerta a beneficio del suo divertimento e del suo scherno. A me, consapevole della messinscena e allenato a carpirne non certo le imperfezioni quanto piuttosto i dettagli che lui volutamente inserisce per segnalare il suo successo, impercettibili e ingannatori, non sfugge lo sguardo vuoto del Cavaliere, indifferente del cavallo, sospettoso del cane. Forse solo il cane ha intuito, percepito che c’è qualcosa che non va, qualche conto che non torna. È perplesso e diffidente. Naturalmente non percepisce la finzione, ma i suoi sensi gli suggeriscono di stare sulla difensiva. E lo stesso cavallo, in fondo, nella sua indifferenza suggerisce la percezione dell’inconsistenza dell’allestimento e della sua rassegnazione a compiere fino alla fine il suo servizio a beneficio del suo fantino. Tuttavia è lo sguardo vuoto del Cavaliere a rivelare la sceneggiata. Ben altro sguardo meriterebbe ed esprimerebbe la sua possanza, il suo possesso della virtù e della verità. Sarebbe certamente più adeguato uno sguardo fiero, orgoglioso e altero, anche sprezzante, quello dei trionfi dei cesari e degli imperatori, dei condottieri e dei generali vincitori, dei capitani di ventura e dei cavalieri unni in battaglia. E invece il vuoto. Quello di un soggetto in stato ipnotico, distante o assente, quello di un morto artificialmente e rigidamente tenuto sul cavallo per ingannare i nemici e sorprenderli quando abbassano le armi. Il Cavaliere è vinto, è sconfitto, è già esamine ed è accompagnato al suo inevitabile destino. Ci si potrebbe chiedere cosa mai abbia permesso che, così altero e perfetto, possessore di verità e virtù, cadesse nelle sue mani, inerme. Ma cosa c’è di più colpevole del ritenersi estremo possessore di verità e virtù, immune da dubbi e peccati, integro e puro, perfetto difensore di grandi ideali, tracotante e superbo? E magari in nome di queste insindacabili verità e virtù, al di sopra di tutto e delle parti, disprezzare le imperfezioni, perseguitare le debolezze, ignorare il perdono, ergersi a giudice supremo, nello stesso tempo giuria e carnefice? E lui si nutre proprio di queste superbie, le predilige, le ricerca, sono le prede più facili e ambite, quelle che danno più soddisfazione, che però più disprezza e detesta.

Nell’allestimento scenico ha invitato anche la Morte, immancabile, a cavalcioni di un dimesso e rassegnato ronzino. Immonda e in disfacimento, col suo corredo di corona sovrana, impreziosita da serpenti aggrovigliati sul suo corpo e con l’immancabile clessidra. Ha esposto il suo teschio su un ceppo, come orrenda pietra miliare, segnale e monito. Gli spettatori percepiscono naturalmente il disprezzo e l’indifferenza del Cavaliere per la Morte, che nella sua arroganza la ignora e mostra sufficienza. E lui ben volentieri accentua questa percezione, consapevole che gli spettatori, nella loro ammirazione del Cavaliere per il disprezzo della Morte, nel loro desiderio di esorcizzarla la temono e la rispettano, non la sfidano, la vogliono lontana ma quando si avvicina, pur nella paura che li attanaglia, non la provocano e si rassegnano a chiedere conforto e aiuto nell’approssimarsi dell’incontro. Lo sguardo della Morte è infatti quasi consapevole della messinscena, colmo di sufficienza e di derisione.

Ecco che sono arrivati proprio su di me, devo fare attenzione a non farmi calpestare. Sguscio di lato per lasciarli passare, tanto so bene che al mio ritorno ritroverò il Cavaliere nella mia dimora sul monte. Saluto riverente il Diavolo e continuo per la mia strada.

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