Timidezza

“Agire sarebbe stato d’obbligo. Ma sarebbe stato necessario compiere lo smisurato sforzo di vincere il panico che mi bloccava, la timidezza che mi attanagliava, la paura di una sua reazione di indifferenza o di biasimo.”

(Nella foto, immagine dal Web)

Il display della carrozza segnava duecentocinquanta chilometri l’ora, ma c’erano stati anche tratti nei quali aveva indicato una velocità di trecento chilometri l’ora. Eppure tale velocità non era percepibile direttamente. Sembrava ci muovessimo come in macchina in autostrada ad una tranquilla velocità di centoventi/centoquaranta chilometri l’ora, diritti, senza traffico, a finestrini chiusi e con un buon isolamento acustico. Anche meglio. Potenza della tecnologia ferroviaria ad alta velocità, senza rumori, senza vento, senza scossoni, in un confort ovattato. Anche questo sarebbe potuto essere un buon argomento di discussione. Lei era bella senza essere appariscente, elegante senza sofisticati accorgimenti, sexy senza ostentazione alcuna, rilassata e a suo agio, semplice e naturale. Altezza giusta, di quelle che mettono un uomo a proprio agio, senza farlo sentire inadeguato, soverchiato, umiliato, come accade in discoteca al Woody Allen di Provaci ancora, Sam, quando ad un suo goffo approccio con un’avvenente ballerina riceve come risposta “sparisci sgorbio”. Gonna poco sopra al ginocchio, calze nere e tacco normale, sui venticinque anni, massimo trenta, più o meno come me. Così si era presentata alla stazione di Roma, prima di sistemare agilmente un piccolo trolley sul bagagliaio, proferire un amichevole buongiorno e sedersi al suo posto vicino al finestrino, in senso contrario alla marcia, diametralmente opposta al mio, lato corridoio e dall’altra parte del tavolinetto, senza altri passeggeri a nostro fianco. A stento avevo pronunciato il mio buongiorno, privato anche della cavalleresca possibilità di offrirmi per aiutarla a sistemare il suo bagaglio, qualora ne avessi avuto il coraggio. Alla partenza aveva cominciato a guardare fuori dal finestrino, fissa sul mutevole paesaggio che scorreva veloce in verso opposto al treno. Cercavo di non guardarla, provando a concentrarmi sul display, sulle porte scorrevoli, sulla segnaletica della carrozza, sul volto e sui movimenti degli altri passeggeri, tutto pur di non apparire intento a fissarla, come attirato da una potente calamita. Ciao, avrei potuto provare a dire, dove sei diretta? Anche tu a Milano? In caso affermativo su Milano si sarebbe aperta una voragine di possibilità dialettiche, di argomenti da trattare, di cose su cui discorrere e argomentare. Ti piace Milano, a parte il clima, chiaramente? Sembra strano, ma un altro luogo comune sulla città è che sia il cuore economico dell’Italia, dove girano soldi e ci si diverte, ma dove non c’è niente di interessante da vedere, mica è come Roma o Firenze. Tu che ne dici? Intelligente e non banale doveva essere, sicuramente. Del tipo col quale poter parlare dell’architettura gotica del Duomo, della Veneranda Fabbrica del Duomo e di Ludovico il Moro. Lo sai che fu Gian Galeazzo Visconti a concedere in uso la sua cava di marmi di Candoglia, nella piemontese Val d’Ossola? Da lì i marmi arrivavano via acqua al cantiere, dal Toce al Lago Maggiore, poi lungo il Ticino e il Naviglio Grande, fino a dentro la città alla darsena di Sant’Eustorgio, quindi fino al Laghetto, qualche centinaio di metri dalla destinazione. Un’impresa colossale, non trovi? Magari lei sarebbe stata sorpresa dal sentire che Milano è una città d’acqua, contrariamente a quanto solitamente si pensi. Il sistema nei Navigli fu avviato alla fine del dodicesimo secolo, con l’avvio del Naviglio Grande, per arrivare verso nord, verso il cuore dell’Europa. Alla progettazione delle chiuse lavorò Leonardo. Per completare il collegamento al mare attraverso il Po, col Naviglio Pavese, si dovette arrivare all’inizio del milleottocento, con Napoleone. Certo, Milano è anche Leonardo, è il Cenacolo, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie. Il genio e l’errore. Il dramma e lo scompiglio della frase “uno di voi mi tradirà”, insieme alla disgraziata avventura del dipinto a secco, con tempera e olio sull’intonaco asciutto. Chi mai avrebbe osato una sciocchezza del genere? La consolidata tecnica a fresco per la pittura murale, su intonaco umido, assicurava risultati eccellenti e ampiamente collaudati. Ma Leonardo no, lui che aveva già disegnato l’Uomo Vitruviano, dipinto l’Adorazione dei Magi, la Vergine delle rocce e la Dama con l’ermellino, solo per citare qualcosa, che doveva di lì a qualche anno cominciare a lavorare alla Gioconda, lui detestava la tecnica a fresco, che richiedeva dipingere rapidamente, senza indecisioni, dubbi, ripensamenti e ritocchi. Nonostante l’umidità della parete scelse di dipingere sul muro come se fosse stata una tavola, sfumando, creando grandi effetti cromatici, incredibili dettagli e giochi di luce. Ma il degrado cominciò inesorabile già qualche decennio dopo, un secolo dopo il colpevole era ormai stato individuato con certezza nello stesso Leonardo. L’hai visto tu il Cenacolo? Volendo, da lì a Dan Brawn e al sua Codice da Vinci il passo sarebbe stato breve. Poi si sarebbe potuto parlare del Castello Sforzesco, della Basilica di Sant’Ambrogio e della Pinacoteca di Brera. Per non correre il rischio di risultare saccente, addirittura noioso, antico, il discorso avrei dovuto opportunamente incanalarlo anche verso il frivolo, la Milano della moda e del lusso, la Milano da bere. San Babila, le vie della moda, via Monte Napoleone, le vetrine, i grandi marchi, l’apericena ai Navigli, il risotto allo zafferano e la cotoletta alla milanese. Ma tu la conosci come cotoletta o come costoletta? Meglio due o quattro centimetri di spessore? L’hai mai mangiata l’orecchia d’elefante? Un mondo intero di parole da scambiare, toni da usare, sorrisi da sfoggiare, sensazioni da trasmettere, curiosità da suggerire, opportunità da sfruttare per interessare, conquistare, conoscersi e seminare, per il futuro prossimo, dopo l’arrivo a Milano, per il lungo termine. Se avessi avuto la disinvoltura e l’ardire di un mio amico forse avrei trovato infine il coraggio di dirle che aveva degli occhi verdi splendidi, che era bellissima, che mi piaceva da morire e che avrei dato non so cosa per poterla rivedere, per poterci frequentare, provare a capire se potevamo stare insieme, innamorarci. Il mio amico non sarebbe sicuramente andato tanto oltre, fino al cuore, essendo lui abile abbastanza o forse scaltro abbastanza da non lasciarsi mai coinvolgere sentimentalmente. Avrebbe però condiviso con me quanto bella e desiderabile lei fosse, quanto valesse la pena conquistarla. Lui avrebbe sfoderato il suo fascino indiscutibile, il suo sorriso ironico e sicuro, la sua parlantina fluida e ammaliante, le avrebbe detto facilmente quello che avrei voluto dirle io. Ma non solo e non semplicemente. Avrebbe arricchito i complimenti estetici di ricami, dettagli, similitudini e iperboli, avrebbe espresso le sensazioni destate in lui dalla sua vista e i desideri indotti in modo sofisticato, ammiccante, accattivante e convincente, sul crinale della sottile linea di confine tra quello che è lecito dire e quello che è eccessivo ed indisponente confessare. Sarebbe poi passato con disinvoltura dall’estraneità alla confidenza, alla complicità e all’intimità. Avrebbe poi avanzato con semplicità e naturalezza la richiesta del suo numero di telefono, avrebbe con sicurezza e decisione chiesto di rivedersi, un appuntamento, un impegno a breve. Lei avrebbe sicuramente accettato con piacere e assicurato una sua disponibilità a frequentarsi. Grande il mio amico. Ma io non ero il mio amico. Potevo dargli dei punti in altre cose, più cervellotiche e sofisticate, più sulla lunga distanza, da maratoneta. Ma su quel piano, sui cento metri, sulla prestanza fisica, sulla vita pratica e sulle donne, ero invece al livello del principiante nei confronti del professionista, dell’imbranato nei confronti del disinvolto. Rimanevo pertanto a fantasticare nella mia mente, a sforzarmi di dirigere il mio sguardo su altro. Controllo biglietti, prego. L’arrivo del bigliettaio fu un diversivo gradito. Allungando la sua mano per mostrare il suo biglietto elettronico sullo smartphone incrociò il mio sguardo e mi sorrise. Aveva un sorriso delizioso, dolce, invitante forse, almeno così mi pareva. Era un momento ideale per agire, finalmente cominciare a parlarle, cogliere l’attimo prima che il momento magico passasse. Agire sarebbe stato d’obbligo. Ma sarebbe stato necessario compiere lo smisurato sforzo di vincere il panico che mi bloccava, la timidezza che mi attanagliava, la paura di una sua reazione di indifferenza o di biasimo. Rimasi pertanto in silenzio, vigliaccamente, accennando solo un timido sorriso di risposta. Avrei potuto semplicemente chiederle cosa facesse nella vita. Tu studi o lavori? Sia sugli studi che sul lavoro da parlare ce ne sarebbe stato tanto, universi da esplorare e confrontare. A vederla così, a suo agio e naturalmente spigliata, poteva forse essere nel campo del marketing, universitaria o lavoratrice che fosse. Magari occuparsi di digital marketing, nel coacervo di commistioni tra tradizionali competenze di marketing e innovative opportunità connesse alla rete, ai social network, all’e-commerce e all’interazione multimediale. Nuove conoscenze e nuove abilità, soft skills da acquisire e maneggiare. Ma non avrebbe certo sfigurato nel campo scientifico, dell’ingegneria forse, qualcosa tra l’informatica, le telecomunicazioni e l’automazione, senza escludere il ramo gestionale. Le donne eccellono anche in questi campi, con caparbietà nell’impegno e fantasia operativa. Ma davvero ti occupi di marketing? Una mia amica si è laureata da poco alla magistrale con una tesi sulla subscription economy, su servizi come Netflix, Spotify e Amazon Prime che operano sulla base del modello di business della subscription, di un abbonamento. Mi dice che è il futuro della vendita di prodotti e servizi, con caratteristiche specifiche dei processi di value creation e di marketing. Non trovi divertente che tutt’ora pensare ad un ingegnere faccia venire in mente il classico progettista di opere civili, palazzi e ponti, autostrade e acquedotti? Anch’io sono ingegnere, meccanico per la precisione. Un po’ spocchiosi gli ingegneri per la verità, con chi studia altro e anche tra loro. C’è rivalità con gli architetti e i matematici, per esempio, ma dicono anche che chi non ha dato gli esami di meccanica razionale e di scienza delle costruzioni non è un vero ingegnere. Che ne pensi? Bologna, l’unica fermata dell’intera tratta, da lì in poi è tutta pianura, quasi trecento chilometri all’ora costanti. Sei mai stata a Bologna? È la città d’Italia con più portici, ho letto che ne ha per oltre sessanta chilometri, di cui quarantadue chilometri nel centro storico. Torino, al secondo posto, ne ha solo diciotto di chilometri di portici, solo si fa per dire. Bella Bologna. La grassa Bologna di Guccini, la ricca signora che fu contadina ma è anche una Parigi minore, una bohémien eccentrica e vivace. La Bologna di Dalla, le luci di San Luca, quella nel cui centro non si perde neanche un bambino e dove in ogni strada c’è una buca. La Bologna con la più antica università del mondo, attiva dall’undicesimo secolo, la Bologna di Eco. Potrei farti da guida io tra i portici di Bologna, tra i pub e le trattorie del centro, tra i locali dove si ascolta musica. Appena il treno ripartì prese un libro dalla sua borsa e si mise a leggere, forse annoiata dopo il lungo guardare al panorama esterno. Chissà, perfino irritata da una mancata conversazione con me. Però, anche tu, avresti potuto lanciarmi un’ancora di salvataggio, avere pietà di me, incoraggiarmi, essere la prima a iniziare un discorso, capire la fatica di avvicinarsi ad una come te! Il mio amico non avrebbe avuto certo bisogno di incoraggiamenti, avrebbe con naturalezza trovato il modo di iniziare un discorso, avrebbe preso l’iniziativa, l’avrebbe incantata. Sbirciai il titolo. Bulgakov, il Maestro e Margherita. Un invito a nozze, uno tra i miei libri preferiti. Non basterebbe un solo viaggio tra Roma e Milano per parlare di questo libro, su questo libro, discutere, rifletterci, riderci, pensare e condividere. Se una legge il Maestro e Margherita non serve neanche che sia bella per interessare, ovviamente. Se poi è anche bella si aprono due strade, diventa inavvicinabile da una parte, oltre le possibilità dell’umano agire maschile, abbassa l’asticella della sua accessibilità dall’altra, perché apre una vastità di appigli per farsi avanti. C’è l’amore tra il Maestro e Margherita, la politica, la censura delle autorità sovietiche degli anni trenta, l’ateismo, il riscatto e la pace, l’esoterico. Ci sono Satana/Woland, il valletto Fagotto, l’assassino Azazello e il gatto Behemoth, insieme ad una pletora di altri personaggi strani e grotteschi. C’è il povero Ivan, che ha capito tutto ma non è creduto e viene internato in un manicomio. E c’è il romanzo del Maestro su Ponzio Pilato e il processo a Gesù, la storia antica che si mescola con la storia moderna, l’accusa di voler fare l’apologia di Gesù, l’angoscia di Pilato per aver condannato ingiustamente Gesù, senza ascoltare le sue sagge parole. Tanta roba, tanto di tutto, un abisso in cui perdersi, dimenticare di essere su un treno ad alta velocità, dimenticare anche una bella ragazza dagli occhi verdi, anche il resto dell’umanità. Tante domande. Immenso Bulgakov, non trovi? Che grande amore quello tra Margherita e il Maestro, che ne pensi della determinazione di Margherita per ritrovare il suo amato? Lo sai che i Rolling Stones si sono ispirati a Bulgakov e al suo Woland per Sympathy for the Devil? Nonostante i solidi appigli non ce la feci a farmi avanti, rimasi ancora una volta bloccato. L’inerzia e la timidezza mi schiacciavano. Finalmente Milano, stazione centrale. Lei si alzò, per prepararsi a scendere. Prese il suo trolley e mi rivolse un accenno di sorriso come saluto. Ebbi l’impressione che avesse capito, mi avesse compreso, mi perdonasse. Da parte mia, chinai la testa. Quando scesi anch’io dal treno lei era già lontana, di spalle.

 

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