Campo pratica

“Noi siamo la nostra memoria, noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti.”

Jorge Luis Borges

(Nella foto, il Tiber Golf Club a Roma)

Posiziona accuratamente la pallina sul tappeto della sua postazione del campo pratica, utilizzando la testa del ferro numero sette. Assume la postura corretta per lo swing, con la testa del ferro prossima alla pallina. Gira la testa a sinistra e fissa il suo obiettivo, il cartello dei cento metri, poi si concentra sulla pallina. È piccola, maledettamente piccola. L’associazione immediata che solitamente arriva alla mente del vecchio è quella col boccino del gioco delle bocce. Tra i due oggetti, la pallina da golf e il boccino delle bocce, percepisce appieno la distanza temporale, geografica, sociale e culturale che gli appartiene, che li lega e lega lui a loro. La distanza temporale è quella della sua vita, da ragazzo e adolescente che era a quello che è. C’è da riderci sopra, a ben guardare, riflettendo su quanto paradossale sia la cosa, dato che è quasi un luogo comune associare il gioco delle bocce agli anziani e quanto il golf sia invece più trasversale all’età e si sforzi anzi di avvicinare alla pratica sportiva i più piccoli, ragazzi e ragazze, proponendosi come veicolo non solo di divertimento all’aria aperta ma per valori come l’onestà, l’integrità, il fairplay e lo spirito sportivo. Allora golf per i giovani e bocce per i vecchi. A lui il golf è invece arrivato da vecchio e le bocce sono toccate da ragazzo. Ma non il gioco rigido delle regole, degli arbitri e dei tanti vincoli derivati dalle regole stesse, bensì il gioco anarchico del campo dalle dimensioni non regolari, della validità del gioco di sponda laterale e di rimpallo, delle bocciate sfascia tutto alla Dio ce la mandi buona. Praticamente un misto delle specialità di biliardo carambola e boccette, ma sul campo da bocce. Anarchia, competizione e divertimento. Rivede i giocatori, piccoli, grandi e vecchi, suo padre, gli amici di suo padre, i suoi propri amici, quelli che non ci sono più e quelli che come lui sperano di essere ancora lontani dalla morte. Quelli che riuscivano meglio nel punto, quelli esaltati dalla bocciata a raffa o al volo, quelli seri e quelli spacconi, quelli che giocavano solo di sponda e quelli che preferivano il gioco corto, alcuni addirittura cortissimo, col pallino ad appena quattro/cinque metri. Rivede le bocce che saltavano fuori dal campo e rotolavano per gli orti intorno, tra alberi, rovi, erba e verdure coltivate, le ricerche laboriose per recuperarle, tuttavia infinitamente più semplici di quelle per recuperare il pallino, quando era quello a schizzare via, molto più veloce, a missile. L’apice dell’anarchia nelle bocce era poi il mutuare nel campo di bocce il gioco della passatella a carte, in maniera che alla fine il giocatore con il punto migliore diventava il padrone della quantità di birre messe in palio, da dispensare a suo piacere tra gli altri compagni di gioco, dando da bere a sazietà oppure negando il piacere della bevuta. Oppure chiudere il pomeriggio in bellezza con una sfida di bocciate al volo, che lasciavano il campo pieno di crateri, come la superficie lunare. E si giocava finché c’era luce e oltre, quando per distinguere i colori delle bocce bisognava accendere i cerini e gli accendini. Aveva poi capito che non era il gioco delle bocce in sé ad attrarlo, perché quando quel campo privo di regole terminò il suo ciclo di vita, scomparve insieme ad altri luoghi e momenti della sua vita, un neonato circolo di bocce con un campo dalle dimensioni regolari, dove giocare con regole standard, rigide e laboriose, non lo ebbe tra i suoi iscritti. Troppo radicata era ormai in lui l’anarchia vissuta, il gioco libero e fantasioso, il caos delle bocce, il pallino che schizzava, la passatella alternativa. Insieme chiaramente alla nostalgia della vita in quel particolare campo di bocce, al desiderio forte di congelare e non contaminare la precedente esperienza. Non aveva più giocato a bocce. Ecco che parte col caricamento, cercando di seguire al meglio le lezioni ricevute dal maestro, effettua la discesa e colpisce la pallina, ripetendosi che non è finità lì, che è necessario mantenere il movimento avviato fino a completare il finish, con continuità e fluidità. Osserva la pallina nella sua traiettoria parabolica, fino a quando tocca terra e rotola finché non si ferma. Niente male, dice a sé stesso, anche se è andato poco oltre i cinquanta metri e considerevolmente a destra rispetto all’obiettivo. Ma già riuscire a colpire la pallina nel settanta/ottanta per cento dei tiri, per lo più facendola volare, gli sembra un miracolo. Ha acquisito un po’ di autostima, insieme alla consapevolezza che il golf è uno sport dai miglioramenti secondo una curva logaritmica e non esponenziale, quindi non bisogna avere fretta di vedere risultati immediati. Ma può ormai avere fretta, lontano una vita dalla sua adolescenza? Prende una nuova pallina, con le mani questa volta, la osserva da vicino, all’altezza del viso. La distanza spaziale, geografica, ma che è insieme soprattutto sociale e culturale, è quella che separa il club di golf dove si trova da dove è nato, dove giocare a pallone, a carte, a biliardino o a bocce erano le sole alternative sportive, se non si vuole etichettare come sportivi il girovagare nei campi a rubare ciliegie, fichi, fragole e pannocchie di granturco. Il golf neanche sapeva cos’era, a quel tempo. Ma probabilmente neanche tutti quelli della sua comunità lo sapevano. Una comunità dove la vacanza al mare d’estate o le settimane bianche erano anch’esse una vera rarità, dove il lavoro nei campi, il piccolo artigianato e i lavori in edilizia erano quasi le sole alternative per vivere. E non molto è mutato da allora. Una comunità socialmente antitetica a quella che può immaginare il golf, giocare al golf, prima di tutto economicamente, allora specialmente, ma soprattutto culturalmente, essendo certe cose atavicamente collocabili nella sfera dell’inessenziale, del voluttuario e del capriccio. Il vecchio si china a ricollocare la pallina sul tappeto, con la mano questa volta. Parte ancora di swing. La pallina vola ancora. È forse ora diventato borghese e snob, per aver deciso di giocare a golf? Ora che ragazzo non è più da tempo, ora che è pensionato. Forse un po’ borghese lo è diventato, certo, ma snob assolutamente no. Seleziona col ferro una nuova pallina dal residuo del mucchio creato rovesciando il secchiello riempito di palline dalla macchina erogatrice. L’accompagna piano verso il punto del tappeto che ha individuato come ottimale e ricerca la postura ideale, come da manuale. Sorride ancora. Dall’anarchia prediletta del gioco delle bocce da ragazzo è passato ad un gioco che in quanto a gergo, regole e varietà di posture non ha praticamente uguali, tutto è regolamentato, misurato, pesato e definito. Una sorta di pena del contrappasso, in fondo, a distanza di una vita. Effettua lo swing, ma la poca concentrazione ha il suo esito inevitabile, arriva una toppata, colpisce la pallina in testa, facendola semplicemente rotolare per una decina di metri. Dovrebbe essere snob solo perché gioca a golf? Che sta tentando di giocare a golf? Intanto, dove è nato ama ancora giocare a carte e bere birra, anche con la passatella se si vuole strafare, con gli amici di allora e quelli della generazione successiva. E poi ormai il golf è alla portata di tutti, un abbonamento annuale costa quanto un abbonamento in piscina o in palestra, come la scuola calcio che faceva una delle sue figlie. Raccoglie un paio di palline e si sposta nell’area putting e pitching green del campo prova, dove esercitarsi al gioco corto e ai tiri in buca. L’erba rasata e perfettamente curata del putting green gli rammenta quanta cura ci voleva per levigare la superficie del campo da bocce, per coprire i segni delle bocciate, i dislivelli, le buche delle sfide, le intemperanze delle passatelle, gli allagamenti delle piogge. Bisognava grattare con un rastrello di ferro buche e avvallamenti, setacciare la sabbia calcarea recuperata tra i residui delle case restaurate, stenderla in maniera omogenea con una stuoia, poi innaffiarla e quindi di nuovo usare la stuoia. Ci voleva tempo e passione. Qui sono gli addetti al campo da golf a fare tutti i lavori necessari, ma è un lavoro quasi da artisti e a loro va la sua solidarietà. Pare che col putter siano effettuati circa la metà dei tiri che ogni giocatore effettua sul campo da golf, per inviare la pallina in buca. Allenarsi al putter è pertanto fondamentale. Occorre impostare un pendolo. Si posiziona al meglio delle indicazioni ricevute dal maestro e predispone spalle, braccia e mani intorno al putter. Il motore del movimento devono essere le spalle, mentre i polsi devono rimanere fermi. Non può fare a meno, ogni volta, di pensare alla teoria del pendolo semplice, è più forte di lui, la mente viaggia da sola per rammentare il calcolo del periodo delle piccole oscillazioni, proprio quelle che avvengono nel putting. Con ragionevole approssimazione la lunghezza dell’asta del pendolo immaginario da impostare, considerando come fulcro la testa, può essere data da circa 70 centimetri di braccia e circa 85 di putter, per un totale di 155 centimetri. Il periodo è dato dal prodotto di due per pi-greco per la radice quadrata del rapporto tra la lunghezza del pendolo diviso l’accelerazione di gravità. Più o meno 0,4 per 2 per 3,14, quindi circa 2,5 secondi. Non che serva a qualcosa, è ovvio, solo un’eco di calcoli passati, poi non è neanche un’oscillazione libera ma soggetta all’impulso delle spalle. Colpisce la pallina al centro della sua faccia, con la faccia del bastone il più possibile perpendicolare alla traiettoria con la buca. La pallina passa di poco a sinistra della buca e si ferma cinquanta centimetri oltre. Si può fare di meglio. Continua l’allenamento per un altro quarto d’ora, poi ritorna alla sua postazione e si siede sulla vicina sedia di vimini. Osserva la sua mano sinistra, l’escoriazione callosa che si sta formando nel palmo, vicino al polso e in direzione del mignolo, sull’eminenza ipotenar, come la chiamano. Non ha ancora usato il guanto, quindi il grip del bastone ha fatto il suo effetto. Poi dicono che il golf non è un gioco di fatica, da provocare calli. Pensa alla fatica, quella vera, quella dei calli seri, di chi lavora pesante, di suo padre, di tanti della sua comunità e dell’infinita schiera di operai e contadini che lavorano duro per vivere. Si ripete ancora una volta che lui è stato un privilegiato, ha lavorato sul velluto, ha lavorato certamente, ma di mente. Ringrazia ancora chi ha permesso fosse possibile. Le palline degli altri golfisti nel campo pratica volano di continuo, alcune con grandi e lunghe parabole, missili volanti che schizzano via. Perché ha scelto il golf? La palestra non l’ha mai attirato, la piscina men che meno, non ha mai imparato a nuotare, il tennis va coltivato da giovani, troppi scatti, l’ultima bicicletta l’ha usata da ragazzo, passeggiare semplicemente all’aria aperta lo trova noioso, nelle bocce ha già dato. Difficile trovare qualcosa da affiancare alle passioni di una vita, studiare, calcolare, leggere e scrivere. Allora ecco il golf. Ma la ragione vera, lui ne è pienamente consapevole, è forse che il golf ha il grande pregio di utilizzare una pallina evocativa, quella del boccino del suo campo da bocce.

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