Il numero della felicità

“Ogni cosa si adatta al numero.”

Pitagora

(Foto da Pixabay.com)

Che poi chi l’ha detto che per essere felici bisogna essere in due? Nel mio caso, io sono sicura che il numero perfetto, il numero della felicità, sia quattro. Il numero attuale, ovviamente, perché anche il numero della felicità non è una costante assoluta, dipende invece dal tempo. C’è stata una fase della mia vita, ero molto giovane, nella quale ero assolutamente convinta che il numero della felicità fosse due, successivamente ho raggiunto la certezza che la vita non può soddisfare una condizione di stabilità per la felicità se non per un numero magico pari a tre, per maturare infine la mia attuale convinzione del valore pari a quattro. Riserverà il futuro qualche altra sorpresa numerica? Chi può dirlo. Quattro mi sembra stabile, ora come ora. Non che debba spiegazioni ad alcuno, ma ripercorrere le vicende, le ragioni e le riflessioni che hanno portato nel tempo a queste mie successive conclusioni credo sia utile affinché altri, uomini e donne, se ne convincano al pari di me. Dunque, da adolescente di buona famiglia vedevo il mio futuro all’insegna del numero due come emblema della felicità, essendo stata programmata fin da bambina per andare in moglie a qualche bel giovane di famiglia ancora più benestante. Sogno borghese, certo. Un sogno che altre, in quegli anni di inizio decennio post-sessantotto, aborrivano, ridicolizzavano e osteggiavano in ogni modo, inneggiando alla bandiera della libertà, dell’anticonformismo e del libero amore. Era questo invece, a mio parere, l’essere conformista, accodarsi al nuovo imperante paradigma della ribellione a tutto e a tutti, alla famiglia, ai costumi e allo Stato. Non ne facevo una questione di valore, troppo poco socialmente e politicamente impegnata come ero, mi bastava ritenere bello e soddisfacente il mio sogno. Che poi era in fondo quello del principe azzurro, che non doveva salvarmi da niente, ma che mi avrebbe condotto a vivere una vita meravigliosa tutta rose e fiori. Ebbene sì, ero molto romantica a quel tempo, quando il romanticismo era fuori moda. E non dovetti aspettare molto, in effetti, né faticare, perché il mio principe azzurro arrivò presto, sotto le sembianze del rampollo ventenne di una ricca dinastia di notai e avvocati di grande fama, sia dal lato maschile che femminile. Non era nobile, cosa che per i miei genitori poteva essere la ciliegina sulla torta, ma che a me non interessava granché. Era giovane, bello, sportivo e aveva mostrato un simpatico mix di modestia e audacia quando ci eravamo conosciuti. Perché non fui certo io a prenderlo di mira, quando mai si è visto che un principe azzurro venga puntato o addirittura attirato in un tranello, accalappiato. Ero nel circolo di tennis frequentato dalla mia famiglia. Ecco, è difficile che il principe azzurro frequenti posti men che raffinati, pertanto la programmazione del sogno borghese della mia famiglia prevedeva che anche io frequentassi posti di questo tipo. Un minimo di prerequisito, ovviamente. L’audacia la mostrò con due iniziali maldestri tentativi di conoscermi, seguiti da un terzo fortunatamente di successo, in cui riuscì a presentarsi dignitosamente. Nel primo mi sorrise, distintamente, da lontano. Ho la certezza che il sorriso fosse indirizzato a me, ma un’altra ragazza a qualche metro da me dovette evidentemente equivocare e, cosa che io non avrei mai fatto, lo raggiunse per presentarsi. Vidi bene il suo imbarazzo nel dissimulare il piacere di un incontro non voluto e l’ultimo suo sguardo che mi indirizzò. Il secondo tentativo più che maldestro fu comico. Stava venendo verso di me, deciso e con uno splendido sorriso disegnato sul volto, quando disgraziatamente si scontrò col cameriere, che percorreva la sala in lungo e in largo col suo vassoio carico di coppe di champagne. Finì a terra miseramente, tra cocci di cristallo, effluvi d’alcol e risate. Il terzo fu davvero magnifico. Me lo trovai di fronte senza che l’avessi notato avvicinarsi. Sorrise e mi chiese se mi andasse di fare qualche set insieme a lui. La modestia la mostrò non infierendo su di me, essendo lui nettamente più forte, e soprattutto nascondendomi chi veramente fosse, cosa che mi fece inizialmente pensare che avevo sì incontrato il mio principe azzurro, ma che sfortunatamente avessi deluso le aspettative della mia famiglia. Eravamo felici. Furono giorni, mesi e anni meravigliosi. Esattamente dieci anni dopo ci sposammo. Dieci anni sono tanti, ripercorrerli richiederebbe grande capacità narrativa e notevole pazienza, da parte mia e di quanti potrebbero essere interessati ad ascoltarmi. Basterà allora dire che furono anni di crescita reciproca, amore, viaggi, divertimento, passione, felicità e realizzazione di ognuno nel proprio campo, il notariato il suo, lettere e filosofia il mio. Ci sposammo dopo un mese circa dalla sua consacrazione a notaio, col suo nome associato a quello del padre e del nonno materno sulla targa del loro edificio ospitante gli uffici notarili e legali di famiglia. Difficile pensare a qualcosa di più distante del mondo notarile da quello delle lettere e filosofia. La scienza è di gran lunga più affine alla letteratura e alla filosofia. Non è stato forse Galileo Galilei uno scienziato sublime e un fine scrittore, le cui riflessioni sull’universo, sulla natura, su Dio e le Sacre Scritture sono sottili disquisizioni filosofiche? Leibniz, Newton, Bergson, Pascal, Einstein, Bohr e Heisenberg hanno fatto insieme scienza e filosofia. L’arte di Leonardo Da Vinci, Michelangelo e Bernini sapeva di scienza e di lettere. Quanta letteratura e quanta filosofia c’è in un atto testamentario? Eppure la cosa non ci disturbava affatto, la non contaminazione e i mondi separati rendevano tutto più fluido e privo di attrito. Io ridevo della scrittura barocca che il burocratese degli atti notarili tende a ricalcare, mentre lui etichettava come irrilevanti le schermaglie filosofiche e i dialoghi letterari. Le avanguardie del mio disagio arrivarono solo quando, un anno dopo il matrimonio, alla scuola dove insegnavo organizzammo un circolo letterario, in rete con altre scuole. Progetto ambizioso, che prevedeva conferenze, dibattiti, pubbliche letture e l’avvio dell’edizione di una rivista letteraria. Mi immersi in questa nuova avventura con passione e dedizione, partecipando attivamente ad ogni iniziativa. Conobbi numerose altre persone, colleghi e non, filosofi, scrittori, artisti, lettori e semplici appassionati. E conobbi lui, lettore fervido e timido, scrittore dilettante e sottile conversatore. Mi si aprì un mondo nuovo, fatto di complicità intellettuale e di comunione di interessi, di condivisione e di ascolto. E il numero magico tre si materializzò. Con lui erano la letteratura e la filosofia a tenere banco, la poesia e l’arte, il sentimento e la dolcezza. Era uno squattrinato supplente, incurante degli aspetti pratici della vita, quasi un Don Chisciotte errante, senza missione alcuna se non godersi la bellezza della parola. Mi affascinò, mi scosse dal torpore, risvegliò in me l’ardimento. Chi l’ha mai detto che il bacio di Don Chisciotte non possa essere altrettanto efficace del bacio del principe azzurro, non possa rivaleggiare, non possa competere, non possa coesistere? La felicità fece patta col numero tre. Amavo il principe azzurro, il notaio, e amavo Don Chisciotte, il letterato. Il mio puritanesimo borghese trovava perfettamente compatibili le gioie matrimoniali con l’evasione dell’amante, la convivenza distaccata con gli atti notarili e la coinvolgente passione cementata dalle lettere e dalla filosofia, il sesso borghese e il sesso illegale. Sarebbe però errato pensare che io avessi finalmente o purtroppo, a seconda degli altrui sentimenti, intrapreso la via dell’anticonformismo, avessi fatto atto di ribellione alla famiglia, ai costumi e allo Stato borghese. Io volevo contemporaneamente la mia famiglia modello e il mio amante alternativo. Mai e poi mai avrei rinunciato al mio principe azzurro, al mio status di felice moglie di un notaio di successo. E non per paura di perdere quello che avevo, ma perché quello che avevo era un prerequisito indispensabile per pienamente apprezzare il nuovo che era arrivato. Don Chisciotte era entusiasmante se si andava a sommare al principe azzurro, non era un nuovo numero due che volevo, buttando a mare il precedente, ma vivere appieno le delizie del numero tre. Non bisogna neanche credere che la cosa imbarazzasse il mio Don Chisciotte, che anzi riteneva del tutto rispettabile e giustificabile la mia scelta, non certo ovviamente per noncuranza o per non assumersi responsabilità, bensì per il suo genuino disinteresse da vincoli di convenzione. La gestione del numero tre, se così posso dire, non creava inoltre particolari inconvenienti, essendo il mio notaio totalmente immerso nel suo lavoro e del tutto accondiscendente verso le mie piccole distrazioni nell’avventura del circolo letterario, inconsapevole ovviamente dell’esistenza di Don Chisciotte. Vissi per qualche anno nella felicità del numero tre e mai avrei cercato avventure numeriche alternative se non fosse intervenuto un fatto nuovo. Era una sera come tante. Il mio principe azzurro tornò dal lavoro silenzioso e scuro in volto, cosa davvero insolita sia per la passione con la quale viveva la sua attività professionale sia per il carattere gioviale e loquace, naturalmente alieno dalle vere fatiche della vita. Lo coccolai premurosa e attenta. Non mangiò praticamente alcunché a cena, anche questo fatto raro. Quando la cameriera ebbe terminato di sparecchiare estrasse una busta dalla tasca e me la passò, turbato. Era una busta riportante in stampatello il suo indirizzo della sede notarile. Sul foglio interno era scritta una sola parola, a normali caratteri di stampa da computer: Cornuto. Esattamente così, lettera iniziale maiuscolo e punto finale, posta in alto a sinistra, senza esaltazioni di enfasi a rimarcarne lo spregio, quasi una normale scrittura commerciale. Evidentemente anche nelle lettere anonime non manca lo stile, ebbi modo di pensare. Se dicessi che la cosa non mi abbia arrecato fastidio mentirei, ma turbamento o addirittura paura assolutamente no, io ero serena. Mi meraviglio che tu ti sia lasciato turbare da una cattiveria gratuita lanciata tramite una lettera anonima, dissi semplicemente guardandolo dritto negli occhi e restituendogli busta e foglio. L’educazione borghese è severa nel condizionare al controllo nell’esternazione dei propri sentimenti e delle proprie emozioni. Fu lui a sentirsi quasi in colpa, poi recuperò colore, sorriso e parola. Mi chiese scusa per non avere strappato subito quel foglio velenoso. Nei giorni successivi ebbi modo di riflettere sulla cosa. Non certo per studiare nuove e più stringenti misure di sicurezza a tutela del mio rapporto con Don Chisciotte, ma per tutelare la serenità del principe azzurro. Improvvisamente ebbi l’intuizione. Non era possibile impedire che arrivassero in futuro altre lettere anonime, magari corredate di dettagli o prove della mia relazione extraconiugale. L’unica soluzione era che anche il principe azzurro avesse una relazione extraconiugale sua propria. Era necessario che lui realizzasse quanto fosse utile, opportuno e felice avere un’amante che arricchisse e completasse la sua vita, la nostra realtà coniugale. Avrebbe così percepito come irrilevante, disequilibrante e con senso di colpa un’eventuale piena conoscenza della mia relazione clandestina. Come dire, doveva lui condividere con me la bontà del numero magico quattro. La candidata doveva essere del suo ambiente, avvocato o notaio o qualche variante del genere, in maniera da avere comunanza di interessi, di linguaggio e di contesto. Feci in modo di farmi portare ad un convegno di notai, cosa insolita per me. Potei constatare la presenza di numerose donne, della mia età o anche meno giovani. Avvertii anche che il mio principe azzurro, sempre brillante e fine, era degnato di notevoli attenzioni dal gentil sesso, alle quali si sottraeva deliberatamente, il che naturalmente non mi dispiacque. Individuai una bella signora, solo di qualche anno più grande di me, separata, che lo circondava civettuola divorandoselo con gli occhi. Puntai su di lei. Riuscii a intrattenermi con lei quanto necessario per invitarla a pranzo a casa nostra, cosa che parve gradire molto anche lui. Sono sicura che l’invito fu galeotto. Dovette rappresentare una sorta di autorizzazione a frequentarsi, per entrambi, un beneplacito implicito da parte mia, da interpretare a piacere come stupidità o disinteresse. E così il piano fu portato a termine, la mia felicità coincideva col numero quattro. È così da tre anni.

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