Voglia di caffè

“È in gran parte un gioco nel fango, un rotolarsi nel quotidiano, non è niente di più che la vita stessa, andare avanti cercando di non fermarsi mai.”

(Nella foto, Tiziano Vecellio, Sisifo – 1548)

Si svegliò prima del solito, coi pensieri insistentemente focalizzati sulla riunione che avrebbe dovuto esserci quella mattina presso la sede di un suo cliente. Momento importante, si sarebbe trattato di definire esattamente quanto sarebbe stato possibile ancora fatturare entro il trimestre che stava volgendo al termine, il quarter, come dicono gli americani, di lì a pochi giorni. Una base sicura c’era già, ma il suo obiettivo era avere l’autorizzazione a fatturare un’altra buona fetta relativa ad un paio di progetti in corso, formalmente fatturabile non prima di un mesetto circa. Niente di insolito, per la verità. Era quasi prassi, alla fine di ogni trimestre. Anticipare fatturato rispetto a quanto possibile in linea solamente contrattuale è una tecnica aurea, quasi come scoprire l’uovo di gallina o l’acqua che bolle, per raggiungere gli obiettivi commerciali assegnati o, meglio ancora, per superarli, per fare over-achievement. Solo un gioco? Niente affatto. Prima di tutto si tratta di soldi, anche molti soldi. Raggiungere il target significa conseguire pienamente i premi associati, cioè soldi in aggiunta allo stipendio base. Fare over-achievement significa incrementare i premi di un fattore significativo, spesso non semplicemente lineare con quelli entro il target, ma con un moltiplicatore di una volta e mezzo o addirittura due. E questo vale per sé stessi, ovviamente, ma poi contribuisce al raggiungimento del target o di un over-achievement per il capo, quindi il capo del capo, a catena fino al risultato complessivo dell’azienda stessa per la quale si lavora. Soldi per tutti, quindi. Raggiungere buoni risultati nel trimestre, per l’azienda tutta, soprattutto per multinazionali quotate in borsa, meglio se al NYSE o al NASDAQ, è indice di benessere, solidità, buone prospettive a breve e medio termine, quanto meno. Superarli al di là delle aspettative del mercato è poi un segnale eccezionale, tale da portare a significativi balzi della quotazione azionaria, quindi a facilità di finanziamento, incremento del valore delle azioni, quindi ancora soldi, specialmente per i manager detentori di piani di stock option. Oltre ai soldi ci possono poi essere premi vari, da viaggi a buoni acquisti e cose simili, oppure riconoscimenti formali quali medaglie e certificazioni top performer, tutti di un certo rilievo e prestigio. E ovviamente si consolidano il curriculum, la carriera e le opportunità di crescita in azienda. Ma c’è anche di più, c’è il lavoro di fino, il gioco, la sfida, la testardaggine e la determinazione, il provarci. Naturalmente anche in questo c’è il gioco di squadra, come sempre. Un lavorio a tutti i livelli, da quello più squisitamente tecnico e amministrativo, a quello più specificamente commerciale, per preparare il terreno, creare le condizioni di base, fino ai vari livelli eminentemente manageriali, per spiegare le motivazioni, evidenziare le necessità, ricordare le strategie, le partnership, i legami, le storie condivise, le prassi e i progetti per il futuro. È soprattutto una questione relazionale, in effetti, di condivisione dei risultati, di fiducia reciproca, aziendale e personale, soprattutto, un patto di reciproca assicurazione sul passato e sul futuro, una simbiosi di credibilità e rispetto. Il gioco è anche più ampio, a ben vedere. Non è solo tra te e il cliente, che poi è anche quello un insieme di persone e di ruoli, fra la tua azienda e la sua azienda, è un puzzle a più mani. C’è infatti la concorrenza, ci sono gli altri fornitori, le aziende e gli uomini con cui si compete, che hanno gli stessi obiettivi, le medesime aspettative e che intraprendono analoghe mosse. Sono uomini e donne anch’essi determinati e volitivi, bravi e abili tecnicamente, commercialmente e a livello relazionale, spesso conoscenti o addirittura ex colleghi, anche amici, tutti della stessa razza, con le stesse attese, le medesime tattiche e strategie. Il guaio è che il cliente è sempre quello e la coperta è spesso corta, se il budget di spesa può essere assimilato a un coperta, anche a fronte di condivisione di intenti e buona volontà. Si tira da una parte e si accorcia dall’altra, si tende al suo limite di elasticità e anche oltre, si sfibra e si sfilaccia, si struttura in frange più o meno ampie, in rivoli di maggiore o minore soddisfazione, fino a raggiungere una quadra che accontenti più o meno tutti, grandi e piccoli, tutti ricevano qualcosa e rinuncino a qualcosa, senza indigestioni e senza morti di fame. Si potrebbe obiettare che si tratti, in fondo, di un gioco a somma zero, nel quale se si vince una volta si perde la volta successiva, quello cioè che si anticipa come fatturato in un trimestre manchi poi al trimestre seguente. Come ragionamento non fa una grinza, in effetti. Ma il modo di aggirare l’ostacolo c’è, il trucco è quello di non fermarsi mai, trimestre dopo trimestre, anticipare sempre, ripetere ciclicamente la stessa tattica e la stessa strategia, gli stessi processi. Sa di fatica ciclopica, di imprese epiche, di estenuante travaglio, di eterni rotolamenti a valle del masso di Sisifo. Ma non c’è niente di tragico e di così epico, nessun’aura solenne, niente di grandioso. È in gran parte un gioco nel fango, un rotolarsi nel quotidiano, non è niente di più che la vita stessa, andare avanti cercando di non fermarsi mai. Un po’ come si dice di quelli che vivono al di sopra delle loro possibilità, che spendono in un mese più di quello che guadagnano, perché devono nello stesso tempo coprire le spese del mese precedente, ma confidano che il mese successivo saranno in grado di saldare i conti del mese corrente. È una dimostrazione di ottimismo e di fiducia, da cicala più che da formica, sebbene la formica risulti a conti fatti più accreditata della cicala socialmente ed eticamente. Se poi il gioco si ferma, la giostra smette di girare? Allora meglio non esserci, meglio non pensarci. Si confida sempre che non accada, che trionfi l’euforia. Oppure che non si trovi un capo, peggio ancora se il capo in testa, che sia conservativo, che desideri rallentare, accontentarsi, pensare che il trimestre successivo sia preoccupante, che bisogni lasciar qualcosa da parte per esso, nel timore che non ci sia poi niente più da anticipare, che il vento cambi. Ce ne sono così, più pavidi che lungimiranti, che tirano il freno, chiedendo a catena che tutti gli anelli tirino il freno a loro volta, fino all’ultimo. Ma così si gioca sporco, si cade nel pessimismo, non ci si diverte più, si perde la fiducia di chi su quelle anticipazioni ci conta, di chi è abituato a contarci, ha regolato la propria vita contando su esse. Si disorienta anche il cliente, che resta esterrefatto, che comincia a credere che non ci sia più bisogno con te di questo gioco delle parti a ogni fine trimestre, si impegna di più con i concorrenti, che ovviamente ne approfittano per tirare più la coperta verso di loro. Un processo pericoloso, che può diventare irreversibile, che rischia di trovare terra bruciata e indisponibilità quando poi il capo dà il contrordine, vuole ricominciare il gioco. No, sei fuori caro capo, adesso non ti siedi più al tavolo da gioco. Si stiracchiò e si decise ad alzarsi, facendo attenzione a non svegliare sua moglie, cautela che usava sempre. Bagno, doccia e barba. Certamente il viso riflesso nello specchio non era quello di quando era più giovane, ma di capelli ce n’erano ancora abbastanza, di un grigio avanzato, con la fronte più alta, ma reggevano. Le rughe poi un po’ c’erano sempre state, soprattutto vicino agli occhi, all’esterno. Già verso i trent’anni una sua collega gli aveva consigliato di usare una crema antirughe ai lati degli occhi. Sorrise ancora al ricordo. Rughe di espressione. Passò in cucina e fece colazione con una tazza di latte freddo preso dal frigorifero e un plumcake. Ritornò in camera e si vestì accuratamente nella semioscurità, in giacca e cravatta. Di nuovo al bagno per un tocco finale ai capelli e per uno spruzzo di profumo. Avrebbe forse dovuto decidersi a comprare un completo di una taglia più grande, la giacca tirava un po’. Gli anni che passano, il poco movimento, la pigrizia, il metabolismo che cambia. Da ragazzo, da giovane e fino a pochi anni prima aveva sempre avuto il problema opposto, troppo magro. Alla visita per il servizio militare, quando la leva era ancora un servizio obbligatorio, il primo anno lo avevano fatto rivedibile e il secondo anno lo avevano riformato. Troppo magro. Che avventure le visite di leva, ai suoi tempi e nei suoi luoghi. Si viaggiava tutta una notte, con lunghe soste e ad esasperanti lente velocità del treno, per coprire una distanza sui cento chilometri. Da morire dal ridere. Tutti insieme poi, tutti coetanei, conoscenti e amici, quasi una iniziazione, per molti il primo vero lungo viaggio. Per trovare poi l’assurdità della caserma, i lenti e regolari ritmi delle visite mediche, la lunga fila alla mensa, la contesa per le posate, il cibo strano. E poi fuori per la città, avendo ovviamente già pianificato di non dormire in caserma. La cena in trattoria, una lunga tavolata allegra e spensierata, tra risate, cibo e vino a poco prezzo. La ricerca di una pensione in cui dormire, non molto dissimile dal dormire in caserma, in realtà. In cinque o sei in una camera, col bagno in corridoio, col suo vicino di letto che non voleva spegnere la luce della lampada sul comodino, perché diceva di essere abituato a dormire con la lucetta accesa. Andò nello studio. Cercò delle carte che voleva portarsi in riunione, ma non le trovò tra le cose sistemate sulla scrivania. Poco male, aveva le idee molto chiare in merito, il lavoro era già stato fatto in gran parte, si trattava solo di definire e concordare i dettagli finali. Decise anche di non portare con sé la sua solita borsa, prese solo un paio di fogli bianchi dalla stampante, li piegò e li mise nella tasca della giacca, insieme ad una penna. Cercò le chiavi della macchina e quelle del garage. Sulla scrivania non c’erano, nei cassetti neanche. Andò nell’ingresso, a controllare se fossero nel vassoio dove venivano messe le chiavi di casa, ma neanche lì le trovò. Cercò di ricordare dove potesse averle lasciate, ma non gli venne in mente niente. Controllò in cucina e nelle camere delle figlie, nel caso le avesse involontariamente lasciate su qualche tavolo, scrivania o libreria. Le figlie non vivevano più con lui, cosa di cui si rammaricava continuamente, avevano la loro vita, ma le loro camere erano sempre lì, pulite e sistemate, sempre pronte all’uso. Pensò anche di svegliare sua moglie, per chiederle se le avesse viste, ma poi ci rinunciò, le dispiaceva svegliarla per una sciocchezza simile. Infine si disse che in fondo poteva andare coi mezzi pubblici. Ci avrebbe messo più tempo, ma ce n’era di tempo prima della riunione, poteva poi essere una novità, un diversivo. Non prendeva più i mezzi pubblici da anni, la macchina era molto più comoda. Gli piaceva guidare, inoltre, non si spazientiva più di tanto neanche per il traffico, aveva i suoi programmi radio preferiti nelle varie fasce orarie, faceva le sue telefonate di lavoro tranquillamente, era come stare in un ufficio mobile. Ne aveva presi di mezzi pubblici durante gli anni universitari. Però appena aveva cominciato a lavorare e aveva potuto acquistare la sua prima macchina aveva smesso, limitandosi a farlo solo in casi eccezionali. Come quella volta, molti anni prima, che gli avevano rubato la macchina. Ci avevano fatto una rapina in banca e l’avevano ritrovata abbandonata i carabinieri poco tempo dopo, in perfette condizioni, anche se senza il sediolino della sua prima figlia solitamente sistemato sul sedile posteriore. Evidentemente avrebbe intralciato le operazioni della rapina. Il danno da incuria e da intemperie era intervenuto dopo, nei quasi due mesi lasciata nel parcheggio giudiziario, a disposizione dei carabinieri per i rilievi e le indagini del caso. Indagini così accurate che solo al momento della firma del verbale di rilascio per la restituzione era venuto fuori che sulla parte posteriore c’era ancora la targa falsa utilizzata dai rapinatori, sovrapposta a quella originale, quindi era stato necessario rifare il verbale, anche quello capolavoro di burocratica letteratura. Si richiuse a chiave la porta alle spalle. Si incamminò di buon passo verso la fermata della metropolitana più vicina. C’era poca gente alla stazione, l’ora di punta doveva essere passata. Trovò degli spiccioli nella tasca dei pantaloni e comprò il biglietto, non ne conosceva neanche il costo. Dovette ammettere che le nuove vetture erano ben diverse da come se le ricordava lui. Pulite, ben illuminate, colorate, veloci. Fu sorpreso anche dalla disposizione laterale dei sediolini, una sola fila frontalmente disposta verso il corridoio centrale, con tanto spazio per le persone in piedi. Apprezzò anche l’assenza di singoli vagoni, era come un solo lungo serpente che si snodava per l’intera lunghezza, senza angoli nascosti, a maggior sicurezza dei singoli da brutti incontri in vagoni isolati e semivuoti. Pochi i passeggeri, quindi trovò facilmente il posto a sedere e si godette il tragitto, le tante fermate, le stazioni, alcune ancora le ricordava, altre gli sembrarono nuove, alcune non belle, buie e sporche, altre invece nuove, luminose, addirittura belle. Tornò con la memoria alle tante stazioni di metropolitana che aveva visto nella sua vita in giro per l’Europa, negli Stati Uniti non aveva mai preso i mezzi pubblici né la metropolitana. Alcune davvero bellissime, come quelle a Mosca. Gli sembrò di fare una specie di visita turistica, fu quasi contento di avere avuto la necessità di ricorrere alla metropolitana. Scese alla stazione più vicina alla sua destinazione e si diresse alla fermata dell’autobus che avrebbe dovuto prendere per l’ultimo tratto. Vide un bar lì di fronte, gli venne voglia di un caffè. Sicuramente prima o durante la riunione ne avrebbe preso un altro o anche di più, ma era un bel bar, lo ispirava anche il profumo di caffè e di dolciumi che ne proveniva. Si sedette ad un tavolo all’aperto e ordinò un caffè e un cornetto, in fondo la pillola per il colesterolo la prendeva. Ebbe tutto il tempo di gustarsi la sua seconda colazione e ritornare alla fermata, prima di veder arrivare il suo autobus. Quasi vuoto anche questo, un autobus nuovo fiammante, tutto colorato, pieno di appoggi, ergonomico e pulito. Pensò che forse il mondo stava andando ormai per il verso giusto, verso il miglioramento dei servizi se non altro, almeno in quella parte del mondo. Cinque fermate appena e scese, era l’ultimo passeggero, l’autobus ripartì vuoto. Rimase sorpreso e sconcertato quando si accorse che il pesante cancello di ferro davanti al grande palazzo che ospitava gli uffici del suo cliente era sbarrato. Anche il vasto parcheggio al lato del cancello era vuoto. Deve essere successo qualcosa, pensò. Ritornò con la mente agli allarmi per bomba che si verificavano spesso tanti anni prima, quando tutti venivano fatti evacuare per precauzione e per procedere ai controlli. Anche quando era studente liceale erano frequenti, ben accolti anche, perché venivano sospese le lezioni e si usciva, via a passeggio per il corso o a rinchiudersi nelle sale da gioco, per spendere i pochi soldi giocando a biliardino, a flipper o a carambola e boccette. Insieme a un gruppo di amici ci avevano provato anche loro una volta. Uno degli amici, più ardimentoso, aveva chiamato la scuola di buon mattino da una cabina telefonica, facendo la voce adulta e dicendo che c’era una bomba nell’edificio. Aveva risposto il vicepreside, uno tosto, che aveva capito tutto e aveva risposto con un semplice e tranquillo grazie, adesso provvediamo, per quindi riattaccare e ignorare completamente il messaggio. Forse c’era stata semplicemente una chiusura degli uffici per qualche motivo specifico, una disinfestazione, uno sciopero, un ponte inatteso o qualcosa di simile, senza che nessuno si fosse curato di avvertirlo. Non ne fu contento, naturalmente, ma non era abituato a fare tragedie per cose simili, magari poteva esserci solo un ritardo nell’apertura degli uffici, forse più tardi sarebbero arrivati tutti. Si appoggiò al cancello con la schiena. Cominciava a fare caldo. Si sbottonò il primo bottone della camicia e si allargò il nodo della cravatta. Se fosse venuto con la macchina l’avrebbe ripresa e sarebbe andato a fare un giro nei dintorni, in qualche zona più frequentata, sarebbe entrato in qualche negozio per perdere un po’ di tempo, magari in una libreria, poi sarebbe ritornato a controllare se gli uffici fossero di nuovo aperti. Oppure avrebbe potuto starsene semplicemente seduto in macchina a riposarsi e ad aspettare comodamente. Alle riunioni non gli era mai piaciuto arrivare all’ultimo momento. Arrivava sempre un po’ in anticipo in zona, facendo le cose con calma, fermandosi ad un bar o leggendo il giornale in macchina, per poi presentarsi in orario. Non lo faceva tanto per evitare imprevisti, ma era piuttosto come prendere possesso del terreno, fare un giro in avanscoperta, annusare i luoghi, le persone e l’aria che tirava. Si guardò intorno. Era una zona che conosceva bene, un panorama familiare, ma notò qualche variante, alcune palazzine giù in lontananza sembravano essere cresciute di numero, dalla parte opposta notò meno alberi di quanto ricordasse. Il panorama urbano cambia velocemente ormai. Camminò un poco avanti e indietro lungo la recinzione. Di pazienza ne aveva, di calma pure. Aveva fatto anticamera molte volte, da solo o insieme a qualche collega, in attesa che iniziasse una riunione o che fosse ricevuto in occasione di qualche appuntamento, si ingannava il tempo facendo qualche chiacchiera, leggendo qualcosa, esaminando l’arredamento, rivedendo qualche documento. Non aveva portato però niente con sé. Ebbe voglia di sedersi, cercò un tratto della recinzione all’ombra, dove un muretto consentiva di sedersi più o meno comodamente. Si tolse anche la giacca. Vide passare un autobus proveniente dalla direzione opposta dalla quale era venuto, forse era lo stesso col quale era arrivato, che riprendeva il suo giro dopo una pausa. Tante attività, tanti processi, tanti lavori e tanti avvenimenti sono ciclici, a ben vedere. Non si dice anche che la storia si ripete? Non è la vita stessa un ciclo di nascita, vita, morte e rinascita, se non del singolo almeno della specie, umana, animale e vegetale? Anche per le stelle vale la stessa cosa. Non è la stessa termodinamica a dirci che il lavoro continuativo può essere prodotto solo in successioni di trasformazioni cicliche? Grande disciplina la termodinamica, ti fa riflettere sul destino dell’universo e sulla vita stessa. Si sentiva stanco. Ebbe voglia di un altro caffè, ma lì in giro non c’erano bar. Vide arrivare una macchina. Forse ci siamo, pensò, stanno arrivando e si riaprono gli uffici. La macchina si fermò accanto a lui e ne scese una ragazza, una donna. Rimase stupito quando riconobbe in lei sua figlia, la maggiore, avvertì una leggera apprensione. Tu che ci fai qui, tesoro? È successo qualcosa? Tua madre e tua sorella stanno bene? Certo papà, tranquillo, ti sono solo venuto incontro. Si appoggiò al muretto, accanto a lui. Gli sorrise. Sua figlia aveva un sorriso molto bello, dolce, quello stesso di quando era piccola, quando con quel sorriso desiderava ottenere qualcosa. Ma perché sei venuta fin qui, allora, sono qui per lavoro e non ho molto tempo per stare insieme a te, probabilmente fra poco riaprono il cancello e ho un riunione. Ma oggi è domenica, papà, gli uffici sono chiusi. Ma che dici? Non posso aver fatto un errore così clamoroso, è da quando mi sono svegliato che non sto pensando ad altro che alla riunione di oggi. Vedi papà, guarda il calendario sul mio cellulare, domenica sedici giugno. Non poté che constatare la data sul display. Si sentì uno stupido, sicuramente sua moglie non trovandolo si era spaventata e aveva chiamato una delle figlie. Si vergognò di aver fatto una figuraccia simile, anche se si trattava di sua figlia. Sai le risate che si sarebbero fatte le due sorelle insieme, poi con la madre, lo avrebbero preso in giro a lungo, come quando rilevavano qualche sua sciocchezza o qualche sua mancanza, fin da piccole, si divertivano un mondo. Dai papà, entra nell’acqua, sanno nuotare anche i bambini, non devi fare altro che lasciarti andare ed è l’acqua stessa a sostenerti, dovresti saperlo, è una legge fisica, così in piedi con l’acqua sotto al ginocchio sembri uno stoccafisso. Lui sorrideva con sufficienza, ricordando loro che aveva visto il mare per la prima volta a vent’anni, non aveva mai avuto confidenza con l’acqua del mare, né era mai stato in piscina da ragazzo, non come loro due, piscina e istruttore fin da piccole, brave allora, così son bravi tutti. Se si fosse accorto da solo che era domenica sarebbe tornato indietro per tempo, forse non si sarebbe accorto nessuno di loro del suo sbaglio, al massimo non trovandolo avrebbero pensato che avesse deciso di fare una passeggiata. Allora che dire, fece con rammarico, è successo, non so come sia stato possibile ma è successo, devo aver avuto un po’ di confusione in testa, forse lo stress. Ormai è fatta. Visto che sei qui, ameno me ne torno a casa in macchina. Lo sai che stamattina, per colmo di sfortuna, non ho trovato neanche le chiavi della macchina e sono dovuto venire fin qui con i mezzi pubblici? Ti confesso che però non mi è dispiaciuto, non li prendevo da tanto ed è stata come un’esperienza nuova, non sono neanche più quelli di una volta, come me li ricordavo, adesso sono nuovi, belli e colorati. Fece una pausa, restando sempre seduto. Anche gli occhi di sua figlia erano belli, castani, come quelli della sorella e come i suoi, cosa di cui si erano sempre un po’ crucciate, dandone a lui la colpa, perché avrebbero voluto avere entrambe gli occhi verdi della madre. Ma siete bellissime anche con gli occhi castani, forse di più, aveva sempre detto loro. Ebbe però una curiosità. Come hai fatto a sapere che ero qui, proprio qui, presso questo ufficio? Sua figlia lo guardava con attenzione, doveva essersi preoccupata. Lei gli fece una carezza sulla gamba. Papà, ma quanti anni hai? Lui ebbe un attimo di incertezza su quella domanda diretta e inaspettata, temette un qualche tranello, che la confusione avuta fosse ancora in atto. Cercò di aggirare l’ostacolo. Dimmelo tu, sapientona, vediamo se sai quanti anni ha tuo padre. Settantaquattro, papà, hai settantaquattro anni. Lui ridacchiò. Sei sempre la stessa che da bambina, anche allora mi facevi antico oltre ogni immaginazione, una volta mi hai chiesto se io ci fossi già quando c’erano i dinosauri. Giovanotto non sono più da un pezzo, ma sicuramente meno vecchio di quanto tu mi fai. Papà, hai esattamente settantaquattro anni, li abbiamo festeggiati due mesi fa. E a quest’età la gente non lavora più, se ne sta a casa a riposarsi e a svagarsi. Sei andato in pensione nove anni fa. Mi vuoi prendere in giro? Vuoi prenderti gioco di tuo padre e farlo passare per rincoglionito? Allora che ci farei qua? La sua voce si andava alterando. Lei lo abbracciò. Tranquillo papà, non ti preoccupare, niente di grave, avrai avuto un calo di zuccheri, oppure di pressione, sarà il cambiamento di stagione, saranno i pensieri e i ricordi che vanno e vengono, avrai pensato troppo a qualche tuo impegno passato. Non ci far caso, torniamo a casa e ti metti un poco a riposare, devi esserti anche stancato per arrivare fin qua. Colpa delle chiavi della macchina, chissà dove sono finite, ribadì lui. Certo, ora andiamo. Lo aiutò a rimettersi la giacca e gli aprì la portiera della macchina. Non poteva certo dirgli che la sua macchina ormai l’aveva presa la sorella, avevano preferito non fargliela più guidare, a causa dei suoi sempre più frequenti stati di confusione e di perdita di memoria, quella a breve però, perché il passato lo ricordava anche troppo bene. Poco più di un mese prima, nonostante le attenzioni e i controlli, era già arrivato in qualche modo proprio lì, si era presentato agli addetti alla reception chiedendo di entrare per parlare con un impiegato che nessuno conosceva, dicendo che aveva un appuntamento. Era senza documenti, lo avevano visto disorientato e avevano chiamato il centodiciotto. Solo molte ore dopo, in seguito alla denuncia alla polizia, erano riusciti a rintracciarlo in ospedale e ad andare a riprenderlo. C’era silenzio in macchina, lui era afflitto. Ho voglia di un caffè, disse ad un certo punto, come riscuotendosi, fermati ad un bar che ti offro qualcosa.

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