La mozzetta

“E anche gli occhi di Calogero Maria Rizzuto erano orgogliosi, dell’intera famiglia, figlio compreso. Certo. Perché, si era detto Salvatore Capuano, non si può essere orgogliosi di un figlio autistico?”

Salvatore Capuano accarezzò la testa, dai capelli neri e ricci, con un gesto affettuoso e quasi paterno. Non avevano avuto figli, né maschi né femmine, lui e sua moglie, unico cruccio della loro vita, da ogni altro punto di vista felice. Aveva avuto sicuramente le sue occasioni per potersi distrarre, come si suol dire, per concedersi qualche piacere extraconiugale, occasioni non certo intenzionalmente ricercate ma sempre casualmente intervenute o anche procurate ad arte da donne di buona volontà. Perché bello non era, Salvatore Capuano, per quanto la bellezza sia entità relativa e misteriosa, ma interessante sì. Sapeva parlare, narrare, argomentare, ammaliare addirittura, pur restando sempre discreto, evasivo e impenetrabile. Ma mai si era lasciato andare, era caduto in tentazione, e non per paura di essere scoperto, di essere ricambiato con la stessa moneta, ma per sua precisa volontà di rispettare la sua donna, la sua compagna di vita, sua moglie. La testa che veniva amorevolmente accarezzata, tra rabbia mal frenata e sussulti continui, era quella di Gaetano Rizzuto. Famiglia di medici i Rizzuto, a partire da Calogero, medico di campagna e sindaco, passando per Gaetano Saverio, chirurgo di larga fama, per arrivare a Calogero Maria, attuale sindaco e primario di neurochirurgia in tre cliniche di sua proprietà nella provincia, chiacchierato quanto basta per alcune delle sue amicizie, padre del giovane e riccioluto Gaetano. Calogero Maria Rizzuto aveva compreso ben presto che la tradizione medica di famiglia doveva virare sul femminile, andava messa nelle mani della primogenita Eleonora, stante la circostanza dolorosa dell’autismo di Gaetano. Gran bella ragazza Eleonora, medico e specializzanda in cardiochirurgia. Vedendola stringersi vicino il fratello, la prima volta che li aveva incontrati, Salvatore Capuano aveva pensato più che ad una coppia di fratello e sorella ad una mamma col proprio figlio, mamma poco più che coetanea, naturalmente. La vera mamma, Serafina Salerno, a sua volta se li guardava entrambi, figlia e figlio, con occhi vigili e orgogliosi. Orgogliosi, certo. E anche gli occhi di Calogero Maria Rizzuto erano orgogliosi, dell’intera famiglia, figlio compreso. Certo. Perché, si era detto Salvatore Capuano, non si può essere orgogliosi di un figlio autistico? Lui che non aveva avuto figli, considerava i figli un dono divino, al di là di fortuna, salute e ricchezza, con l’unica eccezione qualora fossero delinquenti e portassero disonore. Ovviamente non aveva avuto una controprova del suo sentire, cosa che gli dava la serenità di chi fortunatamente non era stato messo davvero alla prova dei fatti. La mozzetta è un amico fidato. Non si allude certo alla mantellina corta a bottoni portata da papi, cardinali, vescovi e via dicendo, di colore rosso scarlatto, viola o nera, con varianti più o meno accese, a seconda del grado, solo una coincidenza terminologica banale. La mozzetta vera si tiene in tasca, al sicuro, tranquilla e pronta all’uso, all’occorrenza, efficiente senza costituire pericolo per il proprietario né violare leggi, ma abbastanza letale per eventuali rivali, a saperla bene usare. La mozzetta è un coltello. Un coltello il cui uso più frequente è quello di incidere con la sua lama affilata come un rasoio i rami sui quali praticare l’innesto, senza sbavature e strappi del tessuto vegetale, nettamente, per un innesto ben fatto ed efficace. Un coltello da specialisti del settore, da contadini veri, che deve il suo nome alla sua estremità con la lama priva di punta, tronca, mozza appunto. Un coltello adatto al solo uso di taglio, tale da soddisfare pienamente la legge del 1908 emanata dal governo Giolitti, che in un periodo di intemperanze sociali e politiche nella neonata Italia, un periodo di disinvolto uso dei coltelli, limitava a soli  quattro centimetri la lunghezza della lama dei coltelli a punta liberamente permessi senza un motivo più che giustificato, ma aumentava tale limite a dieci centimetri per la lunghezza delle lame dei coltelli a punta mozza. Salvatore Capuano aveva regalato una sua mozzetta proprio a Gaetano Rizzuto, una delle tante che possedeva, naturalmente a serramanico, con la lama in acciaio inossidabile da sei centimetri e mezzo di lunghezza, per un totale di quindici centimetri a lama aperta. E quella mozzetta adesso era a terra, vicino alla poltrona nella quale era sprofondata Angela Cassetta, fresca moglie di Gaetano Rizzuto, con lividi alle braccia e al viso, vestito strappato e sporco di sangue, lacrime irrefrenabili. Eleonora Rizzuto e Salvatore Capuano erano appena entrati nella villetta della coppia, chiamati da Angela Cassetta, prendendosi immediatamente cura lui del giovane, con ancora la mozzetta in mano, e lei della moglie. Salvatore Capuano gli aveva per prima cosa fatto cadere il coltello dalle mani, allontanandolo col piede, poi l’aveva preso tra le braccia per calmarlo, mentre Eleonora Rizzuto soccorreva lei.

Le presento la mia famiglia, aveva detto Calogero Maria Rizzuto introducendo Salvatore Capuano nel salone, dopo essere andato di persona nell’ampio ingresso della villa ad accoglierlo dopo l’annuncio della domestica. Salvatore Capuano conosceva ovviamente di vista la moglie e i due figli del sindaco, sapeva dell’autismo del giovane, ma non aveva mai avuto occasione di avvicinarli e di essere loro presentato, per di più dal sindaco stesso, anche lui una conoscenza superficiale al quale però ricordava di essere stato fugacemente presentato qualche anno prima, insieme a tanti altri, in occasione di una cerimonia istituzionale che aveva coinvolto tutta la comunità cittadina, presentazione della quale naturalmente il sindaco non conservava memoria alcuna. Dopo aver fatto un generale saluto con un cordiale cenno di assenso con la testa, mentre girava lo sguardo verso ognuno dei presenti, Salvatore Capuano si era dichiarato onorato dell’opportunità di fare la loro conoscenza, dopo di che era stato invitato dal padrone di casa a seguirlo nello studio privato, dove era stato fatto accomodare in una delle poltrone in pelle in un salottino d’angolo.  Calogero Maria Rizzuto aveva aperto un mobile bar e chiesto  all’ospite cosa preferisse bere, ma dopo aver ricevuto un cortese diniego si era versato in un bicchiere due dita di un liquido scuro e bicchiere alla mano si era seduto in una poltrona simile situata di fronte all’ospite, separati da un tavolino basso in vetro. Salvatore Capuano beveva solo vino, ai pasti e in rare occasioni fuori dai pasti, ma non gli era parsa quella una delle rare occasione confidenziali nelle quali esternare la sua preferenza, cosa che peraltro succedeva ancor più raramente, essendo quasi sempre gli altri a offrirgli direttamente del vino, per conoscenza o per intuizione. All’inizio era sembrato imbarazzato, Calogero Maria Rizzuto, indeciso su come iniziare il discorso sul motivo dell’insolito invito nella sua casa, ma poi doveva aver scelto la strategia da usare, perché il suo discorso era diventato più deciso e diretto. Il suo nome mi è stato fatto da don Alfredo Caronia, aveva detto, del quale mi onoro di essere amico e al quale mi ero rivolto per un consiglio, insieme all’assicurazione che in lei potevo riporre la più assoluta fiducia. Don Alfredo Caronia è sempre gentile nei miei confronti, aveva asserito Salvatore Capuano, che era già certo che con l’insolito invito del sindaco don Alfredo Caronia avesse qualcosa a che fare. La notorietà, la stima e la fiducia di cui godeva Salvare Capuano, presso ogni strato della popolazione di campagna e cittadina, dai meno abbienti ai più benestanti, erano frutto non tanto della sua abilità negli innesti e in generale nel mestiere di contadino, nel quale comunque non aveva molto da imparare da altri, ma della sua eccellenza nella sottile arte della mediazione. Aveva la capacità innata di saper capire e interpretare i desideri espressi dalle controparti, ma anche quelli più reconditi e inespressi, soppesarli, evidenziarli, limarli ed esplicitarli nella maniera più adeguata, facendoli reciprocamente convergere, incastrare ed amalgamarsi, in modo tale da renderli di mutua soddisfazione. E non c’era quasi mai bisogno di scritture, private e pubbliche, a certificare l’accordo raggiunto, essendo il suo stesso avvallo, frutto di credibilità e rispetto, garanzia della soddisfazione dei reciproci interessi e dell’osservanza dei reciproci impegni. Mio figlio Gaetano, aveva continuato Calogero Maria Rizzuto, ha un disturbo dello spettro autistico, con una neurodiversità tipicamente evidenziata da una limitazione nell’interazione sociale, nella comunicazione verbale e non verbale, negli interessi, con comportamenti selettivi e ripetitivi. La compromissione intellettiva è notevolmente limitata ma è presente, per il resto è sano e uguale a tutti i giovani della sua età e della sua generazione, aveva precisato. Parole dette senza vergogna e senza intento denigratorio, come è giusto e doveroso per un medico, per un padre e per ogni altra persona civile, aveva notato Salvatore Capuano. Accentuo volutamente la sua comunanza con i giovani della sua età, ha venticinque anni, aveva affermato con parole lente e ricercate Calogero Maria Rizzuto, sia perché evidente sia perché mi porta direttamente al motivo per cui lei è qui, signor Capuano. Mio figlio è innamorato, al punto tale che insiste per volere sposare al più presto la ragazza della quale si è invaghito. Le confesso che tutti noi, io, mia moglie e soprattutto mia figlia, siamo molto protettivi con lui, è al centro di tutte le nostre attenzioni. Desideriamo la sua felicità e siamo inclini ad ovattare le sue interazioni col resto del mondo, nel senso che pur desiderando per lui una vita normale e inserita appieno nel contesto sociale, nella realtà, vogliamo attenuargliela, renderla meno aspra, più gentile. Salvatore Capuano aveva recepito tutto lo sforzo fatto dall’altro per cercare le sfumature più diplomatiche per dirgli che amava suo figlio e desiderava proteggerlo dai mali della vita. Pertanto, aveva continuato Calogero Maria Rizzuto, comprendiamo che il suo desiderio sia naturale, umano, ragionevole e giusto, ma vorremmo avere la garanzia di un passo per lui non solo indolore, ma addirittura fonte di miglioramento, gioia, interiore e sostanziale. È per questo che vorremmo il suo aiuto. Salvatore Capuano era richiesto, tra le altre cose, anche in intermediazioni di tipo sentimentali, matrimoniali, le più complicate a suo parere. Temo che la garanzia di un matrimonio felice sia appannaggio solo di nostro Signore, aveva detto dopo una lunga pausa. Dove sono in gioco i sentimenti, le passioni e i valori immateriali le cose si fanno complicate assai, è difficile trovare la quadra e ancor più difficile rendere tale quadra duratura nel tempo, finché morte non ci separi, come viene detto. Comprendo benissimo, aveva risposto Calogero Maria Rizzuto, non sono ingenuo fino a questo punto, ma mi piacerebbe pensare di poter almeno gettare bene le premesse, cautelare mio figlio il più possibile e avere da lei l’assicurazione che si adopererà al meglio delle sue capacità per giungere all’eventuale matrimonio e per la sua riuscita. Credo che non sarei qui se questa stessa assicurazione voi non l’aveste già ricevuta per bocca di altri, aveva replicato Salvatore Capuano, comunque la ribadisco con piacere e fermezza, perché sono per natura portato a impegnarmi con tutto me stesso nelle cose che faccio, siano esse mie iniziative o incarichi ricevuti. Nel lessico di Salvatore Capuano il lei non rientrava, per atavica consuetudine, essendo stato abituato a dare del voi anche ai suoi genitori. Il voi era il suo modo di esprimere rispetto nei rapporti formali e per certi aspetti gerarchici, ma trovava nel suo uso in tal caso anche una voluta e sottile ironia, ricordando come nei Promessi sposi il Manzoni fa usare a Perpetua il lei verso don Abbondio, che invece le risponde con il voi. Riservava poi il tu alle situazioni più informali, nei rapporti amichevoli e verso chi fosse molto più giovane di lui, da poterlo considerare quasi come un figlio o un nipote. Vorrei conoscere meglio i dettagli relativi all’innamoramento del ragazzo e riguardo la ragazza interessata, aveva chiesto Salvatore Capuano. Naturalmente, aveva convenuto Calogero Maria Rizzuto. Mio figlio viene spesso a trovarmi, accompagnato dalla madre o dalla sorella, al municipio o in qualcuna delle mie cliniche, gli fa piacere vedere i miei uffici, trovarci oggetti per lui familiari, magari una foto sua o di qualcuno della famiglia. In una di queste cliniche è stato ricoverato sei mesi fa per circa tre settimane, per un piccolo intervento operatorio. All’inizio non voleva vedere nessuno né farsi vedere da nessuno, a parte me, la madre e la sorella. Poi gli ho dedicato una giovane infermiera, Angela Cassetta, brava e molto carina, della sua stessa età. Dopo una iniziale diffidenza, con lei mio figlio è entrato in sintonia, ha cominciato ad aprirsi, hanno cominciato a parlare, ha cominciato a cercarla di continuo, a trovare piacere nel vederla e nello starci insieme. Dopo essersi ristabilito ed essere tornato a casa, lui ha preso a frequentare la clinica per rivederla, parlarle e trascorrere del tempo insieme a lei. Noi tutti abbiamo ritenuto molto positiva questa vicinanza, questa loro relazione comunicativa, per gli stimoli e i risultati evidenti sulla socialità e sulla felicità di mio figlio. Poi è arrivata, in maniera devo dire inaspettata, la sua confessione che si era innamorato e che addirittura desiderava sposare la ragazza. Lei vive col padre, che ha una bottega artigianale di falegnameria, la madre è morta quando lei aveva dodici anni. Condizione modesta quindi, aveva detto Calogero Maria Rizzuto, che non mi preoccupa certo in sé, ma per il pensiero che l’interesse verso mio foglio possa essere per lei dettato più dall’evidente ascesa sociale che per lei il matrimonio rappresenterebbe che per vero amore. Peraltro ho saputo che è stata fidanzata per un bel po’ con un ragazzo di un paese vicino, col quale si sono lasciati e ripresi più volte, attualmente sembra che la loro relazione sia terminata definitivamente. Potrei parlare con vostro figlio? Aveva chiesto Salvatore Capuano. Calogero Maria Rizzuto non aveva previsto questa eventualità ed era rimasto sorpreso dalla richiesta. In fondo era lui che stava commissionando un incarico, era lui che forniva le informazioni necessarie per espletarlo, era verso la ragazza in questione che dovevano indirizzarsi le verifiche di idoneità, per così dire, ed eventualmente le sue abilità di coinvolgimento per ottenerne il consenso alle nozze. Ma Salvatore Capuano non era certo un dipendente al quale poter tranquillamente dare un ordine, né un professionista alla ricerca di incarichi lucrosi per incrementare il suo reddito. Lui era un contadino, quello era il suo lavoro, coltivare la terra, curare le sue piante da frutta, gli alberi di ulivo e le viti, allevare un po’ di animali. Il resto era la sua arte, il suo dono di natura. E quell’arte non si poteva comprare, si poteva solo chiedere in prestito, come favore personale, alle sue condizioni e concedendo campo libero, né ci poteva essere la certezza di poterla avere a disposizione. Salvatore Capuano aveva colto l’incertezza del sindaco, ne aveva percepito sia il desidero di protezione verso il figlio che l’intenzione di essere lui a dettare le regole. Vedete, aveva allora detto, per accettare un incarico, specialmente se delicato come questo, ho bisogno di farmi un’idea completa e diretta della situazione, percepire di prima mano i desideri e gli umori di tutti gli interessati, quelli espliciti e quelli meno espliciti, ho bisogno di potermi muovere a modo mio. Non aveva aggiunto altro, ma Calogero Maria Rizzuto aveva capito l’antifona, che o cedeva la piena autonomia o non se ne sarebbe fatto niente, l’altro l’avrebbe salutato e lasciato a cuocere nel suo brodo. Va bene, aveva allora risposto. Voglio però preparare mio figlio per l’incontro, parlargli prima, le farò sapere al più presto. Si era quindi alzato, facendo capire all’altro che per il momento il colloquio era giunto al termine.

Era però stata Eleonora Rizzuto a prendere contatto, dicendo a Salvatore Capuano che il fratello aveva fatto delle resistenze ad incontrarlo, si era ostinato che non ci fosse necessità alcuna di parlare con un estraneo delle sue cose. Lei non aveva trovato di meglio, per rassicurarlo e convincerlo, che dirgli che lui non aveva nessun obbligo di parlare con l’estraneo, sarebbero andati insieme a trovarlo in campagna, dove quello era al lavoro, si sarebbero semplicemente visti e avrebbero trascorso una mezz’ora tutti insieme, comprando anche della frutta e dei prodotti dell’orto. Tutto qui. I due fratelli erano arrivati al podere di Salvatore Capuano ed erano stati ricevuti dalla moglie, accogliente e discreta, che li aveva accompagnati dal marito, in un campo da frutta, per poi andarsene dopo un saluto veloce. Salvatore Capuano aveva fatto loro un cenno del capo e aveva continuato il suo lavoro. Stava facendo un innesto su un melo, uno dei tanti esperimenti che lo appassionavano, su tipi diversi di piante e alberi, cercando qualche nuova varietà che lo sorprendesse per qualche sua caratteristica di resistenza, sapore, odore o magari soltanto forma e colore. La sua maestria negli innesti era naturalmente frutto di esperienze antiche, tramandate da generazioni, condivise a fatica tra gelosi depositari, affinate con la pratica, arricchite però anche da qualche studio specifico, essendo lui non alieno dagli insegnamenti della scienza e della tecnica. Stava facendo un classico innesto a marza, del tipo a spacco comune, ma con variante inglese a doppio spacco, per la verità più comune nelle viti, ma che lui aveva spesso utilizzato con buoni risultati anche su piante di tipo diverso. Aveva già scelto e potato il bionte inferiore, il portinnesto, un ramo della pianta di circa un anno, selezionato inoltre il bionte superiore da innestare, una marza all’incirca della stessa dimensione con due gemme già presenti e lunga poco più che dieci centimetri, quando Eleonora e Gaetano erano arrivati, fermandosi a qualche passo da lui. Il giovane aveva assunto un atteggiamento serio e sospettoso nel viso, diffidente, mentre la sorella gli teneva una mano sulle spalle, sorridendo. Gaetano Rizzuto era rimasto del tutto indifferente alla bellezza e ai profumi del luogo. Questo finché non aveva visto splendere nelle mani di Salvatore Capuano la lama della mozzetta. I suoi occhi ne erano stati attirati come da una calamita, seguendone tutti i lenti movimenti. La lama, guidata dalle mani abili e decise del suo proprietario, era penetrata nel portinnesto operando un taglio netto diametrale a quarantacinque gradi rispetto all’asse, perfettamente liscio. Non era stato come tagliare il pane, trascinando la lama orizzontalmente, piuttosto come affondare nel burro, più di taglio, dosando accuratamente la pressione per arrivare all’altra estremità senza lacerare la struttura del ramo. Era poi stata ben ripulita con un panno, con cautela. Quindi era penetrata ancora nel portinnesto, dalla parte alta, eseguendo un secondo taglio meno di un centimetro sotto il primo, a scendere quasi in maniera parallela, fermandosi all’incirca alla metà del ramo. Dopo essere stata estratta e nuovamente ripulita, era entrata quasi verticalmente all’asse, all’altezza della fine del secondo taglio, in modo da arrivare ad esso e staccare così il pezzo di legno tra i due tagli, così da realizzare due specie di linguette sul portinnesto. Gaetano Rizzuto, lasciata la sorella, si era progressivamente avvicinato per osservare meglio, Salvatore Capuano gli aveva sorriso e aveva continuato il suo lavoro. Aveva di nuovo pulito la lama della mozzetta, quindi aveva preso la marza e aveva effettuato su di essa le stesse incisioni prima praticate sul portinnesto, accuratamente, con i tagli esattamente della stessa inclinazione, le linguette complementari a quelle sul portinnesto. A questo punto aveva risciacquato più volte la mozzetta in un secchio d’acqua, l’aveva asciugata bene col panno, l’aveva chiusa e se l’era messa in una tasca. Gaetano Rizzuto era passato dall’atteggiamento diffidente a quello incuriosito, a quello rilassato, quindi era sembrato deluso dalla scomparsa della mozzetta. Salvatore Capuano gli aveva rivolto la parola, invitandolo a toccare con la mano le estremità lavorate della marza e del portinnesto, sentire quanto fossero lisce. Però sono vive entrambe, aveva detto, pronte a vivere insieme, della stessa linfa e della stessa terra. Il giovane aveva accarezzato i rami e le parti tagliate, osservato attentamente la precisione dei tagli, aveva poi chiesto all’altro, parlandogli per la prima volta, il perché di quel trattamento. Salvatore Capuano, per tutta risposta, aveva preso la marza e l’aveva innestata come una baionetta sul portinnesto, incastrando le rispettive linguette. L’incastro era perfetto, sembrava che i tagli fossero stati fatti a metà di un unico ramo. Aveva poi preso un legaccio e aveva cominciato ad avvolgerlo intorno all’incastro per circa cinque centimetri al disotto e al disopra dei tagli, saldamente, ma avendo cura di non stringere troppo per non strozzare il ramo, impedendo il riformarsi della continuità dei condotti linfatici e il flusso regolare della linfa. Vedi, aveva poi detto, questi legacci vanno sostituiti ogni settimana fino a saldatura avvenuta delle due parti, se ti va vieni ancora a trovarmi e rifacciamo il lavoro insieme. Aveva poi preso un barattolo di mastice per innesti e l’aveva spalmato lungo i tagli e sopra e sotto, su ogni superficie scoperta. Questo mastice, aveva aggiunto, contiene una miscela di resine elastiche, oli vegetali, ammorbidenti, cicatrizzanti e antibatterici per aiutare l’ottimale unione e cicatrizzazione dei tagli, delle ferite sarebbe meglio dire, impedendo anche l’attacco di batteri delle piante. Fatto, aveva concluso, che te ne pare? Gaetano Rizzuto era entusiasta ed ammirato, ma non aveva dimenticato di certo l’oggetto del suo maggiore interesse, la mozzetta. Mi fate vedere ancora quel coltello? Aveva chiesto indicando la tasca dove la mozzetta era sparita. Facciamo una cosa, aveva detto Salvatore Capuano, te la faccio vedere di nuovo al lavoro, m’è venuta fame, perché non vi fermate insieme a me a fare colazione? Si erano quindi tutti diretti verso la casa, dove su un tavolo presso l’ingresso c’era un grande vassoio con un tocco di prosciutto, salumi e formaggi vari, insieme ad un canestro con un pane casereccio fresco di cottura e a una bottiglia di vino con tre bicchieri. Avevano mangiato, parlato e bevuto insieme, con la mozzetta che faceva il suo lavoro affettando pane e companatico. Zio Salvatore, mi piace tanto questo coltello, aveva detto infine Gaetano Rizzuto, me lo regalate? Salvatore Capuano lo aveva guardato, aveva guardato la sorella, che aveva sollevato le spalle, aveva guardato di nuovo lui. Solo se mi prometti di tenerlo sempre in un cassetto, al sicuro. Lo prometto, certo, aveva risposto il giovane, accogliendo la mozzetta nelle sue mani, chiusa, come un gioiello di pregio.

 Liborio Cassetta aveva la falegnameria in un locale che doveva essere stato in precedenza una cantina, in un vicolo tra un complesso di case popolari. L’odore del legno era profondo e accogliente, piacevole. Legno messo a stagionare, semilavorati e prodotti finiti, legno dappertutto, compreso il banco da lavoro, eccetto che per la sega circolare e due piallatrici. Salvatore Capuano si era presentato dicendo subito che non era lì come cliente, ma per parlare di altre cose. I due si erano seduti su una pila di tavole accatastate ordinatamente l’una sull’altra, su più file. Vicini, l’artigiano e il contadino, l’uno sui cinquanta e l’altro più prossimo ai settanta che ai sessanta, avevano passato quasi un’ora a parlare di tempi passati e di tempi presenti, di gioie e dolori, della vita e della morte, di legno e di terra, della cura dei lavori manuali ben fatti, avevano rintracciato conoscenze comuni e ricordi comuni di fatti passati, senza aver fretta di arrivare al motivo contingente della visita. Ma infine vi erano arrivati. Liborio Cassetta era al corrente che la figlia aveva assistito il figlio del sindaco, che trascorrevano del tempo insieme, che il giovane si era molto legato a lei e, naturalmente, che lui aveva un problema di autismo. La notizia che però lui si fosse innamorato e che volesse sposare sua figlia gli era giunta nuova. Era rimasto pensieroso. Mia figlia è una brava ragazza, aveva detto dopo una lunga pausa, ha sofferto molto per la perdita della madre, è sensibile e generosa, forse anche troppo disponibile verso gli altri. E c’è stato chi se ne è approfittato, come quel buono a nulla del quale si è invaghita quando andava a scuola, Antonino Musumeci si chiama. Un ragazzo da niente, un debosciato scansafatiche, al quale avrei volentieri spaccato la testa con un martello quando una volta Angelina mi è tornata a casa con un occhio nero, dicendomi che era stato un incidente a casa di una sua amica. Ma lei diceva di amarlo e quindi mi sono trattenuto. Ma si vedeva già che non era uno buono per lei. Si sono lasciati e ripresi non so quante volte. Adesso sembra che lei ci voglia mettere una pietra sopra. Staremo a vedere se è vero. Sarei felice se trovasse finalmente qualche bravo ragazzo. Il figlio del sindaco però la vedo difficile, coi problemi che ha. Salvatore Capuano non aveva potuto contestare un dato di fatto incontestabile, del quale l’incontro col giovane gli aveva dato evidenza. Era poco più che un bambino, con la testa. Aveva però voluto spezzare una lancia per lui. È vero, i problemi ci sono, aveva detto, immagino che lei ne sia consapevole più di altri, ma penso che abbia visto in lui la dolcezza e la bontà di cui è ricco, il suo cuore gentile. Aveva poi chiesto il permesso di poter parlare con Angela. Non aveva certo bisogno del permesso del padre per parlare con la figlia, ma Salvatore Capuano sapeva che le cose vanno fatte come si deve, seguendo il percorso adatto, sapeva quando è opportuno prendere le scorciatoie e quando è invece meglio seguire la strada maestra. Era sveglia Angela Cassetta, di intelligenza pronta, come era stato subito evidente quando avevano cominciato a parlare, da soli, nel salotto di casa. Fammi capire una cosa, aveva chiesto Salvatore Capuano, quel ragazzo con cui stai o sei stata, un debosciato scansafatiche l’ha definito tuo padre, che per di più ti maltratta, perché non te ne sei già liberata da un pezzo? Me lo sono chiesta più volte anch’io zio Salvatore, aveva risposto lei. Quando l’ho conosciuto a scuola mi è sembrato brillante, sicuro e protettivo, anche un bel ragazzo. Poi ha cominciato a cambiare, ha smesso di frequentare la scuola, vive di lavoretti da niente, si è fatto licenziare tante volte per incostanza sul lavoro, passa il tempo con gli amici a oziare o a giocare al biliardo, talvolta beve ed è facilmente irritabile. Ho avuto dubbi e rifiuti, lui si è sempre mostrato pentito, mortificato e disperato, ha sempre professato amore e promesso di cambiare. Ed in questa spirale sono arrivata a questo punto. Un rapporto sfibrato che non sono riuscita a tagliare per debolezza, paura, pietà o che so io. Da qualche mese penso di avercela fatta, ma lui a volte ritorna all’attacco. E che mi dici riguardo a Gaetano Rizzuto, lui afferma di volerti sposare. È un caro ragazzo, pure bello, aveva continuato Angela Cassetta, è dolcissimo, mi fa una grande tenerezza, mi fa sentire finalmente importante, serena, mi sono molto legata a lui, è come un balsamo per il mio cuore. Ha detto anche a me, più volte, che mi vuole sposare, ma ho sempre pensato fosse una cosa detta così, per affetto, non l’ho presa sul serio. E se invece lo volesse davvero, fosse proprio innamorato, tanto da averne anche parlato in famiglia, da insistere? Zio Salvatore, aveva risposto, l’amore è qualcosa di molto vicino a quello che provo per lui, in questo momento, ma sono realista, conosco perfettamente i suoi problemi e penso che sia lui a scambiare riconoscenza, rifugio e affetto per amore. Amore significa anche mettere su una famiglia, progettare un futuro, vivere insieme nel quotidiano, fare anche sesso insieme, forse figli. Ne sarebbe in grado? Potrebbe farcela ad avere una vita coniugale? È sicuro che possa farcela io? Ma poi la sua famiglia è troppo diversa e lontana da me, dalla mia famiglia, molto al di là delle mie piccole ambizioni di lavoro, progettualità e vita. Salvatore Capuano aveva annuito. Gli piaceva quella ragazza. A lui, che amava la poesia e aveva doti di poeta, venne in mente Ovidio, il cui offeso Cupido dalla faretra estrasse due frecce / d’opposto potere: l’una scaccia, l’altra suscita amore. / La seconda è dorata e la sua punta aguzza sfolgora, / la prima è spuntata e il suo stelo ha l’anima di piombo. / Con questa il dio trafisse la ninfa penea, con l’altra / colpì Apollo trapassandogli le ossa sino al midollo. / Subito lui s’innamora, mentre lei nemmeno il nome d’amore / vuol sentire. Come Dafne fuggiva l’amore. Tante domande e dubbi ti poni, aveva replicato, a ragione, ma vedi che in fondo sono le stesse domande che ognuno di noi si pone, ogni coppia si pone, nel valutare una vita di coppia, una vita in comune. Certo, in questo caso c’è una circostanza particolare, un problema in più e non di poco conto, ma la risposta è sempre la stessa, vale la pena tentare? È una scommessa sulla vita, sulla felicità, sul futuro, si è disponibili e ci si vuole impegnare a compierla? La settimana dopo Gaetano Rizzuto e Angela Cassetta si erano ufficialmente fidanzati. Eleonora Rizzuto aveva parlato a lungo con la ragazza, da sorella mamma e da donna a donna. Aveva voluto guardare gli occhi di lei, sondare il suo cuore, ascoltare i suoi timori, ma anche le sue speranze e i suoi sogni, capire se poteva averla come alleata sincera nella sua cura del fratello figlio. Aveva deciso che poteva fidarsi. Quattro mesi dopo Gaetano Rizzuto e Angela Cassetta erano marito e moglie.            

Dalla camera da letto, dietro la porta chiusa, arrivavano i lamenti di una voce maschile, insieme a imprecazioni e minacce. Figlio di puttana, diceva la voce, figlio di una maledetta puttana, pazzo e scimunito. Mi voleva ammazzare, mi voleva, ma io lo rovino, lo mando in galera, ce lo faccio marcire anche se è scemo. Chiamate un dottore e portatemi all’ospedale, sto sanguinando da tutte le parti. Io lo rovino, lui e la sua famiglia, lo mando in galera. Aiutatemi, chiamate i carabinieri. È Antonino Musumeci, il mio ex. È arrivato che ero sola, ha chiesto di potermi parlare, voleva farmi gli auguri per il matrimonio, senza rancore. Ma ad un tratto ha cambiato atteggiamento, voleva baciarmi, ha cominciato a toccarmi, dicendomi che era quello che in fondo desideravo perché lui è un vero uomo mentre mio marito è solo un bambino scimunito. Mi sono difesa, gli ho urlato di andarsene, di smetterla, di lasciarmi in pace, che mio marito è uomo quanto e più di lui. Mi ha stretto e picchiata, mi ha stretto forte la gola tra le mani, poi ha cominciato a strapparmi il vestito. In quel momento è arrivato Gaetano, gli è saltato addosso con la mozzetta che porta sempre con sé, urlando di rabbia. Lo ha colpito più volte, ha cercato di tagliargli la gola, mentre quello si difendeva come poteva, con le mani e con le braccia, finché è scappato verso la camera da letto e si è chiuso dentro. Allora ho cercato di calmare Gaetano e vi ho chiamato. Salvatore Capuano lasciò Gaetano Rizzuto e raccolse il coltello, infilandoselo in una tasca. Andò verso la camera da letto e chiese al giovane di aprire, che ormai era al sicuro. Quello aprì ringraziando. Aveva squarciato una tenda e aveva cercato di tamponare le ferite principali. Lo avete arrestato? Disse immediatamente, ma poi si accorse che non c’erano i carabinieri. E tu chi sei? Fece. Bisogna chiamare i carabinieri, quello scemo è impazzito, ha cercato di uccidermi solo perché stavo parlando con la moglie, che poi è la mia ex. Aveva appena finito la frase, che Salvatore Capuano lo colpì in pieno viso con un manrovescio, urlandogli di tacere. Quello smise immediatamente, attonito. Un cenno a Eleonora Rizzuto e lei si avvicinò a controllare le ferite, mentre Angela Cassetta andava a prendersi cura del marito, abbracciandolo. Niente di serio, fu la diagnosi. Ti è andata bene, gli disse Salvatore Capuano, il giovane non sa usare la mozzetta. Poi lo spinse verso la cucina, chiuse la porta e lo fece sedere davanti al tavolo, sedendosi a sua volta, vicino a lui. Mi conosci? Chiese. No, fece quello, chi cazzo sei? Intanto stai attento a come parli, fece Salvatore Capuano, guardandolo negli occhi con un mezzo sorriso. Prese poi una mela tra la frutta sul centrotavola, con svogliatezza, la tenne con la sinistra mentre infilava la mano destra nella tasca della giacca che indossava, una giacca da campagna. Ne estrasse una mozzetta e la aprì. Non era quella cha aveva regalato a Gaetano Rizzuto, non era una mozzetta che usava per lavoro, era una da tempo libero, da passeggio, che portava sempre con sé. Aveva un manico in corno bovino, una lunghezza totale di diciannove centimetri, con una lama da otto centimetri e mezzo, un gioiellino artigianale in acciaio inossidabile. Sulla lama era incisa la scritta, su due righe e in carattere maiuscolo, PERMESSO DALLA LEGGE REGOL.P./S. N° 62/8. Con calma e perizia cominciò a sbucciare la mela. Sembra facile sbucciare la mela, disse rivolto al giovane, alternando lo sguardo tra lui e la mela. Ci sono i giocolieri, quelli che ruotando contemporaneamente mela e lama fanno un taglio unico a spirale, a partire dall’estremità col picciolo a quella opposta. Bello, ma è poco pratico. Ci sono poi quelli che usano la lama come una accetta, tagliando nettamente intere parti della mela, buccia e polpa. È un lavoro da macellai grossolani. Vedi, continuò invitando il giovane a seguire la sua opera, la mela va sbucciata a tratti regolari non troppo lunghi né troppo corti, la buccia deve essere sottile, senza che si debba buttare via della polpa. Ma soprattutto non bisogna avere paura di tagliarsi, di maneggiare il coltello, bisogna avere confidenza con la lama. Poi è un lavoro da taglio, non di punta, la mozzetta è l’ideale. Aveva intanto sbucciato completamente la mela. La tagliò a metà, poi in quattro spicchi, che ripulì della parte col seme. Uno spicchio lo spostò davanti al giovane, che lo ignorò, un altro cominciò a mangiarlo, con gusto. Sei un pezzo di merda, disse Salvatore Capuano senza scomporsi, un miserabile. Sei venuto qui a riprenderti quello che consideri ancora tuo, per vendicarti e abusare di una donna, con la forza. E continui a offendere e minacciare il marito che l’ha protetta, dopo che ti è andata anche troppo bene. Sei un mezzo uomo, vali meno di niente. Mi chiamo Salvatore Capuano. Chiedi in giro chi sono. Ti diranno che la mia parola vale oro. Ti diranno anche come so usare la mozzetta. Adesso tu te ne esci da questa casa e non ti fai più vedere dalle famiglie Rizzuto e Cassetta, e neanche da me. Se ti permetti di creare ulteriori problemi, parlare di questo che è accaduto e provare a fare il furbo io vengo a cercarti, ti faccio provare questa mozzetta, ti taglio la faccia a fettine come con la buccia della mela, poi ti apro la gola e ti lascio a morire lentamente. Si alzò, con un gesto veloce e improvviso afferrò i capelli del giovane con la sinistra e con la destra ne recise una ciocca, all’altezza della fronte destra, compresa del relativo cuoio capelluto. Il giovane lanciò un urlo e si portò le mani sulla ferita. Salvatore Capuano lo prese con un braccio e insieme uscirono fuori dalla cucina, attraversarono il salone con lui che piagnucolava, quindi aprì la porta da casa e lo buttò fuori con uno strattone. Gaetano Rizzuto, Eleonora Rizzuto e Angela Cassetta erano raccolti tra di loro e affranti. Come va? Disse Salvatore Capuano al giovane. Calmati e stai tranquillo. E anche voi, disse rivolto alle due donne, tranquille. Quello stronzo sono sicuro non si farà più vedere in giro, gli ho parlato e sono certo di averlo convinto. Cercate di dimenticare questo doloroso evento, fate un viaggio, impegnatevi in cose belle e serene. Avete tutta la vita per essere felici. Restituì la mozzetta a Gaetano Rizzuto e li salutò.

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