Un vecchio sporco brutale maiale

“Ne li occhi porta la mia donna Amore, / per che si fa gentil ciò ch’ella mira; / ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira, / e cui saluta fa tremar lo core, / sì che, bassando il viso, tutto smore, / e d’ogni suo difetto allor sospira: / fugge dinanzi a lei superbia ed ira. / Aiutatemi, donne, farle onore.”

Dante Alighieri

(Nella foto, Henry Holiday, Incontro fra Dante e Beatrice, 1883)

La trovò in cucina, accanto all’enorme tavolo che si trovava al centro, mentre era intenta a sistemare della frutta in alcuni vassoi. Era proprio una stupenda ragazza, non poté fare a meno di notare ancora una volta Salvatore Capuano, come sempre gli capitava ogni volta che la vedeva, nonostante lui avesse superato da poco i sessantacinque anni e i circa quarantasette anni di differenza d’età. La prima volta che l’aveva vista era stato meno di cinque mesi prima. Suo padre l’aveva chiamata quando loro stavano già parlando da almeno un’ora, sotto il piccolo pergolato appena fuori casa, realizzato con viti di uva fragola nera saldamente intrecciate, seduti presso un tavolo di pietra. Per chiamare uno degli altri figli, quattro maschi, aveva fatto in precedenza un fischio acuto e breve, con l’indice e il pollice della mano sinistra inseriti in bocca. Il ragazzo era arrivato di corsa. Solo un gesto ampio della mano del padre, come a seminare sul tavolo, e quello era ritornato in casa, riuscendo poco dopo con nelle mani un fiasco di vino rosso, due bicchieri ed un piatto con pane e formaggio, poi aveva sistemato tutto senza dire una parola ed era andato via. Per chiamare la ragazza, la primogenita, aveva invece accostato la mano destra alla bocca, per amplificare il suono, quindi aveva gridato il suo nome, una volta sola, neanche troppo forte. Quando Concettina, così l’aveva chiamata, era uscita dalla porta di casa e aveva cominciato ad avvicinarsi, Salvatore Capuano, che aveva doti di poeta e di fine dicitore, aveva preso a recitare nella sua mente. Ella si va, sentendosi laudare, / benignamente d’umiltà vestuta; / e par che sia una cosa venuta / da cielo in terra a miracol mostrare. / Mostrasi sì piacente a chi la mira, / che dà per li occhi una dolcezza al core, / che ‘ntender no la può chi no la prova. Pura esaltazione della bellezza, naturalmente, perché nella sua vita non c’era mai stata altra donna che non fosse sua moglie. Erano cresciuti insieme, avevano condiviso la passione, si erano sposati a diciotto anni, si erano amati e si amavano nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, con l’unico cruccio di non avere avuto figli. E poi quella era poco più che una bambina. Niccolò Marotta, il padre, aveva stampato negli occhi l’orgoglio paterno di aver generato cotanta bellezza e una grande dolcezza, evidentemente solo a lei riservata, perché a detta di tutti coloro che lo conoscevano era un uomo duro, brusco, patriarcale, di poche parole e perfino pericoloso, all’occorrenza. Lei era arrivata vicino al padre e si era fermata, con gli occhi fissi in quelli di lui, le mani raccolte in grembo, sopra il suo abitino casalingo. Concettina, aveva detto il padre, volevo farti conoscere al mio amico qui presente. Salvatore Capuano aveva fatto solo un piccolo cenno con la testa, come di assenso, come un inchino. Va bene così, Concettina, ora torna ad aiutare tua madre in cucina. Lei si era voltata e rapidamente era rientrata in casa, sotto gli occhi dei due uomini, due fieri e due incantati. Salvatore Capuano era andato lì per lavoro. Coltivava la sua terra e allevava i suoi animali, terra che poca non era, frutto dell’unione di quella da lui ereditata, quella ereditata dalla moglie e quella nel tempo acquistata, con pazienza, grande oculatezza e lungimiranza. Era andato a scuola e poteva considerarsi un uomo istruito, ma che alla istruzione associava un’antica sapienza contadina e la conoscenza dell’animo umano, dei suoi difetti e dei suoi pregi, dei suoi punti deboli e dei punti di forza. Era inoltre dotato di innata abilità relazionale e forte empatia. Queste sue qualità ne avevano fatto fin da giovane un punto di riferimento sicuro ed apprezzato per tutta la comunità locale e per molta di quella dei dintorni. Si era progressivamente affermato, dapprima informalmente poi in maniera sempre più formale, come mediatore d’affari, intermediario tra interessi di vario tipo e di varie persone, spesso addirittura garante degli affari stessi. Tra gli affari curati, in maniera a volte centrale e più spesso accessoria, rientravano anche quelli sentimentali. Si era recato lì, in casa di Niccolò Marotta, in veste di sensale di matrimoni. Una settimana prima era stato fatto chiamare da don Alfredo Caronia, uomo ricco, rispettato e temuto. Ricco non per nascita ma per l’abilità e la spregiudicatezza del defunto padre, morto sparato, che da fattore capo dei possedimenti terrieri di un barone ne era diventato proprietario dopo la donazione lasciatagli in eredità, non avendo il barone eredi diretti. I frati di un convento della zona avevano vantato un testamento notarile che li designava eredi unici, ma poi era saltato fuori un testamento olografo del defunto, in data posteriore, che consegnava invece il tutto nelle mani del fattore. Rispettato pubblicamente perché ricco e potente, ma disprezzato privatamente perché le modalità del conquistato benessere e le fonti della ricchezza attuale erano a tutti sospette, anzi, a dirla tutta, c’era l’assoluta certezza del raggiro paterno iniziale e della furfanteria attuale del figlio. Temuto pubblicamente e privatamente perché a supportare i suoi affari aveva molti scagnozzi e amicizie potenti, con delinquenti, politici e amministratori, tre varietà che non raramente coincidono. Aveva avuto la duplice accortezza di assicurarsi tre eredi legittimi, con un matrimonio d’amore e d’affari il cui sfarzo aveva fatto notizia per anni, e di non designare un fattore capo, ma quattro o cinque fattori di pari grado. Uno di questi, che già aveva lavorato col padre, aveva riferito don Alfredo Caronia a Salvatore Capuano nel corso del colloquio, aveva un cugino che era emigrato molti anni prima nell’America buona, a New York, e lì aveva fatto fortuna, grazie ad un buon intuito negli affari e alle leggi imperfette di quello stato, nelle cui pieghe era facile incunearsi e trarne vantaggio, così si era espresso, letteralmente. Come era comprensibile, questo cugino si era fatto grandi amicizie, ma anche qualche nemico. Da un mese circa aveva capito che i secondi stavano crescendo e subentrando ai primi, grazie anche a qualche cambio di casacca, per cui si era deciso a rientrare nella sua terra d’origine, trasferendovi tutti i suoi beni. La cosa era ormai quasi stata completata, anche per il suo generoso interessamento, quindi entro al massimo un paio di settimane sarebbe arrivato, prendendo possesso di una vasta tenuta della zona, appena acquistata. Salvatore Capuano era rimasto attento e partecipe, ascoltando senza interrompere, in attesa di conoscere quale fosse il ruolo a lui riservato nella vicenda. Don Alfredo Caronia era arrivato al dunque. Questo cugino, un caro amico ormai, col quale aveva già avviato grossi affari, aveva proseguito, pur avendo superato da qualche anno i cinquanta non aveva mai preso la decisione di sposarsi, sostenendo che a New York le donne fosse facile trovarle, belle e disponibili, ma altrettanto facile perderle, e magari senza neanche accorgersene. Tornando da queste parti, sapeva bene che le cose qui vanno diversamente e una donna te la sposi o diventa rischioso frequentarla, poi in fondo desiderava anche sistemarsi, mettere su famiglia. Salvatore Capuano aveva annuito. Conoscendo bene il suo mestiere, aveva già in mente un paio di vedove, prematuramente rimaste tali, che potevano essere buone candidate. C’è una richiesta però, aveva aggiunto don Alfredo Caronia, l’amico è abituato bene, la moglie la vuole bella, onesta, giovane e illibata. Salvatore Capuano non era uomo da dare giudizi morali non richiesti né, alla sua età, da sorprendersi oltre misura ed esternare i suoi pensieri più remoti. Era rimasto impassibile e aveva chiesto solo quanto tempo avesse a disposizione. Al suo arrivo deve essere già tutto definito, era stata la risposta, con il matrimonio dopo una settimana, dieci giorni al massimo. L’incarico non era di facile attuazione, dati i vincoli. Andava studiato attentamente, sia per individuare la donna giusta, sia per convincere lei e soprattutto la sua famiglia, sia per l’interessamento di don Alfredo Caronia, al quale era salutare non ripresentarsi con un insuccesso. Dopo aver discretamente raccolto le sue opportune informazioni, vagliato alcune possibili alternative, scartatene altre, si era presentato in casa di Niccolò Marotta, che conosceva solo di nome e dal quale era conosciuto solo di fama.

La prima mezz’ora, lì sotto il pergolato, intorno al tavolo di pietra, con buon vino e buon formaggio, era passata parlando di terra e di stagioni, di raccolti e di animali, di tempi passati e tempi presenti. Parole pesate ed essenziali, dette tra lunghe pause. Pur avendo l’uno quasi un quarto di secolo più dell’altro, che era poco più che quarantenne, condividevano mondi comuni e comuni visioni del mondo. Per quasi un’altra mezz’ora avevano ricordato comuni conoscenze, viventi e non viventi, passato in rassegna i loro vizi e le loro virtù. Era naturalmente un gioco delle parti, una recita. Entrambi ne erano consapevoli. Uno sapeva di avere una figlia in età da marito, bella e immacolata, l’altro sapeva che il primo conosceva perfettamente perché lui era lì. Poi Salvatore Capuano era entrato nell’argomento. Mi dicono che hai una figlia pronta da maritare, peraltro molto bella. Niccolò Marotta era rimasto a pensare, aveva bevuto un altro sorso del suo vino, poi a quel punto aveva chiamato la figlia. C’è uno delle nostre parti che sta per rientrare da New York, aveva iniziato a spiegare Salvatore Capuano, dopo molti anni passati lì a lavorare, uno benestante, che ha appena acquistato una vasta tenuta qui in zona. Non si è mai sposato, con le americane non è cosa, ma adesso vuole sistemarsi e mettere su famiglia. Vuole una ragazza giovane, bella e onesta. Concettina sarebbe la moglie ideale per lui. Niccolò Marotta aveva soppesato ogni parola. Quanti anni ha? Aveva chiesto. Salvatore Capuano sapeva che l’età di quello era una complicazione. Non un ostacolo, beninteso, ma una questione da affrontare subito e di petto. Come hai chiaramente capito, aveva risposto, non è di primo pelo, sta sui cinquanta, ha sempre pensato a lavorare per farsi una posizione e un po’ di tempo c’è voluto, ma ne è valsa la pena. È disposto a ben compensare la sua differenza di età. Non ne fa questione di dote, anzi si farà lui ben volentieri carico della dote della ragazza, alla quale inoltre intesterà da subito un terreno con un casale confinante con la sua tenuta e una somma consistente in banca, da definire insieme. Alla famiglia della ragazza, inoltre, cederà una somma di danaro di pari entità. A Niccolò Marotta era sembrato un discorso ben fatto. Si può fare, aveva affermato, ne parlerò con Concettina. C’è un’altra cosa però, aveva aggiunto, non conosco questa persona e ho bisogno di garanzie sui suoi impegni, più consistenti delle sue e delle tue parole. È giusto, aveva acconsentito Salvatore Capuano, che si era riservata la sua carta più pesante, le garanzie le offre don Alfredo Caronia, aveva detto, è lui che mi ha dato l’incarico e la persona di cui stiamo parlando è un suo caro amico. Due giorni dopo era stato però Niccolò Marotta a mandare uno dei suoi figli da Salvatore Capuano, per dirgli che si dovevano parlare ancora, c’era un contrattempo. Si erano sistemati come la volta precedente, sotto il pergolato, seduti intorno al tavolo di pietra, con vino, formaggio e una tagliata di prosciutto. Concettina piange e si dispera, aveva confidato Niccolò Marotta, dopo aver assaggiato insieme un po’ delle bontà della tavola, entrambi in silenzio. Non per il fatto di doversi sposare, perché di questo è contenta, ed è anche contenta di quello che riceverà in regalo e del trattamento riservato alla nostra famiglia. Quello che la fa disperare è l’età della persona. Non vuole un vecchio, uno che addirittura è molto più grande di me. Capisco, aveva commentato Salvatore Capuano. Queste ragazze di oggi hanno sempre in mente il giovane principe azzurro come marito, aveva detto, ma più a sé stesso che all’altro, hanno difficoltà ad andare oltre le apparenze e guardare alla sostanza delle cose, osservare le cose in prospettiva. È il discorso che ho cercato di farle anche io, aveva aggiunto Niccolò Marotta, ma non è servito a niente. Qui in casa mia comando io e si fa quello che decido io, con le buone o con le cattive, sia con mia moglie che con i quattro figli maschi. Con Concettina però è diverso, mi tiene testa, mi fissa con i suoi occhi e non dice una parola, ha gli occhi uguali preciso a quelli di mia madre, non l’ho mai toccata neanche con un dito. E poi io le cose non le so dire bene, mi mancano le parole giuste. Vuoi che ci parli io? Aveva chiesto Salvatore Capuano, interpretando il detto e il non detto. Così la scena di lì a poco era cambiata. Sotto il pergolato, seduti intorno al tavolo di pietra, erano piazzati Salvatore Capuano e Concetta Marotta, dritta come una spada, con le mani in grembo strette per la rabbia e gli occhi neri che mandavano lampi, fissi su quelli dell’uomo. Niccolò Marotta, convinto dall’altro dell’opportunità che la chiacchierata fosse faccia a faccia, riservata, era rientrato in casa chiudendo la porta e lasciandoli soli. Era stata una lunga conversazione, un’ora abbondante, nella quale era stato quasi sempre Salvatore Capuano a parlare, argomentare, ragionare, esporre, soppesare, suggerire. Alla fine Concetta Marotta si era alzata, aveva salutato con un cenno del capo e se ne era tornata in casa. Lo stesso giorno Salvatore Capuano si era recato da don Alfredo Caronia, a riferirgli che il matrimonio era cosa fatta, anzi, il risultato sarebbe stato al di sopra delle più rosee aspettative del suo amico. La ragazza aveva esattamente i requisiti richiesti, era addirittura di una bellezza rara. C’era stato da fare opera fine per superare l’ostacolo della differenza d’età, ma poi lei si era convinta. Il consenso della famiglia era totale. Il padre, Niccolò Marotta, che aveva un po’ di terra e un po’ di animali,  rimaneva in attesa che l’aspirante marito appena possibile si recasse da lui per chiedergli ufficialmente la mano della figlia, ratificare gli impegni e presentarsi alla ragazza. A don Alfredo Caronia non erano interessati più di tanto i dettagli, era rimasto contento del risultato raggiunto, nei tempi giusti, con la soddisfazione di tutti e senza che fosse stato necessario un suo intervento diretto. Si sarebbe adoperato lui per predisporre le condizioni affinché il matrimonio fosse celebrato nei tempi richiesti dal suo amico. Michele Prestia si era presentato da Niccolò Marotta la mattina del giorno dopo il suo arrivo, in macchina con autista, elegantemente vestito con un completo a doppiopetto a righe bianche e blu che lo catalogava immediatamente come americano. Alto non era e qualche chilo di troppo lo aveva, insieme a radi capelli nerissimi pettinati di lato trasversalmente alla testa, ma manifestava un aspetto tutto sommato giovanile, con un sorriso ampio perennemente stampato sulla faccia. La parlata risentiva degli anni passati lontano, era un misto di italiano, antico dialetto e americano. Aveva informato in precedenza dell’orario del suo arrivo e quindi la famiglia Marotta si era preparata al meglio per l’incontro. Casa ripulita in ogni angolo, col meglio del corredo materno in mostra, tutti con l’abito buono, raccolti in sala da pranzo, tranne il figlio minore di vedetta fuori della porta. Concettina era pronta per risalire in camera sua e fare la sua apparizione quando chiamata. All’arrivo, sulla porta di casa Michele Prestia aveva trovato la signora Marotta, Adele Buonopane, donna che ancora evidenziava come vent’anni prima fosse stata bella assai, alla quale aveva fatto un galante baciamani. Niccolò Marotta era seduto da solo presso il tavolo da pranzo, con i figli maschi seduti allineati lungo una parete. Si era alzato all’ingresso dell’aspirante genero e gli aveva stretto la mano, la cui presa aveva percepito però poco vigorosa. Erano stati lasciati soli a parlare. Quando era stato il momento, dopo un’altra stretta di mano a sancire l’avvenuto accordo, Niccolò Marotta aveva chiamato la sua Adelina, che era entrata seguita dai figli maschi, tenendo in mano un vassoio con una bottiglia di cordiale e due bicchieri, per poi uscire di nuovo. Dopo qualche minuto era rientrata, accompagnata da Concettina. Se a Salvatore Capuano, che aveva animo da poeta, alla sua vista era venuto in mente il poeta sommo, a Michele Prestia che poeta non era affatto strabuzzarono gli occhi allo spettacolo. Gli era sembrato di trovarsi davanti Elizabeth Taylor, ma più alta, che lo guardava dritto negli occhi. Concettina non aveva lasciato trasparire giudizio alcuno sull’aspirante sposo, i fatti parlavano da soli. Si era mostrata cordiale e di poche parole, così come in effetti era, ma ferma e dignitosa. Le cose poi erano proseguite come dovevano proseguire, con una velocità folle che nel giro di meno di dieci giorni aveva portato alla celebrazione del matrimonio, nella prima domenica utile. Era stata una cerimonia sontuosa, elegante e opulenta, dopo di che Concettina si era ritrovata padrona di casa nella nuova tenuta, signora Concetta Marotta in Prestia.

Prima di trovarla là in cucina, affaccendata con la frutta, Salvatore Capuano l’aveva rivista altre due volte, a parte il giorno del matrimonio, al quale era stato doverosamente invitato, seduto allo stesso tavolo di don Alfredo Caronia. La prima volta era stata circa un mese dopo il matrimonio, dopo che lei aveva mandato qualcuno a chiamarlo, con una certa urgenza. Si era augurato di non riceverla mai quella chiamata. L’aveva trovata nel giardino curato che circondava parte della villa al centro della tenuta, splendida nel suo elegante abito da signora, ma nel quale era sempre lei, la ragazzina che aveva visto la prima volta. Avevano parlato in piedi, camminando tra alberi, siepi e fiori. Lui non c’è questo pomeriggio, è fuori per affari, aveva premesso Concetta Marotta. È un maiale, aveva affermato guardandolo ancora fisso negli occhi, un vecchio sporco brutale maiale. Ma gli occhi neri non mandavano lampi, non c’era rimprovero nel suo sguardo, solo rabbia, non gli veniva addebitata alcuna colpa. Salvatore Capuano aveva però abbassato i suoi occhi. Zio Salvatore, così l’aveva chiamato fin dalla prima volta che si era rivolta a lui, vi ho chiamato per ricordarvi la vostra promessa, aveva aggiunto lei. E in effetti la promessa c’era stata, Salvatore Capuano lo ricordava bene. Quando erano rimasti soli, lì davanti casa di Niccolò Marotta, con lei disperata per la differenza di età col pretendente, lui aveva esordito col ricordare quanto la differenza di età tra marito e moglie non sempre fosse negativa per la felicità della coppia, quanto essa, come l’attrazione fisica, fosse in fondo secondaria rispetto alla bontà di carattere, alla comprensione reciproca, alla condivisione della visione della vita e dei sentimenti, alla fedeltà. Nell’antica Roma, aveva riportato di aver letto, era normale tra la nobiltà che il marito avesse come minimo l’età del padre della moglie. Ma su Concetta Marotta, poco più che bambina, da poco in età da marito, che sognava l’amore giovane e bello, attraente e vigoroso, folgorante e travolgente, tali richiami ai sentimenti e alla ragione avevano poca presa, pressoché nulla. E lei era rimasta ostile e indifferente. Salvatore Capuano si era detto che ci aveva provato, le cose dette andavano dette, per scrupolo. Era passato quindi ad argomentazioni più dirette e consistenti. C’è da considerare l’altro aspetto della medaglia, aveva affermato, quello che viene posto sul piatto della bilancia. Hai una bella famiglia, unita e dignitosa, ma sai bene che non navigate nell’oro, anche se tuo padre si dà da fare, hai quattro fratelli ancora più piccoli di te e nessuna dote da matrimonio. So che tuo padre te ne ha parlato, il tuo pretendente è molto generoso, è disposto a farsi lui carico di una bella dote per te, a regalarti subito un terreno con un casale e una somma di denaro di una certa entità. Vuole aiutare anche la tua famiglia, a cui offre una somma uguale a quella destinata a te. Sarebbe un grande aiuto soprattutto per i tuoi fratelli, le cui prospettive diventerebbero più rosee. Concetta Marotta ne era al corrente, ma evidentemente valutava ancora queste cose troppo distanti dai suoi pensieri, dai suoi interessi e dai suoi sogni. Mi dispiace tanto per la mia famiglia, aveva risposto, non credete che non mi preoccupi per loro, ma quello che mi si chiede è davvero troppo, continueremo a vivere così come abbiamo vissuto finora. Salvatore Capuano aveva annuito, aveva ammirato la ragazza, si era detto che anche questo andava ribadito, per scrupolo, si era allora deciso a fare il passo lungo, ad andare fino in fondo. Tu conosci don Alfredo Caronia? Le aveva chiesto. No, non l’ho mai sentito nominare, aveva risposto Concetta Marotta, poco più che bambina per essere messa a conoscenza di certe cose. È la persona più ricca di queste zone e di gran parte della regione. Ricco e rispettato, ma anche potente e temuto. Non accade nulla da queste parti che lui non voglia e molto di quello che non accade è perché lui non ha voluto che accadesse. È lui che comanda. E il tuo pretendente è un suo amico d’affari. È don Alfredo Caronia che, dietro sua richiesta, mi ha incaricato di trovargli una moglie con le tue caratteristiche. Se una colpa puoi addebitarmi, aveva aggiunto Salvatore Capuano, è quella di avere indicato te come la candidata più idonea. Concetta Marotta, con l’irruenza e la temerarietà della sua giovane età, aveva risposto che a lei non importava nulla di don Alfredo Caronia, non aveva certo paura di lui. Salvatore Capuano aveva fatto un sorriso, accondiscendente verso l’ingenuità della ragazza. Poi si era fatto serio. Purtroppo non è così semplice, quando don Alfredo Caronia fa una richiesta, quella non è un semplice desiderio, quella è un ordine che deve andare a buon fine, in un modo o nell’altro. Mi ha detto senza giri di parole che avevo carta bianca, individuata la ragazza avrei dovuto offrire quello che il suo amico aveva stabilito, se non fosse bastato avrei potuto concedere quant’altro fosse stato necessario, sia alla ragazza stessa che alla sua famiglia, ma se ancora ci fossero stati ostacoli avrei dovuto farmi da parte e sarebbe intervenuto lui direttamente. E sai come interviene lui? Manda i suoi uomini, con bastoni e armi. Se io ritorno da lui a dirgli che tu non ne vuoi sapere di sposare il suo amico, io perdo la sua fiducia, che non è un bene per me, ma il primo che ne fa le spese è tuo padre, perché lui ne deduce che o non è favorevole al matrimonio o non ha saputo imporre la sua volontà in famiglia, il che è lo stesso. Prima riceve un avvertimento, lo picchiano a sangue, poi se non basta lo ammazzano, se poi tu ancora non sei convinta c’è sempre tua madre, poi ci sono i tuoi fratelli, finché non hai ceduto. Concetta Marotta era rimasta silenziosa, ma sui suoi occhi erano comparse le lacrime. Aveva capito che non c’era via d’uscita, doveva accettare quel matrimonio. Salvatore Capuano l’aveva lasciata sfogare. Quello che ti ho detto riguardo alla felicità di una coppia di sposi, aveva proseguito dopo qualche minuto di silenzio, è però vero e io ti auguro di essere comunque felice, nonostante tutto. E se così non dovesse essere? Aveva chiesto lei. Allora mi chiami, aveva risposto lui, ne parliamo e vediamo di risolvere il problema. È una promessa la vostra? È una promessa, aveva confermato Salvatore Capuano. A quel punto Concetta Marotta si era alzata, l’aveva guardato con gratitudine, l’aveva salutato con un cenno del capo e se ne era tornata in casa. Sapete cosa mi ha detto mia madre la mattina del matrimonio? Aveva poi chiesto lei, lì nel giardino. Era una domanda che non prevedeva una risposta. Mi ha detto vedi Concettina, tu conosci com’è tuo padre, è un uomo autoritario, duro, di poche parole e rare carezze, alza anche le mani se gli gira male, ma ci vuole un gran bene. Quando siamo a letto, soli io e lui, è un uomo innamorato, gentile, tenero e premuroso, anche impacciato. E io sono felice di essere sua moglie. Ti auguro di trovare con tuo marito la mia stessa felicità, anche di più. Ma mio marito, fin dalla prima notte insieme, a letto non ha usato nessuna tenerezza, nessuna dolcezza, non ha rispettato nessuna incertezza e nessuna inesperienza. E io non avevo conosciuto nessun altro uomo prima di lui. È stato impaziente e brusco, frettoloso e senza rispetto. Ha preteso piuttosto che convincere, ha ordinato piuttosto che chiedere, ha pensato a soddisfare sé stesso e i suoi capricci piuttosto che noi due insieme. Anche fuori dal letto non ha mai manifestato bontà di carattere, comprensione, condivisione di sentimenti e di vita, solo distacco, indifferenza e quel suo perenne sorriso idiota e irritante. Ho vergogna a parlarne con mio padre e ho anche paura delle conseguenze che le sue azioni potrebbero avere. Salvatore Capuano aveva compreso lo sfogo e le sue ragioni. Aveva tentato una estrema difesa del marito. È vissuto in America, aveva detto, ci ha perso la mano con le buone maniere, magari ha bisogno di tempo per ritornare ad essere sé stesso. Devi dargli tempo, avere pazienza, siete sposati da solo un mese. Chi nasce tondo non muore quadrato, aveva risposto lei, per poi lasciarlo lì tra le siepi, solo.

La seconda volta che si erano visti era stata tre mesi dopo. Avevano parlato in casa, in salone, seduti sui divani, sempre in assenza di Michele Prestia. Concetta Marotta era sempre bellissima, ma smunta, provata. Gli occhi neri guardavano sempre Salvatore Capuano fisso negli occhi, ma erano come velati. Zio Salvatore, è un inferno, sono finita all’inferno ancora prima di morire. Mi ripete che valgo meno della più imbranata delle puttane di New York. Quelle sì che sanno far felici un uomo, che sanno cosa fare senza neanche chiederglielo, hanno inventiva e volontà. Mi costringe a fare cose che non avevo mai immaginato potessero anche esistere. Più di una volta mi ha legata al letto, perché dice che nella coppia ci vuole fantasia e ingegno. Gli piace picchiarmi. E poi non c’è mai, viene, mangia, dorme e se ne esce, mai una parola dolce, una confidenza. Non che la cosa mi dispiaccia, ormai, anzi quando non c’è non sento la sua rabbia e le sue bestemmie, le sue mani che mi toccano. Non aveva pianto, non era stato un tono lamentoso il suo, non si era commiserata. Era stata solo una cronaca del suo inferno. Da un po’ ha cominciato anche a dirmi che non solo non valgo niente come amante, ma neanche come moglie, visto che ancora non sono riuscita a rimanere incinta. È l’ultima cosa che voglio un figlio suo, zio Salvatore, prego sempre che non accada. C’era poi stato un lungo silenzio reciproco. Vi ho fatto chiamare per ricordarvi ancora la vostra promessa, zio Salvatore, aveva aggiunto poi. Salvatore Capuano aveva annuito. Dammi qualche giorno di tempo, aveva poi detto, mi farò sentire io. Era schifato Salvatore Capuano, la collera gli stava crescendo dentro, prepotentemente. La mattina dopo si era presentato in casa di don Alfredo Caronia. Ci erano stati i convenevoli di rito, lo scambio di aggiornamenti sulla salute, la famiglia e gli affari. Era venuto poi il momento di arrivare al motivo della visita. Salvatore Capuano aveva imboccato l’unica strada che sapeva percorribile. Don Alfredo, aveva cominciato, io ho le mie occupazioni e i miei piccoli affari, voi avete le vostre occupazioni e i vostri grandi affari, ma voi ed io abbiamo la stessa età, siamo nati nella stessa terra e tra la stessa gente. Sappiamo entrambi che al di là degli affari, del lavoro, delle conoscenze e delle amicizie, la cosa che conta veramente per un uomo, che gli dà l’energia per tutto il resto, è la sua famiglia. Un uomo senza la sua famiglia è come un ramo, anche grosso e robusto, ma che senza il resto dell’albero, gli altri rami, le foglie, il tronco e le radici, finisce per diventare secco e arido, andare incontro a morte sicura. E la propria famiglia è quindi la prima cosa che un uomo deve curare, accudire, proteggere, rispettare ed onorare, anche quando si dedica ad altro, anche quando si concede qualche distrazione. Io e voi sappiamo che un uomo che non si prenda cura e non onori la propria famiglia non è un uomo, è un omuncolo, un mezzo uomo, un miserabile, una nullità. Don Alfredo Caronia aveva ascoltato con attenzione. Sono d’accordo con te, aveva detto poi. Raccontami meglio in cosa Michele Prestia pecca nei confronti della sua famiglia. Salvatore Capuano aveva parlato dei maiali e delle puttane di New York, dell’inferno e della disperazione, delle corde e delle botte, dell’indifferenza e dei soprusi. Vuoi che me ne occupi io, che gli parli io? Aveva chiesto infine don Alfredo Caronia. No, aveva risposto Salvatore Capuano, è una cosa della quale mi devo far carico io, ci parlo io, ma ho voluto discuterne prima con voi, per rispetto, per esporre le ragioni e chiarire alcuni dettagli. Quello stesso pomeriggio Salvatore Capuano si era recato da Niccolò Marotta. Lo aveva trovato che stava potando delle piante di olivo, avevano parlato quindi in piedi, tra gli alberi. Aveva deciso di andare subito al sodo. Non c’era stato bisogno di entrare in molti particolari, era bastato accennare ai maiali, alle botte e alle puttane di New York. Niccolò Marotta era sembrato essere stato colpito da un fulmine, era diventato rosso in viso e sul collo, aveva cominciato a inveire e bestemmiare, la rabbia gli era montata alla testa. Salvatore Capuano aveva avuto il suo daffare per impedirgli di andare subito dalla sua Concettina, per calmarlo e farlo ragionare. Gli aveva parlato della promessa fatta alla figlia, della visita a don Alfredo Caronia e di quello che andava fatto, di come fosse necessario aspettare qualche giorno. Lasciato il padre, Salvatore Capuano aveva fatto sapere alla figlia di avvisarlo quando fosse stata certa che suo marito non c’era, ma sarebbe arrivato dopo qualche ora.

La chiamata era arrivata tre giorni dopo. Nella cucina entrò prima Salvatore Capuano, seguito poi da Niccolò Marotta. Lei non si aspettava di vedere anche il padre, rimase stupita e contrariata, ma fu felice quando quello l’abbracciò stretta, goffo e protettivo. I due uomini si sistemarono in un angolo del salone, tra divani, cuscini e poltrone, in attesa che rientrasse Michele Prestia, mentre la ragazza andava e veniva, nervosa e preoccupata. Lui arrivò meno di due ore dopo. Lo sentirono camminare per la casa, chiamare la moglie. Quando entrò nel salone e vide che oltre lei c’erano i due uomini ne rimase stupito, ma subito recuperò il suo solito sorriso. Che piacere, disse mellifluo, non mi aspettavo di trovarvi qui. Salvatore Capuano si alzò e gli andò incontro, evitando di dargli la mano. Siamo venuti a trovarti perché dobbiamo parlare, riteniamo necessario farci una chiacchierata tutti insieme, disse, invitandolo a sedersi su una delle poltrone di fronte a quella di suo suocero. E di cosa dobbiamo parlare, se è lecito chiedere? Disse Michele Prestia sedendosi e guardando ora l’uno ora l’altro dei due uomini, mentre la moglie lasciava il salone. Ne discutevo qualche giorno fa con don Alfredo Caronia, esordì Salvatore Capuano, che intanto era rimasto in piedi e gironzolava per il salone. Anche lui conveniva che la cosa più importante per un uomo è la sua famiglia, che deve avere cura di assistere, proteggere e onorare. Sei stato tanti anni in America, ma penso che tu condivida la verità di questa affermazione. Michele Prestia fu pronto a concordare sull’importanza della famiglia e di come anche in America sia uno dei valori più forti. Certo, continuò Salvatore Capuano dopo una lunga pausa, tuttavia mi risulta che con la tua famiglia il tuo comportamento non sia esemplare, che tu valuti tua moglie Concetta Marotta ancor meno delle puttane che eri solito frequentare a New York. Michele Prestia sbiancò, cercò di ribattere, ma ne venne fuori solo un balbettio incomprensibile, finché riuscì a recuperare un po’ dell’aria che gli era mancata e realizzare che forse era meglio passare all’attacco, piuttosto che provare a difendersi. Ma voi venite qui in casa mia a dire a me come devo trattare o non trattare mia moglie? Urlò ai due. Io me ne fotto di quello che pensa don Alfredo Caronia, figuriamoci di quello che può pensare un poveraccio come te Niccolò Marotta, oppure come te Salvatore Capuano. Aveva appena finito di pronunciare la frase, nelle sue intenzioni definitiva e senza appello, che Salvatore Capuano, che intanto si era portato alle sue spalle, gli appoggiò un soffice cuscino sulla bocca, iniziando a premerlo con tutta la forza contro il volto e contro lo schienale della poltrona, mentre Niccolò Marotta scattò dalla sua poltrona e gli bloccò le mani e i piedi, che lui aveva cominciato ad agitare nel tentativo di liberarsi dalla presa. Gli spasmi di Michele Prestia furono muti, lunghi e disperati, ma alla fine ebbero termine. Tolto il cuscino, il suo volto era esangue, ma conservava ancora il suo perenne sorriso. Niccolò Marotta parlò per la prima volta, schifoso figlio di puttana, disse, e gli sputò sul viso. Lo sistemarono come se dormisse, con la testa reclinata di lato, poi uscirono dal salone. La ragazza era in cucina seduta vicino al tavolo, con la testa tra le mani, pregava. È tutto a posto Concetta, disse Salvatore Capuano, abbiamo parlato con tuo marito, d’ora in poi puoi stare tranquilla. L’abbiamo lasciato che sta riposando in poltrona, era stanco e non si sentiva molto bene. Ora noi ce ne andiamo, nel caso in cui tra una mezz’ora non dovesse svegliarsi o lamentare ancora qualche malore, ti lascio il nome del suo medico, che è lo stesso di don Alfredo Caronia, lo chiami e pensa a tutto lui. Ti lascio anche questa busta, aggiunse, ho dimenticato di dargliela, tienila da parte. La busta conteneva il testamento olografo di Michele Prestia, retrodatato di un paio di mesi, scritto da Salvatore Capuano sulla base dei dettagli concordati con don Alfredo Caronia. La tenuta con la villa spettava all’adorata moglie, una buona somma era un lascito per il suo caro cugino, il fattore, mentre tutti gli altri suoi beni mobili e immobili, le sue partecipazione finanziarie e gli investimenti d’affari venivano destinati al suo amico e socio don Alfredo Caronia, che ne avrebbe fatto buon uso e li avrebbe valorizzati. Nessuno avrebbe dubitato della validità del testamento, perché nessuno avrebbe avuto interesse a contestarlo. Concetta Marotta fissò i suoi occhi neri, riconoscenti, negli occhi di Salvatore Capuano e gli diede un bacio su una guancia, poi abbracciò il padre. I due uomini se ne andarono, tranquilli e discreti. Salvatore Capuano riprese a recitare nella sua mente. Ella si va, sentendosi laudare, / benignamente d’umiltà vestuta; / e par che sia una cosa venuta / da cielo in terra a miracol mostrare. / Mostrasi sì piacente a chi la mira, / che dà per li occhi una dolcezza al core, / che ‘ntender no la può chi no la prova.

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