La folla

Non è quindi strano o incomprensibile che la folla rappresentasse per lui il luogo ideale per diventare non certo perfetto ai suoi occhi, ma almeno anonimo e trasparente agli occhi degli altri.”

(Nella foto, Edvard Munch, Sera sul viale Karl Johan, 1892)

I luoghi affollati, paradossalmente, lo facevano sentire più tranquillo, gli trasmettevano sicurezza, serenità e protezione, senza la sgradevole sensazione che qualcuno si occupasse di lui in particolare, lo osservasse, lo analizzasse. Chi vuoi che s’interessi di qualcuno tra la folla e la confusione? Non c’è posto migliore dove mimetizzarsi, confondersi, uniformarsi alla massa assumendone tutte le caratteristiche e quindi nessuna caratteristica. La folla non è semplicemente la somma di individui. La folla è una categoria diversa, si situa su tutt’altro piano rispetto all’individuo, non è solo questione di maggiori dimensioni spaziali e di incremento moltiplicativo della potenza. L’individuo può assassinare un tiranno, ma solo la folla può fare la rivoluzione. Un’ape può succhiare il nettare da un fiore, anche secernere una infinitesima quantità di miele, ma è la colonia di api che realizza l’alveare. E di esempi potrebbero considerarsene infiniti. Naturalmente la folla può anche suscitare in qualcuno oppressione e fobia, pericolo e minaccia, mancanza d’aria e palpitazioni cardiache, sudorazione e mollezza nelle gambe, al pensiero delle sue potenzialità esplosive, delle sue derive. Ma niente di tutto ciò lo intimoriva, anzi. Una volta si era trovato ad un concerto affollatissimo, con tutti in delirio per una cantante della quale lui non conosceva neanche il nome, si era intrufolato solo per il piacere della calca. Se ne stava tranquillo e felice tra gli spettatori scalmanati, godendosi l’anonimato e l’indifferenza. All’improvviso ci fu un botto terribile in un angolo della piazza transennata, seguito dalle grida di alcuni che urlavano a squarciagola è una bomba, è una bomba. In un momento la marea montò, tutti cercavano di allontanarsi a raggiera dal botto e dalle urla, incuranti di spingere, urtare, comprimere e calpestare i vicini e quanti ostacolassero la fuga. Lui venne letteralmente trascinato dal fiume in piena, sollevato da terra e traslato. Cominciò a divertirsi davvero. Rideva e gridava di piacere ed esultanza, volando fino a quando si ritrovò quasi scaraventato fuori della piazza, batté contro un muro e scivolò a terra dolorante. Ma continuò a ridere a lungo, eccitato dall’esperienza.

Era quando si trovava da solo nella strada, tra pochi sparuti passanti, che era terrorizzato, allora a lui mancava davvero l’aria, aveva le palpitazioni, sudava e si sentiva le gambe molli. Era innanzitutto il suo aspetto fisico che gli metteva angoscia. Per anni si era sentito ripetere dai suoi genitori e parenti, ma anche da qualche amico, che non era né più bello né più brutto di tanti altri, non meno prestante di tanti altri. Ma loro non riuscivano a cogliere evidentemente i dettagli e le sfumature che a lui erano sempre risultati lampanti. La statura, prima di tutto. Era stato sempre il più basso della compagnia, della classe, ad ogni età. Qualcuno lo aveva preso in giro per questo, ovviamente, da qualcuno le aveva anche prese, chiaramente. Ma mentre altri, prossimi alla sua statura, se ne facevano in fondo una ragione, non drammatizzavano più di tanto la cosa, qualcuno ne faceva addirittura un punto di forza, per esempio sfruttando l’agilità e il baricentro basso nelle partite a calcio o a basket, lui ne soffriva maledettamente. C’era poi il naso. Niente di terribile, a detta degli altri, ma a lui non era sfuggito fin da piccolo quell’asimmetria evidente nel guardarsi allo specchio, quel leggero svergolamento verso destra, quasi impercettibile a molti ma terribilmente deformante a suo giudizio. Nell’insieme, il suo viso non poteva definirsi certamente brutto, ma mancava della grazia e della serenità che pur caratterizzava il suo animo, risultando inevitabilmente grintoso, come di qualcuno che abbia qualcosa che gli roda dentro. Per non parlare poi dei brufoli, ormai lontani e residuali parenti dell’acne che gli aveva devastato il viso da adolescente, ma che tuttavia si ripresentavano occasionalmente, in forma leggerissima, ma tale da angustiarlo enormemente. Sulle nocche delle mani rimaneva inoltre, persistente ed indifferente a qualunque trattamento, una  leggera forma di psoriasi, che gli imponeva  di nascondere continuamente le mani. Tutto il suo fisico, insomma, aveva qualcosa che a suo giudizio era carente, risultandogli nel complesso imperfetto, sgraziato, gracilino e nient’affatto attraente. A tutto questo, ma forse proprio a ragione di tutto questo, andava ad accavallarsi una timidezza estrema, che lo rendeva socialmente problematico, riservato, introverso e impacciato. Non è quindi strano o incomprensibile che la folla rappresentasse per lui il luogo ideale per diventare non certo perfetto ai suoi occhi, ma almeno anonimo e trasparente agli occhi degli altri.

Si potrebbe essere portati a pensare che la sua casa, fra le quattro mura domestiche, fosse per lui un luogo altrettanto tranquillo, protetto e sereno. Niente di tutto questo. Viveva con i suoi genitori, naturalmente, figlio unico accudito e riverito, il cui affetto ovviamente riconosceva e ricambiava, ma la sua percezione era sempre quella di essere continuamente oggetto di attenzione, scrutato in ogni sua mossa, valutato e indagato, misurato e giudicato. E quando l’idea prevale sull’atto, la percezione sull’oggetto, c’è poco da fare, comportamenti e gesti messi in atto in perfetta buona fede vengono inevitabilmente letti in chiave negativa, ostili. Quando non resisteva più correva in camera sua. A cercare rifugio nella propria intimità e solitudine, si potrebbe pensare, ma in realtà a cercare la folla. La sua camera era stata nel tempo arricchita, in ogni spazio libero, con folle che si accalcavano, le folle nei poster di dipinti. C’era la folla imponente e dignitosa del Quarto stato di Pellizza da Volpedo, la folla popolana e godereccia del Banchetto nuziale di Bruegel il Vecchio, la folla parigina elegante e festosa del Moulin de la Galette di Renoir. E poi la folla irriverente e blasfema dell’Entrata di Cristo a Bruxelles nel 1889 di Ensor. E la folla allucinata a passeggio della Sera sul viale Karl Johan di Munch. E tante altre folle ancora, fino alla folla per eccellenza, la madre di tutte le folle, verrebbe da dire, quella del Giudizio universale messo in scena da Michelangelo, collocato sul soffitto della camera. Buone pitture, naturalmente, da buon intenditore. Sacro e profano insieme. E lì, tra la folla simulata, recuperava in parte serenità. Per poco, prima della nuova impellente uscita, per cercare la folla vera, di carne, sudore e indifferenza.

Ma poi arrivò la pandemia. L’arrivo del virus fu dapprima a stento percepito, come eco di lontani fastidi che riguardavano lontana e sporca gente, poi avvertito come evento eccezionale a distanza più ravvicinata, ma comunque non attigua, quindi valutato a livello di leggera complicanza di normali malesseri di stagione, di regolare diffusione geografica, infine concretizzò la sua prepotenza col suono indolente, persistente e vicino delle campane. Lui ne venne a conoscenza tardi, lo ignorò del tutto inizialmente, indifferente ad esso come a tante altre cose, per poi scoprirne improvvisamente la realtà e l’imponenza quando arrivò perentorio, inaspettato e indifferibile l’ordine di restare chiusi in casa. Chiusi in casa. Corretto e fondamentale. Niente più passeggiate, assembramenti, feste, cortei, partite di calcio, concerti, giochi all’aperto, ressa agli sportelli e alle casse, calca sul corso e fiumane di gente ad aeroporti, alle stazioni ferroviarie e ai pedaggi autostradali. Niente più folla. Se gli avessero chiesto qualsiasi altra cosa, come suo contributo alla battaglia contro il virus, sarebbe stato ben lieto di offrirla, avrebbe accettato di buon grado qualsiasi altro costo, ogni altra restrizione e privazione, ma non la rinuncia alla folla, la sua linfa vitale. Si vide perduto, indifeso e impotente. Tanto valeva allora per lui arrendersi al virus, accettare l’ineluttabilità, magari andargli incontro, fino all’estrema conseguenza. E l’avrebbe fatto, certo che l’avrebbe fatto, serenamente anche, si disse, se non fosse stato per il dolore che i suoi genitori avrebbero provato sicuramente, prima di rimanere inesorabilmente essi stessi vittime del virus per causa sua. Stava impazzendo, col solo palliativo e momentaneo sollievo offerto dalla sua camera artificialmente affollata.

La salvezza arrivò di mattina insieme al corriere. Consegnò un piccolo pacco indirizzato a suo padre, poggiandolo gentilmente nell’ascensore a pianterreno, che lo trasportò a livello del loro appartamento. Suo padre entrò in camera sua in silenzio, prostrato, preoccupato per lui più che per il virus. Posò il pacco sul letto, accanto a lui disteso immobile a contemplare la folla in attesa del suo destino ultimo, poi se ne riuscì. Non era mai stato uno curioso. Il pacco sarebbe potuto restare lì poggiato per sempre, probabilmente, tanto poco era l’interesse che aveva destato in lui, ma nel pomeriggio il padre bussò ancora alla sua porta, senza entrare, chiedendogli insistentemente se l’avesse aperto. Allora si decise, di malavoglia. Conteneva cinque mascherine da infermiere, di tessuto verde scuro, insieme a una confezione di guanti in lattice opaco. Rimase perplesso. Poi comprese il suggerimento. Indossò la mascherina, dopo qualche incerta prova, collocandone prima il cordoncino inferiore intorno al collo, quindi il cordoncino superiore dietro la nuca, passandolo sulle orecchie. Si guardò allo specchio. La mascherina si adattava perfettamente al suo viso, ne copriva la deviazione del naso verso destra, ne occultava la grinta, ne oscurava i brufoli. Infilò i guanti. Il lattice aderiva perfettamente alle dita, come una seconda pelle, coprendone ogni particolare, annullando la psoriasi sulle nocche. Uscì dalla stanza e si presentò così bardato ai suoi genitori. Sorrisero, finalmente. La madre lo invitò ad uscire per andare al supermercato a fare la spesa, dandogli un foglietto con una lista. Lui indossò una giacca e uscì di casa. Sapeva naturalmente che non era permesso gironzolare a caso, allontanarsi più di tanto dal proprio domicilio. Si fermò sul marciapiede. Nessuno in vista. Cominciò a mancargli l’aria e il cuore prese ad andare a mille, mentre restava impietrito e il sudore cominciava a coprirgli la fronte. Solo con sé stesso, con le sue paure e le sue debolezze. Si accorse di una coppia che arrivava dalla sua destra, con corredo di mascherina e guanti. Erano silenziosi e timorosi, col carrello della spesa dietro di loro. Un vecchio col cane comparve alla sua sinistra, anche lui, il vecchio non il cane, con mascherina e guanti di protezione. Pochi e sparuti passanti, certo, ma uguali a lui, tutti col viso e le mani coperte, irriconoscibili e anonimi. Prese allora coraggio, si rincuorò. Si avviò verso il supermercato, un centinaio di metri o poco più. Appena svoltò l’angolo la vide. La fila era come un piccolo lungo serpente, discontinua e sottile, fatta di individui anonimi, alti e bassi, con mascherina e guanti di ordinanza, tutti, distanziati e indifferenti l’uno all’altro. Si accodò in fondo, ad oltre un metro da quello davanti a lui, che lo guardò disinteressato. Non era tra la sua folla, la folla che amava, ma lui era ugualmente anonimo e trasparente, bardato come tutti, coperto come tutti. Non era necessario nascondersi, scappare. Non doveva tenere le mani in tasca, stringendo i pugni fino a farsi male. Mascherina e guanti erano la nuova forma assunta dalla folla, altrettanto efficaci. Si rilassò completamente. Cominciò a divertirsi. Rise silenzioso tra sé sotto la mascherina. Poteva attendere tranquillamente che il virus fosse sconfitto, prima possibile ovviamente, che la folla ricomparisse.

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