29 maggio 1453

La storia è anche un insieme di microstorie, in una dimensione che va oltre lo spazio e il tempo locali. 

(Nella foto, Philippe de Mazerolles, Assedio di Costantinopoli – Wikipedia)

Niente da fare, non mi riesce proprio di digerire. È come se avessi un macigno sullo stomaco. Ho mangiato troppo questa sera, devo ammettere. Mia moglie ha fatto preparare le quattro lepri che ci hanno portato dalla campagna, una squisitezza. Le ho accompagnate con tanto di quel pane affogato nel sughetto. Il pane è una delle mie debolezze, da solo, col lardo, nel sugo, nel latte, sta bene con tutto. Ho chiuso con una caciotta di pecora stagionata che aveva un profumo delizioso di erbe aromatiche. Ho anche sete, deve essere stato quel vinello rosso acidulo, un gusto strano, ma poi ci si abitua e va giù che è un piacere. Continuare a rigirarmi nel letto non migliorerà le cose, non faciliterà certo il sonno. Devo alzarmi, anche se ne ho poca voglia, altrimenti rischio di passare tutta la notte in bianco. La compieta è suonata da tempo ormai, credo addirittura che i frati stiano preparandosi a recitare il mattutino. Non si stancano mai di pregare quelli, a tutte le ore del giorno e della notte. Se lavorassero tanto quanto pregano saremmo tutti più benestanti su questa terra. Servisse almeno a qualcosa, a far stare meglio le nostre anime dopo morti. Chi lo sa. Dicono che è così, chi sono io per metterlo in dubbio? Sistemo meglio la cuffietta, prendo la camicia da sotto il cuscino e la indosso. Come sempre accade, spintoni e gemiti di mia moglie e dei miei due figli mi fanno capire che sto esagerando coi movimenti, ma le necessità sono necessità. Nello stanzone il buio è quasi assoluto, solo sforzandomi riesco a scorgere ombre più scure di altre, più che altro vado a memoria. Mi destreggio tra i servi, evito a stento uno sguattero, ma ne calpesto un altro, oppure forse è la moglie. Emettono grida e imprecazioni soffocate. Schivo bauli e scaffali, raggiungo l’uscita evitando a stento di sbattere contro uno stipite della porta, percorro il corridoio, scendo le scale e arrivo finalmente in cucina. Sbatto contro il tavolo e rintraccio a tentoni la brocca d’acqua. È schifosamente tiepida, ma è un toccasana. Ne bevo lunghi sorsi, è un po’ come rinascere, ma solo un po’. Schiudo le imposte di una finestra, fuori è buio fitto, un cielo nero di nuvole, neanche la luce di una stella. Risalgo le scale. Credo sia opportuno fare una sosta sulla loggetta, per liberarmi di un po’ di acque ed evitare ulteriori alzate. Ci voleva anche questa. Sbattendo, scalciando e spingendo ritorno indietro e riconquisto il letto, mi ritolgo la camicia, mi sistemo beato in attesa del meritato sonno.

Sono qui alla Porta d’Oro, nella fortezza. Era inevitabile che finissi qui, d’altra parte. Ognuno è artefice del proprio destino. Io ho definito il mio destino già molto tempo fa, scegliendo le armi e l’avventura. Non che mi sentissi predestinato alla scelta, ma è la scelta che mi si è imposta. Quello verso cui mi sentivo predestinato erano i libri, le lettere e la filosofia. Ho pure seguito le mie passioni per un certo tempo, ho studiato i grandi pensatori greci e la cultura di Roma antica, il pensiero dei Padri della Chiesa e le opere di Dante, Petrarca e Boccaccio. Ma le passioni nella vita di un uomo raramente sono tutte orientate alla virtù, il che in fondo non è del tutto un male. Tra le mie passioni ci sono sempre state anche le donne, in subordine ai dadi e alle carte, ovviamente. Mi hanno attirato come il miele le api, con un certo successo, devo confessare. È stata una donna sposata che ha cambiato il mio destino. Il marito, un signorotto arrogante, anziano e pieno di soldi, non ha preso bene la nostra relazione, che segreta non era più, mi ha quindi sguinzagliato alcuni suoi sgherri per tagliarmi la gola. Sono riuscito a scappare da Firenze per miracolo, imbarcandomi su una nave genovese che trafficava qui in oriente, con turchi e bizantini. Poi i genovesi, le armi e i viaggi sono diventati il mio mondo. Ho imparato a usare efficacemente le armi, soprattutto. Me la sono sempre cavata bene, tutto sommato, sia a difendermi che ad attaccare, sia uno contro uno che nella mischia. Tutt’intorno vedo i fuochi degli accampamenti, fin dove il mio sguardo riesce ad arrivare. Quasi una striscia continua di luci. I cannoni turchi ora tacciono, come sempre col buio, ma il loro frastuono è sempre nelle mie orecchie. Maledetti cannoni, sono settimane che il rombo delle loro palle è continuo. Martellano le mura senza sosta, sono ormai più le zone semidiroccate che quelle integre. Ci siamo arrangiati a rimetterle un po’ in piedi durante la notte, con pietre e palizzate di legno, ma di giorno si ricomincia. Poi c’è quel cannone gigantesco che spara palle di granito di quasi una tonnellata almeno cinque volte al giorno, da un chilometro e mezzo di distanza. Il rombo è quello di un tuono poderoso. Quando le palle cadono sulle mura sembra crollare tutto. Dicono che sia lungo otto metri, abbia una bocca di novanta centimetri di diametro e pesi quasi cinquanta tonnellate. Un mostro. Pare ci vogliano settecento uomini solo per gestirlo e che abbiano utilizzato sessanta buoi per trainarlo fin qui, spianando e rinforzando le strade che sono state percorse. Urban, questo è il nome di quel rinnegato ungherese che si è messo al servizio del sultano per costruirgli i cannoni. È passato dal costruire campane al costruire cannoni. Costantino non aveva i soldi per soddisfare le sue ambizioni e quindi si è rivolto a Mehmet, che lo ha fatto ricco. Che sprofondi all’inferno. A volte penso che avrei fatto meglio a fare come mio fratello, mettere la testa a posto e restare là a Firenze, ad occuparmi di commercio. Si è sistemato abbastanza bene lui, com’è giusto. È in gamba con i numeri e ci sa fare con le persone, sa accontentarle, sa accattivarsele, riesce a stimolare bisogni ai quali loro non avrebbero mai pensato. Ha imparato a stare lontano dai dadi e dalle donne, a parte quella santa donna che ha sposato. A quest’ora sarà a letto, dopo una cena abbondante. Quello a cui non riesce proprio a resistere è il cibo, non ci prova neanche per la verità, lo ricerca e se lo gusta con entusiasmo e passione. Ogni tanto riusciamo a scambiarci notizie uno dell’altro tramite i mercanti che incrociamo, notizie sempre vecchie di mesi, ma ci tengono informati e uniti. Siamo solo io e lui quelli rimasti della nostra famiglia. Qualche anno fa mi ha scritto che il vecchio marito cornuto è morto, che l’anima sua patisca all’inferno. Prima o poi mi deciderò a tornare a Firenze. C’è da ridere solo al pensiero di quanti siano loro rispetto a noi. Alcuni dicono che siano centocinquantamila, pare anche molti di più. Noi non arriviamo neanche a settemila, mi è stato riferito, contando anche i monaci. Avrei dovuto restare sull’isola di Chio, tra i mercanti e i soldati genovesi. Il fatto è che quando è passato Giustiniani, ad inizio dell’anno, diretto qui ad aiutare il suo amico Costantino con trecento soldati assoldati a Genova, mi sono lasciato trascinare dall’entusiasmo e insieme ad altri quattrocento soldati ci siamo aggregati a lui. A parte la buona paga, ci è parso bello e giusto. Mi è parso bello e giusto, anche avventato magari, ma doveroso. E non per Costantino, il papa o Genova. Per me, per fare qualcosa di importante, finalmente, nella mia vita, di incisivo, di cui andare fiero, che possa essere ricordato. Non mi sono pentito. O almeno, non ancora. Sono stanco, io insieme a tutti gli altri, quelli ancora vivi. Ma ne abbiamo ammazzati tanti di loro, almeno.

Niente da fare, il sonno non arriva. E di digerire non se ne parla neppure. Chissà cosa starà facendo adesso mio fratello. Se lo conosco bene, come credo, sarà a letto con qualche signora, più o meno pia. Oppure in qualche bordello. Per bene che vada, in osteria a giocare a dadi mezzo ubriaco. Però ha sempre con sé qualcosa da leggere, qualche dialogo di Platone, qualche scritto di San Tommaso o una novella di Boccaccio. Per i momenti da dedicare a sé stesso oppure per conquistare qualche donna amante dei filosofi e dei poeti. Riesce a combinare le virtù e i vizi come nessun altro. Forse avrei dovuto fare come lui, partire e girare il mondo, fare il soldato, anziché stare qui a trafficare tutto il giorno in bottega, tornare a casa solo per mangiare e dormire. Tutti i giorni, un giorno dopo l’altro. Aspettando cosa poi? Di fare un po’ di soldi in più, di crescere i figli, far contenta mia moglie, mangiare bene, salvare la mia anima con una vita retta? Ma ci vuole coraggio, decisione. Oppure ci si deve essere costretti, come lui. Ma adesso che il vecchio è morto potrebbe anche tornare, fermarsi. Magari servirebbe anche a me riaverlo accanto, non solo per l’affetto, ma per ridare un po’ di estro alla mia vita. Ne combinavamo di cose insieme a vent’anni. Abbiamo fatto disperare i nostri genitori, che Dio li abbia in gloria. Neanche ruttare mi dà sollievo. Più tiro fuori aria più mi sento gonfio. Non so se è stata colpa della lepre o del formaggio, oppure è stata la loro combinazione a determinare un malloppo nel mio stomaco. A vent’anni digerivo anche le pietre. Una volta siamo stati quasi una settimana senza tornare a casa, ci avevano dato per morti. Noi invece ce la spassavamo nelle campagne intorno a Firenze, dormendo all’aperto nei boschi e scroccando da mangiare in giro nelle contrade. Una volta siamo stati a giocare a dadi in una taverna tutto il giorno e poi tutta la notte. Perdemmo tutto quel poco che avevamo, ma alla fine scoprimmo che i dadi erano truccati. Ce le demmo di santa ragione, noi due contro tre di loro. Meno male che c’era mio fratello, il più forte dei cinque, altrimenti le avrei prese di brutto. Finì che nessuno prevalse sugli altri, però c’eravamo divertiti tutti, eravamo tutti sfiniti, ci diedero indietro i nostri soldi e ce ne andammo via.

Quando sono arrivato, ho voluto rendermi conto di persona della consistenza delle mura di difesa, mura la cui fama di inviolabilità  è antica, che per secoli hanno protetto la città dagli assedi. Sono salito sulle mura a nord del promontorio di Costantinopoli, prospicienti il Corno d’Oro. Una cinta unica alta circa dieci metri, con centodieci torri e quattordici porte, lunga sui cinque chilometri. Giustiniani ha fatto sistemare una enorme catena, tesa dall’estremità del corno alla torre di Galata dall’altra parte dello stretto, per bloccare l’accesso alle navi turche e impedire che si posizionassero di fronte alle mura per bombardarle. Bontà loro, i genovesi di Galata, qui la chiamano Pera, hanno acconsentito alla cosa, pur restando neutrali, né con noi né con i turchi. Comodo. Una catena di due chilometri di ferro, difesa dalle navi ormeggiate nel porto. Ha funzionato per un po’, poi il sultano si è inventato una delle sue pazze imprese. Ha fatto spianare una strada sulla collina intorno a Galata, dalla costa sul Bosforo allo stretto del Corno d’Oro, lunga due chilometri. L’ha fatta coprire di tronchi trasversali unti di grasso, come una passerella scivolosa, facendovi trascinare sopra le navi da centinaia di uomini, a colpi di frusta. Ne saranno morti almeno metà per la fatica e gli incidenti, ma hanno aggirato la catena. Una cosa incredibile. Circa settanta navi grosse e piccole sono scese dalla collina e si sono calate nello stretto. È stato pressappoco un mese fa. Quando mi hanno avvisato ho voluto vedere con i miei occhi. Ho lasciato la mia squadra nella fortezza e sono corso sulle mura a nord, ma sono sicuro che nessuno mi crederà mai, se pure avrò la ventura di poterlo raccontare. Abbiamo pure provato ad incendiare quelle navi, qualche giorno dopo, su suggerimento del capitano di una nave veneziana, un certo Cocco. Una spedizione notturna, segreta, di navi con materiale infiammabile a bordo, ma è finita male. Queste cose hanno successo se ne sono a conoscenza in pochi e sono attuate rapidamente. Tra veneziani e genovesi di Galata ci sono state trattative, accordi, che hanno fatto ritardare l’azione, l’hanno portata a conoscenza di troppi, col risultato che un genovese traditore al soldo dei turchi ha fatto la spiata. La notte della sortita i turchi ci aspettavano e all’improvviso hanno cominciato a cannoneggiare le navi, facendo una strage e costringendoci alla ritirata. Lo stesso Cocco è morto. Costantino ha fatto decapitare per vendetta i prigionieri turchi che erano in città, issando le loro teste sulle mura. Piccola soddisfazione, inutile. Ho poi percorso tutti gli otto chilometri delle mura tra sud e est, sul mare della Propontide, fino a congiungersi con quelle a nord. Un’unica cinta alta tra i dodici e i quindici metri, con centottantotto torri e tredici porte. Sono quindi passato ad ammirare la meraviglia, le mura teodosiane. Sono state invalicabili per oltre dieci secoli, speriamo che continuino ad esserlo, nonostante i moderni cannoni e la disparità di forze. Neanche i crociati le hanno scavalcate, duecentocinquant’anni fa. Sono arrivati dal mare loro, hanno attaccato le mura sulle coste. Circa cinque chilometri e mezzo di mura, che proteggono Costantinopoli sulla terraferma, una distanza più o meno analoga a quella dall’estremità del corno. È la cinta muraria più esterna, che racchiude la piccola cinta di mura eretta dall’imperatore Settimio Severo, a protezione della piccola Bisanzio, e la più ampia cinta eretta da Costantino primo. Ma mica sono semplici mura, come le altre. Sono un complesso sistema di difesa. Noi siamo qui posizionati a protezione della cinta più esterna, alta otto metri e mezzo e larga due metri alla base, con novantadue piccole torri. Sotto di noi, immediatamente a ridosso sull’esterno, c’è la spianata del parateichion, un corridoio esterno di servizio largo circa quindici metri, fino al fossato, che ora è praticamente scomparso. Era largo tra i quindici e i venti metri, profondo sei metri in media e rivestito da mura di contenimento, alimentato dal fiume in maniera da poter essere allagato. Ed è stato allagato quando è cominciato l’assedio, ma già dai primi giorni di aprile hanno cominciato a riempirlo di terra e di pietre, per superarlo facilmente negli attacchi. Subito all’interno c’è la seconda spianata, il peribolos, larga dai dodici ai diciotto metri, fino a toccare la cinta muraria interna, quella più poderosa. Mura alte dodici metri e spesse alla base quasi cinque metri, con novantasei torri di varia forma alte fino a diciotto metri. Le torri sono intervallate in maniera disallineata con quella delle mura esterne. Naturalmente, è solo una questione numerica che ci ha portato a concentrarci sulle mura esterne, se fossimo stati molti di più avremmo potuto distribuirci sulle due cinte. Se costretti, ci ritireremo per posizionarci sulla cinta interna, ma al momento è stato deciso di tener chiuse tutte le sue porte. La  Porta d’Oro, sotto di me, è all’estremità sud delle mura teodosiane. Qui sulla torre è come se fossi a strapiombo sul mare, a sud e a est, a poche centinaia di metri. Le mura continuano verso nord quasi dritte, per curvare leggermente verso est nella parte centrale, dove il terreno declina verso la pianura che chiamano mesothechion, attraversata dal Lycos, il fiumiciattolo che arriva da nord-ovest, si infila in un canale sotto le mura e taglia la città per sfociare a sud, presso il porto di Eleuterio. Le mura proseguono poi di nuovo in salita fino a congiungersi con l’estremità finale delle mura nord, dove c’è la fortezza delle Blacherne, con un palazzo imperiale e la chiesa di Santa Maria delle Blacherne. Brutto affare la pianura del mesothechion, vulnerabile. È come un fosso tra le colline, ad una quota inferiore a quella dove i turchi hanno, giustamente devo ammettere, posizionato i loro cannoni più potenti. Soprattutto là hanno concentrato i loro attacchi, perciò è là che presidiano direttamente Costantino stesso e Giustiniani, col grosso dei genovesi. La  Porta d’Oro è una delle dieci porte principali di Costantinopoli, tra quelle civili e altre riservate ai militari. È la porta più importante, militare, attraverso la quale sono per tradizione passate le truppe vittoriose con alla testa l’imperatore. Immette sulla via Trionfale, che procede verso nord-est, fino ad incontrarsi quasi al centro del triangolo che forma Costantinopoli con l’altra strada principale che arriva da ovest, dalla porta Polyandrion, con un percorso parallelo al Lycos. Le due vie si uniscono e confluiscono nella Mese, la grandiosa arteria principale della città, circa un chilometro e mezzo di strada larga venticinque metri, delimitata da colonnati di portici, che conduce quasi in orizzontale al Gran Palazzo imperiale e a Santa Sofia.

Domani sarà anche una giornataccia. Avrei dovuto evitare di appesantirmi e quindi rischiare di passare la notte in bianco. Che poi adesso sembra più una certezza che un rischio. In mattinata dovrei chiudere un affare per rilevare una attività di tintoria. È già un po’ che ne discutiamo con l’attuale proprietario. Gli affari vanno abbastanza bene, ma è vecchio, vedovo e senza figli. Vuole mettersi a riposo, ma gli dispiace mandare tutto a monte. Io vendo tessuti, li acquisto, li tengo nei magazzini e li vendo, ma non mi occupo di tintoria. Però non si sa mai, diversificare le cose, ampliarsi, può valerne la pena. Vediamo se riusciamo ad accordarci. Tra l’altro, non è che tutti gli mettano in mano, in contanti, la cifra che gli ho proposto io. Forse con qualcun altro potrebbe ricavarci qualcosa in più, ma non credo tutto in contanti e senza rischi. In ogni caso, questo o un altro investimento devo pur farlo. Non mi piace tenere il denaro fermo, conservarlo senza che renda niente. Nel pomeriggio poi arrivano delle forniture alimentari. Devo integrare le riserve, bisogna essere previdenti. Mi piace avere grano sufficiente per un paio d’anni, anche altri cereali vanno adeguatamente provvisti. L’olio, poi, non deve mancare mai, come pure il vino, naturalmente. E bisogna essere vigili con quelli della campagna, sia col peso che a trattare il prezzo. Invece me ne sto qui sveglio ora, mentre domani dormirò in piedi. I figli neanche a contarci, ancora piccoli per occuparsi di affari, sanno solo spendere i danari, loro. Ecco, un altro motivo perché quello sciroccato di mio fratello si decida a tornare. In due potremmo fare meglio e di più.

Santa Sofia. Quando sono entrato la prima volta nella chiesa sono rimasto senza fiato. All’inizio non ho visto altro che luce, una luce intensa come quella di un’esplosione, che irradiava ogni cosa. Quando i miei occhi si sono un po’ abituati, mi sono trovato in uno spazio enorme, luminosissimo, slanciato verso l’alto, verso l’immensa cupola che dall’interno manifesta un’imponenza ancora maggiore che all’esterno. La luce entra dalle grandi finestre ad arco alla base della cupola, invadendo l’interno, riflettendosi sui marmi e sui mosaici. Sono in tanti ora lì, a piangere per la loro sorte e per le loro anime. Sono quelli rimasti dopo la riunione di preghiera di ieri sera, dove mi hanno riferito erano presenti anche l’imperatore e Giustiniani, con i loro ufficiali. Tutti insieme a pregare e a confessarsi, greci e latini, ortodossi e cattolici, scismatici e unionisti. Tutti si aspettano l’attacco finale. O li fermiamo definitivamente oppure siamo finiti. Quante cose riesce a cementare la comune paura della morte, quante antiche divisioni, quanti disaccordi. Mi chiedo se anch’io abbia paura della morte. Certo, vorrei vivere, rivedere ancora mio fratello, rivedere Firenze, girare ancora per il Mediterraneo. Ma in tutta sincerità non sento di avere paura della morte, anche perché poi tutta questa storia dell’aldilà non mi ha mai convinto del tutto. Ho paura della sofferenza, questo sì. Ho paura di finire prigioniero dei turchi, diventare schiavo oppure essere impalato. Mi vengono i brividi solo a pensarci. Una palla di cannone, una freccia di balestra, un colpo di scimitarra non sono niente. Un attimo. Il dolore di una ferita è normale, ci sta, sono stato ferito più volte, sono pieno di cicatrici.  Ma vivere da schiavo e la tortura, la morte lenta e sofferta, questo sì che mi fa paura. Sopporto il dolore, ma solo fino ad un certo punto, lo so per certo. Mi è capitato di dover assistere a una tortura coi ferri roventi, non per mia scelta ma per ordine. Ho chiuso gli occhi e mi sono sforzato di pensare ad altro. Al mare in tempesta, alle sbronze, alle donne che ho avuto e a quelle che mi si sono negate, alle botte date e a quelle ricevute, ai morti e alle feste. Dopo ho vomitato. E sento ancora le urla nelle orecchie. Anche la croce deve essere un supplizio terribile. Quella sofferta da nostro Signore Gesù, ma anche quella a testa in giù di San Pietro, quella decussata di Sant’Andrea e le cinquemila croci dei compagni di Spartaco fatte innalzare da Crasso lungo la via Appia. Dicono che l’agonia fosse lenta, addirittura giorni, a meno che non venissero spezzate le gambe del crocifisso, nel qual caso il corpo restava penzoloni e la morte per soffocamento arrivava più veloce. Ma i turchi amano impalare, come hanno fatto col mercante veneziano Antonio Rizzo all’inizio di dicembre, dopo aver bombardato la sua nave dalla fortezza di Rumeli Hisar, su nello stretto. Mi hanno raccontato che l’impalatura è atroce. Il lungo palo appuntito viene introdotto dall’ano nel condannato sdraiato a terra, fino a sbucare all’altezza della scapola destra, spinto a forza di braccia e a martellate, facendo attenzione a non forare organi vitali, come fegato, cuore e polmoni, così che quello soffre le pene dell’inferno ma non muore. Vengono poi legati i piedi al palo per non farlo scivolare. Il palo è quindi messo in verticale, dove il condannato può restare a patire per giorni prima di morire. Fottuti bastardi. Mi ammazzo da solo piuttosto che cadere vivo nelle loro mani. Con mio fratello era uno spasso andare alle feste a Firenze, da giovani. Adesso che è ingrassato e calvo, come mi ha scritto, esce raramente da casa se non per questioni di lavoro. Si consola col cibo e il vino. Ma allora si andava alle feste per le donne. Nei giorni di San Giovanni Battista, a giugno, stavamo sempre in giro per la città, giorno e notte, dormendo dove capitava. Giravamo per i mercati, nelle locande, al palio e assistevamo anche alla processione. Sarà tra meno di un mese. Se esco vivo da qua prima o poi voglio tornarci. Voglio ubriacarmi per tutti e tre i giorni di festa. A marzo ci godevamo la festa dell’Annunziata e festeggiavamo il Capodanno. Poi la festa della giostra a Santa Croce, nel mese di gennaio. E anche tutte le altre feste, piccole e grandi. Era bella la vita allora. In fondo è una festa anche qui, colpi di cannone, urla, frastuono e tamburi, accompagnati da sangue e morte. Una volta ci hanno inseguito per tutta Firenze i parenti di due ragazze con le quali stavamo festeggiando, in maniera molto intima. Ci siamo rifugiati per la notte fuori città, in un casolare abbandonato. Mio fratello si era fatto un taglio lungo tutto il braccio sinistro sbattendo contro un’inferriata, ce ne siamo accorti solo nel casolare. La cicatrice l’accompagnerà fino alla morte. Era forte mio fratello, allora. Mi piacerebbe poterlo rivedere. Non gli ho fatto sapere che sto qui a Costantinopoli. A sostenere l’assedio. A difendere la cristianità dai turchi, come pomposamente dicono. Mi darebbe del pazzo, dell’incosciente, del bucaiolo e del bischero. E si dispererebbe.

Forse è meglio fare un’altra visita in loggetta, se mi alleggerisco un po’ magari dopo sto meglio e riesco a dormire. Mi rimetto di nuovo la camicia, tra i mugugni di mia moglie. Non capisco quello che dice, ma sicuramente sono rimproveri per i miei movimenti e il troppo mangiare di ieri sera. Raggiungo con difficoltà l’uscita della stanza, tra inciampi, imprecazioni e urti. Passo sulla loggetta e mi sistemo sul sedile, nel ristretto spazio riservato ai bisogni corporali, immediatamente sovrastante il canale. La notte è frizzante, siamo a fine maggio ma ancora il tempo non è dei migliori. Resto quanto necessario, meditazione compresa. Va meglio, ma il sonno è assente. Scendo ancora in cucina e bevo di nuovo lunghe sorsate di acqua tiepida dalla brocca. Mi metto a sedere. Mi sono rammollito, questa è la verità. Invecchiato no, non mi sento vecchio, ma rammollito sì. Eccomi qui con cuffietta e camicia da notte, pieno di cibo mal digerito e di aria, buttato su una sedia come un fantoccio senza nerbo né anima, grasso, molle e fiacco. Dicono che l’impero romano sia caduto quando i romani si sono rammolliti. Ricchi e oziosi si sono impegnati a godere della loro ricchezza e del loro ozio, delegando il potere, il governo, le guerre e la vita a chi aveva fame di terre, oro e potere. Vale anche per i singoli individui. Altro che far tornare mio fratello qui. Sono io che devo raggiungerlo, dare una svolta alla vita, sentirmi di nuovo un leone a caccia. Da solo non posso farcela, ma insieme a lui è facile. Devo decidermi, uno di questi giorni. Lascio tutto ai miei figli, così si svegliano, saluto mia moglie, se ne farà una ragione, e parto.

Credo che ci siamo. Non sento i suoni dei tamburi, le urla e i canti che solitamente accompagnano i loro assalti, ma solo un rumore sordo di una folla in marcia, potente e minacciosa, con armi, carri e torri d’assedio. Forza pura, senza scena. Siamo tutti all’erta, pronti a fermarli o a vendere cara la pelle. Mi faccio il segno della croce. È un’abitudine. Comincio a distinguere la marea umana che si avvicina. Arrivano. Sono i bascibuzuk, naturalmente. Dico al mio gruppo di mantenere la calma, presidiare le posizioni e restare uniti. I soldati bizantini e greci combattono con tenacia, ma sono poco addestrati e male armati, anche poco protetti. Noi genovesi, oltre al grosso che sta con Giustiniani nella zona del mesothechion, con le colubrine e gli archibugi, siamo distribuiti lungo le mura a supportare gli altri. Meglio armati, con elmo e una leggera armatura,  ci esponiamo di più e ci dedichiamo soprattutto a colpire dall’alto gli assalitori con le balestre, mentre loro usano lunghi bastoni per allontanare e ribaltare le scale, lance e spade per colpire quelli che riescono ad arrivare sulle mura. I bascibuzuk sono quelli meno temibili nell’esercito turco. Sono tanti, ma sono una massa di gentaglia indisciplinata e irregolare, giovani e vecchi, contadini, vagabondi, ladri e criminali spinti dalla speranza di arricchirsi col saccheggio della città. Si comincia. Sono sotto le mura, montato le scale e si arrampicano. È l’inferno.

Mi alzo e rintraccio a fatica una scatoletta di legno contenente un miscuglio essiccato di foglie di menta macinata e semi di finocchio. Fa bene all’intestino, rinfresca e purifica. Va messo in acqua calda, preferibilmente, ma accendere il fuoco adesso è escluso. Ne butto una manciata in una ciotola, la riempio d’acqua, spremo bene e rimescolo l’intruglio. Me lo bevo tutto. Tanto vale restare qui seduto ancora, finché non mi sento meglio. Eravamo ragazzi, lui otto anni e io sette, abbiamo solo dieci mesi e poco più di differenza. Avevamo rubato delle carrube secche al mercato vicino casa. Il venditore ci aveva riconosciuti e venne a casa nostra chiedendo di essere pagato. Nostro padre, che Dio l’abbia in gloria, saldò quanto richiesto, poi prese la sua cinghia di cuoio e prese a cinghiate mio fratello, a lungo. Lui riuscì a non piangere. Quando toccò a me, ai primi colpi di cinghia cominciai a piangere. Allora mio fratello si avventò su nostro padre, colpendolo, graffiandolo e mordendogli la mano che teneva la cinghia, finché la cinghia non cadde a terra, poi scappammo via. Da quel giorno non abbiamo più rubato niente, ma nostro padre non ci ha picchiato più.

Si ammassano sotto le mura e noi li colpiamo dall’alto con tutto ciò che riusciamo a lanciare di sotto. Punto la balestra nel mucchio e ogni colpo va a segno. Salgono lungo le innumerevoli scale che sistemano. Noi cerchiamo di rovesciarne il più possibile, loro cadono dall’alto sulla calca urlante che sta di sotto. Quelli che spuntano sulle mura vengono inevitabilmente trafitti, abbattuti e scaraventati giù. Subiamo qualche perdita, ma niente in confronto a loro, ne muoiono a decine e centinaia, ma sono troppi, ne arrivano sempre di nuovi.  Combattiamo tra urla, lamenti, sangue e morte.

Il miscuglio di erbe e acqua comincia a fare il suo effetto. Rutto di continuo. Ma l’aria che ho dentro sembra non esaurirsi mai, se ne forma sempre di nuova. Sento borbottii e movimenti dentro lo stomaco e nelle viscere.   Deve esserci una battaglia tra umori intestinali, acqua, menta e finocchio da una parte, contro lepri, sugo, pane, formaggio e vino dall’altra. Mi sembra quasi di essere uno spettatore a teatro o nell’arena, ad assistere ad uno spettacolo tifando per una parte a svantaggio dell’altra. Piano piano sembra però che stiano avendo la meglio le erbe, i rutti cominciano a diradarsi, l’aria a finire, i muscoli dello stomaco a rilassarsi. Va decisamente meglio. Non ho più sonno. Mia moglie mi dice sempre che ho la sbornia triste. Triste sarà anche la digestione. Sto meglio con lo stomaco, ma ora mi sento giù. Rammollito non bastava, anche malinconico e depresso.

Non ci sono pause, attimi di riposo, momenti di calma. Abbiamo i muscoli tesi, indolenziti, stanchi. Spingiamo, colpiamo e uccidiamo. Di continuo, saranno già un paio d’ore. Sembra però che i bascibuzuk stiano esaurendo la loro forza d’urto, che ne abbiano abbastanza. Si fermano. Non montano altre scale, non si arrampicano. Ecco che addirittura si disperdono, si ritirano. Sento grida di giubilo intorno a me. Ma dura poco, ovviamente. Ora avanzano gli azap, le truppe regolari dell’esercito turco, il grosso dell’esercito, reclutati soprattutto in Anatolia, ma con innesti di uomini provenienti da ogni parti dell’impero ottomano. Musulmani devoti e fanatici. Sono una marea sterminata. Ai miei prende lo sconforto. Li incoraggio, li esorto a lottare con tutte le loro forze, li carico. Loro si ammassano sotto le mura. Si ricomincia. Sistemano le scale, salgono, urlano, combattono, cadono gli uni sugli altri, muoiono. Noi lottiamo, rovesciamo scale e ammazziamo. Ma è un continuo, ne arrivano sempre altri. Siamo tutti stanchi, feriti e stremati. Sangue e morte ovunque.

È una tristezza che mi viene da dentro. Mi opprime il cuore e la mente. Penso ai miei genitori morti già da qualche anno, ai nonni che ho conosciuto da piccolo, agli zii e agli altri vari parenti. La maggior parte già morti, scomparsi. Mi è rimasto solo mio fratello. Vorrei fosse qui con me, stare di nuovo insieme. C’è tempo per pensare all’altra vita, voglio ancora vivere questa, insieme. Allontanare la morte. Ci dicono che il paradiso spetta ai virtuosi, a coloro che hanno avuto fede, hanno sofferto e operato per la salvezza della loro anima. Sono in paradiso i miei genitori? I miei parenti? Avrò io stesso meritato il paradiso? E mio fratello? Vorrei non ritrovarmi da solo, al paradiso o all’inferno. Vorrei stare almeno dove starà mio fratello, insieme.

Saranno altre due ore che combattiamo. Ammazzo gente di continuo, senza sosta. E gli altri fanno lo stesso, lottano e uccidono. Ma loro non finiscono mai, ancora e ancora ne arrivano. Alle nostre spalle sento qualcuno gridare forte, per superare i rumori della battaglia. È uno di quelli che vanno avanti e indietro a cavallo lungo il peribolos a portare ordini e informazioni. Dice che nel mesothechion una cannonata del mostro ha fatto crollare una parte delle mura e alcune centinaia di turchi sono riusciti a penetrare, ma sono stati tutti uccisi dai soldati di Costantino e la breccia è stata riparata. Bisogna tenere duro, questi sono gli ordini, resistere a tutti i costi. Comincia ad albeggiare, ormai la luce rende visibile tutto il teatro di guerra, gli uomini che lottano, la distesa degli assalitori e i cumuli di morti. Si sentono i colpi incessanti dei cannoni, concentrati sulle mura presso il mesothechion. In lontananza vedo farsi avanti nuovi soldati, accompagnati dal suono delle trombe e dei tamburi. Marciano in file ordinate, disciplinati e impettiti. È una fiumana di alti cappelli bianchi. Sono i giannizzeri, i migliori soldati dell’esercito turco, perfettamente addestrati e armati, la crema dell’esercito. Arrivano freschi e riposati, loro, dopo che gli altri ci stanno impegnando da ore nello scontro. I giannizzeri vivono solo per l’onore, la fedeltà al sultano, la guerra e la morte. Sono stati tolti da bambini alle loro famiglie, cresciuti e addestrati nella ferrea disciplina militare e nella fede assoluta nell’islam. Non hanno famiglie, mogli e figli che li aspettano, da cui tornare, non temono la morte. Sono sotto le mura, gli altri cedono loro la scena. Risistemano le scale nei punti giusti e riprendono gli assalti, con l’efficienza immensa del loro vigore e della loro freschezza. Cerco di richiamare tutte le mie energie residue, incito gli altri a fare il possibile e l’impossibile per ricacciarli di sotto. Colpiamo e ammazziamo. Di continuo, per almeno un’altra ora. Grida concitate arrivano adesso dal peribolos. Ci viene urlato che Giustiniani è stato ferito seriamente da un colpo di colubrina, dopo che gruppi di giannizzeri sono riusciti a penetrare le mura presso la Kerkoporta, una porta secondaria all’incrocio con la fortezza delle Blacherne. Ha ordinato di essere portato via. I suoi lo hanno trascinato in barella oltre le mura interne, verso le navi ormeggiate nel Corno d’Oro. È la fine. Senza Giustiniani, il suo carisma, la sua capacità organizzativa e tattica, la sua forza e il suo esempio, non è pensabile resistere ancora. È lo sbando. La disperazione si impadronisce dei miei compagni. Abbandonano la battaglia e scappano, si precipitano verso le mura interne, verso il centro della città e verso le loro famiglie. Non mi resta che seguirli. Alle mie spalle i giannizzeri irrompono sulle mura.

Ormai sta albeggiando. I frati staranno recitando le lodi mattutine. Sento entrare in cucina due servi, vanno ad accendere il fuoco e ad aprire le imposte delle finestre. Mi vedono immerso nei miei ricordi e nei miei pensieri. Non mi disturbano. Arriva anche mia moglie. Mi guarda, viene verso di me, mi fa una carezza sul viso e si dirige verso i servi, ad impartire i suoi ordini, ad organizzare la giornata, rapida e capace.

Intorno a me solo voci concitate, urla e pianti di disperazione. Intravedo altri miei compagni genovesi. Costantinopoli è persa. L’alternativa è tra restare a morire, con l’onore di cadere sul campo di battaglia, oppure provare a raggiungere la truppa di Giustiniani in ripiegamento verso le navi. Conveniamo tutti per la seconda opzione. Ci inoltriamo di corsa lungo la via Trionfale, tra i bizantini e greci in disperata ritirata, verso la Mese e Santa Sofia. Incrociamo di continuo altri gruppi di sbandati. Arrivano notizie frammentate su quanto sta accadendo lungo le mura. I turchi stanno sfondando da tutte le parti, annullando le ultime resistenze e uccidendo tutti quelli che incrociano lungo la strada. Corre voce che Costantino stesso sia morto, dopo aver gettato via le sue vesti imperiali per non farsi riconoscere ed essersi scagliato contro la massa di giannizzeri in arrivo. Sappiamo che il sultano ha promesso ai suoi soldati tre giorni di saccheggio della città, liberi di uccidere, raccogliere schiavi e bottino. Sarà una carneficina. Prima di arrivare a Santa Sofia noi svoltiamo verso nord, verso le navi genovesi e veneziane, mentre tra la marea in fuga c’è chi prova ad unirsi a noi e chi corre verso la cattedrale, a cercare la protezione divina. Al porto la confusione è enorme, ma dei turchi ancora nessuna traccia, sono intenti a penetrare in città, ad uccidere e ad iniziare la razzia. Ci uniamo agli altri genovesi che stanno arrivando. Pare che Giustiniani sia già a bordo su una delle navi. È stata la sua e la nostra una fuga disonorevole? Me lo chiedo e non so darmi una risposta. Ma sono vivo. Saranno una quindicina le navi che si stanno preparando a partire alla svelta, alcune anche bizantine. Saliamo a bordo delle nostre. Ogni nave è stracolma di uomini, donne e bambini. Tutti vogliono scappare, salvarsi, ma non c’è posto per tutti e bisogna far presto, salpare prima che arrivino i turchi, prima che la loro flotta blocchi anche il porto. Si parte diretti a Chio. Vedo allontanarsi le mura di Costantinopoli, la folla rimasta a terra, il fumo degli incendi che stanno divampando. Mi sorprendo a pensare che la fine di Costantinopoli sia un’era della storia che si chiuda. Magari è il caso che anche io chiuda una fase della mia vita, che ritorni a Firenze, da mio fratello.

Sento suonare l’ora prima. Avverto una scossa dentro di me, mi distolgo dalla mia indolenza. Sarà l’aria mattutina che entra dalle finestre, la luce, la vita che riprende intorno a me. Mi alzo e mi dirigo verso le scale, a vestirmi per affrontare il nuovo giorno.

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