L’oltraggio

“Dio giudicherà il giusto e l’empio poiché c’è un tempo per il giudizio di qualsiasi azione e, nel luogo fissato, sarà giudicata ogni opera.”

Ecclesiaste

(Foto da Pixabay)

Erano in tre a girarle intorno assiduamente, cioè con continuità e costanza. La corte assidua per alcuni è ritenuta la chiave del successo, per altri, al contrario, è l’indifferenza a destare interesse. Si arriva anche a ritenere che per donne molto attraenti, abituate ad essere corteggiate e a ricevere attenzioni, sia l’indifferenza l’elemento di distinzione, mentre sia essere prodighi di attenzioni e complimenti la strategia vincente nei confronti di donne meno carine. Nel suo caso, si sarebbe potuto parlare di eccezione che confermi la regola, visto che era molto attraente e ognuno, nessuno escluso, di coloro che la vedevano si sarebbe mai sognato di adottare la strategia dell’indifferenza. Non che oltre ai tre, quindi, non ci fossero altri che ambissero ad una corte assidua, ma per quelli le possibilità di successo erano estremamente ridotte, sia per maggiore estraneità al suo ambiente che per minore disponibilità per perseverare, sia di tempo che di risorse finanziarie. Lei era davvero bella. E molto giovane. Ma non di quella bellezza da bambola gonfiabile. Era bella fisicamente, interessante intellettualmente e gentile nei modi. D’altra parte, purtroppo per i pretendenti, non mostrava interesse alcuno a stabilire relazioni diverse dalla normale simpatia o amicizia, pienamente soddisfatta di sé stessa, desiderosa soprattutto di una personale realizzazione che andasse oltre quella di moglie e madre. La tattica del primo, non essendo particolarmente avvenente, sebbene brutto non fosse, puntava tutto sulla sua ricchezza. Una ricchezza davvero esagerata, accumulata da generazioni di costruttori edili, di palazzi, strade e ferrovie. La riempiva di regali, mai rifiutati soprattutto per cortesia, ma il cui valore funzionale si rivelava in fondo piccola cosa rispetto al valore economico, sia perché in effetti erano un investimento irrisorio rispetto alla ricchezza del donatore, sia perché la quantità svaluta il gesto, così come l’inflazione svaluta il denaro. Il secondo, semplicemente benestante, era davvero bello. Abituato ad essere lui il corteggiato, si comportava goffamente come corteggiatore, quasi meravigliandosi che lei non cadesse naturalmente tra le sue braccia, come una pera matura cade naturalmente a terra. La tattica del terzo, comunque non povero, puntava sulla sua eccezionale intelligenza, frutto di studi e di innate capacità. Mancava però di modestia, producendo una sensazione di saccenza che lei faticava a digerire. La situazione era quindi di totale impasse, ma di instabile equilibrio, naturalmente. Sarebbe pertanto bastata anche una piccolissima perturbazione per far precipitare la situazione, a provocare la catastrofe. E fu lei a perturbare l’equilibrio, sebbene in maniera involontaria. Durante una serata informale tra amiche, una di loro sollecitò, quasi per gioco, una preferenza fra i tre. Lei molto sinceramente, ma indubbiamente in maniera avventata, confessò di non nutrire interesse alcuno per i tre. La notizia si diffuse in un baleno. Fu interpretata come una dichiarazione definitiva, una sentenza drammatica e inappellabile. Il primo dei tre, disperato, odiando ormai la sua ricchezza, cedette tutti i suoi averi al suo unico fratello, già ricco di suo, quindi si imbarcò su una nave per iniziare altrove una nuova vita, lontano da lei. Il secondo, consapevole di quanto la sua bellezza fosse insufficiente a renderlo felice, odiando ormai i suoi lineamenti perfetti, con un coltello sfregiò il suo bellissimo viso e partì per paesi lontani. Il terzo, resosi conto dell’inconsistenza del sapere senza l’umiltà della sua gestione, tardivamente memore dell’insegnamento del pensiero socratico, decise di recarsi in meditazione in lontani monasteri. L’intera comunità fu sconvolta da tali decisioni. Tre dei giovani più in vista e invidiati, ambiti a diverso titolo da donne nubili e sposate, erano venuti a mancare. La serenità dei giudizi, quando non addirittura inficiati dalla rivalità e dal rancore, fu soverchiata dalla drammaticità degli eventi, pertanto fu a lei attribuita la colpa di quanto accaduto. Lei pianse, si disperò, riconobbe che i fatti fossero conseguenza diretta delle sue decisioni, ma rivendicò il diritto alle sue idee e alle sue scelte. Fu però condannata senza appello, isolata ed evitata. Come un’appestata, portatrice di guai e di sventura. Crollò fisicamente e psicologicamente, si convinse della colpa pur non avendo nessuna colpa. Perse interessi, appetito e peso. Su suggerimento e insistenza della sua famiglia, decise infine di partire, ritirarsi presso un convento di suore nei pressi di una città vicina, dove era badessa una sua cugina. Protetta, distratta e assistita sia nel fisico che nello spirito, recuperò in parte la pace, pur conservando indelebili le tracce del suo vissuto. È ben noto, infatti, come siano le esperienze dolorose piuttosto che quelle liete a segnare l’esistenza delle persone, a maggior ragione per chi sia stato provvisto di una grande sensibilità d’animo. Un giorno, passeggiando nel bellissimo giardino del convento, la badessa ritenne opportuno interpellarla sui suoi sogni per il futuro. Dimmi, le disse, cosa vorresti fare della tua vita, un dono del Signore che si ha il dovere di valorizzare? È sempre stato, questo del valore da dare alla vita, un argomento controverso, a ben guardare. Si potrebbe affermare che la vita stessa sia in sé un valore, addirittura il massimo valore, per cui lo stesso vivere e il riuscire a vivere sia il supremo dovere, sia come individui che come specie. Nessun valore aggiunto sarebbe pertanto necessario, in questa prospettiva. Sovrastrutture culturali e spirituali, in forme e con obiettivi diversi, con seguiti maggiori o minori, tendono tuttavia ad imprimere alla vita un indirizzo finalistico, in funzione del quale assegnare un valore ad essa. La badessa apparteneva ai sostenitori di questa seconda prospettiva. Era già mia intenzione dedicarmi agli studi medici, rispose lei. Li immaginavo però funzionali ai miei personali interessi, alla mia gratificazione e al mio benessere. Ora voglio soprattutto dedicarmi al servizio di chi soffre. È una decisione che ti fa onore, fu il commento della badessa. Iniziò quindi gli studi medici nell’università cittadina, alla quale era annesso un rinomato ospedale, recandosi ogni giorno a lezione e ritornando la sera in convento. Trascorse così dieci anni, durante i quali si impegnò con profitto negli studi e nella pratica clinica e chirurgica, specializzandosi in medicina generale col massimo dei voti e rivestendo un ruolo di riferimento nello staff medico dell’ospedale, per capacità, professionalità, dedizione e stima da parte dei pazienti. Nello stesso tempo, dedicò ogni suo momento libero al convento, alle sue necessità, alla collaborazione con le suore e all’aiuto alla badessa, nutrendo il suo spirito nella fede del Signore.

La mattina di un giorno festivo si udì bussare alla porta del convento. Erano frequenti i visitatori, per lo più provenienti dalla vicina città, prevalentemente per portare offerte e aiuti per il convento, ma anche per intrattenersi in preghiera nelle magnifiche cappelle dell’edificio, insieme alle suore, per ritemprare le loro anime. Ma in quell’occasione si trattava di uno straniero. Veniva da lontano e cercava lei. Dovette aspettare la fine delle preghiere della tarda mattinata per poterla incontrare. Quando fu avvisata che qualcuno la cercava non mostrò particolare curiosità, ma quando vide l’uomo che l’aspettava lo riconobbe subito e ne fu sorpresa. Era il primo dei suoi tre assidui corteggiatori. Forse inconsciamente aveva dato per scontato che l’allontanamento di quello fosse definitivo e irreversibile, pur non avendo esplicitamente riflettuto sulla cosa. Oltre dieci anni in più non l’avevano poi cambiato di molto, se non forse reso più maturo, anche se lei se lo sarebbe aspettato di presenza più dimessa e sofferente, avendo lui scelto di partire povero e diventare cittadino del mondo. Invece si trovò di fronte una persona curata ed elegantemente vestita. Sono proprio io, disse l’uomo, avvertendo la sua sorpresa. Ho molto viaggiato e molto sofferto. Ho anche meditato a lungo sull’esistenza umana e scavato dentro di me per cogliere l’essenza del mio essere, le ragioni dei miei errori e le motivazioni per il mio futuro. Penso di essere ora una persona serena, migliore di quanto lo fossi anni fa, rinnovata e in grado di ritornare sui suoi passi. Capisco anche, aggiunse, il tuo disorientamento nel vedermi nuovamente nelle vesti di persona agiata e benestante. Ho fatto la singolare scoperta che, nonostante io non persegua volontariamente la ricchezza, possegga la dote di attirare i soldi come i fiori le api. Qualunque cosa io faccia e decida si rivela inevitabilmente fonte di guadagno e di ulteriore ricchezza. Sono quindi ridiventato molto ricco, pur senza desiderarlo specificatamente. Sono felice per te, disse lei, naturalmente per il tuo ritrovato benessere, ma soprattutto per l’uomo nuovo che tu dici di essere diventato. I miei sentimenti per te, riprese lui, sono tuttavia rimasti immutati, ti trovo addirittura più bella dell’ultima volta che ti ho visto. Ho compreso però le ragioni delle tue decisioni di allora, trovandole pienamente fondate e condivisibili. So anche che hai coronato i tuoi sogni e trovato le ragioni del tuo vivere. Vorrei pertanto chiederti, alla luce di questo nuovo scenario, di riconsiderare il mio amore per te e concedermi di prenderti in moglie, unendo le nostre vite, i nostri progetti ed il nostro futuro. Non devi rispondermi subito, precisò, ma ti prego di riflettere sulla mia richiesta e darmi una risposta. Io l’accetterò serenamente, questa volta, qualunque essa sia. Dopo di che salutò con un cenno della testa e andò via. Innegabilmente, quanto lui le aveva detto l’aveva colpita, e positivamente. Ricorrere al conforto e ai consigli della cugina badessa era ormai per lei naturale, fu quindi a lei che parlò della domanda di matrimonio ricevuta. Tu sola puoi prendere la decisione, disse lei. Guarda nel tuo cuore, rifletti sui tuoi desideri e immagina il tuo futuro. Il Signore ti sia di guida. È notevole il fatto che spesso affermazioni alquanto banali e sostanzialmente prive di ausilio alcuno siano interpretate come segno di grande saggezza, venga quindi loro attribuito un alto valore di verità e di indirizzo. Indubbiamente un ruolo rilevante in questo lo assolvono l’autorità e il credito goduti da chi le pronunci, ma il motivo di fondo risiede sicuramente nel fatto che esse corrispondano esattamente a quanto il postulante si aspetti di sentirsi dire. Lei ritenne quindi di trarre grande aiuto e sostegno dalle indicazioni ricevute. Dopo un mese fece chiamare l’uomo, che aveva intanto acquistato un bellissimo palazzo nella vicina città, non distante dall’ospedale, comunicandogli che accettava la sua offerta di matrimonio. Fu una cerimonia magnifica, alla quale intervenne anche tutta la loro comunità di origine, tutti felici di vedere come le cose dopo tanti anni si ricomponessero e giungessero felicemente all’epilogo sperato. La coppia si stabilì nel magnifico palazzo nei pressi dell’ospedale, ideale sia per gli impegni di lei che per quelli di lui. Lei continuò il suo lavoro in ospedale, riuscendo anche a dedicarsi saltuariamente alla collaborazione con le suore e la badessa, sempre operando nella fede del Signore. Viveva naturalmente il suo ruolo di donna e moglie con dedizione e responsabilità. La felicità è un complesso insieme di percezioni, in cui confluiscono sensazioni ed emozioni diverse. Non è comunque uno stato bianco o nero, sì o no, acceso o spento, ma uno spettro più o meno continuo di stati tra vari gradi di felicità e del suo opposto, l’infelicità. In questo senso, lei poteva definirsi felice. Dopo un anno, mentre una sera dopo cena erano in un salone, intenti lei a leggere un libro e lui a sfogliare una rivista, improvvisamente lui parve prendere coraggio e iniziò a parlare. Fu un lungo discorso. Naturalmente, le modalità comunicative verbali e non verbali di ognuno sono personali, siano esse innate o acquisite. Si va da estremi fondamentalmente verbali a quelli quasi esclusivamente non verbali, da eccessi di prolissità a quelli di concisione, da vette di densità semantica a picchi di oscuro linguaggio. Il suo fu un discorso centrato sul verbale, sulla prolissità e sull’enigmatica semantica. Lei si appellò a tutta la sua notevole intelligenza per carpire il succo del messaggio, che parve essere di insoddisfazione per il matrimonio. La conclusione alla quale lui sembrava essere arrivato, dopo un anno di vita di coppia, sebbene non esplicitamente espressa, era che non ne fosse valsa la pena. Dieci anni prima lei gli appariva brillante e viva, desiderabile, ora invece scialba e troppo seria, interessata solo al suo prossimo. Lui sarebbe ripartito di nuovo entro un mese, dopo aver sistemato alcune faccende. Lei non ritenne dignitoso né difendersi né attaccare. Lo uccise con una dose impercettibile di un veleno di erbe da lei stessa preparato, somministrato quotidianamente in piccolissime dosi per un mese, praticamente senza lasciare tracce. Si spense lentamente, come per un male incurabile. Lei restò al palazzo, vedova discreta, compatita e ammirata, continuando i suoi impegni al servizio della gente e del Signore.

Passò un anno. Evidentemente le voci corrono, seguendo tortuosi percorsi raggiungono i più lontani angoli della terra. Fu così che il secondo dei suoi tre assidui corteggiatori di molti anni prima si fece annunciare una sera dal maggiordomo del suo palazzo, seppur solo come un amico di vecchia data. Quando lo vide, lei non ne rimase sorpresa, avendo ormai capito che l’irreversibilità dei percorsi umani, fisici e intellettuali, sia non solo possibile, ma addirittura probabile, contrariamente ai processi naturali, la cui estremamente bassa probabilità ne decreta sostanzialmente l’impossibilità. Notò subito che lui, nonostante la lunga cicatrice che gli attraversava diagonalmente la guancia destra, ma forse proprio per questo, era bello quanto e più di prima, più adulto, più vero. La bellezza, bisogna riconoscerlo, risiede tanto nella perfezione assoluta che nella esaltazione dell’imperfezione. Sono felice che tu abbia accettato di rivedermi, disse lui. Voglio esprimerti la mia partecipazione per il dolore causato dalla prematura scomparsa di tuo marito, mio amico e rivale di gioventù, con il quale ho condiviso la decisione di vagare per il mondo dopo la delusione per la tua indifferenza. Nel mio peregrinare ho riflettuto a lungo sui miei errori e sulla mia immaturità di un tempo, quando il mio esasperato egocentrismo mi faceva trascurare l’attenzione verso gli altri, verso i loro pensieri, i loro desideri e il loro punto di vista. Nei tuoi confronti, in particolare, sentivo rabbia per la tua incomprensibile, così mi risultava, resistenza al fascino della mia bellezza. Incapace quindi di corteggiarti, interessarti, ascoltarti, sforzarmi di centrare su di te le mie attenzioni, ho fallito nel suscitare il tuo interesse e il tuo amore. Ho però imparato ad ascoltare, a comprendere, a dare peso all’essenza delle persone oltre la facciata delle apparenze. Mi ritrovo qui ora, davanti a te, come una persona nuova, credo migliore, con immutato desiderio e amore nei tuoi confronti. Ti chiedo solo di provare a scoprire la mia anima di oggi. E se tu la trovassi degna di attenzione, vorrei unire le nostre vite per il futuro. Lei percepì la sincerità delle parole di lui e la sua nuova saggezza. Interpretò l’arrivo dell’uomo come un segno del Signore, che le voleva concedere un’altra opportunità di felicità. Il mio cuore è aperto a comprendere e valutare, disse. Passarono lunghi giorni a parlare, ad ascoltarsi reciprocamente, ad apprezzare l’uno i pensieri dell’altro. Di nuovo determinanti furono però le parole della badessa. La decisione è ancora tua, disse lei. Ascolta il tuo cuore. Il Signore ti sia di guida. Il matrimonio fu celebrato qualche mese dopo, con una funzione solenne e partecipata, che diede a tutti evidenza di quanto la fede nel Signore sia capace di ridare gioia a quanti abbiano sofferto. I due decisero di vivere nella bellissima villa di lui, appena fuori città, da dove lui poteva sbrigare i suoi affari e lei poteva facilmente raggiungere sia l’ospedale che il convento. I ruoli di donna e moglie che lei svolgeva si esaltavano e si completavano a vicenda. Erano felici, di quei gradi di felicità che l’appagamento e la serenità consentono. Dopo un anno, una mattina a colazione sulla terrazza, mentre lei spalmava la marmellata di visciole sul pane, lui mise da parte il giornale che stava leggendo, le prese una mano e iniziò a parlare. Fu un discorso limpido ed essenziale. È in generale difficile giudicare la bontà di un discorso, a parità di semantica, dal suo essere stringato oppure elaborato, è una questione di stile personale di chi lo pronuncia e di chi lo ascolta. Lei preferiva e apprezzava lo stile sobrio. Lui confessò di avere un’altra donna, di amarla. Era sinceramente dispiaciuto, disse, ma rivedeva in quella la donna che sua moglie era tanti anni prima, brillante e senza pensieri, eccitante. Ora lei, sua moglie, era seria e matura, impegnata per il suo prossimo, realizzata. Lui sentiva il bisogno di leggerezza e frivolezza. Forse era diventato meno migliore di quanto pensasse. Lei gli chiese solo di ammirare un’ultima volta insieme il panorama che si godeva dalla terrazza, dopo di che avrebbe lasciato la villa e sarebbe ritornata al suo palazzo. Lo uccise spingendolo improvvisamente con forza giù dalla terrazza. Sul selciato il suo viso, dal lato della cicatrice, sembrava ancora più bello. Raccontò di come lui si fosse improvvisamente allontanato dal tavolo della colazione, pensieroso, e dopo averle rivolto uno sguardo intenso si fosse lasciato cadere giù. Vedova inconsolabile e commiserata, ritornò al suo palazzo, dedicandosi completamente ai suoi impegni al servizio della gente e del Signore.
Passò un anno. Quando il terzo dei suoi tre assidui corteggiatori di molti anni prima si presentò al palazzo, quasi se lo aspettava. Tardò però a riconoscerlo, tanto era cambiato nel fisico. All’epoca era di normale presenza, oggettivamente né bello né brutto, di corporatura media. Ora era magrissimo, coi capelli lunghi raccolti in un codino, ieratico e fascinoso. Ho trascorso molti anni in lontani monasteri, disse, nutrendo la mia mente e la mia anima di umiltà. Non che abbia rinunciato all’eccitazione della conoscenza e all’esercizio della ragione, disse, ma ne ho fatto principalmente una dimensione intima, soprattutto personale. Ho imparato anche a valutare ed apprezzare gli altri al di là del loro sapere, ma per il loro essere. Anche nei tuoi confronti, pur affascinato dalla tua bellezza e dalla tua personalità, ho peccato di vanità nell’ostentare la mia erudizione, cercando di farne strumento di conquista. Sono qui ora a rinnovarti il mio amore, pregandoti di guardare al mio essere più che al mio sapere, quindi di cogliere l’amore che nutro per te ed il mio desiderio di renderti felice. Lei ammirò il rinnovamento che scaturiva dall’animo dell’uomo e lo apprezzò. Tuttavia le due esperienze matrimoniali vissute l’avevano segnata e resa più cauta. Sai bene, le disse, quanto io abbia sofferto e le dolorose vicende che ho recentemente sperimentato, perdendo per ben due volte l’uomo che si era offerto a me e che io avevo amato. Avrai anche sentito, ritenne fondamentale sottolineare, quanta dedizione io abbia verso il mio prossimo e verso il Signore. Potresti quindi trovare insufficiente, concluse, lo spazio che potrei concedermi come moglie e amante. Ogni tuo piccolo momento nelle vesti di moglie e amante sarebbe per me infinitamente prezioso e pienamente soddisfacente, replicò lui con entusiasmo. Scoprirono facilmente, nei giorni successivi, quanto profonda fosse ora la loro intesa, intellettuale e fisica, quanto piacevole fosse passare insieme anche pochi attimi. La badessa fornì puntualmente il suo aiuto. La decisione non può che esserti suggerita dal tuo cuore, le disse. Il Signore ti sia di guida. Dopo meno di un mese fu celebrato il matrimonio, vissuto da tutti come un giusto premio dopo tanta sofferenza. La coppia trovò ideale rimanere nel palazzo di lei, dove lui poteva anche dedicarsi ai suoi studi e nello stesso tempo recarsi facilmente all’università, dove gli era stato offerta una docenza in storia della filosofia. I ruoli di marito, docente, moglie e medico convivevano pacificamente. La percezione di felicità era di grado elevato. Trascorse così circa un anno. Una sera, durante la cena, lui non toccò cibo. Lei gli chiese se si sentisse poco bene. Lui allora iniziò a parlare, lentamente, quasi con fatica. Per lei fu improvvisamente come un déjà-vu. Le rivennero in mente il discorso del primo marito e quello del secondo, rivisse la stessa angoscia e lo stesso dolore. Intuì più che ascoltare le parole di lui, a tratti, in maniera discontinua, in linguaggio profondo e ricercato. Percepì cenni alla mancanza di affinità, alla diversità di interessi, di fascino per la condivisione di passioni con una collega della quale non capì neppure il nome, di errore compiuto, di critica niente affatto velata alla sua dedizione al prossimo e al Signore. Udì distintamente, tra la nebbia che l’avvolgeva, come una bolla posta a sua protezione, solo che il giorno dopo lui avrebbe lasciato il palazzo. Ritenne dignitoso alzarsi e ritirarsi nella sua camera. Lo uccise la mattina successiva, dopo avergli con ostentato silenzio preparato la colazione, comprensiva di una minima dose di sonnifero, tale da indurlo a distendersi sul letto appena rientrato in camera. Gli iniettò una bolla d’aria in una vena, provocandogli un blocco cardiaco. Sembra incredibile quanto sia facile uccidere. Ma ancora più incredibile quanto sia facile sfuggire alla giustizia umana, quando risulti del tutto inconcepibile che la morte della vittima sia stata desiderata e che l’assassino abbia potuto commettere un omicidio. Tra l’incredulità generale per il ripetersi della tragedia, il dolore e la compassione, furono celebrate le esequie. Di nuovo vedova, trovò ancora rifugio nei suoi impegni al servizio della gente e del Signore. Anche se nessuno le assegnava la benché minima responsabilità nelle tre morti, cominciò tuttavia a circolare la voce che portasse sfortuna, iattura, malasorte. Infiniti sono gli esempi del male che possa arrecare conferire una simile fama, eppure è una degenerazione così antica e ancestrale che appare in maniera quasi naturale. Nessuno più osò affidarsi a lei in ospedale. Le restava però il Signore.

Ritornò allora al convento, dalla cugina badessa. Cedette tutti i suoi beni al convento, per dedicarsi ai suoi studi, alla meditazione e alla famiglia religiosa che l’ospitava. E naturalmente alla preghiera, per trovare conforto nel Signore e nella sua misericordia. La badessa leggeva nel suo cuore. Le chiese un giorno perché avesse compiuto quello che aveva fatto, senza esplicitamente nominare alcunché. Lei si aprì. La decisioni di partire presa anni prima dai tre corteggiatori, disse, aveva dato alla sua vita la svolta giusta per trovare il senso della sua esistenza. Aveva compreso che era stato il modo scelto dal Signore per indicarle la strada. Era stata molto felice. Sposarsi, ogni volta, le era sembrato giusto, per aggiungere al suo percorso le esperienze di moglie ed eventualmente di madre, riparando in qualche modo anche al dolore arrecato a quegli uomini. Ma poi, rivelò, si era sentita dire che la sua vita spesa per il bene del prossimo appariva inutile, scialba. Che al suo impegno e alla sua maturità era preferibile la frivolezza e la superficialità di altre donne. Che la sua dedizione agli altri e al Signore determinavano assenza di affinità e di passioni condivise. Le era sembrato un oltraggio alla volontà del Signore, affermò. Le era sembrato giusto e necessario intervenire. La badessa parve comprendere. L’abbracciò stretta. Non spetta a me giudicarti, le disse. È scritto che “Dio giudicherà il giusto e l’empio poiché c’è un tempo per il giudizio di qualsiasi azione e, nel luogo fissato, sarà giudicata ogni opera.” Ho paura, fece lei. Di cosa? Del giudizio del Signore.

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