L’amaro di erbe

Una fantasia estiva. Tra lettere anonime e mezzi confessori. 

La lettera anonima che Bernardino Casazza ricevette fu una sorpresa. Era una busta dell’Agenzia delle Entrate, come ne aveva ricevute altre. Nella finestrella che mostrava destinatario e indirizzo c’erano proprio i suoi dati, inequivocabili. Esattamente come le altre volte. Ebbe quindi un sobbalzo, temendo che fosse qualche altra notifica di pagamento, a valle di chissà quale tassa o infrazione. Non che avesse difficoltà economiche, naturalmente, visto che era più che benestante, proprietario di case, terreni e negozi, oltre che intestatario di cospicui conti correnti, ai quali afferivano inoltre rilevanti investimenti finanziari. Il fatto è che se non proprio avaro, sicuramente poteva definirsi molto parsimonioso. Appena aprì la busta, rimase sorpreso nel constatare la presenza di un solo foglio piegato che, a parte il suo nome e il suo indirizzo, conteneva una sola scritta centrale, redatta al computer in stampatello: CORNUTO. Rimase interdetto sul momento. Poi uscì spontaneo un sospiro di sollievo, per lo scampato pericolo di eventuali esborsi economici. Ma subito dopo, quasi cogliesse solo allora il senso della parola, percepì l’intento offensivo della scritta. Cornuto. Cornuto, come riporta wiktionary.org, sta a indicare “che è munito di corna”, “attributo araldico che si applica all’animale avente le corna” e “che subisce, più o meno consapevolmente, il tradimento del proprio partner”. Obiettivamente, nessuno poteva riscontrare nella sua persona la presenza di corna. Inoltre, per quanto in gioventù avesse avuto un paio di fidanzate, alla fine non si era mai deciso a sposarsi. Ormai sulla cinquantina, contento della sua libertà e indipendenza, ci aveva rinunciato da tempo, accontentandosi di incontri occasionali e qualche relazione superficiale. Non avendo quindi partner, mal si confaceva nei suoi confronti l’accusa di subire un tradimento. Concluse pertanto che si fosse trattato di uno scherzo. Rimaneva però in lui il fastidio della consapevolezza che qualcuno avesse ritenuto di potersi prendere gioco di lui. Aveva sempre ritenuto che nessuno avrebbe non solo mai osato, ma neanche immaginato, di potersi prendere delle simili libertà nei suoi confronti. Ci pensò ancora un po’ su, poi richiuse il foglio, lo inserì nuovamente nella busta e la ripose nel cassetto della scrivania, sottochiave.

Nello stesso momento, Natale Pisciotta tornò a casa, dopo aver fatto la solita prolungata sosta mattutina al bar della piazza, chiacchierando con i suoi vecchi amici e guardando quelli che giocavano a carte. Anche se poco più che cinquantenne, da quasi dieci anni percepiva una buona pensione, conseguenza di un incidente sul lavoro che gli aveva procurato l’amputazione del braccio sinistro, grosso modo all’altezza di mezzo omero. Avendo poi sua moglie, di dieci anni più giovane, ereditato la merceria del padre e qualche terreno, oltre alla casa paterna, la situazione economica familiare era sufficientemente buona. Era arrivato un po’ troppo tardi al bar, quella mattina, per cui aveva trovato che già giocavano a due tavoli, quattro da una parte e quattro dall’altra. Con i tre che non giocavano non c’era possibilità di organizzare un’altra partita a carte. Due di essi già da tanti anni non giocavano più insieme. Nella loro ultima e lontana partita, dove avevano giocato in coppia, avevano avuto un diverbio tra loro, su un errore che a detta di uno l’altro aveva commesso, errore però smentito dal secondo, il quale anzi sosteneva che se proprio di errore dovesse parlarsi, era stato il primo a sbagliare, creando il problema. Fatto sta che erano venuti alle mani, nonostante tra loro ci fosse un’antica amicizia e qualche remoto vincolo di sangue. Dopo un breve periodo di inimicizia, grazie all’intercessione di parenti e comuni amici, compreso lo stesso Natale Pisciotta, avevano convenuto di riappacificarsi, concordando però che mai più avrebbero giocato a carte insieme. Non avendo potuto giocare a carte, una delle sue passioni, che naturalmente occupava anche i pomeriggi, al ritorno a casa era nervoso già di suo. Trovò la tipica busta dell’Agenzia delle Entrate, quindi si irritò ulteriormente. Chiese sgarbatamente alla moglie, affaccendata nel preparare il pranzo dopo essere appena arrivata dal negozio, se fosse in attesa di qualche tassa da pagare per la merceria, ricevendo in risposta un vago diniego. Mugugnò qualcosa di incomprensibile, quindi aprì la busta. Rimase sorpreso nel costare la presenza di un solo foglio con una sola scritta centrale, in stampatello: ASSASSINO. Comprese naturalmente subito che si trattava di una lettera anonima. Non perché ci fosse avvezzo, non avendone mai ricevute, ma perché il mittente non era sicuramente l’Agenzia delle Entrate, quindi era sconosciuto, inoltre il laconico messaggio ne aveva tutta l’aria. Assassino poi, ma quando mai! Forse di maiali, polli e conigli. Ma certamente non di uomini e donne. Era assolutamente certo di non poter essere definito assassino. Qualcuno aveva voluto prendersi gioco di lui, prenderlo in giro. Brutto bastardo. Ebbe la tentazione di strappare tutto, ma poi decise di mettere da parte messaggio e busta, a futura memoria. Dopo meno di una settimana, quando ormai la lettera ricevuta era stata quasi dimenticata, ecco che arrivò una nuova comunicazione dell’Agenzia delle Entrate. Nella busta c’era ancora un unico foglio bianco, con la scritta ben evidenziata: TI RIDONO DIETRO. Gli montò la rabbia. Se qualcuno pensava di continuare a prenderlo di mira, aveva sbagliato soggetto. Se l’avesse individuato gli avrebbe fatto passare la voglia di fare scherzi. Ma poi, che scritte del cazzo erano mai quelle? Un’accusa insensata, assassino, seguita da quel ridicolo avviso, ti ridono dietro. Ma chi rideva dietro di lui? E che c’era da ridere, perché era un assassino? Che poi non lo era, solo che qualcuno evidentemente lo riteneva tale. Il bastardo.

A Bernardino Casazza la seconda lettera anonima arrivò esattamente dopo cinque giorni. E non fu inaspettata. Proprio perché incomprensibile, aveva avuto la netta sensazione che ne avrebbe ricevute altre, ad ulteriore chiarimento. Che messaggio è in fondo quello che risulta incomprensibile al destinatario? Stesse modalità della precedente, intestazione dell’Agenzia delle Entrate, stesso unico foglio bianco, con la nuova scritta in stampatello: AVRAI QUELLO CHE TI MERITI. Il misterioso mittente, lo stronzo, non solo continuava a prenderlo di mira, ma continuava ad essere sibillino. Che aveva a che fare l’addebito precedente, cornuto, con la nuova minaccia, avrai quello che ti meriti? E anche ammesso che fosse cornuto, cosa che certamente non era, non bastava esserlo, ci doveva pure essere l’aspettativa di una punizione? L’anonimo mittente era non solo stronzo, ma anche fuori di testa. Aveva bisogno di parlarne con qualcuno, ragionarci su insieme a qualcun altro. Ma con chi? La ricchezza, accumulata con sapienti speculazioni e prestiti a strozzo, non porta certo amici. L’unico, forse, col quale aveva in un certo qual modo un dialogo, che sicuramente non poteva definirsi amicizia, ma che comunque andava oltre i confini del semplice saluto e non comportava rapporti diretti di affari, era il farmacista. L’altra possibilità poteva essere il parroco, col quale la frequentazione settimanale della messa domenicale aveva portato a qualche scambio di cortesie, ma non avrebbe mai potuto con lui arrivare a certe confidenze, men che meno in confessione. Ma non è in fondo il farmacista un mezzo confessore? Il farmacista Gennaro Cuccureddu, di origine ovviamente sarda, aveva inoltre il vantaggio di essere nuovo del posto, essendo arrivato per aprire la sua farmacia solo qualche anno prima, ragion per cui, a parte i racconti ricevuti, non aveva conoscenza diretta di fatti e antefatti del passato locale. Presa la decisione, Bernardino Casazza nel pomeriggio uscì di casa e si diresse spedito alla farmacia. All’arrivo, c’era solo una signora come cliente, ma che impiegò non poco tempo a decidersi tra una marca e l’altra di pillole per il mal di testa, tempo che lui impiegò leggendo le etichette di diversi medicinali esposti, naturalmente non perché fosse indirizzato all’acquisto dei prodotti, ma perché gli sembrava un modo discreto per trascorrere l’attesa. Alla fine rimasero soli lui e il farmacista. Aveva pensato che la cosa migliore fosse essere diretti. Senza tergiversare, gli disse che aveva bisogno di parlargli. Il farmacista, un giovane sui trentacinque anni ma chiaramente uomo di mondo, senza neanche rispondere andò verso la porta di ingresso, la chiuse a chiave, girò un cartello sostenuto da una elegante catenella in maniera che dall’esterno si leggesse la scritta “Torno subito”, quindi lo fece accomodare nel retrobottega, separato dalla parte pubblica da un enorme e antico scaffale in legno, dietro i cui sportelli in vetro erano sistemate pile e pile di medicinali. Si sedettero ad un tavolino quadrato, di lucido legno di noce, sul quale il farmacista pose una bottiglia di amaro di erbe, col quale riempì due bicchierini. Bernardino Casazza, premesso che lui parlava al mezzo confessore piuttosto che al farmacista, un modo obliquo per chiedere discrezione, raccontò per filo e per segno delle due lettere anonime ricevute, delle scritte e delle sue conclusioni. Poi tacque. Gennaro Cuccureddu capì che quello che gli si chiedeva era una interpretazione, un po’ come quando si racconta a qualcuno un sogno, non certo per riceverne un giudizio di qualità, ma per conoscere il suo significato, la sua valenza profetica, magari. Dopo aver bevuto un sorso della bevanda nel bicchiere, fatta da lui in base a qualche segreta ricetta farmaceutica, pronunciò il suo verdetto, senza alcuna esitazione, come se esso fosse ovvio e chiaro, senza nessuna possibilità di ambiguità e di ipotesi alternative, con poche e semplici parole, come solo i sardi di montagna e non di mare sanno fare. Sostenne essere chiaro come il sole che c’era stato un errore da parte dell’anonimo mittente. Errore non di persona, naturalmente, ma di messaggio. Uno dei due messaggi era stato un errore, il primo o il secondo, ma in base al fatto che l’altro si dichiarasse senza ombra di dubbio non cornuto, era praticamente certo essere il secondo il messaggio errato. Non che la cosa risolvesse l’enigma, ma a suo parere l’anonimo mittente, aspettandosi sicuramente una reazione che invece non arrivava, avrebbe ragionato sulla situazione e capito l’inghippo, quindi avrebbe riparato al danno con una nuova missiva, in grado di fare chiarezza. Bernardino Casazza, colpito dall’acume del farmacista, ebbe la conferma di avere agito per il meglio, ringraziò con garbo ma convintamente, ricordò la parafrasi del mezzo confessore, affermò di essere in debito, poi salutò e uscì. Gennaro Cuccureddu, come se nulla fosse successo, girò di nuovo il cartello sulla scritta “Aperto”, sgombrò il tavolo dai residui della bevanda offerta e si risistemò dietro il bancone in attesa di clienti.

Natale Pisciotta, col braccio sinistro monco, ingrassato e quasi calvo, non poteva sicuramente definirsi un bell’uomo. Ma a guardargli gli occhi, nerissimi, risultava evidente la bellezza passata. Era stato davvero un bell’uomo, da giovane, da attirare fin da adolescente gli sguardi di ragazze e donne. Non aveva mai veramente lavorato, dividendosi abbastanza equamente tra amici, donne e bar, il che riservava in sostanza due terzi del suo tempo all’ozio godereccio e un terzo alle donne, terzo anch’esso più che godereccio. Si potrebbe dire, in fondo che il lavoro fosse stato limitato alle due settimane circa che aveva trascorso nel cantiere prima dell’incidente. Se un uomo conduce una vita affascinante come quella, dagli uomini, padri o mariti che siano, è giudicato un debosciato scansafatiche senza arte né parte, ma da ragazze e donne è spesso ritenuto affascinante, se poi è anche molto bello e prestante addirittura seducente. E Concetta Partinico, alla giovane età di quindici anni, bella e delicata, l’aveva ritenuto molto seducente, tanto da invaghirsene pazzamente e concederglisi facilmente. Prima di nascosto, poi alla luce del sole, non viveva che per lui, nonostante lui non vivesse solo per lei. Il Partinico padre era quasi impazzito, ma aveva dovuto cedere alla figlia e, dopo tre anni di calvario, per sé stesso e per la figlia, aveva una sera messo alle strette Natale Pisciotta, proponendogli con un coltello alla gola l’alternativa tra essere sgozzato e diventare suo genero, garantendogli casa, soldi e vita dissoluta. La scelta era stata facile, quindi Concetta Partinico era salita sull’altare, appena maggiorenne. In circa vent’anni di matrimonio aveva vissuto sostanzialmente tre epoche, un anno circa di devota passione amorosa, quattro forse di rassegnata indifferenza e quindici circa di odio e rimpianto. Quando Natale Pisciotta gli raccontò, bontà sua, delle due lettere anonime, mostrò la più sincera noncuranza, neanche minimamente colpita dal cruccio del marito e dall’interesse a capire il senso recondito delle due scritte. A distanza ancora di una settimana dalla seconda, ne arrivò un’altra di lettera anonima, nella solita busta dell’Agenzia delle Entrate. La ritirò direttamente dalle mani del postino, essendo rientrato a casa prima del solito, come da un po’ gli capitava, ansioso ormai di ricevere nuove e chiarificatrici missive. Quando l’aprì gli venne un colpo. La nuova scritta era drammatica: NON ASSASSINO MA CORNUTO. Da un certo punto di vista c’era la consolazione di avere la situazione ormai chiara, l’anonimo mittente gli dava del cornuto, avendolo già informato inoltre come a ragione di ciò fosse lo zimbello degli interessati. Dall’altro la rivelazione era terribile. Naturalmente non aveva mai provato nulla di particolarmente affettuoso nei confronti della moglie, se non il forte desiderio di averla dei primi tempi, ma era sua moglie, quindi il pensiero di essere stato tradito o addirittura di continuare ad esserlo lo faceva imbestialire. Il pensiero più terribile era poi legato al fatto che, il bastardo per primo e tutti gli altri interessati a seguire, gli ridessero dietro. Come prima cosa, appena la moglie rientrò per il pranzo, le rifilò un ceffone che la fece cadere rovinosamente a terra, con la faccia gonfia. Concetta Partinico non emise alcun gemito, come altre volte che era stata picchiata, né chiese spiegazioni. Si rialzò e si mise ai fornelli.

A ricevere la terza lettera anonima fu anche Bernardino Casazza, ormai convinto che un chiarimento, dovuto, dovesse presto arrivare. La scritta, nella ormai consueta busta dell’Agenzia delle Entrate, recitava: NON CORNUTO MA ASSASSINO. Assassino era una parola certo non bella, per certi versi ed in certe circostante meno potente di cornuto, ma per la legge e in assoluto molto più grave. Comunque, seppure avesse ritenuto di rimediare all’errore, l’anonimo mittente anche questa volta doveva essere caduto in errore. Lui non aveva mai ucciso nessuno, anche di questo era sicuro. Rimaneva però il fatto, preoccupante, che qualcuno, come lo informava lo stronzo, ritenesse che lui fosse un assassino, sicuro inoltre del fatto che lui avrebbe per questo avuto la meritata punizione. Urgeva ancora un consiglio. Senza por tempo in mezzo, Bernardino Casazza uscì di casa e si diresse verso la farmacia. Arrivò che Gennaro Cuccureddu stava chiudendo, ma quando lo vide interruppe la procedura e lo fece entrare. Si ripeté il rituale della volta precedente, retrobottega, tavolino e amaro di erbe, eccetto l’operazione sul cartello, già collocato con la scritta “Chiuso” verso l’esterno. Fatta la consueta ambigua premessa che lui ormai si era abituato a considerare il farmacista un mezzo confessore, riferì della nuova lettera anonima, dall’intento chiaramente rettificante, proprio come il farmacista stesso aveva previsto, cosa della quale si complimentava. Tuttavia, affermò, non gli tornavano i conti, essendo lui altrettanto certo di non essere un assassino quanto di non essere cornuto. Gennaro Cuccureddu evidentemente riceveva illuminazione dalla sua magica bevanda, perché dopo un sorso dell’amaro di erbe parlò sicuro e ispirato. Fece notare come “assassino” fosse un termine complesso, pieno di varianti e correlazioni, tra le quali poteva senz’altro annoverarsi quella di causa indiretta della morte, volontaria o accidentale, di qualcuno. Aveva lui indirettamente provocato, forse inconsapevolmente, la morte, naturale o per suicidio, di qualcuno? Bernardino Casazza non fu in grado di fornire una risposta precisa alla domanda. Disse che ci doveva riflettere sopra. Terminò di bere la sua dose dell’erba magica, ringraziò il mezzo confessore, salutò e se ne ripartì verso casa, permettendo all’altro di richiudere a chiave, dopo aver sistemato il retrobottega, per entrare nel portone accanto, dove al secondo piano c’era il suo appartamento da scapolo. Bernardino Casazza non aveva mai ucciso nessuno, ma era consapevole che coi sui prestiti di emergenza, così li definiva, naturalmente non a tasso bancario, altrimenti gli interessati avrebbero dovuto rivolgersi alle banche e non a lui, molti erano finiti sul lastrico, perdendo le loro proprietà, che erano finite a lui, com’era giusto che fosse. E non poteva quindi escludere, sebbene non fosse in grado di dirlo con esattezza, che qualcuno fosse morto di crepacuore o per suicidio. Erano assassinii quelli? Certamente no, ma qualcuno, dalla mente malata, poteva forse ritenerli tali.

Natale Pisciotta stava diventando pazzo a furia di pensare con chi mai sua moglie potesse tradirlo. Non gli passava ormai neanche lontanamente per la testa l’ipotesi che non fosse vero, che la lettera anonima potesse essere solo uno scherzo. Anzi, più guardava meglio sua moglie, di nascosto, più constatava quanto fosse ancora avvenente, nel vigore dei suoi anni. Figli non ne erano arrivati, quindi poteva aver influito anche questo, ma aveva davvero una linea invidiabile. Per la prima volta, probabilmente, vedeva invece quanto lui fosse ormai diverso da vent’anni prima. Non solo per il braccio mancante, ma per l’insieme del fisico e della persona. Passava in rassegna molti dei suoi amici e conoscenti, nonché qualche bel giovane solo intravisto, col risultato di concludere che potevano essere tutti e nessuno. E per la verità da qualche mese, dopo una vita di devota rassegnazione, Concetta Partinico, coniugata Pisciotta, aveva un amante segreto. Amante potrebbe in effetti essere non il termine più corretto, denotando nella sua radice l’esplicito richiamo all’amore, al reciproco donarsi e sostenersi. Lei invece nell’amore non credeva più ormai da tempo, aveva quindi ceduto non all’amore e neppure al desiderio fisico, bensì all’attenzione ricevuta. L’uomo col quale occasionalmente aveva cominciato a intrattenersi dialogava con lei, la faceva parlare, l’ascoltava. Questo a lei risultava nuovo e bello. La prima volta che Bernardino Casazza era entrato nella merceria, perché il negozio nel quale si serviva abitualmente per la sua biancheria intima aveva chiuso per una necessaria ristrutturazione, era rimasto colpito dalla bellezza della proprietaria. Lui non era certamente un dongiovanni, sia i modi bruschi che quelli imbranati non gli facevano certo difetto, ma era intelligente e sapeva capire le persone. Vide negli occhi e nel volto di Concetta Partinico l’infelicità e capì subito che per interessare quella donna occorreva attenzione e ascolto. Le diede quello che lei cercava. Si incontravano, con discrezione e cautela, prevalentemente di pomeriggio, in uno dei tanti appartamenti sfitti che lui possedeva. Erano incontri nei quali lui godeva nel possedere una donna bella, al prezzo quasi irrisorio di ascoltarla parlare, prima e dopo.

Natale Pisciotta si decise infine a fare quello che andava fatto. Fu fortunato. Dopo un’oretta circa che quel pomeriggio aspettava seduto su una panchina, fingendo di leggere un giornale, vide la moglie uscire dalla merceria, dove aveva evidentemente lasciato la ragazza che l’aiutava. La seguì con insospettabile abilità, vedendola entrare in un palazzo dal grande portone spalancato. Accelerò il passo, riuscì a seguirla per le scale, individuando l’appartamento nel quale era entrata. Sulla porta non c’era alcun nome. Suonò garbatamente, poi bussò anche, quindi suonò di nuovo. Quando infine la porta si aprì e vide l’uomo in pigiama e a torso nudo che era venuto ad aprirgli, mai visto prima di allora, ma che già a pelle sentì di odiare a morte, senza proferire parola, col braccio sano e con immensa soddisfazione gli conficcò nella pancia il coltello che si era portato dietro, nella tasca interna della giacca. Ritirò la lama, tirò un calcio all’uomo, che cadde sul pavimento, senza un grido. Entrò con decisione nell’appartamento, guardando rapidamente nelle varie stanze che incontrava, finché non finì in camera da letto. Distesa sul letto, senza essersi accorta di nulla, c’era sua moglie, con indosso solo una deliziosa sottoveste nera. Lei lo vide avanzare col coltello in mano, sbarrò gli occhi e gridò con quanto fiato aveva in gola. Le era arrivato quasi addosso quando Bernardino Casazza, riuscito chissà come a rialzarsi e a rientrare in camera da letto, con le poche forze residue gli si buttò addosso alle spalle. Caddero insieme, avvinghiati. Natale Pisciotta, pur con un braccio solo, ebbe comunque buon gioco a sferrare altre coltellate, finché l’altro rimase immobile. Si rialzò, terribilmente imbrattato di sangue e colmo di rabbia, deciso a terminare l’opera. Concetta Partinico aveva afferrato dal comodino vicino al letto, dalla parte non sua, la pistola che Bernardino Casazza ormai si portava dietro, a difesa dalla minaccia ricevuta con l’avvertimento scritto nella seconda lettera anonima. Scaricò sul marito tutti i colpi contenuti nel caricatore.

Vestita tutta di nero, Concetta Partinico era ancora più bella. Le circostanze vissute, la sua efficace reazione da donna decisa, avevano indotto tutti quelli che la conoscevano e che conoscevano suo marito a trasformare in ammirazione quello che in altre circostanze sarebbe sicuramente stato un giudizio da puttana. Tutti vollero presentarle le doverose condoglianze. Gennaro Cuccureddu, da cliente assiduo della merceria qual era e da innamorato perso qual era diventato, portò le sue condoglianze indossando un elegante vestito, anch’esso nero. Parlarono. Lui l’ascoltò, paziente, interessato, partecipe, devoto, promettendo di tornare ancora, qualora lei avesse trovato la cosa opportuna. Tornò a casa, nell’appartamento al secondo piano nel palazzo accanto alla farmacia. Entrò felice, tranquillo e sereno. Cuccureddu era il cognome della madre che, dopo il suicidio del padre per impiccagione, avendo perso tutto, casa, terra e attività, per essere finito nelle grinfie di Bernardino Casazza, l’aveva portato via poco più che ragazzo, dai suoi in Sardegna. Si recò nel salone e sistemò i fiori sempre freschi che erano nel portafiori sul mobiletto sotto il ritratto del padre. Passò poi nello studio. Sulla scrivania c’erano, ben in ordine, molte buste dell’Agenzia delle Entrate. Le buttò nel cestino della carta straccia. Uscì poi di casa e aprì la porta della farmacia, entrò, girò il cartello in maniera che dall’esterno si leggesse la scritta “Aperto”, quindi si recò nel retrobottega e si versò una generosa dose del suo miracoloso amaro di erbe.

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