Il labirinto

La metafora del labirinto è antica e universale. In realtà, ogni luogo e ogni non-luogo può essere visto come un labirinto, con e senza il Minotauro. 

(Nella foto, Escher, Relatività, 1953)

Mi presentai di buon’ora all’ingresso della scuola, con un portone moderno e ampio. L’edificio scolastico era grande e architettonicamente ardito, ma tutto sommato sembrava ben inserito nella struttura urbana circostante, fatta di edifici più o meno grandi, più o meno complessi, più o meno interconnessi da strade, piazze, ponti e gallerie. Una volta nell’atrio, mi sorpresi dell’enorme spazio riservato ad un ambiente con funzione principale di disimpegno e cercai di capire dove fosse collocata la portineria, presso la quale mi sembrava opportuno presentarmi. Guardando però tutto intorno al luogo approssimativamente circolare nel quale mi trovavo, sovrastato da una grande cupola, più comune ad una vasta chiesa o ad alcuni moderni centri commerciali in stile belle époque che ad una scuola, non mi riuscì di vedere nessun riferimento, cartello o freccia che mi segnalasse la portineria. Per la verità non notai cartelli e segnalazioni di alcun genere, come se ognuno dei presenti sapesse esattamente dove andare e fosse perfettamente capace di orientarsi tra i molti corridoi, porte e anfratti che si aprivano da ogni parte della circonferenza dell’atrio. Devo ammettere che, nonostante ci fosse un andirivieni continuo di persone che attraversavano lo spazio intorno a me secondo linee rette, curve, spezzate e miste, il traffico procedeva a velocità sostenuta, senza alcun intralcio, interferenza, intoppo o stallo. Gli stessi capannelli di gente intenta a parlottare e discutere, in numero rilevante e casualmente disposti, lungi dal rappresentare ostacoli al moto, fungevano da poli attrattivi e repulsivi perfettamente efficaci, quasi a costituire gangli neuronali della vasta e intricata rete di interconnessione costituita dai cammini seguiti da coloro che si muovevano da un capannello all’altro, sicuri, decisi e rapidi. Provai a raggiungere alcuni dei corridoi ad una estremità dell’atrio, con la speranza di trovarvi una qualche indicazione che mi permettesse di individuare la strada per la portineria, ma non vi era niente che mi consentisse di orientarmi efficacemente. Non escogitai altra soluzione se non avvicinarmi al capannello più prossimo per chiedere informazioni. Ebbi qualche problema per riuscire a formulare a qualcuno la mia richiesta, un po’ per la mia innata timidezza, un po’ per il parlare continuo e veloce che era in corso, un po’ perché nessuno mi degnava assolutamente di attenzione, come fossi trasparente ai loro occhi e al loro interesse. Forzando l’impulso ad allontanarmi e rinunciare all’impresa, mi rivolsi ad un signore magro e alto che sembrava momentaneamente e sorprendentemente più intento ad ascoltare che a parlare, chiedendo il favore di fornirmi indicazioni su dove dirigermi per accedere alla portineria. Lui non parve percepire la mia supplica, mi permisi quindi di dargli un colpetto con le dita della mano destra sulla spalla sinistra della giacca. L’effetto immediato fu il girarsi della testa e lo sguardo rivolto alla spalla sinistra stessa, ma poi evidentemente si accorse che ero stato io l’autore della temeraria sollecitazione fisica, mi indirizzò quindi uno sguardo interrogativo, che interpretai come autorizzazione a rivolgergli la mia richiesta. Anche gli altri componenti del capannello, costituito da quasi dieci persone di un ampio spettro di età, si accorsero della mia intrusione, smisero immediatamente di parlare e concentrarono i loro sguardi su di me. Sorpreso e imbarazzato, trovai a stento il coraggio di parlare, mi scusai e chiesi lumi sulla mia destinazione. Ricevetti una complessa risposta, che solo le capacità topografiche della mia intelligenza mi permisero di capire e decifrare. Dovevo prendere il quarto corridoio grande a partire dalla destra dell’ingresso dal quale ero arrivato, evitando quelli intermedi piccoli, percorrerlo fino ad incrociare il terzo corridoio piccolo, girare a sinistra e prendere le scale che avrei trovato in fondo, quindi scendere di due piani. La portineria era la seconda porta che si apriva a destra del corridoio piccolo nel quale mi sarei trovato. Era impossibile sbagliare, puntualizzò il signore.

Piuttosto perplesso, chiedendomi come mai una portineria, per sua stessa definizione istituzionalmente preposta alla gestione dei nuovi arrivati e allo smistamento verso le loro destinazioni finali, fosse stata collocata in un anfratto alquanto remoto della scuola, dopo aver ringraziato mi avviai seguendo le indicazioni ricevute, riuscendo a raggiungere la mia agognata meta. Non che ci fosse alcuna targa sulla porta, ad indicare che quella era effettivamente la portineria, ma avevo seguito alla lettera le indicazioni quindi bussai con decisione. Dall’interno non arrivava alcun suono. Bussai di nuovo, ancora senza esito, per cui aprii timidamente la porta, augurando il buongiorno, scusandomi e chiedendo se quella fosse proprio la portineria della scuola, in quest’ordine esatto. Era una stanza alquanto piccola, priva di finestre e illuminata da una serie di lampade fisse sulle pareti, in stridente contrasto con l’ampiezza dell’ingresso. Una signora anziana stava cercando qualcosa in uno dei ripiani di una scaffalatura che prendeva uno dei due lati maggiori, un uomo stava seduto presso la parete di fronte a me leggendo il giornale e una signora più giovane era seduta alla scrivania accostata all’altra parete. Fu quest’ultima a rivolgermi la parola, rispondendo al mio saluto e confermando come quella fosse esattamente la portineria. Sollevato, mi presentai quale nuovo docente, assegnato alla scuola per l’anno in corso. Con un largo sorriso, la signora mi informò che dovevo subito recarmi presso la segreteria, dalla quale sarei poi stato indirizzato alla mia prima classe della giornata. La segreteria, mi disse, era facilmente raggiungibile, anche evitando di ritornare presso l’ingresso. Bastava ritornare verso le scale dalle quali ero arrivato, scendere di un ulteriore piano ed entrare nel corridoio più grande dei due che avrei trovato, non quello piccolo, mi precisò, percorrerlo fino al secondo corridoio piccolo e girare a sinistra, quindi arrivare alle scale in fondo e scendere ancora di un piano. La segreteria me la sarei trovata proprio alla prima porta a destra nel nuovo corridoio piccolo. Interpretai, memorizzai e ringraziai, dirigendomi a sinistra. Con qualche difficoltà, ma devo ammettere la precisione delle indicazioni ricevute, raggiunsi la porta indicata, sempre priva di targa. Non appena ebbi bussato ricevetti l’invito ad entrare. Rimasi sorpreso nel ritrovarmi all’inizio di una grande e lunga stanza rettangolare, molto luminosa grazie a innumerevoli sorgenti di luce artificiale, dipinta con differenti colori pastello sui quattro lati, con file di armadi e schedari sulle pareti. C’erano cinque file di tre scrivanie ognuna, ben disposte e distanziate, dove lavoravano ai computer uomini e donne, più una scrivania presso la porta di ingresso, dove stava la signora che mi aveva accolto. Salutai e mi presentai, ricevendo immediatamente l’indicazione di rivolgermi all’impiegato seduto al centro della terza fila di scrivanie. Era un uomo corpulento, serio e dai movimenti lenti. Mi fece firmare pile di documenti, diversi per formato, colore e numero di pagine, ma alla fine parve soddisfatto. Mi diede un foglio con il prospetto delle mie classi e dell’orario della settimana. Quella mattina alla seconda ora, quindi tra venti minuti circa, avrei avuto la 5E, ma alla terza ora avrei avuto un’ora di buco, nel corso della quale era opportuno che mi recassi dal Dirigente Scolastico, dal Preside cioè, mi precisò, per conoscerlo e ricevere eventuali direttive, come da prassi. Avrei poi avuto la 1E alla quarta ora e la 3E alla quinta. Stava congedandomi con una stretta di mano, ma io naturalmente non avevo la minima idea su come raggiungere la 5E, quindi chiesi gentilmente lumi in merito. Mi rispose che, come era naturale, lui non conosceva affatto dove fossero collocate le singole classi, dovevo quindi tornare in portineria per ricevere le corrette indicazioni. Convenni sulla naturalezza della cosa, sorrisi e uscii dalla segreteria.

Con uno sforzo terribile della mia memoria e del mio senso di orientamento, girai a sinistra, salii di un piano, ripercorsi il corridoio piccolo fino ad incrociare il corridoio grande, girai a destra e attraversai due corridoi piccoli, salii ancora un piano e arrivai alla seconda porta a destra. Bussai, non senza provare un certo timore, dal momento che non avevo completa certezza di aver ritrovato effettivamente la portineria. Bussai ancora una volta, anche se consapevole dell’inutilità dell’insistenza, quindi entrai con cautela, salutando di nuovo.  All’interno della stanza pareva il tempo non fosse passato, tranne che ora la signora giovane era impegnata nella ricerca sulla scaffalatura, la signora anziana era seduta a leggere il giornale e l’uomo era presso la scrivania. Fu quest’ultimo a rispondere al mio saluto. Chiesi informazioni su come arrivare rapidamente all’aula della 5E, presso la quale ero stato indirizzato dalla segreteria. Dopo un attimo di esitazione, evidentemente dovuto ad una rapida disamina delle diverse alternative possibili per il tragitto, diagnosticò come la maniera decisamente più veloce fosse attraversare direttamente piani e corridoi interni, ma la sicurezza di raggiungere l’aula senza intoppi l’avrei avuta ritornando nell’ingresso della scuola. Qui avrei dovuto prendere il primo corridoio grande a partire dalla sinistra dell’ingresso, non il primo in assoluto, precisò, quello era un corridoio piccolo. Sottolineò che c’erano ascensori all’inizio di ogni corridoio grande, ma per precisa disposizione del DS erano riservati solo a chi, alunni, professori, personale scolastico e visitatori, avesse un handicap motorio. La sottolineatura mi rammentò che nell’inoltrarmi nel quarto corridoio grande alla destra dell’ingresso, diretto verso la portineria, avevo distrattamente notato una tipica porta da ascensore, priva di ogni indicazione, ma impegnato com’ero nel mio tragitto ne avevo del tutto rimosso il ricordo. Dunque, avrei dovuto percorrere il lungo corridoio grande fino in fondo, salire le scale per cinque piani e uscire quindi sul piano, quello delle quinte. Le aule erano in ordine alfabetico, quello italiano non quello inglese, precisò, per cui la classe da me cercata sarebbe stata la quinta. Guardai l’orologio, notando che mancavano meno di dieci minuti al cambio dell’ora. Chiesi timidamente se, visto il poco tempo a disposizione, non fosse magari il caso di indicarmi il tragitto attraverso i piani e i corridoi interni. L’uomo si accigliò e replicò che sarebbero occorsi tutti i restanti minuti prima del suono della campanella solo per darmi le numerose indicazioni da seguire. Provai a chiedere se posse possibile essere accompagnati da uno di loro tre, ma ricevetti come generale risposta sguardi impotenti sia dall’uomo che dalle due signore, seguiti da una più puntuale risposta da parte della signora anziana, la quale disse che c’erano purtroppo precise disposizioni che obbligavano loro a restare presso la portineria, essendo espressamente vietato che si distraessero dai loro compiti per fare da guida ai docenti. Mi arresi, uscii dalla portineria sconfortato.

Mi forzai a ritrovare il mio equilibrio psichico, messo a dura prova dagli eventi in corso, poi mi concentrai per rammentarmi la strada di ritorno verso l’ingresso. Di buon passo, il tempo scorreva inesorabile, mi diressi a sinistra verso le scale, salii di due piani, percorsi il corridoio piccolo fino a incrociare il corridoio grande, quindi girai a destra sbucando finalmente di nuovo nell’atrio della scuola. Qui c’era l’andirivieni continuo che avevo constatato all’arrivo, a velocità sempre sostenuta, secondo le molteplici tipologie di traiettorie che già mi avevano affascinato. I capannelli sembravano rimasti gli stessi, ma naturalmente era solo l’impressione data dal numero elevato e dalla casualità della loro localizzazione, perché dinamicamente si scioglievano da qualche parte e si riformavano da un’altra, con un ritmo lento come di un leggero russare, più che il battito di un cuore. Mi venne la tentazione di fermarmi ad ammirare le pulsazioni dell’organismo vivente che lì stazionava, nella sua globalità, ma non potevo permettermi una simile piacevole distrazione. Individuai il primo corridoio grande a partire dalla sinistra dell’ingresso, quasi diametralmente opposto alla mia posizione. Decisi che la soluzione migliore fosse quella di attraversare direttamente l’enorme atrio, piuttosto che circumnavigare la smisurata circonferenza, nonostante l’evidente necessità di dribblare tra i capannelli che inevitabilmente avrei incrociato sulla mia strada. Più di una volta evitai a stento di sfracellarmi contro i gruppi di persone intente a parlottare. Una volta inciampai addirittura nella gamba di un signore il quale, intento com’era a parlare ed ascoltare i colleghi di gruppo, per stare più comodo aveva assunto una posa plastica che, pur essendo chiaramente più comoda e rilassante per lui, aveva l’inconveniente di prevedere il corpo leggermente curvato verso il centro del gruppo, bilanciato staticamente dal distendere della gamba all’indietro, ben oltre la circonferenza del cerchio degli oratori. A stento riuscii a non perdere l’equilibrio e, dopo alcuni passi falsi e irregolari, riprendere la mia andatura. Arrivai finalmente all’inizio dell’agognato corridoio grande. Avevo però fatto appena una decina di metri, con un sensibile affanno a dir la verità, quando un suono lancinante si diffuse in ogni dove, evidentemente proveniente da moltissime sorgenti diverse. Era inequivocabilmente la campanella del cambio dell’ora. Mi fermai a riflettere. Mi resi conto di quanto disperato fosse ormai il tentativo di arrivare presso la 5E in tempo per l’inizio della seconda ora, ma confidai che un piccolo ritardo fosse perdonabile. Ripresi quindi di buona lena il percorso lungo il corridoio, che pareva non finire mai, intersecato com’era di piccoli corridoi sia sulla destra che sulla sinistra. Sbucai infine in un ambiente luminosissimo, interamente circondato di vetri sui due lati e sulla parete finale, aperto verticalmente verso l’alto fino ad un lontanissimo tetto a cassettoni. Davanti a me si apriva un’ampia scalinata in stile moderno, che saliva in maniera elicoidale, con accessi ai vari piani. Rimasi abbagliato dalla intensa luce e sorpreso dalla struttura e conformazione delle scale, poi mi accinsi a dare la scalata ai cinque piani che portavano alla mia destinazione. Ogni piano era straordinariamente alto, impegnando due passi dell’elica, per cui misi a dura prova il mio fisico, nonostante fossi abbastanza abituato a salire scale a piedi, dato che è sempre stata mia scelta evitare per quanto possibile di usare ascensori. Giunsi infine all’agognato quinto piano, stremato, boccheggiante e in preda all’ansia per il ritardo enorme che avevo accumulato. Subito all’inizio del corridoio sul quale affacciavano le aule, che dovevano essere ben numerose a giudicare dalla lunghezza del corridoio e dalle tante porte che erano visibili su tutto un lato, c’era una grande scrivania alla quale era seduto un signore dall’aspetto distinto. Lo salutai e gli chiesi di indirizzarmi presso la 5E, alla quale ero stato assegnato per la seconda ora, in qualità di nuovo docente. Si presentò a sua volta, come assistente di piano, poi allargò le mani in segno di costernazione e mi comunicò che la seconda ora era iniziata da un pezzo e, come da prassi, in assenza del docente di turno era stato chiamato a gestire la classe per quell’ora uno dei docenti liberi. Ormai non potevo entrare in classe. Era quindi opportuno che ritornassi nell’atrio della scuola oppure mi recassi presso le sale riservate ai professori, in attesa di spostarmi presso la classe dell’ora successiva. Rimasi interdetto. Tanta rigidità non era certo comune presso le scuole, tuttavia non mi restava che adeguarmi alle usanze del luogo. L’unica consolazione era che potevo con calma recarmi dal Dirigente Scolastico, come mi era stato suggerito. Mi resi conto che non sapevo affatto dove fosse il suo ufficio e temetti per un attimo di dover ritornare presso la portineria. Fortunatamente, dietro mia rispettosa supplica, l’assistente di piano mi fornì puntuale indicazione. Anche lui ritenne di consigliarmi di evitare di inoltrarmi attraverso il percorso che, seppur più rapido, consentiva di raggiungere per la strada più breve l’ufficio del Dirigente scolastico, proponendomi di far ritorno nell’atrio, quindi avviarmi lungo il corridoio grande che si apriva esattamente diametralmente opposto all’ingresso della scuola, inequivocabilmente definito dal fatto di avere sia sul lato destro che su quello sinistro due simmetrici corridoi piccoli. Percorrendo tale corridoio fino in fondo, sarei infine sbucato in una specie di cappella, avente la forma di un enorme battistero con grandi vetrate a metà altezza e una splendida cupola in cima. Mi sarei trovato di fronte una scala imponente, costituita da venti gradoni, divergente poi in due scale laterali circolari, perfettamente simmetriche, a ricongiungersi sul piano superiore. Sul pianerottolo un largo ingresso consentiva di immettere su un salone, l’anticamera dell’ufficio del Dirigente Scolastico.

Ringraziai ossequioso e ritornai sui mie passi, sicuramente più rilassato dal punto di vista dei tempi, ma rammaricato per non essere riuscito ad arrivare in orario presso la mia classe. Devo ammettere che il percorso inverso fu come una passeggiata, sia per la calma con cui l’intrapresi sia per la comodità della discesa, il cui solo inconveniente fu il capogiro che mi procurava il transito lungo la scala elicoidale, che sicuramento avevo percepito già nella salita, ma che avevo evidentemente rimosso nella foga della fretta. Ebbi anche la possibilità di ammirare con calma le magnifiche vedute della città che le grandi vetrate permettevano di cogliere. La luminosità dell’ambiente era inoltre un efficace sottofondo allo splendore del panorama. Arrivato al pianterreno, entrai di nuovo nel corridoio grande e mi ritrovai facilmente nell’atrio. Evitando di attraversarlo direttamente, consapevole ormai dei perigli che offriva, mi accinsi a girare alla mia sinistra, percorrendo il più lungo ma più sicuro arco di circonferenza che conduceva al corridoio grande diametralmente opposto alla porta di ingresso. Potei constatare come ai due lati dell’accesso al corridoio, immediatamente all’interno del corridoio stesso e disposti uno di fronte all’altro, vi fossero due uscieri. Quello sulla destra mi bloccò rispettosamente e mi chiese di presentarmi.  Declinai le mie generalità, il mio nuovo incarico e l’indicazione ricevuta di recarmi dal Dirigente Scolastico appena possibile. L’usciere consultò un libricino estratto da una delle molteplici tasche che il suo elegante e pratico abito sembrava possedere, individuò evidentemente il mio nome, quindi mi invitò ad inoltrarmi nel corridoio. Su questo corridoio non si affacciavano altri corridoi e non c’erano porte, come se fosse un tunnel, unicamente dedicato ad introdurre verso gli ambienti occupati dal Dirigente Scolastico. Senza fretta, visto che ero praticamente in anticipo sull’incontro fissato per l’inizio della terza ora, percorsi l’intero tunnel, di lunghezza non indifferente, giungendo nella preannunciata cappella. Era sorprendentemente bella. Il pavimento, contrariamente alla ceramica chiara utilizzata per tutti i corridoi e gli ambienti che avevo fino ad allora visto, era in ceramica color rosso mattone. La scala era magnifica, con ai lati una ringhiera in ferro battuto dai disegni geometrici, su una base in marmo rosa e con un corrimano in pesante legno di noce rossa. All’inizio della scala, ai due lati, c’erano due colonnine in stile corinzio, sormontate da due grandi vasi bronzei ripieni di rose rosse. Lungo la parte centrale dei gradoni, che potei constatare essere effettivamente venti, era steso un tappeto rosso. Non senza provare un certo disagio e grande riverenza, salii lentamente lungo la scala, ma sul vasto pianerottolo mi fermai, incerto se continuare lungo la scala di sinistra o di destra. Ovviamente ero consapevole dell’indifferenza della cosa, in quanto l’assistente di piano era stato chiaro nel precisare che esse si ricongiungevano al piano superiore, ma la perfetta simmetria dei due percorsi era fonte di una emozionale incertezza, atavica sensazione in me presente ogni volta che devo optare per una scelta che coinvolga due situazioni in perfetta simmetria, retaggio forse dei miei studi matematici o addirittura di qualche scelta simile alla quale ero stato costretto nella mia lontana infanzia, rivelatasi foriera di forti condizionamenti sul mio inconscio. Piuttosto che restare sul pianerottolo per l’eternità, optai con decisione per la scala di destra, senza un motivo specifico, ma solo per rompere la simmetria che turbava la mia mente. Arrivai così al largo ingresso che immetteva nell’anticamera dell’ufficio del Dirigente Scolastico. Era un salone enorme, dal pavimento nuovamente in ceramica chiara, in stile chiaramente barocco, finemente arricchito, con arazzi e quadri alle pareti, rappresentanti scene di caccia alla volpe. Su ognuno dei due lunghi lati laterali, immediatamente dopo l’ingresso, c’era una imponente scrivania di pesante legno di ciliegio, alla quale era intenta a lavorare una signora, più giovane quella di destra e meno giovane quella di sinistra, seguiva una serie di lunghi tavoli molto sobri, anch’essi di legno di ciliegio, addossati direttamente alla parete, sui quali erano poste in successione alcune decine di cartelline rosse portadocumenti. Sulla parete in fondo si apriva una porticina, chiaramente l’ingresso dell’ufficio. Fortunatamente, la differenza di età tra le due signore, evidentemente le segretarie, rompeva direttamente la simmetria del salone, per cui mi diressi senza indugio verso la signora di destra, di età più vicina alla mia. Per la quarta volta quella mattina, mi presentai e dissi che ero stato informato del desiderio del Dirigente Scolastico di parlare con i nuovi docenti. La signora mi informò che ero infatti atteso, ma che dovevo aspettare un po’ prima di essere ricevuto, invitandomi ad accomodarmi presso una poltroncina seminascosta tra la scrivania e il primo dei tavoli. Non avendo di meglio da fare, ingannai l’attesa esaminando una ad una le scene di caccia rappresentate sulle pareti, finché mi era possibile vederle dalla mia posizione. A parte la piacevolezza delle scene, certamente non condivisa dalle volpi, non che ci fosse una grande diversità tra di esse, mi accinsi quindi a contare sia il numero dei cacciatori che quello dei cani, tenendo un progressivo del numero di entrambi man mano che procedevo nell’esame. Avevo già contato circa centodieci cacciatori e centottanta cani, quando la signora attirò la mia attenzione e mi disse che potevo entrare, facendo cenno di seguirla. Ci dirigemmo insieme, ma tenendomi arretrato di qualche passo rispetto a lei, verso la porticina sulla parete in fondo. Bussò, senza aspettare risposta aprì la porta, si fece da parte per lasciarmi entrare, quindi richiuse la porta alle mie spalle, andandosene. C’era una diffusa penombra, probabilmente a motivo dei tendaggi che ricoprivano due finestroni laterali. Era una stanza approssimativamente quadrata di circa quattro metri di lato, con le pareti spoglie e completamente priva di mobilio, fatta eccezione per una modesta scrivania centrale, del tutto sprovvista di oggetti e carte, con una coppia di sedie semplici e dallo schienale alto posta davanti. Dietro la scrivania sedeva un omino completamente pelato e rotondetto, con abito elegante e cravatta, la cui altezza a mio parere non arrivava al metro e sessanta centimetri. Mi fece un largo sorriso e mi invitò a sedermi. Devo ammettere che la semplicità e le ridotte dimensioni dell’ufficio stonavano fortemente con l’imponenza della scala e dell’anticamera, inoltre la penombra e la scrivania spoglia comunicavano un certo disagio. L’altro dovette percepire questa mia sensazione, perché esordì dicendo che la vera ricchezza dell’uomo e tutti i suoi bisogni stanno dentro sé stesso, nella sua testa e nel suo cuore, motivo per il quale il suo ufficio era un luogo di pensiero e di meditazione, privo di ogni superfluo. Naturalmente convenni con questa sua riflessione. Aggiunse poi che mi sarei sicuramente trovato bene nella scuola e che mi augurava buon lavoro. Percependo la frase come un congedo, mi affrettai a chiedere se potessi permettermi una osservazione. Ad un suo garbato cenno di assenso, manifestai la mia difficoltà ad orientarmi nella scuola, date le sue considerevoli dimensioni e l’assenza di segnalazioni. Sorrise nuovamente e disse essere sua assoluta convinzione che i cartelli di segnalazione incidessero negativamente sulle capacità di orientamento delle persone, intorpidendole, per cui riteneva uno stimolo intellettivo invogliare ad esercitarle. Non dovevo affatto preoccuparmi, perché in breve tempo avrei sicuramente saputo muovermi con sicurezza, come ormai era naturale per tutti gli studenti e i professori. Ritenni esaurito l’incontro, quindi salutai rispettosamente, accompagnando le parole con un leggero inchino della testa, mi girai e mi diressi verso la porta, la quale venne con mia sorpresa aperta tempestivamente dall’esterno. Quasi deluso, lo confesso, dall’assenza di alcuna direttiva, seguii la segretaria fino all’uscita dall’anticamera, mi congedai e mi diressi verso la scala alla mia destra, solo per provare anche quella.

Mentre scendevo, riflettei che non sapevo affatto come raggiugere la mia prossima classe, la 1E, né la successiva, la 3E, ma il solo pensiero di dover ritornare in portineria per le indicazioni mi spaventava. Giunto alla base della cappella, mi fermai a pensare. Evidentemente il primo corridoio grande nell’atrio a partire dalla sinistra dell’ingresso portava alle aule degli studenti, quindi se per andare all’aula della 5E bisognava salire al quinto piano, il piano delle quinte, allora per andare alla 1E bisognava probabilmente salire solo al primo piano, il piano delle prime, dove l’aula sarebbe stata ancora la quinta. Confortato da questa mia deduzione, non senza aver dato ancora un’occhiata di ammirazione alla cappella, alle scale e al pavimento, mi addentrai nuovamente nel lungo tunnel e mi ritrovai nella vastità dell’atrio, dove salutai doverosamente gli usceri. Di nuovo, evitai di attraversare direttamente l’atrio, ribollente come al solito di vita frenetica, percorrendo l’arco di circonferenza alla mia destra verso il primo corridoio grande a partire dalla sinistra dell’ingresso. Sicuro della correttezza del mio tragitto, percorsi a passo deciso il lungo corridoio grande fino in fondo, degnando solo un’occhiata di sfuggita ai tanti piccoli corridoi che lo intersecavano, fino a sbucare ancora nel luminoso ambiente dal lontano tetto a cassettoni. Salii agevolmente fino al primo piano e mi ritrovai sul pianerottolo, dal quale effettivamente partiva il lungo corridoio che mi aspettavo di trovare. Con mia sorpresa, non c’era però nessuna scrivania e nessun assistente di piano. Andai comunque deciso verso la quinta porta, l’aprii ma, invece di trovare un’aula scolastica arredata con banchi e cattedra, sperabilmente piena di studenti, vi trovai una serie di archivi che riempivano tutta la grande stanza, allineati parallelamente in maniera che fosse agevole passare tra loro per consultare i documenti. Richiusi sconcertato, quindi aprii in successione la sesta e la settima porta, trovando il medesimo spettacolo. Irritato, continuai quasi di corsa lungo il corridoio, superai un corridoio piccolo che lo attraversava, un altro ancora, ma al terzo corridoio piccolo girai a destra, come a caccia di qualcosa, desideroso di trovare alunni e professori, gesso e lavagne, libri e vita. Ogni tanto aprivo una porta a caso, per scorgere ancora archivi, depositi di carta, stampanti e computer nuovi e vecchi, cataste di banchi usati e non, cattedre e armadi. Ancora corridoi. Girai a sinistra, poi a destra, scesi scale e scale, attraversai corridoi grandi e piccoli, a destra e sinistra, salii a piani sempre più in alto e scesi a profondità impensabili, ma il panorama incontrato e gli oggetti scoperti erano sempre più o meno gli stessi. Ad un certo punto mi fermai esausto, affannato, tremante. Mi accasciai a terra, spalle al muro, ansimante. La testa mi sbatteva e le tempie pulsavano. Mi chiesi se stessi davvero in una scuola, dove diamine ero finito? Cercai di calmarmi. Chiusi gli occhi e feci dei lunghi respiri, inspirai ed espirai, inspirai ed espirai, a lungo. Restai così per non so quanto tempo, cercando di pensare ad altro. Pensai a quando ero bambino e durante i giorni di febbre restavo a casa, coccolato e viziato, al caldo, assistito e venerato. Pensai a quando avevo visto il mare per la prima volta, da vicino e non in foto o in televisione. Pensai alla prima volta che avevo avuto l’opportunità e il coraggio di baciare una ragazza. Alle volte che avevo giocato a carte e avevo vinto, insieme alle tante volte che avevo perso. Alle tante volte che avevo avuto paura e quando mi ero sentito forte e invincibile. Pensai ai momenti belli e a quelli brutti. Alle persone alle quali volevo bene e a quelle che ne volevano a me, a quelle che ancora c’erano e a quelle che non c’erano più. Quando mi rialzai e tornai a percepire il presente e il luogo dove mi trovavo, ritemprato, mi avviai alla mia destra lungo il corridoio piccolo nel quale ero e al primo incrocio svoltai a sinistra, lo percorsi fino in fondo. Vidi altre scale e salii di un piano, sbucando in un altro corridoio piccolo. Tante porte ancora. Come in un déjà-vu, mi diressi verso la seconda porta che si trovava a desta e l’aprii. La portineria! Baciai la porta per la felicità. Nella stanza non c’era nessuno, le lampade alle pareti erano accese, la scaffalatura tutta chiusa, la sedia presso la parete di fronte vuota, la scrivania ordinata e la sua sedia accostata completamente ad essa. Evidentemente si era fatto tardi, magari pomeriggio inoltrato, quindi avevano finito l’orario di lavoro ed erano andati via. Non ero però preoccupato, ormai avevo ritrovato un ambiente noto, quasi familiare, recuperato un minimo di orientamento. Richiusi la porta e ritornai alle scale, salii di due piani, percorsi il corridoio piccolo fino a incrociare il corridoio grande, girai a destra e arrivai nell’atrio della scuola. Sempre illuminato, ma completamente vuoto, ancora più imponente e grande data l’assenza dei capannelli, del mormorio di fondo e dei flussi migratori tra un capannello e l’altro. Mi diressi verso il portone di ingresso ma era chiuso. Ero chiuso dentro la scuola!

Dopo un temporaneo ritorno di panico e di affanno, realizzai che, dopo tutto, non era la fine del mondo. In fondo, il giorno dopo l’intera scuola sarebbe tornata a nuova vita, a casa non mi aspettava nessuno, vivevo solo, quindi bastava fare buon viso e cattivo gioco, cercando di passare la notte in qualche modo. Restare nell’atrio era impensabile, troppo era il vuoto, quindi decisi di tornamene verso il mio angolo di sicurezza, quarto corridoio grande a partire dalla destra dell’ingresso, terzo corridoio piccolo sulla sinistra, due piani in giù, seconda porta a destra, portineria. Un certo languore allo stomaco ce l’avevo, avendo preso solo un caffè e un pezzo di tortino a casa la mattina presto. Riflettei come ormai non ci fosse scuola senza distributori automatici di bibite, caffè nelle sue varie declinazioni, dolcetti, panini, croccantini e cioccolata. Sicuramente dovevano essercene in giro, a disposizione di studenti e personale. Cominciai ad aprire le porte a sinistra e a destra del corridoio, non trovando altro che archivi di documenti, depositi di carta da fotocopie e stampe. Arrivai alle ultime due porte del corridoio. La prima che aprii ospitava cinque grandi stampanti, di cui due a colori, due scanner di dimensioni differenti e tre gigantesche fotocopiatrici. Alla seconda feci bingo. Due giganteschi distributori di bibite di tutti i tipi, dimensioni e marche riempivano una parete, mentre sulla parete di fronte stavano due distributori di bevande calde e due distributori di panini, merendine, dolcetti e croccantini. Non avevo monete con me e temetti di fare la fine di chi muore ad un passo dalla salvezza. Timore che si rivelò fortunatamente infondato, visto che selezionando qualcosa a caso potei subito constatare che la distribuzione era gratuita. Feci una buona scorta di cibo e bevande, ritornando felice nella portineria. Mi sedetti alla scrivania e mi rifocillai. Esausto, appoggiai le braccia alla scrivania, chinai il versante sinistro della testa su di esse e mi addormentai. Ricordo che sognai di fare una lunga nuotata, io che non so nuotare, in un mare calmo e liscio come l’olio, procedendo lento e tranquillo, cambiando ogni tanto direzione, senza sforzo alcuno e completamente in pace con me stesso. Mi sembrò di sussultare, oscillare, ricevere folate di vento forte o urti di onde immense. Infastidito riaprii gli occhi. La signora anziana addetta alla portineria mi stava scuotendo per farmi svegliare. Rimasi interdetto, vergognandomi per la situazione imbarazzante, tra i residui di cibo e di bevande che ancora giacevano sulla scrivania. Lei però mi guardava bonaria, quasi materna, comprensiva, con un ampio sorriso. E dietro di lei c’erano l’uomo e la signora giovane, anche loro indulgenti e sorridenti. Mi sentii sollevato, rassicurato. Provai a spiegare, a scusarmi, cercando nel contempo di raccattare gli avanzi, ma venni pacatamente interrotto e fermato. Mi dissero, parlando quasi a rotazione, che non dovevo preoccuparmi affatto, era quasi normale, tutti i nuovi arrivati, chi più chi meno, inciampavano in inconvenienti del genere, la scuola era così grande, dovevo stare tranquillo, sereno. Presso la portineria e da loro avrei sempre trovato un rifugio sicuro, protezione e serenità. Aggiunsero inoltre che, qualora ne avessi avuto bisogno, avrei potuto trovare facilmente dove fare una doccia e dove riposare più tranquillamente. Presso le palestre della scuola, per meglio dire tra le due palestre, perché gli ambienti erano condivisi, avrei trovato docce a volontà, camerini per il cambio, accappatoi e asciugamani, cambi di biancheria, una attrezzatissima e grande infermeria con cinque stanze adibite a ricoveri di emergenza, con letti e quant’altro per una comoda degenza. Era peraltro facile arrivarci, sia dall’atrio che dalla stessa portineria. In particolare, dalla portineria bastava ritornare verso le scale, scendere di due piani e avviarsi lungo il corridoio piccolo fino ad incrociare un corridoio grandissimo, come due normali corridoi grandi, percorrerlo fino in fondo, per sbucare in un largo ambiente trasversale con tre porte, due molto grandi laterali, che davano sulle due palestre e una piccola centrale, che conduceva ai camerini, alle docce e all’infermeria. Dopo queste informazioni, mi invitarono ad avviarmi presso la mia prima classe del giorno, avrebbero provveduto loro a rimettere in ordine. Consultai il mio orario e vidi che si trattava della 2M. Li vidi preoccupati. La signora giovane ammise addolorata che la classe della 2M era tra le più complicate da raggiungere. Mi disse comunque di provarci. Ritornato nell’atrio, avrei dovuto prendere il terzo corridoio grande a partire dalla sinistra dell’ingresso, escludendo dal conteggio i corridoi piccoli intermedi,  percorrerlo fino in fondo, scendere di un piano, girare a destra sul corridoio piccolo che avrei trovato, quindi all’incrocio col primo corridoio grande prenderlo verso sinistra fino ad arrivare alle scale, salire fino al quarto piano e, all’uscita, prendere il corridoio centrale dei tre che avrei trovato, quello era il corridoio delle seconde, dove la mia classe era ovviamente nell’undicesima aula. Li salutai e mi diressi tranquillo e senza fretta verso la mia destinazione. Avevo capito ormai che affrettarsi non sarebbe servito a nulla.

Sono qui da lungo tempo, credo che siano passate circa dodici settimane dal mio arrivo alla scuola, almeno questo mi sembra da un mio conteggio approssimativo. In realtà, non so esattamente quanti giorni siano trascorsi. Oggi, ancora svegliato dai miei amici della portineria dopo aver trascorso una notte serena alla scrivania, accolto da una tazza di caffè bollente e da un plumcake fatto in casa dalla signora anziana, devo recarmi presso la 4F. Come al solito ricevo le complesse e puntuali indicazioni su come raggiungere la classe, ma ammetto di non sforzarmi ormai più di tanto per memorizzarle e seguirle. In fondo, credo quasi che sia più o meno indifferente. Ho raggiunto la convinzione che la probabilità di arrivare in tempo alle mie classi per l’inizio delle mie ore di lezione sia estremamente remota, per quanto io possa affrettarmi e sforzarmi. L’unico mio cruccio è che ancora non ho avuto modo di fare una sola ora di lezione, di conoscere uno solo dei miei studenti. Ad essere sinceri, non ho ancora incontrato un solo studente della scuola. I miei amici mi hanno detto che gli studenti entrano ed escono da accessi a loro riservati, innumerevoli e strategicamente disposti in maniera da consentire loro rapidi percorsi verso le loro aule. Ogni tanto raggiungo la segreteria per sapere se ci siano novità che mi riguardino, ma ricevo invariabilmente una risposta negativa, insieme ad ampie assicurazioni che tutto procede per il meglio, le mia pratiche amministrative sono perfettamente in regola, lo stipendio mi viene accreditato puntualmente. Sono riuscito anche ad essere ricevuto ancora una volta dal Dirigente Scolastico, al quale ho tentato di spiegare la situazione, esprimere la mia preoccupazione di non fare bene il mio lavoro, evidenziare le mie difficoltà, la mia buona volontà, ricevendo però paterni inviti a stare tranquillo, perché tutto è assolutamente nella norma e non devo avere fretta alcuna, ogni cosa col tempo si normalizzerà e alla fine sarà solo un aneddoto curioso da raccontare agli amici e ai familiari. Ogni giorno ho occasione di ammirare le ricchezze e le bellezze della scuola, ne scopro sempre di nuove, trovo corridoi inesplorati, piccoli e grandi, scale di foggia e decorazioni diverse, stanze piccole e intime,  stanze enormi e misteriose, sale riunioni, sale conferenza, enormi librerie, sale di lettura, nicchie e cunicoli, ballatoi e cupole, absidi e transetti. Diverse volte sono stato nelle palestre, ho ammirato quanto gigantesche siano, attrezzate e luminose, dopo la prima volta che ci sono capitato fortuitamente, attraverso un percorso lungo e articolato, senza che avessi seguito le indicazioni dei miei amici della portineria. Ho fatto docce e dormito nelle stanze annesse all’infermeria, pur continuando a preferire la scrivania della portineria. Nell’atrio ormai viaggio spedito, riesco ad attraversarlo tranquillamente in ogni direzione senza intoppo alcuno, seguendo le infinite e ardite traiettorie che corrono da un capannello all’altro, da un corridoio all’altro. A volte mi fermo anche ad ascoltare quello che viene detto, furtivamente, rallentando o addirittura sostando alle spalle di qualcuno di coloro che parlano o che ascoltano. Ho preso la decisione di non uscire dalla scuola fino a quando non ne abbia piena conoscenza e padronanza. E fino a quando non sia riuscito almeno a fare qualche ora di lezione. Sono sereno. Forse felice è chiedere un po’ troppo, ma chi è felice a questo mondo, mi dico.

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