Lavori raffinati

“Gli esseri umani, così come noi li incontriamo, sono un miscuglio di bene e di male.”
R.L. Stevenson

(Nella foto, Taxus baccata, fonte Internet)

Il lavoro di Carmine Bufalino era quello dell’ortolano. Quello del contadino, insomma, ma ristretto ai prodotti tipici dell’orto, quanto poteva essere trattato nel poco meno di un ettaro di terreno che si estendeva dietro casa sua. Nessuna distesa di grano, né filari di alberi da frutta oppure viti e ulivi a perdita d’occhio, ma cipolle e aglio, pomodori, zucchine, ceci e fagioli, carote e melanzane, peperoni, patate e fagiolini, fave e cetrioli, verze e rucola, ravanelli e radicchio, sedano e broccoli. Cose di questo genere, insomma, con tutto il corredo di verdure di vario tipo che la cosa si porta dietro, tra insalata, lattuga, cicoria, scarola e simili. Il risultato era una specie di tavolozza di colori e odori, che era un piacere per la vista e l’olfatto, per non parlare del gusto, una volta arrivati sulla tavola. Che poi valla a definire la differenza tra ortaggi e verdure, se ci si riesce. È come parlare del sesso degli angeli o discutere di lana caprina, argomento utile per passarci un tempo infinito a parlare del niente. Terreno buono il suo, fertile e ricco di sostanze nutritive, da lavorarci bene e produrci roba buona e genuina. Lungo tutto un lato scorreva un canale di acqua di sorgente, che scendeva giù da una vicina collina, senza prosciugarsi mai durante l’estate, a dividere la sua terra da quella di un suo vicino. Naturalmente, qualche olivo e qualche albero da frutta lungo il perimetro del terreno non mancava, ma solo perché erano sempre stati là, facevano ombra, davano qualcosa con solo un minimo di attenzione. Ortaggi da vendere, soprattutto, dato che quel poco che lui poteva consumare, solo com’era, non avrebbe comportato granché di lavoro. Non doveva neanche muoversi da casa per vendere, inoltre. Era bastato mettere un avviso all’incrocio tra la strada statale e la deviazione in terreno battuto e pietrisco che portava a casa sua, anni prima, una semplice asse di legno con la scritta “ortaggi”. Il passa parola aveva fatto il resto. Il lavoro era sufficiente per campare dignitosamente, con quanto necessario. Due volte la settimana, tuttavia, Carmine Bufalino faceva anche un secondo lavoro, più per passione che per stretta necessità. Il martedì e il giovedì si alzava alle tre di notte, poi con la sua Panda di due generazioni precedenti, non l’ultimo e penultimo grido insomma, si recava alla panetteria del paese e dava una mano al panificio, alternandosi con un altro lavorante di supporto. Si dava da fare all’impastatrice, alla preparazione dei pani e dei biscotti, alla cottura al forno. Gli piaceva il profumo della farina e del pane appena sfornato, il muoversi tra la polvere bianca e il calore del forno, che fosse inverno o estate non gli faceva grande differenza, complice forse il condizionatore che i gestori della panetteria avevano installato fin dall’inizio della loro attività, per loro principale interesse. Alle undici di mattina era di nuovo a casa, con una pagnotta di pane fresco da un chilo, per un totale di due chili di pane a settimana, quanto gli bastava. C’era poi un terzo lavoro. Anche questo, tuttavia, col lavoro in senso stretto condivideva più che altro l’impegno, lo sforzo, la fatica dell’impresa, spesso non indifferente, come quando comportava l’inerpicarsi per irti pendii o inoltrarsi in angusti crepacci. Al pari del lavoro implicava pure un qualche ritorno in termini economici, denaro o baratto che fosse, di beni o servizi. Per il resto era più assimilabile ad un’arte, all’esercizio di un sapiente mestiere. Ci doveva sicuramente essere di mezzo una componente genetica, perché la passione e l’abilità in questo terzo lavoro Carmine Bufalino l’aveva ereditata da suo zio Oronzo, fratello di suo padre, che invece al lavoro aveva sempre anteposto le donne e le carte da gioco. Carmine Bufalino era un esperto conoscitore e raccoglitore di erbe medicinali e magiche, per quanto lui con la parte più magica ed esoterica non volesse entrarci in prima persona, né per la verità credesse più di tanto, limitandosi al versante approvvigionamento e trattamento, lasciando ad altri il loro eventuale uso esteso. Come per esempio l’abrotano, anche detta cidronella per il suo sapore al cedro canforato, quasi come un vermouth. Buona come antisettico, astringente e per trattare fegato, milza e stomaco. Ma c’era chi diceva che sparsa sotto al letto, insieme a ginepro e damiana, fosse un toccasana per risvegliare l’ardore sessuale in una coppia qualora questo venisse a mancare. Correva voce che fosse idonea anche ad allontanare il male e spezzare le stregonerie. Oppure la vencedora, popolarmente chiamata agnocasto, utile nei disturbi correlati al ciclo mestruale e per le sue proprietà rilassanti. Veniva coltivata dai monaci nei loro orti perché sostanza capace di annientare i desideri sessuali e quindi contribuire a sostenere il loro voto di castità. A causa del sapore piccante dei suoi frutti, era infatti chiamata pepe dei monaci. Ridotta in polvere e racchiusa in talismani, tradizione voleva che aumentasse l’autocontrollo e la capacità di reazione, contribuendo al successo delle proprie imprese. Al contrario, dispersa davanti casa dei propri avversari ne favoriva la debolezza e la vulnerabilità.

Santino Buonopane di bellezza ne aveva da vendere e anche a buone maniere ci sapeva fare, motivo per cui le donne non disdegnavano di notarlo né, se notate, opponevano strenua resistenza alle sue attenzioni. Consapevole di questo suo potere, fin dall’adolescenza aveva compreso che avrebbe potuto farne tesoro non solo per soddisfare i suoi appetiti sentimentali, per così dire, ma anche per campare più che bene e avere di che spassarsela quotidianamente con in suoi amici. Alla bella età di trent’anni aveva deciso di pensare con maggiore impegno al suo futuro, trovando la soluzione nell’adescare a scopo matrimonio qualche fanciulla benestante, sulla cui età e prestanza non c’era da andare troppo per il sottile. La scelta era caduta su Crisalide Maria Ortona, sorella del facoltoso notaio Gennaro Ortona, eredi entrambi della fortuna commerciale del loro defunto padre Ruggero Ortona. La ricchezza non aveva portato particolare bellezza, né la forte miopia aiutava, ma lei era pienamente cosciente che la sua dote avrebbe di molto facilitato le sue nozze, forse anche con un uomo giovane e piacente. A Santino Buonopane erano bastati pochi sguardi durante le passeggiate lungo il corso e qualche strategica presenza in chiesa per preparare favorevolmente il terreno. La benevole complicità di una domestica del palazzo Ortona, ricompensata con specifiche attenzioni del suo repertorio, aveva fatto il resto. Aveva potuto usufruire di alcune occasioni per incontrare privatamente Crisalide Maria Ortona e manifestarle il suo interesse passionale nonché, da persona di grande serietà qual era, chiederle il permesso di corteggiarla a scopo matrimonio. Permesso successivamente richiesto in maniera ufficiale al fratello notaio e che quello, pressato dalla ormai follemente innamorata sorella, era stato costretto ad accordare. Gennaro Ortona aveva fatto di necessità virtù, ma per nulla al mondo avrebbe mai concesso la sorella e la relativa dote ad un belloccio debosciato arrivista quale aveva subito capito essere Santino Buonopane.

La società di costruzioni edili di Saverio Bellavista e Mauro Casagrande prosperava dignitosamente. Come dire che, pur con le necessarie uscite straordinarie per avere la benedizione e l’aiuto negli affari da parte di don Girolamo Saraceno, c’era di che sostenere sia la famiglia Bellavista, moglie e figlio compresi, che la famiglia Casagrande, moglie e figlia compresi. Il legame societario era poi saldamente consolidato, oltre che da apposita documentazione di legge, dalla circostanza dell’essere Filomena Bellavista, sorella di Saverio, la devota signora Casagrande. Né ad intaccare i bilanci societari potevano incidere gli ammanchi effettuati da Saverio Bellavista, assiduo e sfortunato operatore nel campo delle scommesse clandestine, stante la sua grande abilità nell’arte della contraffazione contabile. Fu del tutto casuale, pertanto, l’insinuarsi in Mauro Casagrande del dubbio se parte dei ricavi societari fossero dirottati nelle tasche del cognato e socio, prima che da queste in quelli dei gestori delle scommesse. Causa ne fu l’incontro fortuito di un suo caro amico con un vecchio compagno di classe, che tra gli altri aggiornamenti sulla sua vita aveva vantato una sporadica frequentazione del mondo delle scommesse, citando nomi di altri habitué che aveva avuto occasione di incrociare. L’amico era rimasto sorpreso nel sentire il nome di Saverio Bellavista e ne aveva parlato in maniera riservata col proprio caro amico. Mauro Casagrande aveva fatto esaminare con discrezione i conti della società da uno del mestiere, che aveva rilevato le alterazioni effettuate. Messo di fronte all’evidenza, il cognato aveva confessato il vizio e il reato, chiedendo con le lacrime agli occhi riservatezza e tempo per sistemare tutto, promettendo di non ricadere più nelle sue debolezze. Ma le debolezze sono dure a morire, resistono e si ripresentano, richiedono soluzioni ingegnose per finanziare le loro conseguenze, da sostituire a quelle venute meno.

A distanza di meno di una settimana l’uno dall’altro, sia Gennaro Ortona che Saverio Bellavista si rivolsero inevitabilmente alla stessa persona per ricevere aiuto nella soluzione dei loro problemi. Don Girolamo Saraceno aveva le mani in pasta in ogni affare che si rispetti, oltre a curare quelli piccoli in maniera che crescessero fino a diventare interessanti. Non era nato né ricco né potente, ma potenza e ricchezza erano maturati parallelamente con l’età, la sopraffazione, la furbizia, i reati, i crimini, le amicizie economiche e politiche, con ogni altra cosa adeguata allo scopo. Le armi del suo potere e della sua ricchezza amministravano fatti, situazioni e uomini, con strategie e tecniche flessibili e pervasive. L’aiuto che a lui poteva essere chiesto aveva uno spettro molto ampio di tipologia e sfumature, con una sola caratteristica comune, quella di vendere l’anima al diavolo. Non erano previsti tariffari, costi e contratti. Don Girolamo Saraceno offriva protezione e aiuto a chi sapeva fare la richiesta in maniera adeguata, con la opportuna devozione, con la consapevolezza e disponibilità a restituire il favore ricevuto a tempo debito, quanto sarebbe stato necessario e richiesto, nella modalità ritenuta più opportuna e senza tentennamento alcuno, pena la propria incolumità. Don Girolamo, aveva detto Gennaro Ortona in tono dimesso e postulante, non posso permettere che la mia unica e cara sorella vada in sposa a quel nullafacente dissoluto di Santino Buonopane. Lei si è intestardita, non sente ragione, è arrivata addirittura a minacciare di togliersi la vita se io non acconsento al matrimonio. L’unica soluzione che vedo è quella che quel delinquente se ne vada da qualche altra parte, sparisca discretamente e definitivamente dalla faccia della terra. Don Girolamo, aveva detto Saverio Bellavista a capo chino e col tremore nella voce, voi già sapete benissimo quanta dedizione io e mio cognato Mauro Casagrande mettiamo per gestire con profitto la nostra attività in comune. Siete certamente anche al corrente di certe mie debolezze, per far fronte alle quali ho finora fatto ricorso alle risorse finanziarie della società, devo ammettere in maniera non ufficiale. Da un po’ di tempo questo non è più possibile, mio cognato mi sta col fiato sul collo. Ho accumulato debiti con gente pericolosa e i miei creditori non mi danno tregua. Certamente, se io fossi l’unico proprietario della ditta non avrei più alcun problema. A malincuore, ve lo assicuro, sono costretto ad augurarmi che mio cognato esca discretamente e definitivamente dalla società. Don Girolamo Saraceno era un buon ascoltatore, capiva tutto e sapeva intendere oltre le parole, come se leggesse il cuore e la mente, alla stessa maniera di un libro aperto. Aveva studiato in seminario fino all’adolescenza, grazie al buon cuore del parroco del suo paese che ne aveva intuito la finezza di cervello, certo che la Chiesa avrebbe fatto un buon affare investendo sulla sua formazione. Purtroppo le cose erano andate storte. Il giovane seminarista aveva tagliato la gola con un coltello da cucina ad un suo insegnante, che aveva incautamente pensato di potersi permettere di avere attenzioni particolari verso di lui, scommettendo sulla sua remissività e riservatezza. La cosa era stata insabbiata per non creare scandalo, l’insegnante era risultato defunto per cause naturali e lui era stato invitato a lasciare il seminario. Ma gli insegnamenti ricevuti avevano fatto buona presa sul terreno già buono della sua testa, facendo di lui una sorta di prete laico nei modi e nelle capacità, seppur con una inclinazione verso il potere e il benessere terreno piuttosto che quello spirituale. Le soluzioni per la maggior parte delle complicazioni che incontrava sulla sua strada erano gestite in maniera adeguata attraverso modalità legali, quasi legali e illegali, essendo però queste ultime rese legali o effettuate da mano ignota. Il ricorso alla violenza fisica da parte di Don Girolamo Saraceno, diretta o indiretta, era andato scemando con la maturità prima e con l’anzianità poi, ma quando si rendeva inevitabile le strade impiegate erano sostanzialmente due. La prima, di carattere preponderante, era quella di affidare la cosa a sue persone di fiducia, a libro paga o comunque affiliati alla sua cerchia affaristica. Questo accadeva quando si trattava di intimidire, obbligare, punire e quando le circostanze richiedessero una vera e propria eliminazione definitiva, ma non era necessario andare troppo per il sottile, bastava il risultato, meglio ancora se portava una firma palese sebbene senza prove o testimoni. Quando però di eliminazione definitiva si trattava, ma giocata di fino, senza che risultasse evidente, apparisse del tutto naturale o anche autoinflitta, per così dire, la seconda strada portava dritto a casa di Carmine Bufalino, in senso letterale e metaforico.

Gesualdo Bufalino era diventato amico di Don Girolamo Saraceno poco dopo che quello era da poco uscito dal seminario. Insieme ne avevano combinate tante di cose, per lo più illecite, ma era presto emerso che il secondo era buono con la testa mentre il primo era buono con le mani. Soprattutto, era stata subito chiara l’ambizione del secondo per il potere e la vocazione del primo per le donne e le carte da gioco. Ad un certo punto le loro strade si erano divise, col tacito patto di amicizia perenne e di mutuo soccorso all’occorrenza. Un incidente di percorso, il concepimento di Carmine da parte di una delle sue conquiste, aveva portato Gesualdo Bufalino a mettere su famiglia, ma non la testa a posto. Più volte era stato per lui necessario ricorrere all’aiuto finanziario e non solo finanziario di Don Girolamo Saraceno. Ma anche lui era stato chiamato per qualche lavoro, a offrire le sue abili mani per risolvere delicate situazioni che stavano a cuore al suo amico. Crescendo, Carmine Bufalino aveva imparato a conoscere sempre meglio suo padre, ad evitarne i vizi e a condividerne le virtù e le abilità, fino a diventarne segreto gregario al bisogno. Alla scomparsa prematura del padre, causa una coltellata in pieno cuore durante una rissa di gioco, Carmine Bufalino era subentrato nell’amicizia e nel rapporto di fiducia con Don Girolamo Saraceno, pur continuando la sua vita di sempre, con i suoi altri lavori, con la sua arte e le sue passioni. Su un foglio consegnato a mano da un cliente che era arrivato per acquistare degli ortaggi, Carmine Bufalino trovò semplicemente due nomi, Santino Buonopane e Mauro Casagrande. Il primo fu trovato la settimana dopo nel suo letto, morto palesemente per arresto cardiaco. In cucina erano rimasti ancora i residui della sua cena, a base di una salutare zuppa di passato di verdura. La taxina è una sostanza tossica contenuta nelle foglie e nei semi del tasso, la comune pianta ornamentale spesso usata per le siepi da giardino, significativamente chiamata anche albero della morte. In dosi opportune, somministrate tramite una fine tritatura delle foglie della pianta dispersa in una saporita minestra, determina un effetto narcotico paralizzante, con difficoltà respiratorie e problemi cardiaci, fino all’arresto dell’operatività del cuore. Il secondo fu rinvenuto dalla moglie nella cantina di casa sua, due settimane dopo, morto folgorato da una scarica elettrica, dissero tentando incautamente di sistemare dei fili elettrici scoperti del vecchio impianto di illuminazione.

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