““(…) aveva realizzato che di una manifestazione di follia si trattava, era necessario agire (…).”
(Nella foto, Hieronymus Bosch, Cura della follia, 1494)
Lo sciamano l’aveva infine trovata, l’anima di Gerardo Cosimato. Ben nascosta sul fondo di una cassapanca ripiena di vecchie coperte e lenzuola, stando a quanto riferì. Per essere precisi, sciamano è come lui aveva chiesto di voler essere chiamato, al momento delle presentazioni, perché Evelina Petracca, nonna paterna di Gerardo, aveva invece detto di volerlo portare dal ‘maone’, nome che il nipote suppose essere la contrazione dialettale del termine ‘magone’, cioè grande mago. Lui dal maone non voleva certo andarci e aveva protestato a più riprese con la nonna, ma del tutto inutilmente. Sembrava che per lei fosse quasi questione di vita o di morte, decisa a salvarlo, che lo volesse o meno. Alla fine aveva ceduto. Evelina Petracca, nata e vissuta nel profondo sud, da vedova si era trasferita nel lontano nord-est dal suo unico figlio, che lì aveva trovato il lavoro e l’amore. Aveva traslato il fisico, ma la mente, il cuore, le abitudini e le sue certezze di vita erano sempre le stesse. Riteneva inoltre fosse suo preciso dovere trasmettere l’intero suo mondo ancestrale al nipote, per renderlo pronto alla vita a dispetto dell’inesperienza e della superficialità della madre, nonché dell’arrendevolezza passiva del padre. Appreso quindi per bocca dello stesso Gerardo, in stretta e amorevole confidenza tra nipote e nonna, di quello che turbava la sua anima, aveva immediatamente capito quanto indispensabile fosse ricorrere ad un maone, comunque almeno a quanto più di simile esistesse da quelle parti. Conoscenze nuove, del luogo, ne aveva fatte, soprattutto tra gente del sud che avevano fatto il suo stesso percorso ascendente, giovani e più avanti negli anni, compreso qualche moglie che aveva seguito il suo coniuge. Aveva fatto circolare la voce della sua esigenza, abbastanza discretamente, ricevendo infine la dritta che un maone del luogo esercitava la sua funzione salvifica in una casa di campagna di un paese vicino. Era un tipo strano, le avevano detto, non un maone tipico delle loro parti, un vecchio saggio e competente, ma più simile ad un santone indiano, di quelli a metà tra un figlio dei fiori e un prete in tunica bianca. Comunque, quello c’era e da quello si erano recati.
Evelina Petracca, presentando Gerardo allo sciamano, che per lei restava comunque maone, aveva parlato di evidenti segni di follia manifestati recentemente dal nipote, senza entrare in specifici dettagli e senza che il nipote stesso ribattesse alcunché, tranne evidenziare una sorta di docile sorrisetto. Che si trattasse di un folle non era certo immediatamente evidente, essendo l’aria rassegnata e disincantata di Gerardo Cosimato più caratteristica delle persone sognatrici o innamorate, che di quelle invase dalla follia. Tuttavia lo sciamano non si era fatto alcun problema riguardo alla necessità o meno di verificare ed eventualmente confermare la diagnosi avanzata. Lui era lì per quello, il male veniva comunicato e lui interveniva per curarlo, non per metterlo in discussione o addirittura negarlo. Come si era degnato di spiegare, la sua funzione, in un certo senso il suo metodo, era quella di entrare nel mondo spirituale e recuperare l’anima smarrita del folle, l’assenza della quale era stata causa della follia stessa, riportarla indietro e reintegrarla nel paziente, ponendo così fine alla sua follia e ad ogni altra malattia collaterale. Aveva chiarito che la follia è conseguenza diretta dello smarrimento dell’anima, volata via dal corpo dello sventurato essere umano. Il perché della decisione dell’anima di abbandonare il corpo che la possedeva, sebbene fosse cosa non del tutto secondaria, non era assolutamente oggetto di indagine, perché entrava nel dominio del trascendente l’umana comprensione, gli sforzi dovevano quindi essere focalizzati sul recupero piuttosto che sulle cause dell’abbandono. Era donna pratica, Evelina Petracca, quindi a lei non interessavano né spiegazioni di metodo né ricerca delle cause. A dirla tutta, anche sull’anima aveva delle riserve. Pur essendo naturalmente cattolica praticante, era aliena dalle sottigliezze dottrinali. Le sue pratiche religiose scaturivano dall’antica imitazione di consuetudini comuni ai suoi avi e alla sua gente, perpetuate e ripetute all’infinito sotto la supervisione degli anziani e dei parroci. Se ci fosse in esse un fondamento di verità o fosse tutta un’invenzione, in fondo non le importava granché, per quanto sotto sotto era portata a propendere per la seconda ipotesi. Se il maone diceva che c’era da recuperare l’anima del nipote, bene, andasse a recuperarla.
Lo sciamano si era reso disponibile, ma aveva esposto le sue condizioni. La prima era stata di carattere economico, per quanto indelicata la cosa potesse apparire, aveva chiosato, ma la questione era complessa e lui aveva delle esigenze materiali da soddisfare, personali e familiari. Evelina Petracca non poteva definirsi ricca, ma il marito l’aveva lasciata in questo mondo insieme ad una pensione di reversibilità, un certo numero di buoni postali di lunga durata e buon rendimento, una casa e diversi ettari di terra buona data in affitto. Per il suo unico nipote avrebbe fatto qualsiasi sacrificio. La seconda condizione era apparsa subito più complicata. Il folle sarebbe dovuto restare in casa dello sciamano, in una stanza appositamente adibita, per tutta la durata dell’operazione, che avrebbe richiesto in media dai quattro giorni ad una settimana. Gerardo Cosimato, pur pronto a far contenta la nonna, non aveva certo intenzione di restare presso la casa di quell’uomo una settimana. Aveva protestato a gran voce, cercando di andarsene trascinandosi la nonna dietro. Lei l’aveva calmato, rassicurandolo, chiedendo al maone del perché di tale necessità. Quello aveva spiegato che l’operazione richiedeva tempo. Intanto il suo recarsi nel mondo spirituale non era istantaneo, prevedeva fasi preparatorie, alta concentrazione, vari stadi di meditazione e riti specifici non contraibili. Una volta là, c’era poi la ricerca dell’anima, cosa non certo facile. Durante tutto questo tempo, la vulnerabilità del folle privato della sua anima si sarebbe esponenzialmente accentuata, a causa della ritorsione dei demoni dell’aldilà per il tentativo di recupero. La sua vicinanza al folle era una garanzia di protezione. Trovata l’anima, non si poteva certo riportarla indietro contro la sua volontà, andava convinta. Successivamente, il suo ricollocamento nel corpo del folle richiedeva i suoi tempi e una prima convalescenza in loco, seguita da una più lunga convalescenza una volta ritornato alla propria casa. L’alternativa, aveva concluso, era che fosse lui a recarsi presso il domicilio del folle per il tempo necessario. Evelina Petracca non poteva certo convincere il nipote anche di questo, né giustificare la sua assenza col figlio e la nuora, del tutto all’oscuro della vicenda, né ovviamente portarsi in casa il maone. L’aveva quindi posto di fronte alla scelta di perdere l’incarico col relativo compenso, oppure acconsentire al trattamento in contumacia, con lei stessa che si sarebbe fatta carico della protezione del nipote fino alla fase di ricollocamento dell’anima, da attuarsi in un veloce incontro, senza alcuna convalescenza lontano da casa. Un adeguato sovrapprezzo per l’inconveniente sarebbe stato opportunamente corrisposto. Lo sciamano aveva azzardato qualche timida opposizione, manifestato qualche tentennamento, poi aveva ceduto. Aveva quindi esposto la sua terza e ultima condizione. Era suo dovere avvisare che il successo non era assicurato, perché la ricerca dell’anima poteva essere infruttuosa oppure, e questa era l’inconveniente più spinoso, l’anima stessa avrebbe potuto rifiutarsi di tornare nel mondo materiale e rientrare nel corpo. Lui ce l’avrebbe messa tutta ed era pienamente confidente di poterla rintracciare, ma se poi essa fosse stata decisa a rimanere fuori dal corpo, sentendosi libera e felice nell’aldilà, senza dover sopportare le sollecitazioni e gli inconvenienti del mondo materiale, convincerla non sarebbe stato facile né scontato. Evelina Petracca era comprensiva, ma non avrebbe potuto accettare un insuccesso, promise quindi un premio importante qualora tutto fosse filato liscio. L’incarico fu a questo punto conferito e accettato, seguito da un anticipo sulla somma concordata. Lo sciamano aveva assicurato che la mattina dopo, di buon’ora, avrebbe iniziato il suo lavoro e aveva chiesto di restare solo col giovane folle per una mezz’ora, nella stanza delle operazioni, per entrare in contatto col suo corpo tramite l’apposizione delle mani sulla sua testa reclinata e la recitazione di rituali formule propiziatorie. Dopo questa veloce cerimonia, si erano infine lasciati.
Gerardo Cosimato aveva vissuto la cosa come uno scotto da pagare per tenere la nonna calma e tranquilla, farla felice. Nei giorni a seguire non era certo stato a pensare allo sciamano e alle sue diavolerie, impegnato com’era nella sua vita quotidiana da quindicenne. Ma per Evelina Petracca la cosa era diversa. Voleva risultati concreti e veloci dal maone. Ogni giorno che iniziava sperava fosse l’ultimo, in ansiosa attesa di notizie. Quando infine era arrivata la chiamata, nella mattinata del quarto giorno, aveva recuperato il nipote ed in tutta fretta si erano recati da lui. Che l’anima fosse stata ritrovata sul fondo di una vecchia cassapanca o in qualche altro maledetto posto in casa del maone, per lei non faceva alcuna differenza, l’importante era che fosse stata recuperata, sempre che quello fosse l’origine del male. Lo sciamano si era fatto trovare disteso sul letto, visibilmente affaticato. Era stata dura, disse. Aveva cercato l’anima per tre giorni di seguito, senza dormire e senza mangiare, bevendo solo acqua di fonte. Si era nascosta maledettamente bene, seminando falsi indizi e cancellando ogni traccia dei suoi movimenti, l’aveva fatto girare in lungo e in largo per tutta casa. Una volta scoperta, inoltre, si era impuntata a volersene restare nell’aldilà. Avevano quindi iniziato un tira e molla, a discutere, a negoziare, con lei che faceva la preziosa e lui che prometteva mari e monti, preghiere liturgiche, cerimonie in suo onore, offerte votive, penitenze e ogni altra cosa che potesse allettarla. Alla fine aveva acconsentito a tornare nel mondo dei vivi. Evelina Petracca mostrò comprensione e riconoscenza, restando tuttavia scettica dentro di sé sulla veridicità del racconto del maone, sapendo peraltro, come le era stato riferito, che quello si aiutava nelle sue operazioni sniffando incensi dagli aromi inebrianti e masticando bocconcini essiccati di amanita muscaria, che lui stesso raccoglieva, ripuliva dalla cuticola e faceva bollire nel latte. Ma i poteri di un maone erano reali, seppur misteriosi e insondabili, anche se le sue pratiche arcane potevano apparire bizzarre. Dalle sue parti esisteva una casistica infinita di episodi di successi da parte dei maoni, tramandati di generazione e generazione, e lei stessa aveva sperimentato nella sua vita quanto un maone fosse più efficiente di tanti dottoroni. Ad un certo punto, seppure a fatica, lo sciamano si alzò dal letto e abbracciò il folle Gerardo Cosimato, invitando poi nonna e nipote a seguirlo nella stanza delle celebrazioni, per il ricollocamento nel corpo. Lì, tra persistenti essenze emanate da alcuni piccoli bracieri posti agli angoli delle pareti, fece entrare il giovane nel cerchio di un tappetino rosso fiammante. Stese le mani e, mentre recitava incomprensibili nenie, toccò in successione la sommità del capo, il cuore e lo stomaco, alitando ogni volta nel punto colpito. Sembrava volesse in tal modo iniettare l’anima o parti di essa nei vari punti. L’operazione dovette andare in porto, perché alla fine lo sciamano sorrise soddisfatto, dando a Gerardo Cosimato due buffetti sulle guance, con entrambe le mani. Da parte sua, il giovane non mostrava segni di grandi cambiamenti, se non un piccolo rossore sulle guance, forse a causa dei buffetti, e una leggera lacrimazione, forse dovuta allo sforzo di trattenere il riso. Lo sciamano lo invitò ad uscire dal suo cerchio e avvicinarsi alla nonna. Evelina Petracca comprese che la cerimonia si era conclusa, e positivamente, quindi ringraziò più volte il maone, consegnandogli una busta con il saldo e il premio promesso.
La convalescenza da una malattia ha una durata sempre incerta, spesso senza un momento netto che segni il passaggio dalla fase sofferente a quella sana. Gerardo Cosimato era tranquillo. Evelina Petracca era invece in attesa di un segnale che le restituisse la pace desiderata, persa a seguito di quel turbamento dell’animo che il nipote le aveva rivelato durante l’amorevole confidenza ricevuta. Nonna Evelina, le aveva chiesto, posso parlarti di una cosa che mi sta a cuore e che non so proprio a chi confidare, con chi confrontarmi? Non riesco a parlarne con mamma o papà, ma con te è diverso, tu riesci sempre a comprendermi e a consigliarmi. Ma certo, tesoro di nonna, gli aveva risposto, come è sempre stato e come sempre sarà. È una questione di cuore tesoro, aveva aggiunto, ti sei innamorato di qualche ragazzina, di qualche tua amica o compagna di classe? Evelina Petracca sapeva da sempre, per antica e consolidata sapienza, che dietro ogni problema di un uomo, giovane, meno giovane e vecchio, c’era una donna. Sempre, anche se a tutta prima il problema poteva sembrare di soldi, di affari, di politica o di cattivi rapporti, a ben guardare, sviscerandolo nella sua essenza, sotto sotto compariva una donna. È così nonna, aveva risposto il nipote, tenendo gli occhi bassi, mi sembra di provare attrazione e forse anche amore, ma non per una ragazza, per un altro ragazzo. A tutta prima, Evelina Petracca aveva creduto di aver capito male, ma poi aveva focalizzato il senso delle parole del nipote, aveva avvertito una stretta allo stomaco. Dallo stomaco al cervello il passaggio era poi stato praticamente istantaneo, aveva realizzato che di una manifestazione di follia si trattava, era necessario agire, ricorrere ad un maone per risolvere quel problema, quell’anomalia. Tranquillo, aveva detto, ci penso io, c’è qui tua nonna per te, non ti preoccupare, che risolviamo tutto. E ora, curata la follia, recuperata l’anima smarrita, tardando il benedetto segnale a conferma della completa guarigione, si decise infine a interrogare esplicitamente il nipote. Si recò nella sua stanza, mentre quello studiava, si sedette accanto a lui, spostando una sedia solitamente usata per appoggiarci i vestiti, gli fece girare la testa dalla sua parte e lo guardò dritto negli occhi. Dimmi, tesoro, senti ancora interesse per i ragazzi? Nonna Evelina, rispose Gerardo Cosimato, io ti ho lasciata fare, ho seguito i tuoi desideri e assecondata la tua idea di curarmi come se fossi malato, perché ti voglio bene. Ma io non credo di essere malato e fin da subito, quando te ne ho parlato, non era per ricevere da te una cura, ma per condividere i miei sentimenti. So bene che per te è strano sapere che un ragazzo, un uomo possa provare amore per un altro uomo, che addirittura possa essere io, tuo nipote, quello al quale succede. Ma così è, e sono contento che sia così, che io mi senta innamorato. Mi vuoi bene lo stesso? Evelina Petracca aveva ascoltato attentamente le parole del nipote. La sua reazione immediata era stata delusione per il fallimento del suo piano di recupero, seguita a ruota dall’irritazione per l’incapacità del maone, ma poi era arrivata quella domanda: mi vuoi bene lo stesso? E allora si era ripresentata una stretta allo stomaco, per poi arrivare fino al cuore. Ma era davvero importante per lei che il suo adorato nipote preferisse i ragazzi alle ragazze, faceva qualche differenza? L’amore ha una preferenza di genere? Realizzò quanto assurdo fosse stato ritenere suo nipote malato, folle, e tentare di curarlo. Scusami, rispose, perdonami, certo che ti voglio bene lo stesso. Lo abbracciò stretto.
