La chiamata della legge

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. perché senza che avesse fatto nulla di male, una bella mattina lo arrestarono.”
F. Kafka

(Nella foto, Caravaggio, Vocazione di San Matteo, 1599-1602)

Deve essere vero che la percezione di innocenza o colpevolezza non ha niente di assoluto, se basta l’essere tirato in ballo da una qualche autorità precostituita, anche solo di striscio, perché le proprie certezze crollino e si cominci a dubitare della propria immacolata coscienza. Ma non avranno ragione loro? Non sapranno qualcosa di me che io stesso non conosco? Qualcosa di quello che ho fatto nel passato più o meno recente sarà stato oggetto di indagine e adesso mi hanno inquisito. Oppure qualcuno mi ha coinvolto in qualche faccenda losca. Erano questi i pensieri che attraversavano la mente di Sabino Carraro, subito dopo aver ricevuto la telefonata dalla stazione dei carabinieri di Milano. Domani alle sedici deve presentarsi qui da noi, aveva dichiarato il carabiniere. Non capisco, aveva detto, di cosa si tratta? Non possiamo parlarne per telefono, domani sarà informato, era stata la risposta. Ma devo preoccuparmi, aveva chiesto? A domani, il carabiniere aveva ribadito, seccamente. Era domenica mattina, l’indomani sarebbe stato lunedì. Sarebbe comunque ripartito per Milano nella serata della domenica, dopo il weekend passato con la famiglia nel suo paese d’origine, a poco più di due ore di macchina da Milano. Fece con gli occhi il giro della piazza, in quella mattinata domenicale piena di gente, quasi ad assicurarsi che nessuno avesse ascoltato quella drammatica telefonata. Tornò a casa per il pranzo, ma evitò di parlarne con la moglie. Andò in camera da letto, con la scusa di avere bisogno di fare un riposino, per restare solo a riflettere. Passò in rassegna qualche episodio e situazione lavorativa del passato che del tutto limpida non era stata, ma che riteneva fosse ormai finita nel dimenticatoio, oppure che avesse coinvolto lui solo marginalmente, da non doverne subirne le conseguenze. Ma poi, non esisteva la prescrizione?
Una volta, ricordò, forse si era spinto un po’ oltre, anche se per l’esattezza era meglio dire che si erano spinti un po’ oltre, o meglio ancora che l’avevano spinto un po’ oltre. Era sua responsabilità concludere la vendita di alcune migliaia di schede di rete locale per personal computer ad un importante cliente, quando ancora le schede di rete per PC erano grossi pezzi di latta e silicio da inserire negli slot. La fornitura era assegnata con una gara tra i fornitori, sulla base del prezzo più basso. La competizione era agguerrita, ma era importante vincere la commessa e senza sbracare sul prezzo, importante per lui, ma soprattutto per l’azienda e i suoi capi. Era ancora il tempo delle gare cartacee, in cui tra la richiesta di fare ulteriori ribassi e la consegna della nuova offerta c’era tempo, senza il quasi real time delle attuali gare via rete Internet. Era stato chiamato dal suo capo per essere informato, molto ma molto riservatamente, che erano riusciti a convincere uno dei dipendenti dell’azienda cliente, addetto all’analisi delle offerte ricevute, a rivelare i prezzi presentati dai concorrenti. Prima di predisporre l’ultima offerta, quella finale, avrebbe dovuto aspettare l’imbeccata e ridurre il prezzo di quanto strettamente necessario affinché risultasse quello minore, non una lira in meno, erano gli ultimi periodi della lira. Corruzione? Concussione? Una sorta di spontaneo do ut des? Aiuto disinteressato? Vendetta di un dipendente infedele? Che dire, lui non si era fatto particolari scrupoli, ben felice dell’aiutino. Si erano aggiudicati la fornitura. Aveva poi saputo che il dipendente stava ristrutturando casa ed era stato sensibile ad un suggerimento per meglio affrontare l’impegno economico. La convocazione dei carabinieri poteva avere a che fare con questo episodio? Qualcuno aveva fatto venire alla luce la storia?
In un’altra occasione, rammentò, c’era stato qualcosa di simile, ma di entità notevolmente maggiore. Non si era trattato di una fornitura di qualche migliaio di schede per PC, ma proprio di qualche migliaio di PC, di fascia alta e ben equipaggiati di dispositivi. In base alle sue valutazioni sulla concorrenza, aveva proposto di offrire in gara un certo prezzo, che avrebbe con buona probabilità consentito di aggiudicarsi la vendita alla società cliente. Durante una riunione con i capi, gli era però stato detto che erano confidenti di assicurarsi la gara con un prezzo sensibilmente maggiore, per cui avrebbe dovuto offrire in gara questo prezzo corretto verso l’alto. Era stato scettico, aveva cercato di ribattere, aveva difeso le sue valutazioni, timoroso di veder sfumare la vendita, ma poi aveva obbedito suo malgrado. In fondo i capi sono i capi e la decisione finale spetta a loro. Si erano aggiudicati la gara. Ne era stato contento, aveva fatto ammenda con i capi per le sue remore e aveva lodato la loro lungimiranza. Dopo qualche mese, gli era stata presentata dal suo capo diretto l’offerta di una software house per un corposo studio sulle metodiche e i vantaggi di introdurre soluzioni di office automation nelle aziende. Che ne pensava? Dopo un esame dell’offerta, il suo verdetto era stato che era uno studio costoso e poco utile, ne consigliava il rifiuto. Dai, gli era stato detto, non essere negativo, a me sembra buona, direi di formalizzare l’incarico dello studio, vedrai che il contenuto sarà di grande interesse e utilità. Ancora scetticamente, aveva obbedito. Aveva fatto varie riunioni con i consulenti della software house, esaminato le loro numerose bozze parziali e preliminari dello studio, concludendo sempre che erano lavori banali, superficiali e inconsistenti, di valore irrisorio rispetto alle somme progressivamente versate. Ne aveva parlato col suo capo, insistendo nelle sue convinzioni. Dai, gli aveva infine confidato il capo, lascia perdere le tue riserve, la verità è che noi quei soldi alla software house dobbiamo darli. Ricordi la gara vinta ad un prezzo che tu avevi giudicato più alto del dovuto? Il dirigente dell’azienda cliente che ha deciso il fornitore ci ha dato un aiuto. Abbiamo un debito di riconoscenza con lui, ne converrai. Lui è uno dei soci proprietari della software house, quindi l’incarico dato è il modo di riconoscergli il giusto premio. Aveva capito, aveva convenuto che se si riceve bisogna dare, aveva portato a buon fine i pagamenti dovuti. I carabinieri avevano indagato la software house e i suoi proprietari? Avevano trovato questa e altre cose sospette? Erano arrivati anche a lui?
Ricordò ancora un altro episodio, vissuto quasi come una situazione comica. Da un’azienda cliente avevano ricevuto un grosso ordine per una fornitura di sistemi informatici per un progetto importante, che avrebbe comportato nuove modalità operative per i suoi utenti. Avevano quindi commissionato anche lo sviluppo di un CBT, che stava per Computer Based Training, una sorta di manuale utente del nuovo sistema da usufruire su PC, interattivo, con interfaccia grafica, videate operative di esempio, insomma ben fatto. L’offerta che aveva presentato per il CBT, circa cinquanta milioni di lire, era stata giustificata dall’ampio spettro di professionalità coinvolte. C’era da pensare all’ideazione globale da parte di uno sceneggiatore, all’intervento di un regista, quasi fosse un film, allo sviluppo da parte di programmatori e grafici, al coordinamento di un project manager. La realtà era che la sua azienda, ricevuto l’ordine, aveva poi dato l’incarico di svilupparlo ad una software house. Questa a sua volta l’aveva girato ad una piccola azienda di programmatori, i quali erano impegnati in cose più sostanziose e quindi l’avevano commissionato ad un loro collaboratore occasionale, un professore di musica che per arrotondare nel tempo libero faceva il programmatore. Anche il professore era già oberato di lavoro, per cui si era affidato all’abilità di un bravo studente di informatica. Insomma, all’estremità della lunga catena di passamani, lo studente aveva accettato di fare tutto lui per tre milioni di lire. Sembrava comunque che la cosa funzionasse, con lo studente che consegnava parti preliminari del lavoro ben fatto e secondo le scadenze previste, risalendo la catena fino al primo committente. Alla scadenza finale, col lavoro completo e definitivo, che avrebbe sbloccato il totale pagamento, a catena, il CBT finale non era stato consegnato. La mancata consegna si protraeva a lungo, col primo committente che ormai era infuriato, dovendo diffondere il nuovo sistema informatico ai suoi utenti, che mancavano ancora di addestramento. Lui era intervenuto, cercando di capire dove fosse l’intoppo, scoprendo infine che l’umile studente il lavoro l’aveva completato, ma non lo consegnava perché il professore di musica non lo pagava, era debitore di questo e altri lavori. Aveva risolto anticipando di tasca propria allo studente metà della cifra convenuta, quindi si era rimessa in moto la catena, era stato consegnato il CBT, erano partiti i pagamenti. I carabinieri avevano scoperto l’irregolarità del flusso di subappalti? L’avevano vista come una truffa? Avevano fatto infine una retata generale arrivando fino a lui?
Andò con la mente anche ad una situazione più recente, valutata in euro. Si era trattato ancora di una gara per una fornitura di apparati vari, per una infrastruttura di rete, abbastanza consistente. Alcuni degli apparati erano già operativi presso il cliente e ben apprezzati dai tecnici responsabili, più di quelli della concorrenza. Il problema era che all’ufficio acquisti del cliente erano arrivate altre offerte di fornitori concorrenti, alcune economicamente più convenienti. La strategia che lui e i suoi capi avevano definito era stata quella di non abbassare il proprio prezzo, ma far leva sui responsabili tecnici per definire insieme modalità, dettagli e specifiche di fornitura tali da agire a tenaglia, dall’interno e dall’esterno, sull’ufficio acquisti, per creare le condizioni per assicurarsi la fornitura al prezzo desiderato, escludendo i fornitori col prezzo minore. Era stata turbativa d’asta? Poteva essere questa una indagine che aveva portato i carabinieri da lui?
Queste ed altre situazioni lavorative si affollavano nei ricordi di Sabino Carraro. Episodi opachi di quasi normali prassi nella vita aziendale di ognuno in aziende commerciali, azioni fatte mai a titolo personale, ma portate avanti aziendalmente, concordati con altri, per il successo dell’azienda. Non che declinasse del tutto ogni responsabilità, si assolvesse completamente, ma nemmeno riteneva capi di accusa pesanti, da perseguire a distanza di anni. C’era qualcosa che poteva aver destato l’interesse dei carabinieri anche nella sua vita non legata al lavoro, privata, per così dire? Non gli sembrava di aver mai infranto la legge, tranne che per multe per violazioni stradali, quali eccesso di velocità, divieto di sosta, usa del cellulare in auto. In un paio di occasioni aveva pagato in nero, senza fattura, dei lavori fatti in casa. Una volta perché gli operai gli aveva fatto capire che poteva risparmiare un bel po’ se non richiedeva la fattura. Un’altra perché ben due operai, interpellati in successione, gli avevano esplicitamente detto che se avessero dovuto fatturare non avrebbero accettato di fare il lavoro, che per lui era urgente. Ricordò anche un episodio presso un distributore di benzina sull’autostrada. Si era fermato e aveva chiesto all’addetto alla pompa di mettere trenta euro di benzina. Stava pagando con il bancomat, ma quello gli aveva detto di andare all’interno del locale di servizio per il pagamento. Era entrato, aveva approfittato dell’occasione per andare al bagno, aveva preso il giornale, qualche dolcetto di cioccolato, il caffè, aveva pagato, era uscito, aveva salutato l’addetto e si era rimesso in macchina, ripartendo. Dopo una ventina di chilometri si era improvvisamente accorto, come un flash improvviso, che non aveva aggiunto al pagamento i trenta euro di benzina. Si era dato del cretino e del rincoglionito, ma non poteva certo tornare indietro in autostrada a saldare il conto. Potevano essere questi i motivi dell’interesse dei carabinieri?
Solo in macchina, tornando a Milano, con la figlia che dormiva dietro, si confidò con la moglie, seduta accanto. Le raccontò della telefonata. Chissà che avrai combinato, disse lei per tutta risposta, tra il serio e il faceto, al lavoro o per conto tuo, domani comunque lo sapremo. Sempre incoraggianti le mogli, ribatté. Riconfermò la sua assoluta incomprensione del perché della telefonata e la quasi certezza di una vita di innocenza o quasi. Evitò però di far menzione delle sue strampalate ipotesi. Erano più o meno a metà strada, quando il suo smartphone squillò. Qui è la stazione dei carabinieri di Milano, disse una voce femminile, chiedendo conferma di star parlando col signor Sabino Carraro. Certo che sono io, rispose. L’agitazione gli tornò di nuovo, inquietante. Le ricordo che domani alle sedici deve presentarsi qui in caserma alla stazione di Milano sud, deve portare anche sua figlia. Mia figlia, chiese lui, sorpreso e interdetto? Certo, deve venire insieme a sua figlia, confermò il carabiniere. Ma che c’entra mia figlia, chiese ancora? Domani le sarà spiegato tutto, fu la risposta, prima di chiudere. Si girò a guardare la moglie. I carabinieri, le disse, vogliono che domani porti anche nostra figlia. Che strano, fece lei, non ci capisco niente. Sabino Carraro era disorientato. Ma una cosa gli fu subito evidente, che se i carabinieri volevano ci fosse anche sua figlia insieme a lui, non era certo per inquisirlo di qualcosa che avesse avuto a che fare col suo lavoro o con qualche sua inadempienza da semplice cittadino. Si sentì sollevato, più tranquillo, finalmente. Certo, rimaneva il mistero di cosa volessero da lui e da sua figlia, ma cosa poteva mai essere contestato che coinvolgesse una figlia di poco più di undici anni compiuti? Lei, la figlia, aveva continuato a dormire durante la telefonata, serena e ignara del suo coinvolgimento. Arrivarono a Milano, a casa. La cosa non fu oggetto di ulteriori commenti fino al dopopranzo del giorno dopo, quando lui e sua moglie, insieme, informarono la figlia, rientrata da poco da scuola. Lui le disse che insieme si sarebbero dovuti recare dai carabinieri, che avevano chiesto di parlare con loro, senza particolari spiegazioni. Non c’era niente di cui preoccuparsi, ovviamente, volevano forse un controllo sui dati anagrafici, sulla residenza, qualcosa di questo genere, insomma. La ragazza preoccupata non era, solo sorpresa, anzi curiosa di scoprire cosa mai potevano volere i carabinieri da lei e dal suo papà. Meglio così, si disse lui.
Arrivarono in caserma con dieci minuti di anticipo, precisi e composti, da cittadini innocenti di fronte alla legge. L’attesa nella piccola saletta d’ingresso durò poco. Arrivò un carabiniere uomo, che li prese in consegna e li accompagnò in un ufficio all’interno, dove furono accolti da un carabiniere donna seduta ad una scrivania. Furono invitati a sedersi alle due sedie disposte davanti la scrivania, mentre il primo carabiniere si mise di lato vicino al muro e rimase in piedi. Dunque, disse la carabiniera, siete qui in veste di testimoni informati sui fatti, per meglio dire la ragazza è il testimone, e le sorrise, mentre il papà è solo l’accompagnatore, vista la sua minore età. Ma testimone di cosa, chiese Sabino Carraro, lei è solo una ragazzina, casa, scuola, oratorio e un po’ di palestra? Stia tranquillo, non c’è niente di cui preoccuparsi, rispose la carabiniera. Dimmi, domandò rivolta alla ragazza, conosci un ragazzo di nome Diego Colombo? Certo, rispose lei, veniva a scuola con me alla primaria, fino alla quinta, quasi due anni fa. Sabino Carraro fece mente locale. Anche lui ricordava il nome del ragazzo, uno dei più vivaci della classe della figlia, che rammentava fosse stato trovato anche in possesso di un coltellino, in terza o quarta. Aveva una situazione familiare problematica, col papà che entrava e usciva di prigione e la madre sempre a inveire con le insegnanti, che segnalavano le intemperanze del figlio e la convocavano a colloquio. Come veniva trattato Diego dalla maestra Carolina Parodi, chiese ancora la carabiniera? Come trattava tutti noi, rispose la ragazza, sempre con gentilezza ma con fermezza. Cosa c’entra adesso la maestra Parodi, interruppe ancora Sabino Carraro? E perché queste domande su Diego? La carabiniera si decise and essere più chiara. Il papà del ragazzo, Severino Colombo, ha denunciato la maestra per maltrattamenti nei confronti del ragazzo, in termini di umiliazioni verbali, psicologiche e omissive. Stiamo indagando e sentendo varie persone informate sui fatti, compresi molti ex compagni di classe del ragazzo, sua figlia rientra in questo contesto. Ritenendo concluse le spiegazioni, la carabiniera si rivolse ancora alla ragazza. Hai mai visto la maestra Parodi maltrattare Diego? Mai, rispose prontamente lei, anzi lo trattava quasi meglio di noi altri, aveva sempre per lui tante attenzioni e comprensione, a mensa se lo metteva addirittura vicino, per meglio controllarlo, a volte gli dava anche una parte dei suoi pasti. Bene, rispose la carabiniera, abbiamo finito. Grazie, disse alla ragazza, con un largo sorriso. Padre e figlia furono riaccompagnati dal carabiniere uomo nella saletta d’ingresso. Una volta all’esterno della stazione dei carabinieri, Sabino Carraro tirò fuori un sospiro di evidente sollievo. Gli veniva ora quasi da ridere al pensiero delle tante ipotesi fatte sulla sua presunta colpevolezza, sui suoi dubbi, sulla sua inquietudine, sulla ineluttabilità della legge. Sei stata bravissima tesoro, disse alla figlia, che ne dici di andare a prenderci un gelato?

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