Luce propria

“Quando mi sento giù,
basta che guardi i miei gatti
e il mio coraggio ritorna.
Io studio queste creature.
Loro sono i miei maestri.”

C. Bukowski

(Nella foto, Edward Hopper, Eleven A.M., 1926)

Degli uomini era stufa da tempo. Quell’entusiasmo iniziale verso di loro, frutto dell’ancestrale imperativo darwiniano alla riproduzione della specie, peraltro abilmente raggirato dall’ingegno umano tramite l’invenzione di dispositivi vari atti a inibire tale riproduzione quando fosse il caso, era ormai venuto meno. Della riproduzione stessa non se ne era mai fatto niente, prima per superficialità e desiderio di libertà, poi perché le priorità erano sempre altrove, alla fine per indisponibilità biologica, perché ad un certo punto ci si ritrova fuori tempo massimo. Come pure era arrivata al capolinea l’abitudine a vivere di luce riflessa, in funzione di qualche uomo, restando un passo indietro, nella sua ombra. In fondo, tolti quei pochi istanti di obnubilazione animalesca, in cui la ragione cede il campo agli istinti primordiali, quel che resta è un insieme di deludenti momenti di forzata condivisione di tempo, spazio e relazioni. Aveva quindi deciso di dedicare tutta sé stessa a sé stessa, se la retorica dell’anadiplosi riflessiva non appare eccessiva. Naturalmente, la sua intenzione non era quella di farlo isolandosi dal mondo, ma piuttosto quello di porsi al centro del suo mondo, con maggiore consapevolezza e decisione. C’erano quindi una serie di azioni da impostare in maniera diversa, sulle quali correggere il tiro. Cominciare a basare le sue scelte su bisogni, fini e aspirazioni che fossero suoi propri, piuttosto che dettati dal desiderio di accondiscendere qualcuno. Prendersi più cura della propria persona, in termini di tempo ed energia, dal punto di vista fisico, emozionale ed intellettivo. Imparare a moderare e gestire la sua disponibilità verso gli altri, a tratti sconfinante nell’asservimento. Coltivare una sana ambizione, fondata sui suoi talenti e i suoi sogni. Questi ed altri propositi erano ben evidenti nella sua mente, sapeva inoltre che l’appetito vien mangiando, per cui altre risoluzioni sarebbero certamente venute in corso d’opera, una volta avviata la svolta.

L’innesco, quindi, era determinante. Individuare e attivare quelle condizioni tali da avviare il processo, che poi rapidamente si sarebbe evoluto e autosostenuto in maniera dirompente ed esponenziale, al pari di una reazione chimica in presenza di catalizzatori o di una reazione di fissione nucleare supercritica. Decise di muoversi secondo due direttrici: riscriversi in palestra e mettersi a cercare un nuovo lavoro. In palestra s’era iscritta varie volte, sempre con l’obiettivo di porre attenzione al fisico, ma con discontinuità a causa di mille impegni e con la fissazione di fare qualcosa per piacere agli altri, piuttosto che a sé stessa. Questa volta voleva decisamente farlo per piacersi e per stare bene, con impegno e senza distrazioni, con continuità. Scelse una bella palestra ampia e luminosa, moderna e attrezzata, invitante, con un programma a ingresso libero a tutte le ore del giorno e della settimana. Optò per una combinazione di pilates reformer e pesi, per migliorare postura, forza e flessibilità da una parte e potenziare la massa muscolare dall’altra. Riguardo al lavoro, la cosa era più complicata, ma determinante. Il suo lavoro attuale era quello di dipendente pubblica, addetta a rendicontare spese e riempire moduli. Poco entusiasmante, poco gratificante e a speranza zero di maggiore vivacità nel futuro. Della sua laurea in economia e commercio non aveva tratto beneficio alcuno, indolentemente arresasi ad un lavoro sicuro e tranquillo, che gli garantisse tempo da dedicare alla sua relazione stabile del momento e alle incombenze casalinghe. Confezionò un nuovo curriculum, stimolante, enfatizzando la formazione di base, valorizzando ad arte l’esperienza di lavoro pubblico in un’ottica tecnologicamente pregnante e ad alto contenuto professionale, vantò momenti di autonomia e decisionalità che neanche lontanamente le erano concessi, esaltò doti di soft skill che sentiva dentro di sé di possedere, ma che mai aveva avuto opportunità di esprimere concretamente. Ne fece una versione anche in inglese, che masticava decorosamente ma che raramente aveva occasione di praticare. Mandò quindi email in lungo in largo, a società di servizi e consulenza nazionali e internazionali, che avessero o meno attivato richieste di nuovo personale. Si iscrisse a social network specializzati per la ricerca di personale e per la promozione delle proprie professionalità da parte degli utenti. Cercò insomma di sollevare un polverone, sperando di trovare il contatto giusto, l’opportunità di svolta che auspicava. Un po’ come pescare a strascico, sperando di incappare in qualcosa, in una botta di fortuna, magari. 

In parallelo, era necessaria non solo la sua completa determinazione a tenersi lontana dagli uomini, cosa ormai decisa e sostanzialmente facile, ma occorreva fare in modo che fossero anche gli uomini a non interessarsi a lei. Questo era meno semplice. A quarantasette anni era ancora una bella donna, addirittura forse più interessante che quando ne aveva la metà, epoca in cui era di una bellezza travolgente ma di ingenuità e superficialità disarmanti, passionale e facilmente manipolabile. La vita l’aveva ormai maturata. Non era certo possibile andare in giro con una maglietta con la scritta ‘donna non disponibile perché stufa degli uomini’. La cosa avrebbe potuto peraltro sortire l’effetto opposto, essere una sfida per quanti potessero a torto o ragione ritenersi speciali, tali da non annoiare e nauseare una donna. Occorreva mettere in atto una politica disincentivante, senza rinunciare alla propria femminilità, naturalmente. La trovò nella combinazione di modi più formali e distaccati, abbigliamento sobrio e più o meno velate indicazioni di aver maturato un interesse sentimentale per il genere femminile.

Ma la finzione sociale, si sa, oltre a ricoprire un ruolo funzionale in un contesto, un adattamento relazionale, può rappresentare una proiezione di ciò che l’io desidererebbe essere, addirittura un veicolo per la trasformazione di sé stessi. L’interesse per il genere femminile, da finzione difensiva si trasformò gradualmente in coinvolgimento reale, evidenziando pulsazioni remote e nascoste, portando in luce interessi, affinità e desideri mai prima manifestati o solo lontanamente pensati. Insomma, le donne cominciarono veramente a piacerle. Dal coinvolgimento emotivo all’attrazione fisica, al desiderio di sfiorarsi, al contatto più prolungato, alle tenerezze di un momento, all’avventura di qualche ora o di una notte, a qualche relazione di più lunga durata, il passo fu relativamente breve. Nulla di male, ovviamente. Simultaneamente o quasi, qualcosa si mosse anche sul versante delle aspirazioni lavorative, alcuni contatti si attivarono, qualche colloquio cominciò ad essere offerto, alcune proposte furono formulate. Finché arrivò l’occasione cercata, la responsabilità del controllo di gestione e della contabilità generale per uno studio di avvocati, attivo anche sul versante contrattualistica internazionale, costituito dai partner anziani soci fondatori e da diversi collaboratori giovani e meno giovani. Avrebbe dovuto occuparsi anche di interfacciarsi con la società di elaborazione dati e di ragioneria che gestiva poi direttamente gli aspetti fiscali. Il tutto con l’aiuto di due impiegate più giovani. Un ambiente, insomma, interessante e gratificante. Si disse che la vita le offriva una nuova possibilità, avrebbe fatto di tutto per meritarsela e tenersi stretto quanto conquistato, dal nuovo lavoro ai nuovi interessi sentimentali di genere, da tenere ben distinti a scanso di equivoci e rischi. Sembrò aver trovato la pace, pur nel vortice delle nuove incombenze e responsabilità.

In palestra le donne interessanti erano tante, di varie gradazioni di bellezza e ampio spettro di età. Fu una di quelle più belle, intorno ai quarant’anni, a fare un giorno la prima mossa con lei. Doveva avere un sesto senso per quelle cose, probabilmente, perché le confessò candidamente di trovarla attraente e le chiese esplicitamente se le andasse di uscire insieme, una sera o l’altra. Lei fu sinceramente sorpresa dalla schiettezza dell’invito, ma anche lusingata, quindi rispose che sì, si poteva fare. Dopo la prima uscita ce ne furono altre, la relazione divenne intima e coinvolgente. L’altra aveva un divorzio alle spalle, dopo che  un suo flirt con una sua collega era arrivato alle orecchie incredule del marito, colpito sia nell’onore che nella sua mascolinità. Era infermiera, in un poliambulatorio di analisi specialistiche. Decisero naturalmente di restare ognuno nei confini fisici del proprio appartamento, perché la condivisione spaziale notoriamente crea falle nelle relazioni sentimentali, come avevano entrambe ben sperimentato. Per sei mesi le cose andarono avanti in maniera entusiasmante, almeno lei avrebbe usato questo avverbio, ma poi improvvisamente l’altra sembrò scomparire, dal giorno alla notte. Passò una settimana intera senza che desse sue notizie, né comparisse in palestra o davanti la sua porta. Lei pensò addirittura fosse il caso di avvisare i carabinieri della scomparsa e l’avrebbe sicuramente fatto se uno degli avvocati dello studio, col quale aveva maggiormente legato e scambiato qualche confidenza, non l’avesse distolta facendole notare che l’infermiera era adulta a sufficienza da non dover legalmente dar conto a nessuno dei suoi comportamenti e spostamenti. Ricomparve infine, si ripresentò in palestra, come se l’assenza fosse stata cosa normale, né fosse stato doveroso dare qualche segnale di saluto o almeno di esistenza in vita. Confessò semplicemente di essere stata in vacanza a Parigi con un suo nuovo collega, che nel giro di un paio di settimane dal trasferimento da un altro laboratorio di analisi l’aveva conquistata nei sensi e nel cuore, invitandola ad associarsi alla sua imminente vacanza. Che dirti, aveva aggiunto, a me gli uomini piacciono quanto le donne, ho poi una certa tendenza a buttarmi a capofitto nelle novità, dimmi pure che sono leggera e volubile. È andata così, senza rancore. Lei restò senza parole, non seppe replicare, verbalmente o fisicamente. Lasciò subito la palestra, decisa a non farvi più ritorno, e tornò a casa. Ferita più per il modo che per la fine stessa della relazione, disillusa, si diede della stupida, ingenua e antiquata, riservando all’altra epiteti meno gentili e comprensivi.

Concluse che ormai anche le donne, come già prima gli uomini, l’avevano disgustata. Ne aveva ormai abbastanza di relazioni che la deludevano, logorandola e privandola della sua serenità e stabilità mentale. Che se ne andassero al diavolo tutti, donne e uomini, insieme ad ogni gradazione intermedia potesse esistere. Sentimentalmente, ovviamente, perché lì era il problema. Finché non si passava sul piano sentimentale i problemi con gli uomini e con le donne non c’erano, comunque almeno era in grado di gestirli, con abilità e diplomazia, senza somatizzarli. La vita, in fondo, è bella e tutta da vivere anche senza intralci sentimentali, si disse. Quella sbagliata non era lei. Doveva solo concentrarsi sulle cose belle che aveva, a cominciare dalla salute e dal lavoro. Cambiò palestra, ovviamente, una in prossimità della sua sede di lavoro. E fu proprio uscendo dalla palestra, in un tardo pomeriggio piovoso, che notò proprio vicino la ruota anteriore destra della sua automobile parcheggiata, tra il marciapiede e la gomma, un gattino tutto bagnato e infreddolito. Non ci pensò sopra nemmeno un attimo, lo prese in braccio e lo caricò in macchina, avvolgendolo nella sua sciarpa per riscaldarlo. A casa lo lavò e asciugò, preparandogli poi del latte caldo. L’aveva salvato. Cominciò a pensare a chi poterlo regalare, qualcuno affidabile, chiaramente, che amasse gli animali e che avesse tempo, voglia e capacità di prendersene cura. Passò in rassegna colleghi, amici e semplici conoscenti, di entrambi i sessi, ma nessuno le risultò pienamente adeguato, mancando di qualcuno dei parametri indispensabili. Chi sapeva amasse gli animali o ne aveva già altri in casa e notoriamente non aveva voglia di aumentarne il numero, oppure sapeva essere palesemente troppo impegnato per avere il tempo di accudirlo, oppure giudicava del tutto incapace di prendersi cura di qualcuno oltre che di sé stesso.  Chi riteneva avesse tempo da dedicargli, magari difettava nell’amore per gli animali, oppure odiava i gatti in particolare, per specifica allergia o perché riteneva portassero sfortuna. Chi stimava capace di prendersi cura di qualcuno, umano o animale, sapeva avere in quel momento troppe grane per la testa alle quali pensare per aggiungerne un’altra. Non trovò una soluzione valida per una via di uscita. Decise di dormirci sopra. Il gattino, felice e ritemprato, la seguì in camera da letto e agilmente le saltò sul letto, raggomitolandosi vicino a lei. Pensò di scacciarlo, un animale non può condividere il letto di un umano, ma poi concluse che per una notte poteva concederglielo, visto che quello ne aveva passate di brutte avventure. La mattina dopo, al risveglio, se lo ritrovò a farle le fusa vicino al collo. Lo fissò qualche istante, per poi realizzare che se ne era innamorata e non l’avrebbe ceduto a nessuno, l’avrebbe tenuto e accudito. Non è forse vero che gli animali sono migliori degli uomini? E delle donne, naturalmente.

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