L’attore

“E che cazzo! Maledetto l’attore. Ma fanculo a te e all’attore, allora. Resta con l’attore, allora.”

(Nella foto, Pablo Picasso, L’attore, 1904-1905)

L’attore si pavoneggiava in tutto il suo splendore, in tutta la sua bravura, in tutta la sua pienezza di sé, in tutto il suo egocentrismo. Che bello l’attore, che bravo l’attore, che attore, che attore! Inginocchiamoci all’attore, genuflettiamoci davanti all’attore, all’attore che si degna di fare l’attore al nostro cospetto, alla nostra presenza. Tutte amavano l’attore, si innamoravano dell’attore, andavano in delirio per l’attore, si concedevano all’attore. Tu stravedevi per l’attore, amavi l’attore, ti concedevi all’attore. Ma fanculo a te e all’attore, allora. Resta con l’attore, allora. Non stare con me pensando all’attore, non dire di amare me e l’attore insieme, non pretendere di amare me mentre ami l’attore, non concederti all’attore mentre chiedi che io mi conceda a te. E che cazzo! Maledetto l’attore. E pensare che quando ero piccolo desideravo fare l’attore da grande, affinché tutti amassero me, si innamorassero di me, andassero in delirio per me, mi si concedessero. Ma poi mi sono accorto che non avrei mai potuto fare l’attore, perché non voglio che tutte mi amino, si innamorino di me, vadano in delirio per me, mi si concedano. Voglio essere io a decidere chi amare, di chi innamorarmi, per chi andare in delirio, a chi concedermi. E quindi ho fatto tutt’altro da grande. Ma la maledetta nemesi ha fatto sì che la donna della quale mi ero innamorato pensasse all’attore, si fosse innamorata dell’attore, andasse in delirio per l’attore, si concedesse all’attore. E che cazzo! Maledetto l’attore. Ma fanculo a te e all’attore, allora. Resta con l’attore, allora. Che poi l’attore, quell’attore, non è che fosse in fondo tutto questo attore, questo grande attore. Si arrabattava a fare l’attore, tentava di essere un grande attore, ma in fondo era solo un piccolo attore, tutto fumo e niente arrosto, un attore di piccolo cabotaggio che è tutta apparenza e niente sostanza, sebbene il pubblico pareva non accorgersene. Tutto chiacchiere e distintivo, come dice De Niro nelle vesti di Al Capone. Tieniti questo bell’attore, allora. Non ci sto più a questo gioco.

Lei non l’ho più rivista. L’amore per lei piano piano si affievolì e poi sparì del tutto. Se mai sia stato amore, oltretutto. Spesso si equivoca sull’amore, si interpretano come amore una serie di sensazioni e sentimenti che in fondo con l’amore non hanno a che fare, oppure sono solo una parte dell’amore, dal desiderio sessuale al piacere della compagnia, del dialogo, del possesso e della condivisione, per citare qualcosa. Che poi cosa sia effettivamente l’amore vallo a capire davvero. In ogni caso, di lei sparì ogni traccia dal mio cuore e dalla mia mente, oltre che naturalmente dalla mia vista e dai miei contatti. Ma ho rivisto l’attore. All’inizio non l’avevo riconosciuto, sia perché non stavo certo più a pensare all’attore sia per il luogo in cui mi trovavo, un negozio di abbigliamento. Il commesso che si stava occupando di me, più o meno mio coetaneo, mi era parso una faccia nota. L’avevo fissato forse più del necessario, perché mi fece un sorriso di circostanza e mi disse che capitava spesso che qualcuno lo fissasse, cercando di ricordare dove lo avesse già visto o conosciuto. Facevo l’attore, confessò, a teatro e in qualche film in televisione. Sarà stato vent’anni fa. Mi avrà visto in qualche spettacolo o film. Ma certo, l’attore, feci dopo aver recuperato la sua immagine di quel tempo nella mia mente. Istintivamente riprovai l’antico rancore, si rinnovò l’odio viscerale che avevo provocato per lui, rammentai le maledizioni che gli avevo mandato. Divenni serio. Interruppi l’acquisto che avevo in corso, gli voltai le spalle e uscii dal negozio. Di nuovo l’attore? E che cazzo! Ero furioso, entrai in un bar per calmarmi e ordinai qualcosa di forte, sebbene l’ora mattutina non fosse delle più indicate. Infatti il barista rimase un po’ perplesso, poi fece il suo dovere, versandomi in un bicchiere del liquido dorato da una bottiglia che prese alle sue spalle. Non vidi di cosa si trattasse, né la cosa mi importava più di tanto, in quel momento. Bevvi il liquido tutto di un fiato. La gola sembrò esplodermi, il cervello si illuminò e per qualche istante ogni pensiero svanì. Sparì il commesso, l’attore, il ricordo dell’attore e il motivo del mio rancore. Sparì il barista e l’intero bar. Sparii io stesso, insieme all’intera materia dell’universo. Ci fu solo luce. Il barista aveva svolto il maniera eccellente il compito che gli avevo affidato. Dopo un’eternità la luce si attenuò e ripresi contatto con la realtà. Il barista mi guardava con un sorriso. Forte, vero? Mi chiese. Sentivo ancora la gola bruciare e la lingua mi pareva enorme nella mia bocca, come fosse ingigantita e anestetizzata a causa del liquido giallo. Forte, risposi infine, facendo violenza alle mie corde vocali e alla mia lingua. Fanculo all’attore, aggiunsi. Lasciai un biglietto da dieci euro sul bancone e uscii dal bar. Raggiunsi la mia casa sempre in preda alla rabbia. Ci vollero un paio di giorni, di imprecazioni e maledizioni via via più rarefatte, prima che la rabbia si affievolisse e il cervello ricominciasse a fare il suo lavoro. Il commesso, ora l’attore faceva il commesso. L’attore, il grande attore, quello che tutti ritenevano un grande attore, ora faceva il commesso in un negozio di abbigliamento. L’attore che tutte amavano, del quale tutte si innamoravano, per il quale tutte andavano in delirio, al quale tutte si concedevano, ora faceva il commesso. L’attore per il quale lei aveva perso la testa, per il quale stravedeva, l’attore che amava, al quale si concedeva, ora non era niente altro che un commesso in un negozio di abbigliamento. Non che abbia niente contro la categoria dei commessi, lavoro dignitoso al pari di tanti altri, che probabilmente procura le sue soddisfazioni e soddisfa forse le ambizioni di più di qualcuno, ma dall’attore egocentrico e osannato al commesso il passo è lungo, la sensazione di un forte ridimensionamento è palese. Non potei evitare una risata di trionfo. L’esaltazione si impadronì di me, cominciai a saltellare per la casa, in estasi emotiva, in preda al godimento viscerale per il destino infausto dell’attore. C’è giustizia a questo mondo, allora, si paga per le proprie malefatte, per i propri peccati di orgoglio, per i dolori arrecati, per la spregiudicatezza manifestata, per le donne rubate e le vite rovinate. La legge del contrappasso funziona, chi immeritatamente vide le stelle ora rotola nella polvere, mentre io, vilipeso, tradito e martoriato, ora mi godo l’altezza del mio benessere, potendo guardare dall’alto in basso il commesso che fu attore mentre esegue i miei ordini, che si mette al mio servizio. Vittoria! Saltellai a lungo. Mi distesi infine sul divano, esausto e soddisfatto. Ma soddisfatto di cosa, cominciai però a ragionare dopo un po’, della disgrazia altrui, della sconfitta altrui? Ma che diamine, sono caduto così in basso da gioire per la sconfitta di qualcuno? Io che ho preso sempre le parti del debole, dello sconfitto, che ho sempre con indifferenza guardato al vincitore, al potente di turno, ora gioisco per una sconfitta. Si tratta dell’attore, è vero, di quell’attore, ma c’è pur maggior grandezza nell’indifferenza che nel godimento per la caduta. Non voglio e non devo certo ora, dopo aver inveito verso l’attore per il suo pavoneggiarsi e il suo egocentrismo, peccare a mia volta di autoesaltazione, di egocentrismo. Sii magnanimo, mi dico. Si fotta l’attore, viva il commesso.

Tornai a quel negozio di abbigliamento. Il commesso mi riconobbe e mi guardò perplesso, interrogativo. Dobbiamo parlare, dissi. Di cosa? Chiese lui. Di tempi passati, risposi, di quando tu eri un famoso attore. Perché no, replicò, ci possiamo vedere al bar qui di fronte alla chiusura del negozio, verso sera. Mi feci trovare al bar. Arrivò poco dopo, con una camminata elegante, sorridendo, salutando il barista e alcuni altri clienti, come fosse di casa. Ordinai due aperitivi. Eccoci qui, dichiarò. Mi presentai, e lui fece altrettanto. Avevo riflettuto a lungo sull’opportunità o meno di incontrarlo. Perché? Per dirgli cosa? Avevo concluso che fosse necessario, per me, per la mia serenità, come funzione catartica a chiusura definitiva dell’ossessione che avevo avuto verso lui, l’attore. Ossessione che si era sopita col tempo, ma che evidentemente covava ancora sotto la cenere, se alla vista di lui diventato commesso si era risvegliata prepotentemente, per poi mutarsi in senso di colpa da parte mia. Dovevo far pace col passato e con la mia anima. Doveva sapere che io ero esistito, ombra remota dietro le quinte del suo successo e della sua spavalderia, ne avevo sofferto. Doveva sapere della mia gioia per la sua caduta. Doveva sapere che però me ne ero vergognato. Vedi, esordii, è una storia lunga, di tanto tempo fa, quando eri attore di successo. Ti ricorderai, immagino, di una bella ragazza che a quel tempo ti amava, stravedeva per te. Feci naturalmente il nome di lei, insieme ad una sommaria descrizione. Pur consapevole che a quel tempo tutte amavano l’attore, si innamoravano dell’attore, andavano in delirio per l’attore, si concedevano all’attore, immaginavo che con lei fosse stata qualcosa di particolare, di intenso, una vera relazione, lunga, ben oltre il tempo del mio allontanamento da lei, forse di anni. Magari erano convolati a felici nozze, magari stavano ancora insieme. La sua reazione invece mi spiazzò. Ma scherzi? Mi disse. A quel tempo, all’apice della mia notorietà, le donne stravedevano per me, tutte mi amavano, si innamoravano di me, andavano in delirio per me, mi si concedevano senza che neppure lo chiedessi. Me le trovavo per la strada, davanti agli hotel dove pernottavo, sotto casa, persino nel mio letto, come graziose sorprese racchiuse tra le lenzuola. Avrebbero fatte pazzie per passare una notte con me. E io magnanimo le accontentavo. All’inizio era per me un piacere assoluto, la certificazione vera del mio successo, ma alla lunga cominciò addirittura a infastidirmi, divenni più selettivo, facevo il difficile, diventò più un dovere che un piacere. Come pensi che io possa ricordarmi di una di quelle donne? Una fra le tante? Per me erano tutte uguali, tutte belle e desiderabili, bionde e brune, tutte volevano la stessa cosa, tutte mi dicevano di amarmi alla follia, che avrebbero fatto di tutto per me, che avrebbero abbandonato la loro vita per stare insieme a me. Io sorridevo, mi schermivo e andavo avanti. La donna di cui parli, il nome che mi fai, non mi dicono niente di particolare, non credo di aver passato più di qualche ora con lei, forse sarò stato con lei un paio di volte. Questa è la verità. C’era da ridere, pensai. La donna della quale io ero innamorato, per la quale stravedevo, che mi aveva fatto soffrire, dalla quale mi ero allontanato faticosamente lasciandola al suo delirio per l’attore, quella donna non era stata assolutamente niente per l’attore, niente di niente, presenza anonima tra le tante, non aveva lasciato traccia alcuna. E che cazzo! Invece per me quella donna era tutto, rivelai, era l’amore, il desiderio, la gioia, la mia compagna. Ma voleva me e te insieme, allo stesso tempo, in quel momento della mia vita. Non potevo tollerarlo e la lasciai, la lasciai a te, credevo di lasciarla a te, forse per poco, forse per tutta la vita. Scopro ora che non era niente per te, meno di niente. Si fece cupo. Mi dispiace, disse, mi dispiace. Restammo in silenzio. Poi finì tutto, riprese a dire. Da un momento all’altro divenni fuori moda, i miei impegni si ridimensionarono drasticamente, nessuno mi cercò più, quelli che prima elemosinavano una mia partecipazione, la mia presenza, non si fecero più vivi. Sparirono le donne dai miei paraggi, dal mio letto. Finirono i miei soldi, quei soldi che avevo disseminato a dritta e a manca, senza curarmene, che avevo dilapidato senza pensare al domani. Fu un periodo terribile, lo confesso, di solitudine e disperazione, di ristrettezze e umiliazioni. Pagai forse per il folle che ero stato. Sai come ne sono venuto fuori? Chiese retoricamente. Grazie a una donna, ammise, una donna che ebbe compassione per me, si interessò di me, si innamorò di me e per la quale io provai prima gratitudine, poi affetto e infine amore. Mi risollevai, presi atto del presente e accantonai il passato, cercai normali lavori, ripresi a vivere serenamente. Ci siamo sposati, faccio il commesso, mi piace, sono felice. Il commesso che fu attore è ora felice, ripetei dentro di me. Bene, è giusto così, è bene sia così, conclusi, e lo dissi anche. Eppure, continuai, quando ti ho visto e riconosciuto, la volta che sono venuto al negozio di abbigliamento, dopo aver inizialmente rinnovato la mia rabbia verso di te, ho gioito della tua rovina, della capitolazione da attore a commesso. Voglio che tu lo sappia. È normale, commentò, è umano. Ti ringrazio per aver voluto dirmelo. E tu, chiese, sei felice ora, a tanti anni di distanza da quel tuo dolore? Sono felice, mi chiesi a mia volta? Non sono sposato, non ho più rivisto quella donna né ho conosciuto una donna per la quale desiderassi farlo. Sono un uomo di discreto successo, professionale, economico e sociale. Sufficientemente felice, risposi, e per le donne c’è ancora tempo. Sai che ti dico, sono contento di avere avuto l’opportunità di conoscerti, di parlarti. È un po’ come chiudere finalmente un cerchio. Spero ora che anche lei, quella donna, abbia avuto la sorte di essere felice. Lo pensavo davvero, ormai, non per ipocrisia o buonismo, ma per la lontananza nel tempo e nello spazio, per indifferenza. Ci stringemmo la mano e ci salutammo, quasi come vecchi amici. Magari passerò ancora per il tuo negozio, dissi, potremmo prendere un altro aperitivo insieme. Annuì. Mi diressi verso casa, più sollevato. Si fotta l’attore, viva il commesso.

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